Bellerofonte ad Antea



Un racconto della scrittrice inglese Mary Butts, voce distintiva e originale del movimento modernista, amata da Ezra Pound, Robert McAlmon, Ford Madox Ford, Charles Williams e May Sinclair.


In copertina: un ritratto di mary butts di Cedric Lockwood Morris

(Questo testo è tratto da “A Bloomsbury e altri racconti” di Mary Butts. Ringraziamo Safarà per la gentile concessione


di Mary Butts

traduzione di  Giulia Betti e Cristina Pascotto

“… e quando tutti gli Dei cominciarono ad averlo in odio, egli se ne andò… rodendosi il fegato”

 

Ad ogni modo, preferirei che sapeste, Antea, come sono giunto qui. Avete diritto di esserne a conoscenza, perché mi avete amato tanto. Pensavo di conoscere il significato della nostra attrazione, ma mi trovo in questo posto dove l’erba è grigia, la sabbia bianca, il mare scialbo, cupo e senza posa e il vento è inarrestabile.

Non posso indugiare e non ho meta alcuna, mi resta soltanto il ricordo di quando in volo uccisi la chimera. Sapevo che, dopo i fatti avvenuti nei corridoi di Sciro, per me sarebbe finito il tempo del sole e dei colori e sarei approdato su lidi di morte, e che l’eroe Bellerofonte sarebbe diventato un cumulo di sabbia sollevato dal vento. Non comprendo il perché di quanto accaduto, la sola cosa di cui sono certo è che in quell’intenso autunno vi affezionaste a me a tal punto che dovetti scappare, perfino da me stesso, per danzare nella sabbia, diafano spettro.

In tutto questo non c’è niente che abbia voluto scegliere.

Il vento mi ha già raggiunto. Un eroe deve essere gravemente indebolito e avvizzito per mutarsi in qualcosa di tanto impalpabile. Quando vi lasciai, lo ricorderete, indossavo un’armatura d’oro e un cimiero purpureo. Adesso non li ho più. Sarei lieto di raccontarvi come sono giunto fin qui, come ho trovato questo luogo.

È incredibile quali avventure possano riservare le caverne. Stavo risalendo un colle quando circa a metà del tragitto vidi un’apertura dove speravo di trovare una belva che mi avrebbe spinto alla lotta. La mia armatura cominciava a spegnersi e desideravo scambiarla con una pelle leggera che mi avrebbe protetto finché non avessi trovato una via di scampo dal mio esilio. Non c’era niente nella caverna, se non dell’acqua che stillava dal soffitto. La caverna si faceva più piccola, viscida e verde, ma chinandomi l’attraversai e mi ritrovai in un atrio nero e luccicante. La sabbia, asciutta e splendida, brillava sotto i miei piedi. Marciavo e tuonavo il mio nome, Bellerofonte. Ho reso onore a quel luogo, se non altro. Mi sentii come avvolto da polvere di stelle. Il cammino mi parve durare un giorno. Alla fine c’era un piccolo arco e un passaggio fatto di ciottoli e un rigagnolo d’acqua, un torbido ruscello profondo pochi centimetri. Tante erano le felci, che non si poteva scorgere il suolo dove crescevano. Di certo si era fatto giorno. Affrettai il passo.

Mi ergevo su una pietra sul bordo di un’insenatura aperta verso il cielo. La delimitava una cinta di rocce. Impossibile vedere oltre, ma sfregai, anche con la lingua, la patina secca sulla pietra dorata, quando mi sovvenni di una terrazza a Sciro e dei nomi sventurati affibbiati alla nostra intimità. Poi dimenticai anche loro, tale era l’appagamento nello scorgere il doppio cerchio del cielo e dell’acqua, un azzurro coperchio su un azzurro piatto: avrei potuto rompere quel piatto e cibarmene come fosse stato del ghiaccio scricchiolante. Per la traversata mi servii di una botte che galleggiava, che forse fu Ercole a lasciare.

In seguito attraversai un passaggio soffuso da una luce simile al color della ruggine quando è colpita dal pieno sole. Veniva di lato, attraverso delle aperture da cui ogni tanto si udiva un fruscio. Percorsi il passaggio non so per quanto tempo, finché non mi giunse un fragore di colpi ripetuti, un ruggito, e dei tonfi. D’improvviso calò la notte. C’era una grotta e più avanti un mare e un oceano, su di una nera spiaggia.

Quando l’onda si alzava emanava un luccichio, era terrificante sentirla infrangersi e, come si ritirava, udirne il risucchio sulle pietre.

Mi spogliai e saltai su un’onda gigantesca e, dividendola con la mano, la cavalcai, trovandomi disteso per lungo tempo sulla spiaggia di nere pietre mentre l’acqua infuriava alle mie spalle. Balzai sul muro viscido della scogliera, avvertivo le onde risalire, l’una sovrastare l’altra. Attraverso un foro nella parete rocciosa, mi ritrovai di fronte a un consesso di Dei irriconoscibili. Penso che conosciate alcuni dei loro nomi. Esclamarono: «Ecco l’eroe Bellerofonte» in tono niente affatto benevolo.

Osservavo confusamente la scena. Ricordo di aver studiato con grandi speranze uno scritto che andava formandosi su di una pergamena, dove il nostro legame fu espresso in frasi che dipendevano a loro volta da un’altra frase non scritta. Trascorse così un po’ di tempo, finché non provai ribrezzo. Ancora una volta, c’era molto di cui avrei desiderato parlarvi.

Immagino che ora vorrete sapere come andò a finire. Ve lo racconto. A un certo punto la natura della mia peregrinazione mutò. Apparve una luce più delicata. Ricordo in particolare una luce verde e violetta che a tratti tendeva al rosa; il suolo era spugnoso ma non per questo sgradevole, eccetto per una sospetta umidità che non potevo fare a meno di avvertire.

Avevo intuito, quando entrai nella caverna dell’oceano, che finiva lì. Certo stentavo a crederci, ma fui sorpreso quando alla fine trovai una saletta asciutta con uno strato di sabbia tersa e nel lato più lontano un palchetto o forse un altare scavato nella roccia, disadorno e ricoperto di sabbia linda. La sabbia chiara vi veniva trasportata dal pavimento. Più tardi scoprii la via d’uscita che conduceva fuori a quelle spiagge.

Questo è quanto ho da dirvi. Adieu.


La scrittrice inglese Mary Butts, voce distintiva e originale all’interno del movimento modernista, è stata un prodigio di stile, capacità immaginative ed energia, che ha scritto con grande capacità intuitiva sulla Lost Generation. Nacque nel 1890 a Dorset, in Inghilterra, pronipote di Sir Thomas Butts, mecenate di William Blake. Fu allieva dell’occultista Aleister Crowley. Al momento della sua morte prematura nel 1937, il suo lavoro era acclamato per la sua coraggiosa originalità e l’incontenibile carica stilistica; le sue numerose storie, romanzi e poesie furono paragonate all’opera di Katherine Mansfield, D.H. Lawrence e T.S. Eliot. La sua carriera è stata sostenuta da Ezra Pound, Robert McAlmon, Ford Madox Ford, Charles Williams e May Sinclair.

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