L’assurda educazione artistica di Rubino

Il poeta e disegnatore sanremese è stato un innovatore, un precursore del fumetto, del libro illustrato e della narrativa strana e macabra. Non bisogna dimenticarlo.


 in copertina un’opera di antonio rubino

di Alessia Dulbecco

Ci sono autori che la storia ha considerato meno: si tratta in particolare di artisti che si sono cimentati in più campi e con più stili, o chi ha cercato di assecondare la propria poetica quale che fosse, non ricercando, in definitiva, altro che se stessi.

È il caso di Antonio Rubino, disegnatore, poeta, illustratore e scrittore per l’infanzia, celebre per le copertine de Il giornalino della domenica e per essere stato tra i fondatori de Il corriere dei piccoli. Nato a Sanremo nel 1880, Rubino cresce in un contesto culturale borghese, che lo porterà a studiare giurisprudenza – nonostante le sue capacità artistiche, di autodidatta, siano documentate fin dalla più tenera età – per poi abbandonare questa scelta in favore dell’arte. È Rubino stesso a descrivere i vari cambiamenti della sua vita, sottolineandone la naturalezza: «la mia carriera giuridica diventò una carriera letteraria e la mia carriera letteraria si confuse con la mia carriera artistica in modo perfettamente logico, senza soluzione di continuità. Seguivo, evidentemente la mia natura, senza opporre alcuna resistenza».

Seguendo la propria vocazione, Rubino incontra la poesia, l’arte, la pubblicità, la letteratura per l’infanzia, il fumetto e il cortometraggio d’animazione riuscendo a mettere in contatto forme artistiche apparentemente distanti. Le sue opere, se adeguatamente considerate, restituiscono l’immagine di una personalità complessa, poliedrica, che ha fatto dell’autoironia e del gioco del doppio la propria cifra stilistica.

Per quanto il suo nome appaia strettamente legato al mondo dell’infanzia, le prime produzioni di Rubino sono in realtà rivolte agli adulti. In esse – come ad esempio nelle illustrazioni per l’Albatro di Colantuoni, negli ex libris per i professionisti o nel suo capolavoro del 1911, Versi e Disegni, – traspare il grande influsso del Simbolismo, della Teosofia, degli stili Liberty e Art decò.

Versi e disegni rappresenta non solo la prima opera che introduce Rubino nel panorama degli artisti riconosciuti, ma anche quella che darà avvio alla sua ricerca stilistica. Come fa notare Alligo: «i versi hanno un pronto corrispettivo visivo, mentre agli sberleffi poetici fanno eco ghiribizzi figurativi di allucinante, sarcastica personalissima e graffiante invenzione grafica». In quest’opera la sonorità del linguaggio poetico, racchiuso in cornici di arabeschi decò, evoca qualcosa che si materializza nei suoi disegni. Così, dai versi emerge quello che Viglioglia descriverà come «uno zibaldone, un delirio di figure ora rassicuranti ora macabre e mostruose, un viluppo umano, animale, vegetale; uno sguardo su un universo parallelo, su una natura impazzita».

Gli elementi tipici degli stili che dominano i primi anni del Novecento – le linee morbide del Liberty, le geometrie dell’Art decò e soprattutto l’ossessione tanatologica che emerge dal simbolismo, proprie di tutte le sue illustrazioni dei primi del Novecento – diventeranno il tratto distintivo di tutta la sua poetica, anche di quella destinata all’infanzia. 

Oggi, abituati a prodotti per l’infanzia edulcorati, viene difficile pensare che un autore così attratto dal tema del macabro orienti successivamente la sua produzione al mondo dell’infanzia. In realtà, assumendo su di sé la lezione dei fratelli Grimm, di Perrault, di Collodi e molti altri, Rubino pone in gran parte delle sue opere destinate ai bambini precisi riferimenti all’orrorifico. Ne possiamo ritrovare validi esempi sia nelle copertine che nelle strisce: tra le prime possiamo citare quella pubblicata nel 1907 su Il giornalino della domenica, dove un rospo dalle sembianze umane suona un’arpa fatta di ossa, guardando la luna che si specchia nel mare. Nelle copertine, la vena caricaturale è sempre ben visibile come ad esempio quella in cui si autoritrae nei panni di “omettino”, che cammina spavaldo nei suoi abiti eleganti reggendo un portamine da cui pendono cinque sonagli. Il personaggio rappresentato è un illustratore e i sonagli rimandano simbolicamente alla sua follia; Rubino si presenta così ai bambini, come un disegnatore sorridente, autoironico, fuori dagli schemi.

Relativamente alle strisce, invece, un esempio interessante è costituito da Pierino, il primo personaggio di Rubino presentato sul Corriere dei piccoli nel 1909. Si tratta di un bambino che in tutti i fumetti cerca di disfarsi di un piccolo burattino che lo tormenta. Lo vende, lo regala, lo butta nel fiume ma “l’odiato burattino” trova sempre il modo di tornare a affliggere il malcapitato. Molti studiosi delle opere del sanremese hanno cercato di fornire spunti di riflessione rispetto alle simbologie in esse contenute. Secondo Faeti si può rintracciare «un fondo di sottile cattiveria, un insinuante riflesso di quel sedimento favolistico fatto di streghe buttate nel forno, di vecchi e deformi, derisi e umiliati, che sempre accompagna letteralmente l’infanzia».

Fin da questa prima pubblicazione destinata all’infanzia riappare la volontà, già espressa in Versi e disegni, di portare il codice visivo ad acquisire pari dignità di quello narrativo. Ciò rappresenta una grande novità considerando che all’epoca di Rubino il linguaggio verbale rappresentava quello più autorevole a cui quello iconico era subordinato. Non è un caso che Benedetto Croce, nel 1902, descrivesse come “impura” l’arte destinata ai bambini, che a causa della loro immaturità non avrebbero potuto approcciarsi all’arte vera. È possibile ipotizzare che questo pregiudizio abbia condizionato molto la ricezione dell’autore sanremese che ha raggiunto una certa fama nel corso della sua vita ma poco longeva. Le sue illustrazioni differiscono dai cartoon americani perché non include i baloon (per lui diseducativi) ma versi ottonari in rima baciata. La fruizione del contenuto iconico e verbale produce, secondo il suo intento, un gioco multimediale che consente al fruitore di diventare attore protagonista scegliendo liberamente di focalizzarsi sull’uno o sull’altro codice, secondo tempi e modalità diverse. In questa precisa scelta stilistica, che non lo abbandonerà per tutta la sua carriera, si può ravvisare la logica pedagogica che lo anima, quella dell’insegnare giocando, cercando una pacifica mediazione tra l’estrema creatività perturbante delle immagini e il buonsenso e la sottile ironia delle parole. 

L’intreccio tra contenuto iconico e verbale è così forte che Albertelli lo commenta così: «leggetele, e vi sembrerà di guardarle. Cambiate una parola ai versi e qualcosa non coinciderà più nei disegni. Togliete un ricciolo al disegno e nei versi una parola sembrerà fuori posto».

Nel corso della sua trentennale esperienza all’interno del Corriere dei piccoli, Rubino crea un’infinita varietà di personaggi, poco longevi. Il sanremese è animato da una forte creatività e come fa notare Bertelli «i suoi personaggi vivono per quel tanto che lo stuzzicano nell’invenzione e nella proposta curiosa; quando rischiano di diventare un condizionamento li abbandona senza rimpianti rimpiazzandoli con altri (…) così da ampliare e affollare un eccezionale universo».

Le strisce della sua prima esperienza al Corriere sono brevi e hanno come protagonisti personaggi ambivalenti: bambini alla ricerca della propria identità in un mondo difficile, adulti spesso assenti e irresponsabili.

In questo senso, Quadratino costituisce l’emblema perfetto. Rubino elabora il personaggio che lo consacrerà al successo in seguito alla lettura di una poesia di Franco Bianchi “La tragica istoria del Triangolo e del Quadrato”, immaginando le (dis)avventure di un bambino che, a causa delle sue continue marachelle, finisce ogni volta per “cambiare testa” assumendo una forma diversa. È solo, Quadratino, anche se circondato da donne (mamma Geometria, nonna Matematica, l’aia Trigonometria) che entrano in scena solo per riportarlo, forzatamente, alla forma originaria. Le figure adulte, impeccabili nei loro abiti eleganti, spesso sedute su scranni imponenti, appaiono distanti dall’incompletezza del bambino, che lo porta a mettersi alla prova e a rimanere incastrato nei limiti imposti dalle regole a cui le donne lo riconducono forzatamente. Con Quadratino, Rubino si trova a muovere i primi passi nel mondo del protofumetto e forse non è impensabile ipotizzare che le avventure del suo celebre personaggio alludano alla sua fatica autoriale di “far quadrare il cerchio della narrazione”, nel difficile equilibrio di immagini e parole.

Oltre al tema degli adulti, un altro argomento affrontato dall’illustratore è quello della scuola che compare soprattutto nelle vicende di Pino e Pina e di Caro e Cora. 

Pino e Pina sono coevi di quadratino anche se la loro storia segue un’altra trama. A differenza del monello dalla testa quadrata, i due bambini, speculari in tutto – dagli abiti alle pose che ricordano quelle dei burattini – tentano ogni giorno di arrivare puntuali a scuola, senza mai riuscirci. Lungo il tragitto che da casa li conduce all’istituto, i bambini si lasciano distrarre dalla quotidianità e l’ossessione del tempo (ben rappresentata dalla sovrabbondanza di orologi e sveglie nelle ambientazioni domestiche) lascia spazio alle loro avventure. Le vicenda dei due gemelli si ripete costante anche negli anni ‘20, quando Rubino recupera i personaggi riproponendoli con uno stile che ricorda i cartoon americani di quegli anni. Nei nuovi episodi, i bambini non si scontrano più solo con il cancello chiuso della loro scuola, ma anche con il Maestro Anacleto e la bidella Argia, cui compete il compito di punirli, sospendendoli o rimandandoli a settembre. Non è difficile desumere da queste avventure il pensiero di Rubino sulla scuola: nonostante all’epoca fosse presentata come una sorta di istituzione irreprensibile, per l’autore assomiglia più ad un involucro vuoto, in cui le figure adulte hanno un ruolo punitivo, incapaci ad aiutare i più piccoli a costruire un percorso diverso, personale. Richiamando anche la sua infanzia trascorsa in larga parte con nonno nei boschi di Bajardo, nell’entroterra sanremese, e le teorie del contemporaneo Steiner, anch’egli teosofo, l’illustratore ritiene che la scuola debba essere altro. Un luogo aperto, che permetta al bambino di esprimersi e sperimentare attraverso esperienze concrete e il contatto con la natura. In questo senso, gli adulti presenti in Caro e Cora sono molto diversi da quelli fino a qui incontrati. I due bambini fanno esperienza concreta nella scuola “Sole e Aria” del dottor Zaccaria e si formano grazie al contatto con la natura che non li risparmia da piccoli catastrofi, come il finir nel fiume o il fare indigestione di more. Nonostante tornino a casa inzaccherati, doloranti o addirittura dentro una botte, il loro padre, non più distante dai processi educativi dei suoi figli, rinnova la volontà di iscriverli a quella scuola. 

A Rubino non piace avere come interlocutori bambini passivi, inoltre, come fa notare Calvino, l’illustratore «aveva capito che i piccoli vogliono apprendere a modo loro e che non imparano dalle lezioni, ma dalle cose». Forse anche per questo nel 1922 accoglie con grande entusiasmo la proposta dell’Istituto Editoriale Italiano di realizzare un ausilio educativo creando, con uno degli ossimori che hanno fatto la celebrità del sanremese, La scuola dei giocattoli. Rubino dà vita, con almeno una cinquantina di anni di anticipo, ai precursori dei libri-giocattolo realizzando una sorta di struttura di cartone – la scuola, appunto – in cui i sei libri che compongono il progetto si possono collocare nelle sue “porticine” trasformandosi in pupazzetti vigili che accolgono simbolicamente il bambino all’ingresso. Il libro diventa un oggetto che educa il piccolo lettore attraverso le immagini, le storie narrate e la manipolazione stessa delle pagine.

Per quanto le sue idee e i suoi personaggi si discostino dalle tendenze pedagogiche del suo tempo accogliendo solo quelle più audaci (come appunto quelle di Steiner) la sua carriera non sarà priva di scivoloni, come quando accetterà di collaborare per due anni a Il balilla, raccontando le avventure di Lio, balillino della prima ora. La collaborazione durerà poco per via di “incompatibilità ideologiche” con cui gli organi di partito lo inviteranno a ritirarsi, forse facendogli inavvertitamente un regalo, dato che, come molti studiosi hanno sottolineato, si trattava di “una serie di circostanza, dal ridotto spessore iconografico”.

Per quanto la sua adesione al fascismo debba essere riconosciuta (traspare chiaramente da alcuni carteggi con l’editore Bemporad e dalla riproposta del medesimo format negli anni ‘30, di nuovo sul Corriere) bisogna sottolineare che la sua concezione – dell’infanzia e della vita – fosse indubbiamente lontana da quell’universo. Ne è un esempio la sua opera per l’infanzia più famosa, Viperetta, che fa di Rubino nuovamente un precursore, questa volta del picture book. Si tratta di un romanzo di formazione, che Rubino declina come il trovare la propria forma attraverso un lavoro di mediazione tra tendenze opposte. Viperetta nasce in un contesto asfittico, borghese, da una coppia che preferisce farsi dispetti piuttosto che collaborare. È una bambina rabbiosa, indipendente, e i demoni capricciosi che ne abitano i tanti riccioli scuri la sollevano letteralmente fino alla luna. Qui comincia la sua avventura incontrando personaggi bizzarri, dal re Plenilunio al Principe Lunotto che si innamora di lei, fino a Paolotta che diventerà la sua prima amica, permettendo alla bambina di uscire dall’egocentrismo tipico dell’infanzia e crescere diventando empatica nei confronti di questa bimbetta un po’ sottomessa che, diversamente dalla protagonista, sa dire solo sì. Viperetta, che era sfuggita fin sulla luna, può quindi tornare sulla terra consapevole che la propria autonomia si può conquistare solo in questo mondo, ritagliandosi uno spazio di libertà nella propria identità personale. Di nuovo, Rubino compie un’innovazione, mettendo al centro del proprio volume più bello una bambina (fatto raro per l’epoca) concedendole inoltre il lusso di provare quelle emozioni negative, per lo più precluse alle femmine a causa di un’educazione profondamente stereotipata. L’ambientazione lunare delle tavole che chiudono ogni capitolo rimandano a quell’atmosfera macabra e misteriosa che ha caratterizzato tutta la produzione artistica di Rubino.

L’autore sanremese merita di essere recuperato ed esplorato alla luce delle innovazioni di cui fu portatore, non da ultima la creazione del primo cortometraggio d’animazione, Nel paese dei ranocchi, vincitore al Festival del Cinema di Venezia nel 1942. Si tratta di un breve racconto di formazione, con un’ambientazione a tratti art decò, piena di personaggi bizzarri e un po’ paurosi, di un ranocchio che, diversamente dagli altri girini nati insieme a lui, non riesce a perdere la coda.

In definitiva, tutte le opere dell’illustratore e poeta sono animate da una profonda vena giocosa, che esclude dalla propria narrazione quegli aspetti edulcorati o buonisti che per molti anni sono stati propinati ai bambini, proponendo al contrario contenuti critici in grado di esprimere la sua poetica. Nell’ultima opera pubblicata, tra gli ossimori e giochi di parole che compongono il suo curriculum ridiculum, l’autore stesso ci restituisce il senso della sua vita: «Se io sono poeta e pittore non ne ho alcuna colpa e non né ho merito alcuno; sono nato così, non so neanch’io perché. Non ho fatto altro, durante i miei settantasette anni di vita, che seguire la mia sorte. Il mio motto è stato sempre questo: Sequor natura meam».

Rubino, dunque, asseconda la propria natura offrendola sottoforma di racconti e storie ai suoi piccoli lettori: in esse i bambini non troveranno contenuti edulcorati o asfittici ma un invito ad una formazione autentica, che non disdegna il macabro e la follia, in grado di considerare i bambini come parte attiva del processo educativo.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza.

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