Blackout

«È il novembre del 2012 e stanno uscendo dal Kinoplex São Luiz, un multisala nel centro di Rio de Janeiro che ricorderanno per i vani portabibite regolabili. Mentre cercano di compensare con zuccheri raffinati l’assenza di aria condizionata, e il rapporto tra temperatura percepita e tasso di umidità ridefinisce il concetto di serata invernale, intercettano un’anomalia: in Rua do Catete si vedono le stelle…»


IN COPERTINA: Yves Tanguy, Storm(Black Landscape), 1926

di Francesca Corpaci

È il novembre del 2012 e stanno uscendo dal Kinoplex São Luiz, un multisala nel centro di Rio de Janeiro che ricorderanno per i vani portabibite regolabili. Mentre cercano di compensare con zuccheri raffinati l’assenza di aria condizionata, e il rapporto tra temperatura percepita e tasso di umidità ridefinisce il concetto di serata invernale, intercettano un’anomalia: in Rua do Catete si vedono le stelle. 

Dritti sul marciapiede, succhiando lattine di guaranà tiepido, contemplano ciò che mai avevano visto e mai più avrebbero visto in seguito: le sfere celesti australi, gelide e magnifiche, affacciate su una delle megalopoli più sconsideratamente illuminate al mondo; ed è qui che si accorgono che c’è un silenzio pazzesco.

Temporaneamente disertata dal servizio pubblico oltre che da opzioni private o compartecipate, e in sostanza completamente piombata nelle tenebre, l’arteria che a ogni ora del giorno inietta in direzione nord quantità surreali di mezzi su ruote e corpi fradici di sudore sembra presa da un improvviso panico di disturbare. Sulla carreggiata, camion dell’immondizia e mastodontici SUV dai vetri fumé fluttuano come cetacei narcotizzati, i rivestimenti in lamiera d’improvviso atti ad assorbire ogni genere di vibrazione, i clacson pluritonali ammutoliti, le autoradio afone. Poco distante, lungo le facciate degli edifici, la massa umana striscia impercettibile e compatta, quasi in apnea: un cordone nervoso, terrorizzato dai fasci degli anabbaglianti. Cani di piccola taglia si affollano tra le radici degli alberi, qualcuno si inginocchia tra due auto parcheggiate. 

In seguito avrebbero scoperto che il blackout era stato uno dei più prolungati ed estesi degli ultimi anni, almeno per quanto riguarda i quartieri della Zona Sud. Avrebbero scoperto che c’erano stati degli assalti: nelle strade secondarie i registratori di cassa erano stati difesi a fucilate. C’è chi era stato aperto come frutta matura, chi ci aveva rimesso il portafoglio e in sostanza risultava chiaro come il romanticismo di certi fenomeni fosse riservato a specifiche fasce sociali. 

Ecco perché la gente si muoveva a quel modo, chiosavano gli autoctoni: addossata ai portoni chiusi e ai bandoni abbassati, si disponeva a sostenere l’attacco. 

Loro, avvolti nella bolla d’immunità azzurro fluo irradiata dal passaporto europeo, ricordano luoghi che non sono certi esistere sullo stesso pianeta. Da qualche parte, cinque ore più avanti, hanno il sentore di medici curanti, diplomi scolastici e libretti di risparmio, oltre a appartamenti con i cognomi dei genitori sul campanello e i relativi mezzi di locomozione nei garage.

Sanno che l’emisfero dove al momento risiedono li investe di un potere d’acquisto irreplicabile ad altre latitudini, oltre che di una serie di privilegi implicati dalla condizione di neolaureati in ottime università del vecchio mondo. 

Sanno che lo status di praticanti stipendiati da programmi di mobilità dei rispettivi paesi d’origine durerà giusto il necessario per dar loro una scivolosa impressione di invincibilità e a seguire proiettarli in contesti non protetti che non sono ancora in grado di fronteggiare. 

Sanno che le attività formative che stanno svolgendo, lei nel campo delle scienze della comunicazione con un interessante crossover tra giornalismo sportivo e gender studies, lui in quello dell’antropologia delle migrazioni con un progetto dal titolo “Papaya per tutti? La scelta del dessert come specchio di diseguaglianza sociale nelle ex colonie”, potrebbero in effetti non risultare poi così formative come assicurava la brochure ministeriale, e di fatto iniziano ad annusare che includerle nei curricula in bozze sui computer nuovi di pacca potrebbe rappresentare quello che in gergo accademico si definisce un autogol clamoroso

Sanno che l’estrema cortesia con la quale vengono sistematicamente accolti all’interno delle istituzioni ospitanti ha più a che vedere con i loro patrimoni genetici che con l’autorevolezza scientifica a cui entrambi aspirano sopra ogni cosa, a parte forse un impiego dagli utili a tal punto stellari da risultare quasi sconvenienti, sebbene moralmente stemperati dal notevole impatto culturale dello stesso. 

Sanno che la situazione di innegabile privilegio all’interno della quale fluttuano da svariati mesi è di fatto la stessa che hanno severamente deprecato in articoli su pubblicazioni di settore piazzati non senza sacrifici; articoli che – per paradosso – hanno contribuito un bel po’ a condurli dove si trovano al momento, ovvero a mettere in pratica l’esatto contrario di quanto in essi sostenuto. 

Ci sono proprio i numeri per considerarli in buona misura coscienti di quella serie di incongruenze che al rientro potrebbero rendere poco lineare la narrazione del cosa hai fatto tutto questo tempo?, per non parlare di alcuni dettagli riguardo i reciproci rapporti non squisitamente amichevoli di cui le rispettive metà non sono mai state davvero informate. In buona misura coscienti, dicevamo, eppure ben lontani da un percorso di autoconsapevolezza oltre che astronomicamente distanti dalla digestione di concetti quali transitorietà, indulgenza e compromesso, e in questo momento occupatissimi ad auscultare i propri fluidi corporei fare il loro percorso con la potenza di un torrente montano. 

Sebbene prossimi alla conclusione del soggiorno che in linea teorica dovrà proiettarli su scenari lavorativi di tutto rispetto potrebbero giurare che ciò che stanno vivendo non finirà mai, e anzi costituirà l’anticamera di un’esistenza luminosa, rarefattissima, priva di reali turbamenti e nondimeno soddisfacente oltre ogni immaginazione, ma soprattutto identica al presente fin nel minimo dettaglio. 

Comode giornate di sei ore in ufficio saranno il contrappasso di un’estate perenne, le blatte che schizzano a fiotti dagli scarichi della cucina continueranno a essere nient’altro che un diversivo esotico e non ci sarà più bisogno di ricorrere a prolungati ma eloquenti silenzi e arie tra l’afflitto e l’infastidito al momento di ricevere certe chiamate. La stagione delle piogge latiterà timida per lasciare spazio ai pomeriggi impossibili del Tropico, e al supermercato, osservando gli inservienti riporre i carrelli negli appositi binari, non si verrà visitati neanche per un attimo dal terrore di ritrovarsi, un giorno, al loro posto. A dire il vero, anzi, non esisterà direttamente alcuna ragione al mondo per essere presi dal panico, da quegli incubi in cui dovresti saper fare una cosa ma poi viene fuori che non la sai fare e ti ritrovi ad annaspare nell’aria precipitando da grattacieli su cui non ricordi di essere salito, o da sconvenienti tachicardie notturne che anche dopo una dose di ottimi ansiolitici ti omaggiano della certezza adamantina di un’alba che non arriverà. Il mondo esterno non attenterà mai al solido senso etico plasmato da un’educazione politicamente orientata, né così il denaro, le ambizioni e i desideri in genere. Le licanie tormentose si intrecceranno ai palmizi in laghi d’ombra e in quello spazio fresco si genererà la vita: là nessuno dovrà avere paura o sentirsi abbandonato o perso o ancora peggio patologicamente incapace e ci sarà sempre un tipo simpatico con cui scambiare due parole o da cui farsi dare un abbraccio e assicurare che è tutto ok e il sogno è così denso da non accorgersi che è tornata la luce.


Francesca Corpaci (Firenze, 1984), di formazione traduttrice dal portoghese e di mestiere tutt’altro, è tra i fondatori del collettivo di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila. Scrive regolarmente sul mensile Lungarno, ha partecipato alle antologie Odi (effequ, 2017) e Vocabolario minimo delle parole inventate (Wojtek Edizioni, 2019) e collaborato con Verde RivistaCrapulaClubCorriere Fiorentino, Streetbook Magazine A few words. 

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