La Blockchain cambierà il mondo?

La rivelazione dell’identità del misterioso creatore dei Bitcoin Satoshi Nakamoto (che sarebbe quindi il programmatore australiano Craig Wright, nonostante alcuni dubbi persistano) ha riportato al centro dell’attenzione la più nota tra le criptomonete. È un destino curioso, quello dei Bitcoin, il cui creatore viene scoperto proprio nel momento in cui, secondo molti, si avviano a finire nel dimenticatoio delle promesse tecnologiche.


È un destino curioso, quello dei Bitcoin, il cui creatore viene scoperto proprio nel momento in cui, secondo molti, si avviano a finire nel dimenticatoio delle promesse tecnologiche.


BitcoinDifficilmente i Bitcoin cambieranno il mondo, andando a sostituire le tradizionali monete e le banche centrali. Questo a causa di due problemi essenziali: il primo è che Bitcoin si sta rivelando più che altro una moneta speculativa e poco affidabile; il secondo e più importante è quello evidenziato da uno dei primi sviluppatori di Bitcoin, Mike Hearn, che in un post su Medium ha spiegato perché, secondo lui, la criptomoneta possa già oggi essere archiviata alla voce “fallimento”.


Quella che avrebbe dovuto essere una nuova e decentralizzata forma di moneta che può fare a meno di ‘istituzioni sistematicamente importanti e troppo grandi per fallire’ è diventata qualcosa di peggio: un sistema controllato interamente da una manciata di persone.


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Il denaro del futuro

Il fallimento di Bitcoin sarebbe causato “…dal fallimento della comunità. Quella che avrebbe dovuto essere una nuova e decentralizzata forma di moneta che può fare a meno di ‘istituzioni sistematicamente importanti e troppo grandi per fallire’ è diventata qualcosa di peggio: un sistema controllato interamente da una manciata di persone. Non solo: il network rischia un collasso tecnico. I meccanismi che avrebbero dovuto evitare questo esito non hanno funzionato, e il risultato è che non c’è più alcuna ragione di pensare che Bitcoin possa davvero essere migliore dell’attuale sistema finanziario”.

Quanto scritto da Mike Hearn sembra porre una pietra tombale sul futuro dei Bitcoin, tanto più che si inserisce in un filone molto critico che già da tempo ha sottolineato i grossi problemi della criptomoneta, tra cui, fondamentale, l’incapacità di elaborare più di 3 pagamenti al secondo, il che la rende estremamente meno efficace di circuiti come Visa, che elaborano mediamente 2mila transazioni al secondo.

Ma il fatto di trovarci davanti (forse) al fallimento di Bitcoin non significa che debba fallire anche la geniale architettura che sta dietro alla criptomoneta e che, questa sì, sembra davvero avere le potenzialità per cambiare il mondo: la blockchain. Un registro aperto, consultabile da chiunque scarichi l’apposito programma diventando un nodo della catena, eliminando così la necessità di una terza parte che faccia da garante: una banca, un notaio o un’istituzione governativa.


Ma il fatto di trovarci davanti (forse) al fallimento di Bitcoin non significa che debba fallire anche la geniale architettura che sta dietro alla criptomoneta e che, questa sì, sembra davvero avere le potenzialità per cambiare il mondo: la blockchain.


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In sintesi, si tratta di un database controllato non da un singolo attore, ma in maniera collaborativa da un certo numero di partecipanti. I computer di chi è diventato nodo della catena (che nel caso dei bitcoin oscillano tra gli 8mila e i 10mila) devono regolarmente dare il loro assenso agli aggiornamenti del database, attraverso un “meccanismo del consenso” in seguito al quale le modifiche confermate non possono più venire cambiate. Per avere l’approvazione a una modifica del registro è necessario il consenso del 50% più uno dei nodi che fanno parte della catena.


Una volta che l’informazione è stata cristallizzata, può essere utilizzata come prova della proprietà di un determinato oggetto: i bitcoin, ma anche un’opera d’arte, una canzone, un brevetto, un diamante; potenzialmente qualsiasi cosa.


Una volta che l’informazione è stata cristallizzata, può essere utilizzata come prova della proprietà di un determinato oggetto: i bitcoin, ma anche un’opera d’arte, una canzone, un brevetto, un diamante; potenzialmente qualsiasi cosa. Di fatto, si tratta di un registro permanente controllato da una rete vasta e distribuita; il che lo rende più sicuro dei dati gestiti da una sola autorità centrale, perché i nodi del network che fa da controllore sono così tanti da rendere praticamente impossibile frodarli.

Fino a questo momento, blockchain è stato sinonimo di Bitcoin; ma molteplici applicazioni si stanno via via sperimentando e a breve, forse, la blockchain renderà un ricordo del passato le dispute tra scienziati che si contendono la paternità di un’idea, la possibilità che ci siano brogli elettorali, che pagamenti online finiscano nelle tasche sbagliate o anche solo che qualche scommessa persa non venga saldata.

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Stampa (c. 1902) di Albert Robida

Le possibilità sono potenzialmente infinite. E dev’essere anche per questo che i soliti venture capitalists hanno deciso di gettarsi sulle start up che lavorano sulla blockchain, destinando loro, sul finire del 2015, qualcosa come 150 milioni di dollari, mentre i finanziamenti a chi opera nel settore dei bitcoin sono crollati da oltre 200 milioni (nel 2014) a 30 milioni di dollari: segno inequivocabile del cambio dei tempi e di come le mire degli investitori si siano spostate altrove.

Per capire facilmente il funzionamento della blockchain, l’esempio più facile è quello delle scommesse: poniamo che si vogliano scommettere 500 euro sulla vincitrice della Champions League. Uno scommettitore ha puntato sul Real Madrid, l’altro sull’Atletico Madrid. La scommessa viene legata a un contratto digitale, in grado di controllare attraverso la rete chi abbia effettivamente vinto la partita e prelevare i soldi dal vostro conto in banca per depositarli nel conto di chi ha vinto la scommessa. Una volta che la blockchain ha verificato che sia tutto in regola (questione di pochi minuti), il pagamento viene automaticamente effettuato.

Allo stesso modo, non ci sarebbe alcuna difficoltà a legare il pagamento di un oggetto che avete ordinato online all’effettiva ricezione dello stesso. Nel momento in cui i dati della FedEx sulla spedizione (quelli che possiamo consultare online) confermano che il pacco è stato ricevuto, allora parte il pagamento.


Da una parte, si aboliscono le autorità centrali (nel caso delle scommesse, la Snai o chi per essa); dall’altra si automatizzano delle clausole contrattuali che oggi, in caso di inadempienza, ci costringerebbero a rivolgerci a un avvocato.


Da una parte, si aboliscono le autorità centrali (nel caso delle scommesse, la Snai o chi per essa); dall’altra si automatizzano delle clausole contrattuali che oggi, in caso di inadempienza, ci costringerebbero a rivolgerci a un avvocato. Lo smart contract (su cui sta lavorando una delle start-up più promettenti: Ethereum) potrebbe infatti anche essere quello che regola il vostro rapporto con un datore di lavoro: quanto dovete essere pagato, quando, con quanti straordinari, ecc. ecc.

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Stampa (c. 1902) di Albert Robida

Un applicazione, quest’ultima, che diventa estremamente interessante nel campo dell’arte digitale e della musica. I dati sui proprietari e quelli che regolano lo sfruttamento dei “file artistici” viaggerebbero infatti sempre con loro, venendo registrati in ogni movimento dalla blockchain e rendendo impossibile la contraffazione o l’uso illegittimo (che nel caso dell’arte digitale è un problema enorme). Se questo vi ricorda sistemi chiusi come il Kindle di Amazon e il DRM (digital rights management), in verità si tratta del suo contrario: il punto non è bloccare e privatizzare degli artefatti digitali, ma assicurarsi che possano essere condivisi in maniera affidabile su piattaforme aperte, in maniera legale e che assicurino al creatore un giusto compenso (se previsto nei dati inseriti all’interno del file).


Per i musicisti, in effetti, la blockchain darebbe la possibilità di creare una sorta di iTunes senza Apple; in cui nessun intermediario si porta via il 20% dei compensi solo per aver dato la possibilità di far parte della piattaforma.


Per i musicisti, in effetti, la blockchain darebbe la possibilità di creare una sorta di iTunes senza Apple; in cui nessun intermediario si porta via il 20% dei compensi solo per aver dato la possibilità di far parte della piattaforma. A una cosa di questo tipo, tra l’altro, stanno lavorano i creatori di Ujo Music, sostenuti dalla musicista elettronica Imogen Heap: “La nostra piattaforma usa la blockchain per creare un database trasparente e decentralizzato dei diritti d’autore, usando gli smart contract e la criptomoneta”, si spiega sul sito.

E se la musica o l’arte vi sembrano qualcosa di poco importante, che dire di un testamento che si può cambiare in qualsiasi momento, senza dover passare ogni volta dal notaio? O della possibilità di votare attraverso lo smartphone, rendendo impossibile i brogli elettorali grazie ai controlli dei nodi? Il celebre riconteggio della Florida nell’elezione tra W. Bush e Al Gore non sarebbe mai avvenuto: si sarebbe saputo immediatamente e senza bisogno di rivolgersi alla Corte Suprema il vero vincitore di quelle elezioni (e, chissà, magari il mondo sarebbe cambiato per davvero).

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Stampa (c. 1902) di Albert Robida

Questi gli aspetti più rivoluzionari, che sembrano riaprire le porte di quell’internet che i colossi della Silicon Valley stanno rinchiudendo nei loro walled garden. Ma non è tutto oro ciò che  luccica, e qualche applicazione “distopica” inizia a intravedersi, soprattutto quando nel mix viene inserita la Internet of Things. C’è chi immagina automobili pagate a rate che non aprono più le porte ai proprietari, nel caso in cui venga saltato un pagamento, o a “serrature digitali” di case in affitto che cambiano il codice se si salta una mensilità. Un mondo, insomma, in cui ogni infrazione delle regole viene punita istantaneamente, per la gioia di banche, finanziarie e chiunque altro eroghi credito (d’altra parte, si potrebbero in questo modo concedere dei prestiti anche a chi normalmente non riuscirebbe a ottenerlo).


Un mondo, insomma, in cui ogni infrazione delle regole viene punita istantaneamente, per la gioia di banche, finanziarie e chiunque altro eroghi credito (d’altra parte, si potrebbero in questo modo concedere dei prestiti anche a chi normalmente non riuscirebbe a ottenerlo).


Tra utopie e distopie, quel che è certo è che ci vorrà ancora parecchio tempo prima che tutto questo diventi realtà. Si parla di anni, almeno un decennio, prima che i sistemi che attualmente regolano la società possano abbracciare questa nuova tecnologia. E qualcuno inizia a pensare che l’attesa non valga lo sforzo: la BNY Mellon, una banca americana, ha recentemente deciso di abbandonare un progetto per sfruttare la blockchain allo scopo di semplificare i pagamenti internazionali, per l’eccessiva difficoltà a convincere altre banche a partecipare al programma.

Ci sono però altri aspetti che iniziano a venire sottolineati con frequenza. Uno di questi riguarda proprio il fatto che per approvare una qualsiasi modifica della blockchain sia necessaria l’approvazione di più del 50% dei nodi. “Per prendere possesso del network, quindi, chi attacca la catena dovrebbe controllare più del 50% del potere computazione di tutti i computer”, viene spiegato su The Technologist. “Speriamo che questo sia solo uno scenario ipotetico, ma non possiamo saperlo con certezza”. Prima di affidare la nostra economia e la nostra democrazia alla blockchain, però, sarebbe il caso di togliersi il dubbio.

di Andrea Daniele Signorelli


Andrea Daniele Signorelli Milanese, classe 1982, si occupa di politica, new media e innovazioni legate alle nuove tecnologie informatiche. Scrive per Gli Stati GeneraliPrismo, Rivista Studio, Motherboard e altri. Collabora come editor e traduttore per alcune case editrici. Nel 2015 ha pubblicato Tiratura Illimitata: inchiesta sul giornalismo che cambia per Mimesis.
Immagini: (c) Wikimedia, copertina e illustrazioni di Albert Robida (1848-1926).

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