Utilità e danno della psicostoria (Isaac Asimov e il controllo sociale)

Solo fintantoché la storia serve alla vita, noi vogliamo servire lei

– Friedrich Nietzsche

Introduzione

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Hari Seldon, immaginato da Michael Whelan

Il desiderio di conoscere cosa ci riserva il futuro è sempre stato presente nella storia dell’uomo. Nell’antichità l’uso era quello di rivolgersi agli indovini, agli oracoli, o ai segni celesti. Poi arrivarono i filosofi della storia, come Hegel, Marx, o Comte.

L’idea di questi pensatori era che studiando la storia dei secoli trascorsi, senza perdersi troppo nei dettagli, era possibile intravedere delle costanti, delle leggi generali che ne regolavano il corso e che erano in grado di spiegarne le principali svolte. Oltre che a spiegare il passato, impresa affascinante dal punto di vista intellettuale ma che poteva essere giudicata di scarsa utilità pratica, era facile immaginare che l’individuazione di tali costanti mettesse anche in grado di prevedere, o addirittura controllare, il futuro. Certo, non cose come chi vincerà il prossimo campionato di calcio o il giorno esatto della propria morte, ma cose molto più importanti come l’assetto globale delle istituzioni e della società. Peccato che in genere chi si è lanciato in previsioni, a volte nel tentativo di accelerare e anticipare un cambiamento ritenuto comunque inevitabile, abbia quasi sempre fallito.


Il desiderio di conoscere cosa ci riserva il futuro è sempre stato presente nella storia dell’uomo. Nell’antichità l’uso era quello di rivolgersi agli indovini, agli oracoli, o ai segni celesti. Poi arrivarono i filosofi della storia, come Hegel, Marx, o Comte.


Nonostante le denunce di filosofi liberali come Friedrich von Hayek e Karl Popper, che vedevano in questi tentativi non solo un esempio di cattiva scienza ma anche l’espressione di un desiderio di controllo dispotico della società, questo tipo di storicismo ha sempre continuato ed esercitare il suo fascino fino ai nostri giorni. Da sottolineare che lo storicismo di cui parla Popper nel suo classico Miseria dello storicismo è tutt’altra cosa dallo corrente filosofica dello storicismo propriamente detto, di autori come Dilthey, Weber o Simmel, che anzi insistono sulla fondamentale irriducibilità della conoscenza storica a leggi generali come avviene per le scienze naturali. Quello di cui intendiamo occuparci in questo articolo è invece espressione di un certo positivismo o scientismo, sicuramente più congeniale alle idee di un autore di fantascienza americano. Ai giorni nostri potrebbero esserne un esempio alcuni fra gli attuali esperti di geopolitica e teorici del conflitto di civiltà, che sembrano spesso ragionare in termini di astoriche entità sopraindividuali – le razze, le civiltà – parlandone come dei veri e inarrestabili motori della storia.

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Karl Popper

È interessante il fatto che Popper intravedesse un legame fra storicismo (nella sua accezione) e complottismo. L’errore dei teorici della cospirazione, secondo un famoso passo contenuto ne La società aperta e i suoi nemici (lo si può leggere a questo link), è appunto il credere sia possibile pianificare un complotto di dimensioni globali  senza tener conto delle conseguenze impreviste e indesiderate delle proprie azioni, che nessuno per quanto abile è in grado di anticipare completamente. Soprattutto avendo a che fare con quel materiale estremamente refrattario che è l’essere umano. Se però i complottisti tendono a individuare dei precisi responsabili, ovvero l’azione di un manipolo di oligarchi malintenzionati dietro un qualsiasi avvenimento storico, le forze che muovono la storia secondo gli storicisti sono assolutamente impersonali e sopraindividuali. Le due visioni, comunque, possono essere complementari: chi riuscisse a scoprire il funzionamento di tali forze potrebbe sfruttarle a proprio vantaggio e per inseguire i suoi malvagi scopi.

Le origini e lo sviluppo della psicostoria

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Il giovane Asimov

Nessuno nel secolo scorso ha esplorato fino in fondo le implicazioni dello storicismo quanto uno scrittore di fantascienza, dotato forse di non eccezionale acume filosofico ma certo di grande fantasia: Isaac Asimov. Se Popper e Hayek denunciavano l’errore degli ingegneri sociali di credere di poter manipolare la storia e le società a loro piacimento (errore comunque mai troppo biasimato, e che continuano a fare i nostri statisti ed economisti) Asimov, che può permetterselo proprio in quanto scrittore di fantascienza, salta a piè pari questa difficoltà teorica e passa subito a immaginarsi un mondo dove invece è possibile conoscere in anticipo il futuro e modificarlo secondo i propri disegni. Si tratta del mondo descritto nel celebre “Ciclo della Fondazione”: in origine una trilogia, o meglio una serie di racconti lunghi scritti negli anni Quaranta raccolti in tre volumi, ai quali decenni più tardi si sono aggiunti due seguiti e due prequel (N.B. Credo sia il momento giusto per avvertire che, se non avete mai letto Asimov, questo articolo contiene degli spoiler).


Asimov, che può permetterselo proprio in quanto scrittore di fantascienza, salta a piè pari questa difficoltà teorica e passa subito a immaginarsi un mondo dove invece è possibile conoscere in anticipo il futuro e modificarlo secondo i propri disegni.


Nel Ciclo si immagina che un genio matematico del futuro, di nome Hari Seldon, sia riuscito a elaborare una disciplina matematico-sociale di grande precisione e grande potere predittivo (anche se non sicura al 100%): la psicostoria. La psicostoria permetterebbe cioè di prevedere il corso degli eventi futuri, considerando il comportamento delle moltitudini umane affine a quello dei gas (imprevedibile a livello individuale, o della singola molecola, ma statisticamente controllabile a livello globale). Come può essere sfruttata questa mirabile disciplina? Apparentemente, c’è un banale problema descritto da Asimov, ed è che se noi vogliamo usare la psicostoria per prevedere il comportamento del resto dell’umanità e manipolarlo in una certa maniera, sarà meglio tenere l’umanità all’oscuro dei nostri piani, oppure essa userà quella conoscenza in maniera diversa, rendendo il futuro, di nuovo, del tutto imprevedibile.  Si potrebbe anche dire che vi è il rischio di un certo autoriferimento gödeliano nella pubblicità della psicostoria: essa dovrebbe prevedere le conseguenze delle proprie previsioni. Occorre quindi agire nell’ombra e tenere nascoste al mondo le previsioni che lo riguardano. In un certo senso questo è proprio l’incubo dei complottisti, solo presentato in maniera benevola.

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Trantor, capitale dell’impero galattico, quando se la passava bene.

Nel mondo di Asimov, dunque, la galassia coi suoi milioni di pianeti colonizzati dagli esseri umani è organizzata in forma di Impero galattico rigidamente centralizzato, retto dalla figura di un imperatore descritto come una sorta di sovrano assoluto. Hari Seldon sa che questo tipo di organizzazione politica è prossima al collasso, e che ne conseguiranno turbolenze e un declino della civiltà universale della durata di trentamila anni. Non si capisce troppo bene in base a quali parametri di valutazione verrebbe misurato il ‘declino’ che però sembra coincidere con una certa dispersione e abbandono delle conquiste culturali e scientifiche fatte finora, a quanto pare rese possibili e mantenute da quel tipo di organizzazione. È evidente che Asimov ha in mente una certa e sorpassata vulgata storiografica relativa ai “secoli bui” del Medioevo che sarebbero conseguiti al crollo dell’impero romano (e difatti egli dichiara di essersi ispirato all’opera di Edward Gibbon), e sembra anche che egli sia incapace di individuare un’alternativa fra una forma di governo centrale e autoritario che controlla tutto e il caos dell’anarchia: anche nella vita reale Asimov, che si considerava un progressista, esprimeva posizioni a favore del controllo delle nascite e per il superamento della forma dello stato-nazione in favore di un unico governo mondiale.

4956471442_3cb8f562fa_bSeldon dispone comunque di un piano per ridurre almeno la durata di questo medioevo galattico a soli mille anni, e intende metterlo in pratica anche sapendo che lui non ci sarà più per vederlo realizzato. Il piano, ufficialmente, consiste nella creazione di una “Fondazione” ai margini della galassia il cui scopo è proprio quello di conservare tramite un’Enciclopedia il patrimonio culturale dell’umanità e metterlo a disposizione per quando potrà tornare utile. Nei primi episodi della saga tutto procede regolarmente: ci sono a volte turbolenze ed accadimenti (“crisi Seldon”) che sembrano pregiudicare il buon andamento del piano, ma alla fine si mostra che tutto faceva parte dell’astuzia della ragione, e che anche quegli individui che sembravano remare contro lo spirito dei tempi ne erano in realtà gli inconsapevoli servitori. Già questa visione potrebbe essere considerata inquietante, per coloro che credono in una concezione particolarmente forte del concetto di libero arbitrio e di autodeterminazione, ma in realtà il bello deve ancora venire.

È solo quando la Storia esce davvero dai binari prestabiliti, infatti, che si scopre l’esistenza di una Seconda Fondazione segreta che veglia sulla Prima e la condiziona. Questa Fondazione è composta da una casta privilegiata di persone dotate persino di superpoteri telepatici e di controllo della mente – tanto per rendere il tutto ancora più sinistro – e che sono al corrente delle future previsioni di Seldon (mentre la prima Fondazione può venirne a conoscenza solo a posteriori, via via che esse si verificano). Il compito della Seconda Fondazione quindi è quello di vegliare affinché tutto proceda secondo il disegno seldoniano e intervenire nel caso in cui qualcosa vada storto, anche facendo uso dei superpoteri. Il problema è che quando la Fondazione è costretta a venire allo scoperto per riportare la Storia nel suo corso (per fermare il Mulo) pregiudica comunque la riuscita del piano che come dicevamo dipende da una certa segretezza, e in quanto suscita sentimenti di rifiuto e opposizione tra i membri della Prima Fondazione che si sentono improvvisamente raggirati e manipolati. Un conto difatti è essere manovrati dallo Spirito Assoluto hegeliano o un suo equivalente, un altro da persone in carne e ossa, delle cui finalità non possiamo neanche essere troppo sicuri vista la mancanza di trasparenza. La crisi viene comunque risolta facendo credere agli uomini della Prima Fondazione di avere neutralizzato la Seconda, che in realtà continua ad agire indisturbata.

Le leggi della robotica

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Der Golem

A questo punto Asimov sembra essere diventato consapevole di aver immaginato un futuro distopico, orwelliano, anche se le sue intenzioni originarie erano diverse. La Seconda Fondazione dovrebbe rappresentare i buoni della vicenda, ma non solo i protagonisti della saga fanno fatica a convincersene, ma dovrebbero essere perplessi anche i lettori e forse perfino l’autore, che quindi si sforzerà, riprendendo in mano la saga dopo un intervallo di una trentina d’anni, di trovare nuove soluzioni che mettano a tacere la sua coscienza inquieta. La via d’uscita passa anche attraverso la fusione del Ciclo della Fondazione con l’altra grande saga che aveva reso famoso Asimov, il Ciclo dei Robot. Questo non è affatto sorprendente, e non è riducibile solo a una furba manovra di marketing per costringere il lettore di una saga a comprare anche i libri dell’altra. Il punto è piuttosto che le contraddizioni e i dilemmi che affliggono l’una sono presenti anche nell’altra.

I robot inizialmente sono descritti come dei benevoli e remissivi servi dell’umanità, secondo una concezione che cerca di opporsi alla visione degli esseri artificiali come mostri alla Frankenstein, abominevoli creature che finiranno col punire il loro stesso artefice per aver violato i confini del naturale ed essersi voluto sostituire a Dio. Per rassicurare il lettore riguardo alla totale innocuità di questi golem tecnologici Asimov deve quindi introdurre le celeberrime tre leggi della robotica, una specie di codice etico inscritto in maniera incancellabile nei cervelli positronici di tutti i robot:

1) Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.

2) Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.

3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

franky2Il meccanismo delle prime storie di robot è piuttosto simile a quello delle prime storie del Ciclo della Fondazione.  Là un particolare avvenimento sembrava essere in contrasto col piano, col percorso della Storia, ma alla fine l’apparente eccezione alle leggi di Seldon veniva ricondotta nella norma. Nelle storie di robot invece c’è sempre una macchina che sembra violare le leggi della robotica, ma poi analizzando meglio il caso si scopre che  l’eccezione era solo apparente. Le tre leggi, semmai, possono essere un po’ stiracchiate mostrando l’ambiguità dei termini che vi occorrono (che cos’è un uomo e che cos’è un robot? cosa succede quando un robot concepisce se stesso come un essere umano? cosa significa “recar danno”?).

Il fatto comunque è che dopo un po’ questi robot cominciano a risultare poco interessanti, e questo proprio per l’impossibilità che hanno di nuocere. È praticamente un assioma matematico che quel che fanno sia sempre positivo per gli esseri umani. In questo godono di libero arbitrio tanto poco quanto gli abitanti della galassia eterodiretti dalla Fondazione. Per rendere la storia davvero avvincente occorre inventarsi qualche vera novità, una violazione non apparente dello schema. La soluzione individuata da Asimov è però tutta favorevole ai robot, che riescono a emanciparsi in una certa misura dal controllo umano e dalle tre leggi (va meno bene agli uomini, come vedremo tra poco). Questo succede grazie all’invenzione della Legge Zero della robotica, che recita:

0. Un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno.

Le altre 3 leggi vengono modificate di conseguenza:

1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. Purché questo non contrasti con la Legge Zero.

2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Legge Zero e alla Prima Legge.

3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Legge Zero, la Prima Legge e la Seconda Legge.


In quali occasioni è previsto che si possa fare del male a un essere umano, ma per il bene dell’umanità?  Ci vorrebbe un livello di preveggenza che la maggior parte degli esseri umani non ha, nonostante di solito questo non gli impedisca di agire, e spesso di sbagliare in maniera tragica.


La Legge Zero, che è la creativa invenzione di un robot che cerca di trascendere i propri limiti, rende i robot a tutti gli effetti dei personaggi etici, perché devono continuamente fare i conti con le imprevedibili conseguenze di una eventuale violazione della Prima Legge. In quali occasioni è previsto che si possa fare del male a un essere umano, ma per il bene dell’umanità?  Ci vorrebbe un livello di preveggenza che la maggior parte degli esseri umani non ha, nonostante di solito questo non gli impedisca di agire, e spesso di sbagliare in maniera tragica. I robot però hanno un senso di responsabilità molto più grande degli esseri umani e quindi non possono prendere alla leggera la possibilità di commettere errori e causare l’inutile distruzione di vite umane.

grid-cell-25768-1405450864-10Per risolvere il dilemma dei robot ci vorrebbe una scienza esatta in grado di prevedere il futuro, ci vorrebbe insomma la psicostoria. Il geniale colpo di scena consiste nella scoperta che la psicostoria è sì un’invenzione genuina di Hari Seldon, ma egli è stato aiutato e incoraggiato da un robot, Daneel Olivaw, che avevamo incontrato diverse migliaia di anni prima in Abissi d’acciaio, il primo romanzo del Ciclo dei Robot, e che ci accorgiamo essere diventato una specie di guardiano semi-immortale dell’umanità. Un robot è anche la devota moglie di Hari Seldon, destinata a fargli compagnia proprio allo scopo di proteggere la psicostoria. I robot, che forse sono anche alla guida della Seconda Fondazione insieme ai superuomini telepatici, sono infatti riusciti a celare la loro esistenza al resto dell’umanità e persino a cancellarne le tracce nel passato, ma sono presenti al punto che uno di loro (sempre Daneel) è riuscito a diventare Primo Ministro dell’Impero. Solo che a questo punto la situazione di Asimov si è fatta ancora più imbarazzante: all’inizio le sue storie dovevano rassicurarci, contrapporsi a tutta quella fantascienza dove i robot si ribellano ai loro creatori e finiscono per diventare i padroni del genere umano, come succede per esempio in film come Terminator o Matrix. Nello sviluppare le sue premesse è però giunto a un punto nel quale i robot si sono ribellati ai loro creatori e ne sono diventati i padroni occulti, proprio come in Matrix. Certo, secondo Asimov a fin di bene. Se il tentativo di risolvere i problemi creati dalla legge Zero tramite la psicostoria si è risolto così male si capisce perché Asimov vada in cerca, negli ultimi romanzi del Ciclo della Fondazione, di un’altra soluzione.

Il progetto Gaia

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Le origini del progetto Gaia

Un essere umano è qualcosa di abbastanza concreto, e quindi può essere considerato relativamente facile evitare di nuocergli o evitare che gli venga fatto del male (come vuole la Prima Legge) o anche capire cosa significhi nuocergli. In realtà le cose non sono semplici già a questo livello: dovremmo assumere per esempio che un robot sia in grado di decidere quando impedire a un essere umano di accendersi una sigaretta (c’è il rischio che prenda un tumore, ma modesto rispetto al suo piacere immediato oppure ai costi di una privazione della sua libertà) o di farsi una pera (già più difficile). In linea di principio i robot dovrebbero intervenire e interferire nelle nostre vite molto di più di quanto non avvenga nei racconti di Asimov: se infatti devono impedire che un essere umano “riceva danno” a casa del loro mancato intervento, e se consideriamo (com’è ragionevole) un danno anche la perdita di un possibile beneficio, i robot dovrebbero continuamente starci fra i piedi e obbligarci a fare quello che secondo loro è il meglio per noi.


In linea di principio i robot dovrebbero intervenire e interferire nelle nostre vite molto di più di quanto non avvenga nei racconti di Asimov: se infatti devono impedire che un essere umano “riceva danno” a casa del loro mancato intervento, e se consideriamo (com’è ragionevole) un danno anche la perdita di un possibile beneficio, i robot dovrebbero continuamente starci fra i piedi e obbligarci a fare quello che secondo loro è il meglio per noi.


Figuriamoci, allora, i problemi che si creano col sostituire agli essere umani la nozione astratta di “umanità”: qui non basta una regola d’azione per decidere il da farsi, è obbligatorio avere una teoria morale sul bene e sul male. La strada più semplice potrebbe essere quella di dotare i robot di un’etica utilitarista, benthamiana, che cerca di conseguire il maggior bene per il maggior numero possibile di persone, ma anche l’etica più rozzamente utilitarista avrebbe i suoi problemi concettuali da risolvere: come stabilire una misura del “bene” intersoggettiva? come risolvere il possibile dilemma fra massimizzazione del bene e giustizia, ovvero come distribuire il bene? Ci sono questioni insomma che vanno ben oltre la difficoltà di prevedere tutte le possibili conseguenze di un piano d’azione e che quindi non si possono aggirare tramite l’espediente della psicostoria.

Sarebbe tutto molto più semplice se l’umanità non fosse solo una nozione astratta, o solo una semplice somma di esseri umani, ma un’unica e concreta entità, un po’ come un corpo umano non è solo la somma delle cellule che lo compongono. Ispirandosi alle teorie olistiche e vitaliste dello scienziato inglese James Lovelock (l’ipotesi Gaia) Asimov va oltre e immagina addirittura l’esistenza di un pianeta – chiamato appunto Gaia – che in realtà è un unico organismo vivente, dotato di una coscienza collettiva, cui partecipano tutte le rocce, le piante, e gli animali, oltre che naturalmente gli esseri umani. Ogni entità partecipa in proporzione alla sua intelligenza: essendo quella delle rocce molto limitata, cioè, esse singolarmente non danno un grande contributo alla coscienza di Gaia, ma compensano questo deficit in virtù della loro massa complessiva, che è molto maggiore di quella di tutti gli animali o piante. In questo modo si realizza una certa “giustizia” laddove ogni organismo contribuisce in maniera equa alla coscienza del superorganismo. Non troppo sorprendentemente, apprendiamo alla fine del Ciclo che pure Gaia è stata creata dal Demiurgo Daneel Olivaw, nell’ambito di uno dei suoi esperimenti per decidere cosa diavolo fare dell’umanità.

Il Ciclo si conclude quando il protagonista, Golan Trevize, è chiamato a scegliere fra queste tre strade per il futuro della galassia: il modello liberista del laissez-faire, quello dirigista propugnato dalla Seconda Fondazione, o quello organicista di Gaia. Da notare che molto democraticamente una decisione che coinvolge migliaia di miliardi di esseri umani è lasciata a una sola persona, in quanto considerata di straordinario intuito. La scelta ricade infine su Gaia (quindi sulla trasformazione di tutta la galassia in un unico organismo vivente, che sarà chiamato Galaxia), cosa che oltre a rendere più facile per Olivaw l’applicazione della Legge Zero sembra avere il vantaggio di risolvere anche il dilemma etico rappresentato da un’umanità di burattini privi di libero arbitrio e di autodeterminazione. Ma è anche legittimo pensare che in realtà lo accentui, e che il modello sia addirittura un’estremizzazione del totalitarismo comunista (o fascista, a scelta) rappresentato dalla Seconda Fondazione, dove gli interessi dei singoli si dissolvono in nome di un unico e mostruoso Leviatano.

È probabile che avendo a disposizione qualche anno di vita in più – se non fosse stato ucciso dall’Aids – Asimov avrebbe aggiunto qualche altro capitolo alla saga. Naturalmente è impossibile sapere in che modo avrebbe ulteriormente continuato la sua storia (alcuni indizi fanno pensare che l’umanità sarebbe stata raggiunta e forse combattuta da forme di vita aliene), per quanto esistano in fondo delle leggi anche per la narrativa, che permettono di prevedere lo sviluppo di un racconto a partire dalle sue contraddizioni e tensioni interne e dalla necessità di risolverle. A me piace credere che Asimov sarebbe giunto a considerare anche Galaxia una soluzione eticamente insoddisfacente, e che alla fine si sarebbe arreso, avrebbe ucciso Olivaw e lasciati liberi gli esseri umani di decidere cosa è meglio per loro.

di Erik Boni


Erik Boni, nato nel 1972, laureato in filosofia, studioso di archivistica, impiegato presso una prestigiosa biblioteca italiana, ha una passione per le idee libertarie che di solito cerca di comunicare tramite un blog L’albero di maggio.
Immagini (c) Wikimedia, Michael Whelan

1 comment on “Utilità e danno della psicostoria (Isaac Asimov e il controllo sociale)

  1. Michele R

    Gli esseri viventi sono tutti indotti a conservare la prorpia esistenza in uno sforzo continuo. E’ naturale che poi arriva l’uomo con la sua coscienza razionale e si preoccupa di trovare tutte le soluzioni per allontanare il maggiore dei problemi, la morte. Così si preoccupa di conoscere il futuro per renderlo migliore e immagina di avere dei servitori artificiali che lo aiutino a limitare al massimo ogni danno. Ma così dimentica di conoscere se stesso e tutto quello che di non razionale c’è in lui. Mi piace l’ipotesi Gaia presentata in questo modo perchè apre alla psiche umana e non solo la possibilità di sopravvivere ma in un senso del tutto diverso da quello tradizionale. Tutto questo forse non c’entra una fava con le intenzioni dell’autore dell’articolo, ma è ciò che l’articolo mi ha fatto pensare.

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