Arriva la fine della cringe culture?

Personaggi strambi, o ridicoli, e i social che ne promuovono la fama. Siamo stati immersi per anni nell’estetica del ridicolo, e nella consapevolezza di essere visti, giudicati e costantemente fotografati. Come uscirne?

 


in copertina e lungo il testo l’arte dei costumi disegnati da Oskar Schlemmer

di Sara Ricci

Come ogni fase culturale degna del tempo che occupa, anche la cringe culture sembra abbia intrapreso, da ormai qualche anno, un drastico cambio di rotta. Sempre più elementi che solo qualche anno fa erano considerati imbarazzanti sono adesso rivalutabili come atti di resistenza nei confronti di un’umanità che, dal 2010 ad oggi, è stata progressivamente spogliata di autenticità e vulnerabilità. 

Vediamo innanzitutto, cosa significa “cringe”. Negli ultimi anni, il termine è diventato parte integrante del nostro linguaggio quotidiano e ha dato il nome a quella sensazione di inadeguatezza e disagio che ci fa distogliere lo sguardo da qualcosa di imbarazzante. Il cringe comincia a diffondersi nei primi anni 2000 tra i forum online, in un’epoca in cui l’auto-umiliazione pubblica sul web non era ancora normalizzata o percepita come assolutamente necessaria perché i contenuti entrassero in tendenza.

In Italia ha avuto volti precisi: i video di Gemma del Sud, Laura Scimone e la sua passione per Michael Jackson, Giorgia Lupico e la sua cover di Diamonds di Rihanna, oppure la rima “sei un bimbo – caffè Kimbo” del giovane “nuovo Ensi” che “rappa contro gli haters”. Tutti questi video, pubblicati tra il 2010 e il 2014, sono capisaldi della cultura web italiana proprio perché rappresentano alcuni tra i primi esempi di contenuti considerati cringe che, se da una parte suscitavano imbarazzo, dall’altra ci tenevano incollati allo schermo, fungendo sostanzialmente da guilty pleasure.

Negli anni successivi, quando tra il 2018 e il 2020 TikTok è arrivato in Italia, bastava sbagliare mezzo secondo di playback, fare una challenge con un passo fuori tempo, o registrare un video in macchina con la luce dell’abitacolo sparata in faccia per finire subito nel mirino dei commenti ironici. Si guardava, si rideva, e il gioco finiva lì: chi stava dall’altra parte dello schermo era “l’altro” negativo, una sorta di capro espiatorio. 

Col tempo, però, l’atmosfera è cambiata. Abbiamo iniziato a stancarci della performance, di quell’estetica levigata a cui tutti aspiravano e che su tutti i profili sembrava identica. Alcuni creator hanno cominciato a mostrarsi per come sono davvero: pieni d’emozione, goffi, a volte imbarazzanti, ma sempre veri. E quella goffaggine, che un tempo scatenava solo risate, ha iniziato a prendere la forma di qualcosa di fondamentale, prezioso. 

Oggi, infatti, essere cringe significa non cedere alla paura di mostrarsi senza maschere. Pubblicare una storia stonata, ballare male, raccontare in maniera assolutamente onesta un episodio imbarazzante: gesti che prima sarebbero sembrati una condanna, sono adesso diventati modi per respirare fuori dall’aria filtrata dei social.

Ma perché, prima di questo cambio di rotta, il distacco veniva auspicato così ossessivamente? Perché come sensazione, l’imbarazzo è oggettivamente terrificante. In Embarassment Has Good Bones, la scrittrice Katie Bird ricollega l’imbarazzo al rifiuto, al fallimento, al giudizio: tutte cose che, pur nella loro disarmante umanità, scatenano in noi emozioni negative, dalle quali generalmente tendiamo a tenerci distanti proprio perché scomode. L’equazione sembra sensata: rasentare l’apatia per evitare a tutti i costi di provare imbarazzo, perché “ciò di cui non ti importa non può farti del male”, non può cioè sfiorare il nucleo più intimo della tua vulnerabilità, fedelmente protetto da un’alta muraglia di corazze difensive.

Non serve riflettere a lungo, però, per capire che un’esistenza del genere non può essere soddisfacente. È chiaro che, come scrive anche Bird, certe situazioni imbarazzanti potrebbero essere evitabili. In determinati contesti, infatti, l’odore del rischio si sente molto prima di compiere l’azione che si sta pensando di compiere. Tuttavia, inviare quel doppio messaggio con la consapevolezza della possibilità di non ricevere una risposta, o fare una battuta davanti a un pubblico che non si conosce bene, oppure ancora pubblicare qualcosa di molto personale online e non ricevere alcun tipo di feedback, o magari ballare liberamente anche con gli occhi di tutti addosso, ci aiuta a riconoscere e valorizzare la tridimensionalità della nostra esistenza. Così riusciamo a rimanere collegati con quella parte libera di umanità che ci ricorda che siamo materia viva, in costante trasformazione e movimento, e come tale non abbiamo scelta: dobbiamo vivere intrecciati al rischio e alla vulnerabilità dell’essere visti.

È un po’ come per il dilemma filosofico del rumore dell’albero che cade nel suo habitat senza nessuno intorno che può percepirne il rumore, recentemente diventato virale sul web: se l’albero cade in una foresta ma nessuno ne è testimone, produce comunque lo stesso frastuono? Per alcuni sì, in quanto, scientificamente, solo perché non c’è nessuno in prossimità a sentirlo, non significa che il suono non abbia avuto luogo. Per altri, invece, il rumore non può esistere se non si è fisicamente lì a percepirlo.

Analogamente, da un punto di vista umano, ci si può chiedere: ciò che siamo e facciamo – e l’emozione che ne consegue, dunque in questo caso il “cringe”, l’imbarazzo – è un fatto oggettivo o dipende dalla percezione che gli altri hanno di me e di ciò che fa parte della realtà che ci circonda? Nel 99% dei casi, la risposta giusta è la seconda. Pensiamo allo scacco sartriano e al personaggio di Estella Rigault nell’opera teatrale A porte chiuse (1944). Ossessionata dall’oggetto dello specchio, Estella dice: 

Signore, ha per caso uno specchio? […] quando non mi vedo ho un bel tastarmi, mi domando se ci sono ancora. […]. Ho sei specchiere grandi in camera mia. […] quando conversavo, mi disponevo in modo da potermi vedere in una di quelle. Parlavo, mi vedevo parlare. Mi vedevo come gli altri mi vedevano, questo mi teneva sveglia […]. Insomma, non potrò mica stare senza specchio per tutta l’eternità.

In un tentativo disperato di proteggere sé stessa dall’Altro, Estella utilizza lo specchio come strumento a suo favore, per comprendere e controllare chi è, com’è e cos’è negli occhi di chi la guarda. Tenendo costantemente d’occhio la sua immagine riflessa, la donna vorrebbe riappropriarsi di sé stessa, liberarsi dalla percezione che l’Altro ha di lei, ma non può farlo, perché senza l’Altro Estella “non esiste” e la sua essenza frana. 

È qui che nasce il celebre concetto di Sartre de “l’enfer c’est les autres”: la frase, tradotta in italiano con “l’inferno sono gli altri”, ha un significato molto profondo, che non vuole escludere l’”Osservatore” dalla realtà, per risolvere così in maniera veloce il problema del cosiddetto inferno, ovvero della percezione altrui. Al contrario, con questo concetto Sartre riscontra l’impossibilità di vivere senza l’Altro: è proprio in quell’alterità che si nasconde il senso più autentico del proprio essere.

Sartre afferma che “gli altri sono, in fondo, ciò che vi è di più importante in noi stessi, per la nostra propria conoscenza di noi stessi”. Da questa prospettiva, come spiega Emilia Bezzo nell’articolo L’inferno sono gli altri secondo Sartre (Arena Philosophika), non può esistere un io al di là del rapporto con l’Altro, e non sussiste un desiderio di vita al di fuori dell’Altro. Per questo Katie Bird ha ragione: la vita non può e non deve essere un costante gioco di strategia in cui il più cinico vince un premio perché, libero da emozioni e legami, è automaticamente più intelligente degli altri.

Già nel 2010, in una conferenza intitolata The Price of Invulnerability, tenuta per TEDX dalla dottoressa e ricercatrice Brené Brown, il problema cominciava a definirsi in maniera concreta. Nel suo discorso, Brown descrive una scena familiare perfetta per proporre al pubblico un esperimento narrativo semplice ma rivelatore. Così fa immaginare ai suoi ascoltatori una famiglia che viaggia in auto, la neve che cade, la musica natalizia alla radio, le risate dei bambini. Poi la domanda che smorza l’idillio: cosa può accadere nella scena successiva?

La risposta della maggior parte delle persone è decisamente catastrofista: chi immagina un incidente, chi un disastro aereo, alcuni persino l’entrata in scena di un serial killer impazzito che stermina la famiglia felice. È possibile, certo, che parte di queste reazioni derivi anche dall’abitudine del pubblico a uno specifico schema narrativo: libri, film, serie e cronaca nera ci hanno insegnato a interpretare uno scenario idilliaco come l’anticamera di una catastrofe, trasformando la scena familiare in un tipico cliché horror. Tuttavia, questa reazione, da Brown definita foreboding joy (gioia premonitrice), dimostrerebbe l’incapacità comune di tollerare la vulnerabilità, un meccanismo ormai profondamente radicato nel nostro modo di vivere e di pensare. Temiamo talmente tanto l’eventualità che qualcosa possa andare male che preferiamo estinguere la gioia prima ancora che possa accendersi del tutto. 

Per molti di noi è infatti più sensato non sentire nulla anziché rischiare di soffrire. Al contrario, invece – e Brown lo afferma lucidamente –, “la vulnerabilità è il nucleo, il cuore, il centro delle esperienze umane significative”. Permettere agli altri di vederci, vederci davvero, è ancora oggi un radicale atto di coraggio.

L’imbarazzo scatenato dall’esposizione è uno degli effetti collaterali della vulnerabiltà. Proprio in quello spazio, si sviluppano gioia, amore, creatività e connessione autentica. Viviamo in una cultura che si è evoluta intorno al disagio in un tentativo estremo di narcotizzarlo, di renderlo nullo. Ecco allora che, col tempo che passa, l’imbarazzo finalmente si evolve con noi e si trasforma da nemico da evitare a tutti i costi a indicatore di vita. Stiamo capendo sempre più unanimemente che attraversare le cose anziché girarci intorno va sempre a nostro vantaggio, e che emozioni come il cringe, la paura, la delusione, fanno parte della nostra umanità. Evitarle non ci semplifica le cose. Le complica esponenzialmente.

Percepire ed essere percepiti è inevitabile. Ecco perché, in un mondo che premia la disillusione, scegliere di essere presenti, attivi con le nostre emozioni, le nostre insicurezze e il nostro imbarazzo, e quindi scegliere di inviare quel doppio messaggio, o ballare davanti a tutti, o ancora postare una poesia o una foto, pur avendo prima calcolato i rischi, è forse l’atto più umano e rivoluzionario che possiamo compiere.

Se esprimersi anziché reprimere è considerato cringe, allora sceglieremo consapevolmente di essere cringe. Così, almeno, avremo la certezza di essere liberi. 


Sara Ricci nasce a Bitonto (2001). Diplomata in lingue nel 2020, oggi è scrittrice e redattrice per Gazzetta Filosofica. Si interessa di teologia della liberazione, filosofia e letteratura

2 comments on “Arriva la fine della cringe culture?”

  1. Massimo

    Peccato che il termine Cringe sia diffuso solo tra giovanissimi universitari e non abbia alcuna rilevanza nel 98% (ad esser generosi) della polazione italica.

  2. Paolo della Sala

    In fondo, il cringe non è che la moda (meglio “sottocultura”) Freak.
    Là dove l’orrido di un corpo fisico veniva messo in scena, ora c’è l’orrendo pensare, un dire digitando per non dirsi, lo sbraitare alla luna, lo scrollare continuo del telefono col ditino, il dire senza avere niente da dire (citazione al contrario di Paul Eluard, cioé il segno di questa bassissima civiltà da Black friday, scontatissima, banale, antistorica, retrograda.
    Quindi il cringe ha il solo merito di essere il segno dell’Adesso -l’unico segno che avrebbe qualche senso cancellare col bavaglio torquemadesco della cancel culture.
    …Ses rêves en pleine lumière
    Font s’évaporer les soleils,
    Me font rire, pleurer et rire,
    Parler sans avoir rien à dire.
    (Paul Eluard, L’Amoureuse)

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