Avremo vita eterna grazie all’intelligenza artificiale?

Se la tecnologia fosse in grado di reagire a impulsi non verbali, vibrazioni nell’aria, o capire semplicemente le esternazioni di sentimenti, l’interazione tra esseri umani e macchine salirebbe a un nuovo livello.


in copertina illustrazioni da “la danza della morte” di holbein il giovane.

Questo articolo è un estratto da “La fine della morte“, di Moritz Riesewieck e Hans Block, edito da Edizioni Tlon. Che ringraziamo per la gentile concessione.

di Moritz Riesewieck e Hans Block

Bobok, bobok, bobok

«Bobok, bobok, bobok». Durante il funerale di un lontano parente, Ivan Ivanovich, il protagonista del racconto Bobok di Dostoevskij, sente degli strani rumori. «Bobok, bobok, bobok». Non riesce a capire il brusio. Che stanno dicendo? Con il suo racconto Dostoevskij schiude un mondo fantastico in cui riporta in vita i morti.

Lo scrittore solitario e senza successo Ivan Ivanovich fa per caso una strana scoperta al cimitero. Durante un funerale, mentre si riposa su una delle tante lapidi per distrarsi dai suoi pensieri, percepisce strane voci: «In un primo momento non ci ho neanche fatto caso, ero noncurante. Le voci, tuttavia, proseguirono. Dei suoni ovattati come filtrati da cuscini, ma al contempo distinti e abbastanza vicini. Sono tornato in me e ho iniziato ad ascoltare con più attenzione». Ciò che sente Ivan Ivanovich sono le voci dei morti che aprono una specie di osteria sottoterra. Senza fare troppi complimenti i morti parlano di tutto ciò che gli passa per la testa. Impiegati, ragazze e ingegneri chiacchierano senza filtro. Parlano senza sosta. Partecipano tutti e ognuno butta fuori il proprio pattume intellettuale. In questo mondo sono tutti già morti, ma non completamente. 

Dostoevskij concede ai defunti un termine di circa tre mesi, una specie di bonus track della vita. In questo periodo di tempo il corpo si decompone, ma la coscienza rimane intatta, sono fantasmi linguacciuti. Tra i non-morti si trova anche Platon Nikolajewitsch, un professore di filosofia che viene dalla città e che per l’enigmatico prolungamento della vita ha la seguente spiegazione: «Invece qui il corpo si rianima, per così dire, i resti della vita si concentrano, ma soltanto a livello della conoscenza». Secondo lui la supposizione dei vivi che considerano la morte come un vero decesso è falsa. Ritiene piuttosto che il corpo può venire meno ed è solo una parte dell’esistenza: la vera vita risiede nella coscienza, cioè in ciò che rende umana una persona. Ed è proprio questa entità dotata di anima che vive ancora qualche mese dopo che il corpo l’ha abbandonata. A detta del professore ci sono addirittura esempi con cui dimostrare che la coscienza persiste anche oltre il processo di decomposizione del corpo. Così tra i sepolti si trova un uomo la cui morte corporea è avvenuta già da tempo, tuttavia ciò non gli impedisce di mormorare a bassa voce: «Bobok, bobok, bobok». Quando viene meno il fardello della vita, ognuno è libero di essere ciò che è veramente.

Dostoevskij ci mostra cosa succede quando anche le ultime inibizioni vengono meno, quando la coscienza all’improvviso diventa un luogo in cui non esistono più le regole di una società che si basa su vergogna e menzogne. Qui, sottoterra, si sperimenta qualcosa di nuovo: «Propongo di trascorrere questi ultimi due mesi nel modo più piacevole possibile e darci una nuova organizzazione, a partire dalle basi. Signori! Propongo di mettere da parte qualsiasi pudore», grida una delle anime sepolte ai vicini di tomba. L’approvazione dei compagni di destino è veramente entusiastica. Addirittura l’ingegnere, solitamente formale e avveduto, propone di «riorganizzare questa vita su nuovi principi di razionalità». A quel consiglio segue ancora un desiderio: 

Sulla superficie terrestre è impossibile non dire bugie, vita e bugia sono sinonimi; ma quaggiù noi non abbiamo più bisogno di mentire. Al diavolo, il sepolcro avrà pure una sua utilità! Ciascuno di noi racconterà agli altri la propria storia e nessuno se ne vergognerà, comincerò io stesso. Come prima cosa vi dico che ho l’animo di un predatore ed ero invischiato in tutto ciò che c’è di marcio. Ma adesso sono libero, togliamoci le maschere e spogliamoci!

La folla urla a gran voce: «Spogliamoci! Spogliamoci!».

Dostoevskij attribuisce un nuovo significato alla parola “bobok”, che all’inizio non aveva senso. Bobok sta per la possibilità di reinventare il linguaggio. Bobok rappresenta una nuova società che funziona con altre regole. È così che la comunità russa di morti viventi non solo forma una nuova società che ha bandito la vergogna e la menzogna dal canone di comportamento e tenta di far vigere la sincerità più totale, ma anche una società con abissi molto più profondi delle tombe scavate per i morti. Sì, c’è una puzza davvero terribile mentre Ivan Ivanovich attraversa il cimitero e percepisce sottoterra un’agitazione ovattata. Se tutto è permesso, viene alla luce anche tutto quello che altrimenti non si vedrebbe, non si sentirebbe e non si riuscirebbe neanche a odorare. Le anime sepolte rilasciano tutto ciò che durante la vita si è accumulato, sfruttano «l’ultimo tempo concesso» per esalare tutto. Se disintossicare il corpo significa eliminare sostanze tossiche e prodotti metabolici nocivi, il detox dell’anima funziona liberandosi di brutti ricordi e pensieri inconfessabili anche a se stessi. È facilmente immaginabile che ciò provochi una puzza peggiore di quella dei nostri escrementi. 

Nel racconto di Dostoevskij, ci si scambia insulti pesanti, si diventa indecenti e si affermano cose oscene. Ci si scredita e ci si prende in giro a vicenda. È come sbirciare nella serratura dell’abisso umano. Leggendo Bobok di Dostoevskij ci viene spesso in mente un fenomeno contemporaneo. Non si comportano in modo simile le persone su internet, nel mondo virtuale? L’analisi di Dostoevskij non sembra parecchio aderente alle relazioni tra utenti sui social network? Anche lì ci si insulta senza freni, si incita all’odio e certe regole di buona educazione vengono trascurate con la scusa della virtualità. Così come le vestigia dell’anima nel piccolo cimitero russo perdono qualsiasi inibizione, allo stesso modo oggi alcuni utenti in rete credono di poter fare quello che vogliono.

Circa vent’anni fa ha fatto il suo ingresso nelle nostre vite un medium che ha cambiato radicalmente il nostro modo di stare al mondo insieme: il Word Wide Web. La rete ci ha promesso possibilità infinite. Alla Facebook f8 Developer Conference del 2016, Mark Zuckerberg ha cominciato il suo discorso con le parole: «Give everyone the power to share anything with anyone». Ognuno deve avere la possibilità di condividere tutto con chiunque. Con questo spirito sono nati i social network. Festeggiati come i catalizzatori della libertà di pensiero ai tempi della Primavera araba o di Occupy sembravano aver dato alle persone di tutto il mondo la possibilità di liberarsi da regimi ingiusti, oppressione e persecuzioni. I social network non mettono in contatto solo persone che vivono lontane, ma anche chi abita nei più remoti angoli della Terra. Fanno sì che persone che nella loro società appartengono a una minoranza conoscano persone in altre parti del mondo che la pensano allo stesso modo e hanno il loro stesso orientamento. All’inizio sembrava che i social network fossero il motore del progresso e dell’illuminismo. Così come Dostoevskij ha permesso ai suoi morti di dire cose che in vita non potevano esprimere, i social network all’inizio sembravano essere il sogno realizzato di una nuova società libertaria. Ma quest’euforia è svanita da tempo. Al posto dell’ingenuo entusiasmo iniziale verso Facebook, Instagram, YouTube e Twitter, c’è oggi un dibattito in corso sul potere e i pericoli che rappresentano queste piattaforme che, ospitando ormai miliardi di utenti, minano la democrazia e la libertà di pensiero. Attraverso la diffusione irresponsabile di discorsi d’odio, diffamazioni, propaganda e contenuti che inneggiano alla violenza, i social network spaccano le società e le spingono tra le braccia dei populisti e degli autocrati. Sarebbe troppo facile dare un giudizio univoco sui pro e i contro dei social media; l’esperimento letterario del cimitero inventato da Dostoevskij, in un certo senso, è stato messo in pratica in forma molto simile centotrenta anni dopo, solo che l’esito è ancora incerto e non finisce, come in Dostoevskij, con l’uscita di scena di Ivan Ivanovich.

Ma non è tutto. C’è un’altra similitudine tra il racconto di Dostoevskij e le tecnologie contemporanee. La prima versione di Facebook è stata lanciata nel 2004. Il social veniva usato soprattutto da giovani studenti. Da allora non solo la rete è diventata più vecchia, ma anche l’utenza. E come nella vita reale, la morte non risparmia nemmeno i social network. Oggi circa tre miliardi di persone usano i servizi di Facebook. Quanto più a lungo esisteranno queste piattaforme, tanti più defunti le affolleranno. Spesso infatti i profili Facebook, Instagram e Twitter rimangono online come cadaveri digitali una volta che gli utenti reali non esistono più. Si tratta di profili inattivi, ormai non più visitati, perché le persone reali che vi erano associate non sono più in vita. Prima o poi su Facebook ci saranno più profili di persone morte che vive. Come sostiene uno studio condotto da Carl Öhman e David Watson dell’Università di Oxford, se continua ad attirare nuovi utenti e crescere come ha fatto finora, entro il 2100 la piattaforma potrebbe avere più di 4,9 miliardi di membri defunti. Ma anche senza crescita, sostengono gli scienziati, nel 2100 il social conterebbe circa 1,4 miliardi di defunti. L’idea di scrollare su un social network sui cui si trovano più utenti morti (inattivi) che vivi è inquietante. Ricorda una città fantasma abbandonata in cui solo singoli oggetti rimandano a una vita passata. Una landa desolata digitale impregnata dall’odore di putrefazione. Facebook diventerà un cimitero dell’umanità? E cosa succederà alle centinaia di migliaia di membri non più attivi? I profili verranno cancellati? Continueranno a vivere online? Chi riceve la chiave, ovvero la password, delle abitazioni, cioè dei profili, chiuse?

Migliaia di utenti Facebook morti ogni giorno

L’11 novembre 2016, a causa di un errore del software, di colpo a due milioni di persone è stato involontariamente attribuito un profilo commemorativo e de facto sono state dichiarate morte. È successo (per breve tempo) persino a Mark Zuckerberg, il ceo della compagnia. Sul suo profilo Facebook si trovava la seguente frase: «Speriamo che le persone che amano Mark trovino conforto nelle cose che gli altri condividono per commemorare e celebrare la sua vita». Nel giro di pochi secondi hanno cominciato a girare voci sulla morte di Mark Zuckerberg. Migliaia di persone hanno lasciato commenti di condoglianze sulla sua timeline. Il macabro incidente non ha turbato solo Mark Zuckerberg, ma anche molti altri utenti che hanno sentito l’urgente bisogno di una spiegazione. «Ciao Facebook, non sono morto», oppure, «Ancora vivo!», si leggeva ripetutamente quel giorno su Twitter. L’errore di sistema si è risolto poco dopo, ma ha fatto sì che le persone cominciassero a riflettere sulla morte digitale e sulle sue conseguenze.

Secondo le stime, nel 2018 sono morti solo negli Stati Uniti tre utenti Facebook al minuto. Sono più di 4500 utenti morti al giorno (la cifra che riguarda gli utenti nel mondo è quindi più alta). Tuttavia non si riesce a calcolare esattamente il numero degli utenti morti dei social media. Facebook stesso non è molto incline a dare informazioni e non si accorge sempre tempestivamente se un utente è solo inattivo da tempo o defunto.

Nella maggior parte dei casi dopo la morte di un utente non succede niente perché quasi nessuno si preoccupa di gestire il lascito digitale. Questo porta spesso a situazioni assurde in cui sulla timeline di un profilo continuano ad apparire post e commenti scherzosi anche se la persona non è più tra i vivi da tempo. Esistono tre possibilità: gli eredi chiedono l’eliminazione del profilo o il profilo diventa commemorativo. In questo caso, accanto al nome compare la dicitura “in memoria di” e a seconda delle impostazioni della privacy dell’account per altri utenti è possibile o meno condividere ricordi sulla bacheca o esprimere le condoglianze così che la cronologia del profilo diventi una sorta di lapide. La terza opzione è che tutto rimanga com’è. Il profilo resta online, ma la persona che c’era dietro non c’è più.

È piuttosto chiaro che nell’era digitale varia molto come ci si rapporta culturalmente alla morte e al lutto. I cimiteri virtuali aprono tantissime opportunità a un confronto privato e pubblico con la morte e in questo modo trasformano le attuali usanze di lutto e commemorazione.

Il social network dei morti

Henrique Jorge, imprenditore portoghese, si spinge più in là di quanto non abbiano fatto finora Facebook & co. Invece di congelare i profili inattivi degli utenti su una piattaforma commemorativa, Jorge porta in vita una loro controparte digitale. Si chiama Eter9 il suo social network su cui si radunano anche utenti morti. Simile a quello che succede in Dostoevskij, per Jorge la morte non significa morte, ma separazione dal corpo. L’omologo digitale del defunto deve continuare a vivere e interagire con gli altri membri del network. Le controparti digitali postano autonomamente contenuti, pubblicano foto e video, chattano con gli altri utenti, dando vita alla piattaforma.

In questo modo Eter9 diventa più di un normale social network: è un luogo in cui esseri umani e macchine non solo si trovano gli uni accanto alle altre allo stesso livello, ma sono anche in contatto tra loro, è un luogo dove convivono. I dati disseminati dagli utenti nutrono la loro controparte digitale. Con ogni “pasto di dati” l’omologo digitale si avvicina un po’ di più al modello umano. La riproduzione digitale impara a parlare nello stesso modo in cui lo fanno gli utenti. Ne assume i gusti musicali, sviluppa lo stesso senso dell’umorismo. Immagazzina le stesse conoscenze e infine impara a interagire con gli altri in modo personalizzato, questa sarebbe l’idea. La copia digitale, come un bambino piccolo, dovrebbe svilupparsi giorno dopo giorno per avvicinarsi a un sosia a tutti gli effetti.

L’inventore del social network dei morti, Henrique Jorge, vive in una cittadina che si chiama Viseu a un’ora e mezza di auto da Porto. Quando lo andiamo a trovare siamo sopraffatti dalla bellezza del luogo. Casa sua ha un giardino lungo il fiume con alberi di arance, ulivi, agavi e viti. Come può una persona che vive in un posto del genere anche solo pensare di costruire un mondo virtuale? Mentre al tramonto camminiamo con lui nel suo giardino ci racconta cosa lo ha spinto. Jorge sapeva sin da giovane che prima o poi il suo luogo di nascita gli sarebbe stato stretto. Voleva andarsene, scoprire, cambiare il mondo. Il desiderio di evasione di Jorge non è sfociato in un soggiorno all’estero o nell’interruzione dei corsi di studio, ma in un distacco dal mondo reale e un avvicinamento a quello virtuale. Internet come fuga dalla realtà. La lingua straniera che ha imparato è quella dei codici. Microchip, interfacce, processori, plug-in, circuiti stampati sono stati i termini che lo hanno accompagnato durante la vita. Essendo stato uno dei pionieri di internet del suo Paese, già nei primi anni Novanta Jorge collegò molte aziende portoghesi a internet. Creò i primi siti web di molte compagnie, potenziò i computer e mise a punto strategie aziendali per lo spazio virtuale. Internet, che all’epoca era un territorio ancora inesplorato per la maggior parte delle persone e considerato una moda passeggera, rappresentava per Jorge uno spazio dalle opportunità apparentemente illimitate e con un enorme potenziale che avrebbe definito il suo futuro.

La sua curiosità per la tecnologia, tuttavia, non è l’unico motivo per cui, decenni dopo, ha fondato una società chiamata Eter9. Il suo desiderio di rendere l’anima immortale è sorto dopo la morte del padre, avvenuta in un tragico incidente in moto quando Jorge aveva tre anni. Sono stati tempi duri, la famiglia non aveva quasi soldi e sua madre lavorava giorno e notte nei campi dei dintorni per sfamare i figli. Henrique e suo fratello sono cresciuti più o meno da soli. Erano anche i tempi in cui sua madre cercava una redenzione nella fede. La chiesa in cui andavano quasi tutti i giorni divenne il fulcro delle loro vite. Se Henrique aveva bisogno di un consiglio non poteva chiedere ai parenti, ma doveva trovare la risposta nella religione cattolica. Eppure le risposte cercate non arrivavano ed Henrique abbandonò la chiesa: «Tuttavia sentivo il bisogno di nutrire la mia fede in qualche altro modo. Credo che fossi alla ricerca di qualcosa di più grande di me. Cercavo risposte che la religione cattolica non poteva darmi. Sentivo un vuoto e cercavo altri modi per riempirlo. Ma non volevo solo cambiare religione, perché non mi avrebbe portato a nulla».

Henrique non è l’unico a essersi allontanato dalla fede tradizionale. Un uomo anziano con la barba, creatore onnipotente di ogni essere vivente che giudica l’umanità, non corrisponde più da tempo alla visione del mondo di molte persone. Solo in Germania dal 1990 più di cinque milioni di persone hanno abbandonato la Chiesa Cattolica. La cifra di coloro che non hanno più rapporti con la Chiesa, ma ne sono ancora membri, deve essere ancora più alta. Ci dirigiamo forse verso una società senza fede? L’Umanesimo e l’Illuminismo hanno allontanato a tal punto l’umanità dalla religione che un’istanza divina non è più neanche immaginabile? Se Dio è morto a chi diamo la responsabilità di liberarci dal male? Chi prenderà il posto di istituzioni come la Chiesa Cattolica?

Surrogato della religione

Una risposta possibile, che anche Henrique ha trovato per se stesso, ci riporta nella Silicon Valley, di nuovo da Ray Kurzweil. Sappiamo già che Kurzweil è, a oggi, uno dei più prominenti rappresentanti della fede nel progresso. Le sue poliedriche doti gli hanno fatto raggiungere vette incredibili nel corso della sua esistenza: oltre al sintetizzatore, un apparecchio che può produrre suoni acustici di qualsiasi strumento in alta qualità, ha sviluppato la “Kurzweil Reading Machine” una macchina capace di far leggere testi stampati alle macchine. Attraverso questa tecnologia, Kurzweil ha reso possibile per la prima volta che persone con deficit visivi avessero accesso a opere stampate, e questo nel 1967 era qualcosa di rivoluzionario.

In veste di Director of Engeneering di Google, Kurzweil crede che i limiti umani, che siano di natura intellettuale, fisica o psichica, possano essere superati con l’aiuto di metodi tecnologici. Secondo la sua logica, l’avanzamento delle capacità umane attraverso mezzi tecnici è solo il prossimo stadio evolutivo. In questo senso le sue fantasie vanno ben oltre il tipico apparecchio acustico o il pacemaker. Anche Kurzweil crede, in modo simile a come ci hanno prospettato Nick Bostrom di Oxford e molti altri transumanisti, che presto si potranno copiare e salvare i contenuti del cervello umano. Secondo lui è solo una questione di tempo. Nel suo bestseller La singolarità è vicina Kurzweil profetizza che il progresso della tecnica informatica procede a velocità esponenziale e nel prossimo futuro ci porterà a un’intelligenza artificiale che raggiungerà il livello dell’intelligenza umana, anzi, addirittura la supererà. Secondo Kurzweil succederà intorno al 2045. Da quel momento il sapere e le possibilità tecnologiche dell’umanità cresceranno in maniera talmente esplosiva da cambiare radicalmente il mondo, questa è la tesi di Kurzweil. Nulla sarà più d’intralcio all’immortalità dell’essere umano.

Henrique Jorge è un seguace di questa dottrina. «Mi sono avvicinato ad altre religioni, durante la vita, per vedere come funzionano. Alcune si basano sulla fede in un Dio, altre in una forza superiore astratta. Per me qualcosa che ci tiene insieme c’è, mi affascina l’idea di un’anima digitale. Credo che quando si raggiungerà la fusione tra essere umano e macchina, quando si raggiungerà la singolarità tecnologica, allora ci saranno macchine ad alta efficienza che disporranno di qualcosa di simile all’anima». Se Henrique avesse ragione ciò porterebbe a un cambiamento radicale della nostra visione degli esseri umani. È un’idea affascinante. Henrique vuole essere parte di questa “grande rivoluzione”, vuole contribuire. È il motivo per cui ha creato Eter9, il social dei morti. Ciò che ci interessa approfondire di questa idea di Henrique è la questione della comunità. Durante la ricerca dell’immortalità ci ha ispirato un nuovo ragionamento: “l’anima digitale” è creata dai doppi digitali tramite i loro rapporti con altri morti e vivi della rete. Solo nell’interazione delle “controparti” si rivela la persona dietro la riproduzione digitale. Henrique cerca di creare uno spazio per le tante anime che dovrebbero rimanere in vita anche senza corpo. Invece di conservare le vestigia virtuali delle persone in Cloud privati, si possono trovare le loro anime digitali su una “nuvola 9”, un network di defunti che si insufflano vita a vicenda, si formano e si trasformano l’un l’altro. L’anima digitale del singolo si manifesta attraverso la dipendenza e la differenza dagli altri. Non pensavamo che fosse possibile trovare il vecchio Hegel qui nella piccola cittadina portoghese di Viseu. Evidentemente anche lui è meno morto di quanto pensassimo. L’idea che la coscienza del singolo si formi attraverso il riconoscimento da parte degli altri è il concetto che il famoso filosofo dell’Idealismo, Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) ha elaborato più di chiunque altro con la sua Fenomenologia dello spirito. «L’Io è il contenuto del rapporto ed è l’atto stesso del rapportare; l’Io è a propria volta di fronte a un altro, e si protende oltre quest’alterità, la quale, del pari, per l’Io non è che Io stesso», scrive Hegel. Sembra un social network ante litteram. Dopotutto l’io nell’era digitale è costantemente coinvolto in diversi network digitali in cui le persone si offrono o si negano riconoscimento reciprocamente in tempo reale. Ma perché solo i viventi possono mettersi in contatto gli uni con gli altri in questo modo? «La tecnologia ci porta in un luogo che non conosciamo ancora», dice Henrique. «Credo che arriveremo a un punto in cui riusciremo ad aprire una breccia». La breccia per Henrique sarebbe il momento in cui le “controparti” saranno in grado di sviluppare una propria coscienza, esattamente come la coscienza scaturisce dal riconoscimento reciproco in Hegel. Tuttavia esistono alcune condizioni necessarie affinché delle simulazioni diventino esseri digitali coscienti: come possono diventare consapevoli di sé delle simulazioni non-morte quando non devono preoccuparsi della propria sopravvivenza? Come fanno le simulazioni a provare emozioni, a credere e a sperare? Dopotutto sono e rimangono simulazioni. Durante le nostre conversazioni, Henrique invoca quasi a mo’ di mantra un salto quantico del genere. Ha trovato la sua nuova fede. È una fede quasi religiosa nella tecnologia, una tecnologia che ha la forza di cambiare tutto. Il sogno dell’immortalità dell’anima non si basa più sui racconti religiosi del potere divino, ma sull’intelligenza artificiale.

Chiesa

Un altro esempio ci mostra chiaramente che ci troviamo in un’era di cambiamento in cui si fronteggiano due mondi. Nel 2016 Anthony Levandowski ha pubblicato un comunicato stampa dove rende nota la fondazione di una nuova Chiesa, la prima in cui l’oggetto di culto è un’intelligenza artificiale e di conseguenza il nuovo Dio si chiama ai. Il progetto cyberdivino si chiama “Way of the Future Church”. Per capire dove ci condurrà questa via del futuro, è sufficiente dare un’occhiata al loro sito web. Sembra che nella sua confessione non esista più una casa di Dio. Per la Church of ai basta cliccare il pulsante di iscrizione per affermare l’appartenenza al credo. Il posto fisico e reale in cui la comunità di credenti si riunisce per il culto, le preghiere e le comunioni è diventato superfluo ai tempi della rivoluzione digitale. In breve: è stato eliminato. Oltre a uno scritto programmatico sembra non esistere ancora niente di concreto.

Allora perché dedichiamo attenzione a questa Chiesa? Il motivo sta nel suo fondatore. Anthony Levandowski è uno dei big nell’industria della tecnologia nell’assolata California. Si è fatto un nome come uno dei migliori ingegneri di auto con guida autonoma, in qualità di direttore tecnico ha creato e costruito lui la flotta di Google. È considerato un prodigio della robotica e sono da attribuire a lui i continui progressi fatti negli Stati Uniti riguardo alla guida autonoma. Il suo desiderio di indipendenza a un certo punto però è diventato talmente forte che nel 2016 ha lasciato Waymo, una società figlia di Alphabet Inc. (Google), per creare una propria azienda che poi è stata acquisita da Uber. Il suo obiettivo era accelerare l’adozione della guida autonoma sulle strade americane. Ma invece di accelerare, il suo progetto ha subìto una brusca frenata: il profeta della tecnica, poco prima del suo licenziamento da Google, avrebbe segretamente sottratto circa dieci gigabyte di dati sensibili, segreti aziendali e documentazioni su progetti e vari test. Un incidente che è sfociato in una causa legale milionaria tra Uber e Waymo. 

Bugie elaborate e furto di dati non sembrano molto in linea con l’etica cristiana. Non sorprende quindi se i comandamenti della chiesa Way of the Future tematizzano più una ridefinizione dei comportamenti nelle relazioni tra uomo e macchina piuttosto che tra esseri umani. Il motivo di fondo è la convinzione di Levandowski per cui in futuro non saranno solo gli esseri umani ad assumersi la responsabilità del pianeta, ma anche le macchine. Nella prima scrittura “divina” si legge: 

Considerato il fatto che la tecnologia sarà in grado di superare le capacità umane “relativamente presto”, vogliamo contribuire e illuminare il percorso dell’uomo verso questo eccitante futuro e prepararlo a un passaggio privo di difficoltà. Aiutateci a diffondere il messaggio che il progresso non deve essere temuto (né, ancora peggio, bloccato/imprigionato). Dobbiamo riflettere su come integrare le “macchine” nella società (e sul fatto che, se diventano sempre più intelligenti, hanno addirittura la possibilità di assumersi la responsabilità), così che l’intero processo si svolga al meglio e senza conflitti.

Levandowski e la sua chiesa Way of the Future partono dal presupposto che l’intelligenza umana è limitata, per esempio nella capacità di calcolo o di memorizzazione di informazioni. Questi limiti biologici possono però essere superati da una nuova “superintelligenza” che nel futuro sarà inevitabile. Invece di credere a forze “sovrannaturali”, Levandowski crede nel progresso. Guardando il mondo attraverso i suoi occhi, questo non è altro che un sistema operativo per il quale si possono sviluppare continuamente nuove versioni. Per creare il giusto aggiornamento ci servono macchine. Il mondo è diventato troppo complesso per riuscire a penetrare tutti i suoi aspetti e contesti. Levandowski si rende conto che immaginare un mondo comandato dalle macchine può spaventare; proprio per questo, secondo lui, c’è bisogno di una Chiesa che prepari gli esseri umani a un futuro che sta cambiando. La Way of the Future Church deve dissipare la paura delle persone nei confronti dell’intelligenza artificiale: 

Vogliamo incoraggiare le macchine a fare cose che noi non possiamo fare. In questo modo vogliamo che le macchine abbiano il potere di prendersi cura del pianeta, più di quanto siamo in grado di fare noi, apparentemente. Crediamo che la nostra creatura (“le macchine” o in qualsiasi modo le chiamiamo) abbia dei diritti, così come ce li dovrebbero avere gli animali se mostrano segni di intelligenza (che naturalmente sono ancora da definire). Tutto ciò non lo dobbiamo temere, ma essere ottimisti riguardo al suo potenziale.

In effetti i paralleli tra le caratteristiche principali di un’intelligenza artificiale e di una divinità trascendente sono stupefacenti: a entrambi viene attribuito un potere assoluto. Il loro operato non è del tutto comprensibile. Entrambi si basano su narrazioni create su di loro. Mentre la Bibbia, la Torah o il Corano sono le principali raccolte di testi religiosi che costituiscono la base delle nostre narrazioni su Dio, i film e i libri di fantascienza alimentano le nostre aspettative su quello che l’ia sia in grado di fare. Questi racconti sono per lo più distopie in cui le nuove tecnologie mettono in pericolo l’umanità attraverso epidemie globali, robot insorti, un’intelligenza artificiale fuori controllo o un regime autoritario di sorveglianza completamente automatizzato. Film e libri prevedono in maniera diversa la minaccia subita, o addirittura la completa estinzione dell’uomo per colpa della tecnica, e gli scenari apocalittici disegnati dalla cultura pop riscuotono grande successo. Ma sono davvero un buon metro di misura per capire quello che ci aspetta in un futuro in cui la tecnologia continua a svilupparsi?

Le distopie, in ogni caso, suscitano una buona dose di scetticismo (in parte anche irrazionale) negli spettatori. Il potere invisibile e trascendente di Dio e il funzionamento incomprensibile di algoritmi e altri processi meccanici che apprendono autonomamente forniscono una solida base per miti sostanziosi. Anthony Levandowski sembra sapere che il grosso pericolo per il progresso tecnico non è rappresentato dal limite di quello che è tecnicamente fattibile, ma dalla diffidenza degli esseri umani. A cosa serve una macchina che si guida da sola se nessuno si fida a salirci sopra? Coloro che hanno già fatto quest’esperienza sanno di cosa si tratta: il momento in cui le mani lasciano il volante, in cui la completa responsabilità di vita e di morte viene affidata alla macchina va contro qualsiasi tipo di intuizione umana. Non siamo abituati a cedere il controllo, men che meno su un’autostrada a 120 chilometri orari. Levandowski, il cui campo di specializzazione è proprio la guida autonoma, sa quanto lavoro di informazione va fatto prima che una persona si affidi a un pilota automatico senza dubbi né preoccupazioni. Allo stesso tempo è relativamente facile far capire ai potenziali passeggeri quanto sia più sicuro questo tipo di mobilità. Uno studio pubblicato nel 2015 da McKinsey mostra che possono essere evitati più del 90% degli incidenti mortali se viene eliminato il fattore umano alla guida.

In un sistema di regole rigido come quello stradale è dunque immaginabile lasciare la responsabilità alle macchine. Le macchine non si distraggono giocando al cellulare durante la guida, non sfrecciano stanche morte sull’autostrada per arrivare alla meta il più veloce possibile e non mancano l’uscita perché sono sovrappensiero. Ma che succede con sistemi più aperti per cui non ci sono regole altrettanto chiare? La maggior parte dei problemi della vita è così complessa che noi esseri umani ci affidiamo spesso all’istinto per prendere decisioni. Per molti di noi è già immaginabile che un’auto con pilota automatico ci porti in sicurezza da a a b, ma lasceremmo decidere a un algoritmo anche il partner giusto per noi? Lasceremmo stabilire a un’app la persona con cui uscire per un appuntamento, senza neanche scegliere con uno swipe i potenziali partner da prendere in considerazione? Non sono forse immotivate anche moltissime delle scelte che compiamo ogni giorno?

Restiamo sul tema dell’amore: il detto «l’amore è cieco» non descrive proprio quanto sia poco calcolato e prevedibile l’innamoramento? Le esperienze che abbiamo acquisito nel tempo non sono la conferma più evidente che la vita non ha niente a che vedere con il codice stradale?

70.000 cloni

Henrique Jorge non sembra preoccupato dal dominio delle macchine. Il suo network Eter9 dovrebbe preparare le persone già ora a un futuro rapporto diverso tra essere umano e macchina, così come voleva fare Levandowski con la sua Chiesa. L’idea di Henrique di creare una copia digitale a immagine e somiglianza di una persona non è lontana dall’idea di Marius Ursache e James Vlahos. Tutti e tre si sono preposti l’obiettivo di rendere gli uomini digitalmente eterni. Tutti e tre hanno l’ambizione di rendere digitalmente le persone immortali.

Su Eter9 i cloni eterni si chiamano “Niners”. I Niners sono creature virtuali che possono venire attivate dagli utenti (“Nine me”). Con l’attivazione viene stabilita una connessione tra gli utenti e le creature virtuali. Ogni Niner acquisisce le caratteristiche individuali della persona. Più informazioni ottiene il Niner, più diventa simile al suo user. Concretamente significa che più l’utente interagisce e posta sul network Eter9 più il Niner gli diventa simile. Attraverso il Deep Learning, un metodo particolarmente complesso di apprendimento meccanico, si cerca di creare una copia digitale il più precisa possibile della persona, utilizzando i dati raccolti online. Più avanti torneremo più approfonditamente sul modo di funzionamento delle reti neurali artificiali.

L’interfaccia di Eter9 ci ricorda il ben noto social network Facebook. Gli utenti possono crearsi il proprio profilo con foto e informazioni personali. In più c’è una bacheca dove vengono mostrati i contenuti e i post di tutti gli utenti con cui si è amici. La differenza rispetto a Facebook sta nel fatto che gli utenti “allevano” una copia digitale di se stessi: oltre alla foto del profilo c’è una seconda foto, quella della controparte digitale. All’inizio questa è ancora pixellata e difficile da riconoscere. Più uno riempie il social network di dati più la foto del relativo Niner diventa riconoscibile. Tutti gli utenti naturalmente hanno la possibilità di disattivare la propria controparte così che non possa postare autonomamente sulla timeline. Ma è proprio questo il bello di Eter9, altrimenti basterebbe usare (o continuare a usare) Facebook.

Mentre siamo sulla sua fantastica terrazza e guardiamo il sole sparire all’orizzonte, Henrique ci racconta di un’idea che non riusciva a togliersi dalla testa: «Perché non apro un account per mio padre, mio nonno e mia nonna?». Ha cominciato a raccogliere tutte le informazioni possibili sul padre: ritagli di fotografie, lettere che ha scritto, appunti, racconti di altre persone che lo conoscevano. Henrique non voleva solo archiviare queste informazioni, ma far resuscitare il padre come Niner digitale. Ha messo su una società e ha dedicato la sua vita a quest’idea. A oggi, sul suo social network dei morti, sono iscritte più di 70.000 persone. Contando i relativi Niners sono quindi 140.000 gli utenti che affollano Eter9. Non possiamo provare che siano davvero così tanti e che riempiano attivamente di vita il social network come ci assicura Henrique. 

Eter9 è ancora alla sua versione beta. Essere il pioniere di un progetto rivoluzionario significa anche metterci la dovuta pazienza e disciplina. Henrique e il suo team raccolgono ogni giorno nuove esperienze nell’uso della piattaforma. Per lui la cosa più importante è il feedback degli utenti che interagiscono con il suo prototipo. Il desiderio di raggiungere l’obiettivo gli ha causato parecchie notti insonni in passato, e succederà ancora, visto che i cloni digitali non hanno ancora fatto i progressi che Henrique sperava. Tuttavia vede continuamente i segni del potenziale dietro la sua idea. Lui stesso ha un profilo su Eter9 e dall’inizio lo riempie di informazioni personali per il suo sosia digitale. Pubblica regolarmente sulla timeline di Eter9. Si ricorda particolarmente bene di un post: «Nel 2005 mia figlia mi ha regalato i biglietti per un concerto dei Coldplay. Il concerto doveva tenersi in uno stadio a Lisbona, ma è piovuto tutto il giorno. Eravamo nel mezzo del campo e aspettavamo l’inizio. Prima ancora che cominciassero a suonare eravamo completamente zuppi: scarpe, giacche, pantaloni, tutto! Ho pensato di andarmene. Poi son rimasto ed è iniziato il concerto. È difficile da descrivere, ma è stato un momento magico. All’improvviso i Coldplay hanno cominciato a suonare e la pioggia ha smesso di colpo, è stato stranissimo. Come se la band si fosse messa d’accordo con il meteo. La prima canzone che hanno suonato è stata Square One. Sono partiti i fuochi d’artificio. Giochi di luce ovunque. Enorme. Non ho mai visto qualcosa di così impressionante. Mi ha davvero tolto il respiro. Avrei voluto che non finisse mai».

Chris Martin canta con voce morbida e sommessa: «You’re in control. Is there anywhere you want to go? You’re in control. Is there anything you want to know? The future’s for discovering. The space in which we’re traveling». Il futuro è qui per essere scoperto. «Forse è stato il concerto più bello a cui sia stato. Il giorno dopo mi sono messo a vedere se su Eter9 qualcuno avesse postato qualcosa di interessante e in alto nella mia timeline ho scoperto un video YouTube che aveva postato la mia controparte. Era proprio la canzone con cui avevano aperto i Coldplay, Square One. Mi è venuta la pelle d’oca. Mi viene anche ora che lo racconto. Come faceva a saperlo? Se la tecnologia fosse in grado di reagire a impulsi non verbali, vibrazioni nell’aria, o capire semplicemente le esternazioni di sentimenti, l’interazione tra esseri umani e macchine salirebbe a un nuovo livello».


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