Arturo Morán e i figli del disastro

«Un giorno capirai anche tu il rumore che fa lo scoglio sull’onda. Ehi aspetta un momento. Poi mi aveva baciato…»


IN COPERTINA e nel testo, un’opera di Francesco D’Isa

di Dario Valentini

Un giorno capirai anche tu il rumore che fa lo scoglio sull’onda. Ehi aspetta un momento.

Poi mi aveva baciato.

Quand’ero ragazzo, per un po’ ho avuto una relazione con una donna più grande, che faceva la panettiera. Una mora molto chiassosa, sui trenta. Parlava sempre e aveva un accento fortissimo. Era chiaro che le piacevo e mi lasciava spesso qualcosa in più nella busta, quindi un giorno le chiesi di uscire e lei accettò. La prima sera mi portò a mangiare il pesce. Cosa che trovai piuttosto impegnativa. Ma dio che schiena aveva. Bruna e bellissima. Usciva dal vestito come una goccia d’ambra. Io presi il salmone. Lei il granchio.

“Nessuno uscirà vivo da qui” ringhiò Frank alla gente sotto il palco “Fatevi sotto. Motherfuckers”.

Frank Chiesa era un sedicesimo Losangelino e questo gli bastava per credersi il fratellastro di Lee Spielman dei Trash Talk. Con uno scatto del collo buttò indietro i capelli lunghissimi e unti. Portava una maglia oversize che gli arrivava quasi al ginocchio e degli shorts troppo short che decisamente non raggiungevano il ginocchio. Non avevo mai visto così tanti tatuaggi sulle gambe di un altro uomo. Ancore. Pin-ups. Loghi di altre band. La morte. Una pizza ai carciofi. Un gruppo di curiosi velociraptor sbucava dai calzini, tirati su fino a mezza caviglia. Vans basse ai piedi. “This is Hardcore baby”. Diceva sempre. Anche il resto del corpo era ricoperto. Ovviamente. Da pezzi più tradizionali. In particolare mi piaceva il cavaliere con lo spadone sul braccio sinistro.

Falco iniziò a saltare e a fare cenno di avvicinarsi alla gente. “Venite tutti più vicino cazzo!”

Il posto era una specie di magazzino sotterraneo che odorava di chiuso. C’erano due colonne di cemento messe a caso che fendevano la marea di gente. Quasi tutti maschi. Ma le poche ragazze  erano carine. I faretti illuminavano tutto di una luce rossastra.

Falco era uno di quei chitarristi che suonava solo il 30% delle canzoni ma dava spettacolo al 300%. Nemmeno alle prove l’avevo visto mai stare fermo un secondo. O perdere l’amato cappellino dei The Chariot che sembrava avvitato al cranio. O fare una sola canzone giusta per intero. Probabilmente per questo avevano pensato di aggiungere un altro chitarrista alla formazione. Magari uno in grado di suonare qualcosa. Non che mi interessasse molto dei Sons Of Disaster. E quel ramo dell’Hardcore caotico e scarno che facevano loro non mi faceva uscire di testa. Avrei preferito qualcosa di più raffinato. Ma dovevo un favore al bassista. Belaño. Un Cileno pazzo che non era mai tornato dall’Erasmus. Aveva trent’anni. La pelle scura e la barba folta che verso l’alto fioriva in una intrigo di dreadlocks piuttosto scomodo. Che diventavano uno spettacolare elicottero quando faceva headbanging. Totally worth it. Avrebbe detto Frank. Suonava piuttosto bene. Nonostante fosse quasi sempre fatto. E anche lui sapeva scatenarsi parecchio sul palco.

Solo fino al Caserta Beatdown Party. Gli avevo detto. Poi vi dovete trovare qualcun altro. Te prego hermano. Uno como te dove lo troviamo. Avevo chiuso il discorso dicendogli che mi dovevo trasferire presto al nord. E quando mio padre avrebbe finito il periodo di stanza a Napoli saremmo tornati a Udine. Cosa che dicevo da anni. In ogni caso quel festival era una roba talmente importante che mi dispiaceva davvero lasciarli scoperti. In più ero curioso. Cosa diavolo ci azzeccherai tu con quelli li. Aveva commentato mio fratello. Sei un secchione sbarbato con le dita storte. Diventato pallido a forza di suonare da solo in casa. Non capiresti Sté. È un occasione pazzesca. Quando mi ricapita una cosa del genere. In verità mi cagavo anche addosso e solo l’idea che ci sarebbero stati un pugno di live di riscaldamento mi rassicurava. E poi c’era Malocchio. Il batterista. Un tipo gonfissimo che viveva nei quartieri spagnoli e non si sarebbe messo il metronomo in cuffia neanche a pagarlo. Eppure era sempre sul pezzo. Non sbagliava mai. E anche quando sembrava sbagliare finivamo a convenire che -in effetti- per qualche motivo avevamo sbagliato noi. Tutt’ora non so che cazzo di magia fosse. Aveva le orecchie sfondate da dilatatori neri grandi come il mio pugno e dei baffi esagerati. Probabilmente senzienti. Mai visto indossare scarpe finché suonava.

“Questa è No Peace!” ululò Frank. “Show me what ya got Caserta!” Con un accento che solo secondo lui era figo.

“This is the year of the knife/

I chew the light and spit out of the night/

Nobody is gonna make it out alive/”

Urlava senza nessuna tecnica. Altro che controllo del respiro. Vocal fry o altre cazzate. Pareva che avesse ingoiato una iena che aveva ingoiato una grattugia. Diventava paonazzo. Si disfava. Le loro canzoni duravano due minuti. Tre al massimo. Ma lui ogni volta dava tutto quello che aveva. E forse non avrebbe retto così a lungo. Eppure lo scream era figo.

Di fatto so che ha avuto un nodulo brutto alle corde vocali ma che l’ha operato uno bravo a Roma e ora sta bene. Adesso gestisce un negozio di tatuaggi in centro. E va parecchio forte.

Lei aveva casa in quartiere lì vicino. Un appartamento minuscolo ma con una terrazza da cui si vedeva il mare. Una volta eravamo rimasti chiusi lì fuori e dopo qualche ora io stavo impazzendo. Come faremo a rientrare? Devo tornare a studiare. Abbiamo tutto quello che ci serve qui. Aveva indicato la cassa di birre e l’anguria. Perché non facciamo l’amore intanto.

Sul pavimento?

In ogni caso quando lo guardavo rivoltarsi la laringe dall’interno mi era impossibile non sorridere e portare il petto in fuori. Poche storie. Lo rispettavo. L’avevo visto continuare a sgolarsi senza battere ciglio anche quando si era aperto un braccio con un pezzo di vetro. Quella volta che avevamo imbastito un house show a Barletta. Devastando completamente la casa di quel povero tizio, non ricordo il nome, che era sembrato preoccupato solo quando avevamo iniziato a suonare sul tetto. Alla penultima canzone Frank si era lanciato in piscina sbattendo così forte che mi ero detto “È morto cazzo”. Seguito da Falco con chitarra e tutto. Mai più aggiustata. Ma tanto era una Squier di merda che probabilmente con quella fine si era guadagnata il paradiso delle Stratocaster.

Avevamo finito di suonare il set io, Belaño e Malocchio. Mentre il nostro frontman era andato a scoparsi una tipa sudicissima. Ma con dei bei tatuaggi. Che mi disse si era fatta fare in uno studio famoso a Roma. E solo il giorno dopo Frank aveva pensato di fare un salto all’ospedale per farsi ricucire.

“These wounds don’t heal with time/

I got your name carved on my spine/”

Strillò Frank. A questo punto il palchetto del festival era invaso dalla gente. Le casse sparavano in loop un riff intossicante. Un unica progressione smerigliavertebre. Sfrangiacartilagine. Che si ripeteva ossessivamente per tutta la traccia. Semplice ma efficace. Faceva caldissimo. L’odore di sudore impregnava l’aria. Mi nauseava. E mi faceva sentire eccitato. Il pogo era una girandola tropicale di manate. Capelli e barbe bagnate. Se qualcuno cadeva lo rialzavano. Anzi lo scagliavano fino al soffitto. Fino a quel momento ero riuscito a suonare con estrema precisione e tenacia. Avevo persino evitato una scarpa schizzata via dal moshpit alla terza canzone. Involontariamente sperai. Poi un tipo con un teschio sul collo mi finì addosso e sbagliai una nota. Lo spinsi via. E bestemmiai. Falco era sommerso ma ovviamente non gliene fregava un cazzo. Ogni tanto riemergeva per suonare un accordo aperto. Uno qualsiasi. Non importava quale. E dimenarsi come un epilettico. Frank si era appeso con le gambe a una trave del tetto e continuava a strillare. A testa in giù.

“No peace!/

No future!/”

Belaño beccò addirittura la parte del coro. La cosa mi sorprese. Vidi che due ragazzi del pubblico gli avevano riportato il microfono vicino alla faccia. La capocchia finì per sbattergli in fronte subito dopo ma lui non sembrò nemmeno farci caso. Né al fatto che gli strattoni avessero deflagrato la canotta rivelando il chest piece di pessimo gusto fatto in Sud America. Rose rosse. Ormai poco rosse. Chitarre incrociate. Teschi. Microfoni dall’aria vintage. Al centro del petto un grosso uccello che non riuscivo ad identificare bene. Una rondine forse.

Malocchio pareva in trance. Si abbatteva su quei cazzo di tamburi come se il pubblico dovesse sentirlo dal Trentino e quando credevi che non potesse pestare più forte si alzava addirittura in piedi e faceva precipitare certe sassate sul rullante che ti lasciavano tramortito. Un ragazzo magrolino gli sistemò la cassa e un asta che stavano andando per conto loro. Lui gli sparò un l’occhiolino e un gran sorriso.

Ora vivono insieme, qua vicino, dove sta il centro di ortopedia.

Insomma questa storia con Silvia era iniziata quasi per caso. E di certo non avevo l’intenzione di passarci la vita insieme. A dire il vero pensavo di andarci a letto qualche volta e poi tanti saluti ma lei aveva insistito per qualcosa di più e al momento io non avevo nessuna di meglio.

Eppure ricordo come inclinava la testa quando mi guardava fisso. Io distoglievo lo sguardo. E mi faceva ridere come saltellava sui sampietrini come ballando ad un ritmo invisibile. Mi strattonava la mano perché saltassi anche io.

Un giorno capirai anche tu il rumore che fa lo scoglio sull’onda. Ehi aspetta un momento. Poi mi aveva baciato. Aveva un profumo all’uva piuttosto comune. Dolciastro. A volte mi è parso di sentirlo per strada. Ma era qualcun altro. Una signora di mezza età o una ragazzina con la maglietta di un gruppo indie.

Lo stesso tipo di prima mi diede una gomitata al fegato. Sbagliai ancora. E questo mi fece schizzare. Gli tirai un pugnazzo sulla spalla. Si girò sconvolto. Come a dire “ È un concerto Hardcore, che cazzo ti aspettavi bamboccio” Frank mi lanciò un occhiataccia. Falco spalancò le braccia. Ovviamente in una parte in cui avrebbe dovuto tenerle ben fisse sulla tastiera. Ma tanto c’ero io che suonavo no? Lo vidi sfilarsi lo strumento di dosso e lanciarsi verso di me. Non capii bene. Feci in tempo solo a intercettare lo sguardo di Belaño. E mi sembrò molto preoccupato.

“This modern life is hell/

I rid myself of this shell when I’m dead/”

Falco non riuscì a fermare il colpo ma mi afferrò per la collottola impedendomi di rovinare sugli ampli e spaccarmi anche la schiena. “Dio che principessa che sei” mi sibilò.

Belaño si mise in mezzo tra me mezzo svenuto e il tizio mezzo ubriaco.

“We we we” sbraitò Frank che nel frattempo era sceso dalla trave. “Vogliamo darci tutti quanti una calmata?!”

Notai che persino Malocchio si era fermato. Nelle orecchie sentivo un fischio sempre più forte. Forse era il feedback generato dagli strumenti mollati a se stessi. O forse era stata la botta e lo sentivo solo io. Mi rialzai e spinsi via Falco. Maledissi il giorno che avevo accettato di suonare insieme. Se solo quella volta non avessi messo il pisello nella sorella di Belaño. Hermano un cazzo. Se solo non avessi tirato fuori la chitarra nel tentativo di impressionarla. Le mani mi tremavano. Mi veniva da vomitare. In effetti mi vomitai un po’ in bocca. Ma decisi di mandare giù tutto. Feci un cenno al bastardo che mi aveva colpito del genere “Ti tengo d’occhio” poi gli sorrisi. Portai i capelli indietro come faceva Frank. Tirai su le maniche della t-shirt e sparai un calcio rotante nello spazio che mi avevano lasciato. Iniziai a suonare la canzone successiva della scaletta. Malocchio e Belaño si agganciarono subito. Falco si fece lanciare la chitarra mezzo minuto dopo e nessuno notò la differenza. Frank mi batté una mano sulla spalla e mi fece urlare il primo verso.

Here we fucking go” commentò a volume esagerato.

“Se te metti lo scotch tutto intorno è molto solido, mucho mas che con i blocchi” mi aveva spiegato Belaño una volta che eravamo in trasferta. In quel momento passavamo per Grosseto. Aveva battuto  sul fondo del basso e strattonato la cinghia per farmi vedere quanto fissa stava. Era un Jazz Bass Fender. Nero. Messicano ovviamente. Scheggiato dappertutto ma suonava ancora perfetto. Dietro al corpo aveva scritto con un pennarello bianco FUCK YOU! Ogni tanto durante i live lo rivoltava e mostrava al pubblico la scritta. Non è un po’ aggressiva come roba? Ma non è contro de loro. È più un fuck the system, hermano.

“Comunque così quando vuoi lanciarlo no lo pierdes” aveva concluso.

“Ma se questo sta sempre immobile quando suona. Cosa vuoi che lo lanci?” aveva ringhiato Falco.

“Almeno io so suonare le canzoni. E non sono neanche le mie canzoni”

“Lascialo stare Falco” Malocchio gli aveva mollato un coppino quasi scollandogli via il cappellino sudicio.

No te preocupes. Magari te insegno io qualche mossa se te va”

Frank che guidava sempre lui e sempre molto oltre il limite aveva fatto una curva strettissima e il basso era schizzato via. Belaño l’aveva preso per la tracolla che effettivamente aveva retto. Impedendogli di sfondare il finestrino.

“Metti via quel coso” gli aveva detto calmo. Quando non urlava aveva una voce impensabile. Molto più alta di come te la saresti aspettato e affettuosa. Poi si era girato e mi aveva sorriso. “Certo che potresti lasciarti crescere i capelli. Le donne ti salterebbero addosso. Per quello ci vorrà un po’ di tempo ma dietro ho una macchinetta. Lo vuoi un serpente sul braccio?”

“Ehm. In verità.”

“Meglio un grizzly? O un pugnale? O un Gesù?”

“Guarda la strada Frank” gli aveva battuto sulla spalla Malocchio. “Che roba cazzo” Il cielo era viola.

Dopo aver fatto l’amore mi faceva mille domande. E dovevo spiegarle la differenza tra lembo e innesto. E la vascolarizzazione della faccia. Mi teneva sveglio raccontandomi del rumore che faceva il lievito madre o come aveva imparato i movimenti giusti per impastare. All’inizio mi faceva sorridere. Pensavo a cosa era riuscita a tirare fuori dalla mano del cazzo che le aveva servito la vita. Ma all’ennesima storiella di cucina o canzonetta pop piazzata a volume altissimo -seguita da balletto- iniziai a pensare seriamente di piantarmi una forchetta nell’inguine e farla finita. Basta per favore.

Verso le quattro di mattina. Dopo che tutti i gruppi avevano finito di suonare e festeggiare selvaggiamente. Reduci da una sbronza di dimensioni omeriche, rientrammo nel van dove ci avrebbe aspettato una dormita scomoda ma meritatissima.

“Serata di cristo” berciò Frank. “Che bill pazzesco”

“Intende las otras bandas” mi sussurrò Belaño. Avevo capito.

Face Your Enemy enormidisse. “Enormi”

“E anche quegli Slander erano parecchio fighi”

Frank mi guardò fisso “Sei stato forte stasera”

“È stato un degno battesimo del fuego” rincarò la dose Belaño. Malocchio nel frattempo era collassato in una posizione in cui non avrei mai immaginato si potesse dormire. Piegato sul volante. Rantolava come un moribondo per colpa di quella sua dannata apnea notturna. Falco era sparito. Nessuna idea di dove potesse essere.

Ho saputo da Facebook che qualche anno dopo ha lasciato la band, proprio nel momento del loro maggiore successo. Devono esserci stati dei dissapori. Non so. Dopo quella data non l’ho mai più rivisto.

“Noi vorremmo che ti unissi al gruppo in modo permanente” disse infine Frank con aria solenne.

Belaño annuì con forza.

Feci un respiro profondo. Sentivo che quel momento sarebbe arrivato prima o poi.  “Non la prendete a male ragazzi. Ma non posso.”

“Te prego hermano. Non fare cosi”

“Semplicemente non è il genere che voglio fare”

“E che genere vorresti fare?” fece Frank gesticolando con le mani.

“Non lo so ancora con precisione, ma so che con voi non sarei pienamente…soddisfatto.”

Avrei voluto dire felice. Non mi sembrò il caso.

“Vuoi fare el Post-Hardcore come quei Minus Tree da Bari? Me parece una cosa talmente da femminucce” domandò Belaño.

“Non lo so.”

“O forse una roba fuori de cabeza come quel gruppo che ha suonato nel pomeriggio?”

“Quei matti là?” Fece Frank strabuzzando gli occhi “come si chiamavano?”

El temporale o qualcosa del genere. Non è questo el punto Frank.”

“Non lo so!” risposi io stizzito.

Seguì un momento di silenzio. La notte mi sembrò immobile. Nero solido.

Belaño mise una mano sulla schiena al frontman e fece un lungo sospiro. Frank si prese la fronte con le mani “Debemos lasciarlo andare per la sua strada.”

“Lo so, lo so” fece lui “è solo che…Questo mi piaceva davvero”

“E anche tu piacevi a lui. Questo è seguro” gli cinse le spalle con un braccio mi fece un leggerissimo segno di assenso con la testa.

Mi schiarii la gola.

“Beh buona fortuna hermano” fece Belano sorridendomi “Ricordate de noi.”

La mattina dopo siamo ripartiti presto per tornare a casa. Il viaggio mi sembrò infinito. Persino Belaño era di poche parole. Frank si fermò tre volte per comprare dei cornetti. Pistacchio. Vuoto integrale. Nutella. A ogni stop ci chiedeva se ne volevamo. Ma nessuno aveva gran fame. Alla terza Il bassista gli disse di si. Va bene. Uno alla crema grazie. Ma lo buttò via dopo un paio di morsi.

Al momento non capì bene cosa significasse per me tutta quella storia. Ora penso di capirlo meglio.

“Di certo non credevo che lei potesse amarmi come meritavo di essere amato” dissi.

“Si Dottor Morán” fece la Stasi con voce immobile mentre faticava sul divaricatore sullo sterno del paziente. La luce secca della sala le rifletteva sugli occhiali. Fece uno scattino verso la porta con la testa che era il suo modo per dire “Diamoci una mossa eh”

“Pensavo ne fosse incapace”

“In quanto panettiera”

“Detto così sembro uno stronzo”

“E poi lei non avrebbe potuto mai amare una così

“Comunque poi a Udine ci sono andato”

“Mm-mh”. Era la terza volta che l’altra chirurga guardava l’orologio. “E adesso si è pentito. E vorrebbe proprio sapere come si fa il pane. Ballare da solo per strada. E gettare via quel metro del cazzo che ha usato per misurare i sogni degli altri. Voi uomini siete proprio…”

“No” la interruppi io “Non direi che mi sono pentito. Ma è un discorso complesso. Non da fare con sotto i ferri un paziente. Ora chiudiamo tutto.” Sospirai “E cerchiamo di fare attenzione alla sutura sulla rondine che già non era bellissima prima.”


Dario Valentini è nato a Padova nel 1993. è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Firenze. Ha pubblicato racconti su L’Indiscreto, Nazione Indiana, Minima&Moralia e altre riviste letterarie.

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