Bambole, robot e finta umanità

Tutto ciò che ricorda da vicino l’essere umano, ma non abbastanza da essere confuso per un vero essere umano, ci provoca inquietudine: è il fenomeno noto come Uncanny Valley (che si può tradurre come “valle perturbante”). Esiste però anche il fenomeno opposto, in cui a provocarci inquietudine sono esseri umani normalissimi i cui comportamenti sono troppo simili a quelli dei robot. Cosa abbiamo da imparare da questi meccanismi psicologici?


In copertina: HAns Bellmer, The Doll, 1934

di Andrea Signorelli

Immaginate di svegliarvi e trovare davanti alla porta di casa una bambola di porcellana con le sembianze di vostra figlia o vostro figlio. Inquietante, no? È esattamente quello che è avvenuto nel 2014 a numerosi abitanti di un quartiere di San Clemente, California. Tra i vicini iniziò a serpeggiare una certa inquietudine: avevano forse a che fare con un maniaco che seminava bambole creepy per spaventare (o peggio) i loro bambini?

La polizia (che pur in assenza di reato decise di vederci chiaro) individuò in breve tempo la persona responsabile: una signora del quartiere, che ammise di essere l’autrice delle bambole ma specificò come, dal suo punto di vista, si trattava di “un gesto gentile nei confronti dei vicini”. Non c’era nulla di minaccioso nelle sue intenzioni: si limitava a creare bambole vagamente somiglianti per poi offrirle in regalo, lasciandole davanti alla porta di casa. Ma se si è trattato di un gesto carino, perché questa vicenda ricorda l’inizio di un film horror?

Nel nostro immaginario, in effetti, di bambole spaventose ce ne sono in abbondanza: Chucky la bambola assassina, Annabelle e Billy il Pupazzo sono solo le prime che vengono in mente. Si potrebbero anche aggiungere tutte quelle che fanno una rapida comparsata nei film al solo scopo di dare un tocco di inquietudine. Siamo talmente abituati allo stereotipo della “bambola che fa paura”, si potrebbe pensare, da averlo introiettato, al punto che, oggi, pochi si addormenterebbero serenamente con a fianco una vecchia bambola di porcellana con gli occhi sbarrati.

C’è però una ragione se quello della bambola inquietante è diventato uno stereotipo: “I nostri cervelli sono progettati per individuare attraverso i volti delle importanti informazioni relative alle intenzioni, alle emozioni, alle potenziali minacce”, ha scritto sul magazine dello Smithsonian Institute la ricercatrice Linda Rodriguez McRobbie. “Per questo, e nonostante sappiamo bene che una bambola non possa (solitamente) essere una minaccia, vedere un volto che sembra umano ma non lo è turba i nostri istinti”. 

In uno studio del 2013, riportato dal Guardian, i partecipanti a un test sono stati messi di fronte ad avatar digitali che, in seguito a suoni improvvisi, producevano un’espressione di sorpresa solo nella parte bassa del volto (restando invece immobili nella zona degli occhi): una reazione che venne considerata dai partecipanti particolarmente inquietante. Secondo i ricercatori, la ragione potrebbe essere che un’espressività di questo tipo si discosta talmente dalla norma che il nostro cervello rileva una minaccia. Gli autori dello studio sono arrivati a suggerire che il comportamento del cervello di fronte alle espressioni bizzarre degli avatar “potrebbe indicare una reminiscenza dei modelli espressivi esibiti da esseri umani dai tratti psicopatici”. Ed è quindi forse questo che ci inquieta tanto nelle bambole: ci ricordano un volto umano, ma gli occhi fissi e sbarrati e i movimenti meccanici innescano la sensazione di una possibile minaccia.

Tutto ciò non riguarda solo le bambole. Lo Scientific American racconta come, nel 1988, la Pixar sottopose Tin Toy, uno dei suoi primi cortometraggi, a un pubblico di prova per poi analizzarne le reazioni. Che non furono positive: in particolare, la presenza di un neonato in computer grafica era giudicata fastidiosa da una buona parte del pubblico. Ed è proprio in seguito a questo test che la pluripremiata casa di produzione di lungometraggi animati ha deciso di concentrarsi soprattutto su robottini, automobili parlanti, topolini e quant’altro (con l’eccezione di The Incredibles, la cui resa è però molto più fumettistica di quella ultrarealistica, e proprio per questo inquietante, di Tin Toy).

Tutto ciò che ricorda da vicino l’essere umano, ma non abbastanza da essere confuso per un vero essere umano, ci provoca inquietudine. È il fenomeno noto come Uncanny Valley (che si può tradurre come “valle perturbante”), concetto teorizzato per primo dallo studioso di robotica Mahasiro Mori negli anni ’70, quando – spiega ancora il Guardian – “identificò come più i robot diventano simili agli esseri umani, più le persone li trovano accettabili e attraenti rispetto ai modelli troppo meccanici. Ma ciò vale solo fino a un certo punto. Quando si avvicinano molto, ma non abbastanza, all’essere umano, le persone sviluppano un senso di disagio e malessere. Se la somiglianza all’essere umano oltrepassa questo punto, e quindi diventano estremamente simili all’essere umano, la risposta emotiva torna a essere positiva”.

Per illustrare la sua teoria, Masahiro Mori ha fatto l’esempio di una mano prostetica: “Si potrebbe dire che la mano prostetica abbia ottenuto un livello di somiglianza con la forma umana simile a quello dei denti finti. In verità, quando ci accorgiamo che la mano, che a prima vista sembra reale, è in effetti artificiale, viviamo una sensazione di inquietudine. Per esempio, potremmo essere sorpresi durante la stretta di mano dalla sua presa malferma, oltre che dalla sua freddezza e consistenza. Quando ciò avviene, perdiamo il nostro senso di affinità e la mano diventa perturbante”.

Che a teorizzare tutto ciò sia stato un esperto di robot va di pari passo col fatto che oggi la Uncanny Valley sia associata non tanto alle bambole, ma ad androidi di ultima generazione come Sophia, Erica e tutte le macchine antropomorfe caratterizzate dalla capacità di dialogare con l’essere umano (o quasi), di muoversi come gli esseri umani (o quasi), di avere la stessa espressività degli esseri umani (o quasi) e tutta una serie di altre qualità, che li rendono abbastanza simili a noi da essere inquietanti, ma troppo diversi per non esserlo più. 

Nonostante la teorizzazione dell’Uncanny Valley sia attribuita a Masahiro Mori, un’idea molto simile era già stato espressa sul finire dell’800 dallo psichiatra tedesco Ernst Jentsch, il cui concetto di Das Unheimliche (“il perturbante”, appunto) venne poi citato, ripreso e approfondito da Sigmund Freud. Stando a quanto riporta Wikipedia, Jentsch definì come perturbante “l’incertezza intellettuale [nel cercare di comprendere] se un oggetto evidentemente animato è veramente vivo oppure no; oppure, al contrario, se un oggetto inanimato potrebbe essere in qualche modo dotato di vita autonoma. Effetti perturbanti sono inoltre sovente ottenuti quando l’osservatore è posto al cospetto della ripetizione continua, ‘automatica’ di una stessa situazione, ad esempio di uno stesso movimento. Così Jentsch spiega la sensazione di perturbamento che taluni avvertono innanzi a crisi epilettiche o a delle manifestazioni di pazzia”.

Un fenomeno quindi evolutivo, inconscio, che si lega non tanto a ciò che è artificiale, ma a ciò che si discosta da quella che intendiamo come “normalità” del comportamento umano. E che quindi, inevitabilmente, non è legato solo a bambole realistiche e robot (e alle società che li producono), ma può invece essere vissuto da chiunque in qualunque parte del mondo. “Se sei di aspetto umano ma i tuoi movimenti sono strani e non sei in grado di avere un buon contatto visivo, queste sono le cose che ti rendono perturbante”, ha spiegato allo Scientific American la scienziata cognitiva Ayse Saygin dell’Università di San Diego. “Credo che la chiave per comprendere questo effetto sia che, quando qualcosa appare umano, si innalzano le aspettative da parte del cervello; quando però queste aspettative non vengono raggiunte, ecco che il nostro cervello si trova dinanzi a un problema”. 

Thalia Wheatley è una psicologa del Darthmouth College che ha condotto un esperimento in cui ha mostrato a persone di varie etnie dei volti artificiali appartenenti al loro stesso gruppo etnico. “Quando i volti mostrati erano creati fondendo il viso di una bambola e quello di un essere umano, le persone affermavano che il volto era più simile a quello di un essere umano che a quello di una bambola solo se il mix era composto almeno per il 65% da un volto umano”, racconta ancora lo Scientific American. “Le persone erano inoltre in grado di giudicare le sembianze umane di una figura completamente artificiale anche solo basandosi su un singolo occhio”.

“L’evoluzione ci ha affinato a scorgere anche le minime distorsioni”, ha spiegato la stessa Wheatley. “Cercare di creare un robot o un avatar dalle sembianze umane significa andare contro milioni di anni di storia evolutiva”. A entrare in azione, quindi, è sempre lo stesso meccanismo, sia che si tratti di bambole, animazioni in computer grafica o robot. E infatti la pediofobia (paura delle bambole) e la robofobia (paura dei robot) sono parte di una stessa famiglia, chiamata automatonofobia, che include anche la paura dei ventriloqui o delle marionette, ma che è comunque una cosa diversa dalla Uncanny Valley strettamente intesa.

Riusciremo a scollinare e passare dall’altro lato della valle, quello dove gli esseri artificiali – in primis i robot – sono talmente simili all’essere umano da non causare più inquietudine e timori? Secondo alcuni esperti è possibile: quando i robot saranno in grado di muoversi in maniera naturale, di stringere la mano come un essere umano, di avere un buon contatto visivo e di produrre espressioni facciali convincenti anche per il nostro cervello, allora potremo forse fare pace con i nostri avatar artificiali. Ma non è detto: prima di tutto perché potremmo non essere mai in grado di produrre robot così evoluti, in secondo luogo perché è possibile che, mano a mano che gli androidi diventano più credibili, il nostro cervello diventerà più bravo a scovare gli elementi distintivi. 

Forse, il problema è però di stampo opposto: invece di attendere il momento in cui i robot saranno in grado di scavalcare la Uncanny Valley, dovremmo capire perché a provocarci inquietudine sono anche esseri umani all’apparenza normalissimi, ma i cui comportamenti sono troppo simili a quelli dei robot. Non si tratta, in questo caso, della robottizzazione dell’uomo causata dal rapporto sempre più stretto con le nuove tecnologie (con tutto ciò che ne consegue), ma di un meccanismo legato alla richiesta turbocapitalista di incarnarci sempre di più nel nostro ruolo sociale. L’Uncanny Valley può anche essere provocata – scrive Douglas Rushkoff in Team Human (Ledizioni) – “dalla comunicazione con un commesso che si attiene troppo al copione standard”, oppure, come mi è avvenuto personalmente, con un ufficio stampa che non sembra mai in grado di uscire dal ruolo, nemmeno nel corso di un viaggio di lavoro lungo più e più giorni. 

Ma questa sorta di Westworld del mondo reale si verifica anche al di fuori della sfera professionale: “Nella cultura del consumismo siamo incoraggiati ad assumere ruoli che non sono veramente coerenti con chi siamo”, scrive ancora Rushkoff . “In un certo senso, questa cultura è essa stessa un tipo di simulazione, quella che ci richiede di fare sempre più acquisti per mantenere l’integrità dell’illusione. Non lo stiamo facendo per divertimento, come provare una maschera, ma in maniera permanente, come scelte di vita all’apparenza soddisfacenti”.

Lo stesso Rushkoff amplia (forse eccessivamente) il concetto di Uncanny Valley fino a includere elementi di simulazione che non riguardano più la vita strettamente intesa: “[Il perturbamento] è la sensazione che proviamo quando passiamo davanti a finte case coloniche nelle periferie, complete di staccionate bianche e anelli per legare i cavalli. O la strana verosimiglianza dello skyline di Las Vegas e dei viali di Disney World. (…) Il nostro disagio per le simulazioni – che si tratti di realtà virtuale, centri commerciali o ruoli sociali – non è qualcosa da ignorare, reprimere o curare, ma piuttosto qualcosa che va sentito ed espresso”.

Nel momento in cui l’Uncanny Valley non indica più solo l’inquietudine causata da bambole e robot simili a noi (ma non troppo), per diventare un segnale che ci aiuta a distinguere, nel comportamento umano e nell’ambiente che ci circonda, il genuino dall’artificiale, allora è evidente come questa sensazione non vada repressa, ma espressa. Perché, come scrive Rushkoff, “l’importanza di distinguere tra valori umani e falsi idoli (…) è il punto di partenza per la giustizia sociale. La valle perturbante è dalla nostra parte”.


Andrea Daniele SignorelliGiornalista classe 1982, si occupa del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Scrive per La Stampa, Wired, Esquire, Il Tascabile e altri. Nel 2017 ha pubblicato “Rivoluzione Artificiale: l’uomo nell’epoca delle macchine intelligenti” per Informant Edizioni.

2 comments on “Bambole, robot e finta umanità

  1. Non “affianco” ma “a fianco”…
    Data la qualità dei contenuti,un errore nella forma,per quanto minimo, stona davvero parecchio.

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