Antimacchine, Valentina Tanni



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In copertina, elaborazione da un’opera courtesy Pananti

Di Francesco D’Isa

Il saggio Antimacchine (Einaudi, 2025) di Valentina Tanni, come altri dell’autrice, è molto utile per orientarsi nel rapporto tra creatività, arte e apparati tecnologici. Tanni costruisce una genealogia del misuse, l’uso improprio e non conforme della tecnologia, attraversando storie di artisti, hacker e attivisti che hanno scelto di violare le istruzioni per svelare i meccanismi di potere celati nelle “scatole nere” dei nostri dispositivi.

Il libro analizza figure che operano attraverso un sabotaggio esplicito della macchina. Da Nam June Paik che distorce il segnale televisivo con un magnete, alle pratiche di circuit bending, fino alle provocazioni critiche verso l’intelligenza artificiale, Tanni mostra come il “mancare di rispetto” alla tecnologia sia una forma di cura e di riappropriazione critica.

Un punto di forza del saggio risiede nell’onestà intellettuale con cui l’autrice evita posizioni manichee. Tanni riconosce che l’atto creativo non si esaurisce nella sovversione radicale o nel rifiuto dello strumento. Al contrario, ammette che la creatività umana persiste e fiorisce anche all’interno dei vincoli imposti dai sistemi standardizzati. Come scrive, citando Kenneth Goldsmith, è fondamentale non cadere nella fallacia logica per cui un’azione condizionata dal sistema sia priva di valore. «Il flusso di umanità non può essere neutralizzato; infonde ogni azione, ogni enunciazione, ogni artefatto», nota l’autrice, ricordando che anche nelle cornici più rigide e prescrittive è impossibile non esprimersi.

Antimacchine è una lettura consigliata per chiunque voglia comprendere come l’arte, attraverso il sabotaggio, continui a essere uno spazio di libertà all’interno dell’inconscio tecnologico. Per quel che mi riguarda, ho trovato la lettura stimolante anche per ciò che non dice, ma che mi ha fatto pensare. Leggendo questa ricognizione di artisti che hanno fatto del misuse una parte rielevante della propria poetica, ho pensato che in fondo ogni pratica artistica, anche la più tradizionale, implica una forma di attrito con lo strumento. L’artista piega sempre la macchina — sia essa un software, un pennello o una fotocamera — ai propri schemi mentali, forzandone i limiti per generare un significato per definizione non previsto.

Se penso alle nascenti forme d’arte in cui gli artisti utilizzano AI, amo vedere come alcuni rompano le macchine per denunciarne limiti e dinamiche di potere, ma amo anche (e ammetto, soprattutto) quando le usano senza attriti apparenti, al servizio di poetiche personali. Forse perché anche questa è una forma di misuse, sebbene meno visibile.

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