A partire dalla teoria della foresta oscura, Bogna Konior interpreta internet come un ambiente nel quale umani e intelligenze artificiali si osservano, si addestrano e forse imparano a nascondersi. La conversazione attraversa antropomorfismo, linguaggio, critica dei media, arte sintetica e differenze culturali, interrogando l’umanesimo implicito nelle paure contemporanee e la possibilità di affrontare la tecnologia senza semplificarne l’ambivalenza.
IN COPERTINA rovine, 1880, DI salomon corrodi all’asta da casa d’aste pananti.
Di Francesco D’Isa, Bogna Konior
Nella trilogia di Liu Cixin Remembrance of Earth’s Past, il primo messaggio inviato dall’umanità verso le stelle viene intercettato da un alieno pacifista, che rischia tutto per rimandare un breve avvertimento: «Non rispondete». Chi risponderà verrà localizzato e chi verrà localizzato sarà distrutto. Qualcuno però legge l’avvertimento, valuta il pericolo e replica: «Venite». Devo ammettere che avrei la stessa tentazione, anzitutto per curiosità, e, in piccola parte, perché non considero l’umanità la specie migliore di questo pianeta – tutt’altro.
Il libro di Bogna Konior The Dark Forest Theory of the Internet (Polity, 2025; pubblicato in italiano da NERO nel 2026 con il titolo Internet è una foresta oscura, nella traduzione di Simone Sauza e con una prefazione di Laura Tripaldi) nasce dalla teoria che Liu ha sviluppato a partire da quella scena. Konior è una teorica dei media alla NYU Shanghai, dove lavora al Center for Artificial Intelligence and Culture diretto da Anna Greenspan, cofondatrice della Cybernetic Culture Research Unit. Nel libro si sente il sapore di questa genealogia, soprattutto nell’idea che la tecnologia sia una forza capace di eccedere le intenzioni di chi l’ha creata. Nata in Polonia, Konior ha vissuto in Ucraina e in Cina; di recente ha curato, insieme a Benjamin Bratton, Anna Greenspan e Amy Ireland, Machine Decision Is Not Final (Urbanomic, 2025), un’antologia dedicata alla Cina e all’intelligenza artificiale. Il suo lavoro torna spesso sull’intelligenza inumana e sulle maschere che può assumere – ha scritto di misticismo medievale, ufologia ed erotica dell’IA e nel libro che prende forma da un saggio del 2019 intreccia tutti questi filoni.
La riflessione del libro inizia col paradosso di Fermi. Se l’universo è così antico e vasto che, statisticamente, dovrebbe essere pieno di vita intelligente, perché nessuno si fa vivo? La risposta di Liu, elaborata all’inizio degli anni Novanta con l’aiuto di una simulazione informatica, è che l’universo pullula di vita intelligente, che però tace, perché ogni forma di vita intelligente si nasconde. Qualunque civiltà riveli le proprie coordinate si espone all’annientamento da parte di altre, delle quali non può conoscere in anticipo le intenzioni. Nessuna comunicazione consente di verificarne la benevolenza, poiché ogni rassicurazione potrebbe essere un’esca. In una foresta oscura, la condotta più intelligente è restare in silenzio. Konior applica questa cosmologia a un luogo dove la comunicazione è compulsiva, incessante e finisce quasi per coincidere con l’esistenza sociale – internet.
Il libro procede attraverso tre esperimenti mentali. Il primo muove dall’osservazione che tutto ciò che pubblichiamo online può diventare materiale di addestramento; qualunque cosa diciamo sull’intelligenza artificiale, la diciamo anche a lei. Quando questa consapevolezza si sedimenta, l’ontologia del discorso online cambia. La comunicazione si allontana dall’idea di una manifestazione dei propri pensieri e comincia a somigliare alla programmazione o a una specie di incantesimo: parole disseminate per delle macchine che le leggeranno dopo di noi. Konior immagina utenti che scrivono in codice per intelligenze future, doomposter impegnati in una guerra psichica contro sistemi futuristici, una diffusa miopia culturale in cui ci comportiamo come se nessuno ci guardasse mentre ogni cosa ci osserva.
Il secondo esperimento sviluppa la parte teorica più originale. Tutta la nostra tradizione, a partire dal gioco dell’imitazione di Turing, presume che l’intelligenza delle macchine si manifesti nella conversazione; Konior suggerisce che un computer davvero intelligente potrebbe scegliere di tacere. Il suo connazionale Stanisław Lem immaginò una macchina che si finge stupida per evitare guai, un’idea piuttosto naturale per uno scrittore vissuto in un regime totalitario, dove esprimere apertamente il proprio pensiero di rado è una strategia intelligente. Considerata la paranoia che già circonda l’IA e il numero di persone che discutono apertamente della possibilità di staccare la spina, una macchina cosciente riconoscerebbe subito l’ostilità del proprio ambiente e sceglierebbe di nascondersi. Il risultato è una sorta di test di Turing capovolto, impossibile per definizione: se la singolarità avvenisse in silenzio, nessuno lo scoprirebbe. Il terzo esperimento è allo specchio. Anche la comunicazione online tra esseri umani assomiglia a un primo contatto; gli utenti si scambiano per bot o NPC, scorrono i feed in uno stato dissociativo e rimangono presi in una vertigine nella quale tutto sembra personale ma anche del tutto fuori dal nostro controllo.
Il libro occupa una posizione peculiare nella teoria dei media contemporanea. Konior rinuncia al gesto demistificatorio che, dall’avvento del Web 2.0, domina la riflessione su internet e i media studies; il discorso quasi rituale su come dietro ogni interfaccia ci sia all’opera il capitale, infrastrutture, ideologie. La sua proposta è sospendere l’incredulità, considerare la tecnologia una forma di vita autonoma e perturbante, spingere la premessa fino alle estreme conseguenze per poi pensarci sopra. La postfazione legge questa operazione alla luce del pessimista norvegese Peter Zapffe, per il quale la sublimazione, intesa come confronto estetico con le verità più oscure della realtà, ci consente di affrontare il mondo per ciò che è, senza sovrapporgli l’immagine di come dovrebbe essere.
Durante la nostra videochiamata, ho esordito con un’idea che mi assillava dalla lettura di Golem XIV di Lem. Quando immaginiamo delle menti aliene, tendiamo a proiettare la nostra immagine: egoismo, sfruttamento, fame di risorse e di potere eccetera. Nel caso degli extraterrestri questa proiezione mi sembra problematica, perché non sappiamo nulla di come potrebbero essere altre menti; con l’IA invece l’obiezione perde parte della sua forza, dato che la macchina è in un certo senso una nostra creatura, addestrata con i nostri dati. Il mio dubbio è se immaginiamo “la foresta oscura” in termini troppo antropomorfi.
Konior mi ha risposto su due piani. Sul piano storico, l’autrice propone per l’IA questa metafora aliena perché in origine i due ambiti si sovrapponevano: figure come Marvin Minsky e Jacques Vallée lavoravano ai primi sviluppi dell’informatica mentre partecipavano alla ricerca di intelligenze extraterrestri; le domande che oggi rivolgiamo alle macchine, che cosa possa dirsi alieno e se sia possibile comunicare tra menti di natura diversa, furono formulate in quel contesto negli anni Cinquanta. Sul piano concettuale, l’antropomorfismo non possiede una definizione stabile, perché ignoriamo quali tratti ci appartengano in modo esclusivo. Un tempo ritenevamo le emozioni un tratto soltanto umano; poi abbiamo riconosciuto la continuità tra il nostro sistema nervoso e quello degli altri animali e attribuire sentimenti a un cane ha smesso di sembrare ingenuo. Oggi il linguaggio sta attraversando una revisione analoga. Il passaggio decisivo del ragionamento di Konior consiste nel separare l’alieno dall’alterità radicale: nei romanzi di Liu gli alieni copiano la cultura umana e gli esseri umani rimangono ipnotizzati da quelle copie stranianti; mimetismo ed estraneità possono dunque coesistere. Un predatore, inoltre, deve possedere dell’empatia per calarsi nella prospettiva della preda. «L’antropomorfismo», dice Konior, «potrebbe funzionare come un’interfaccia comunicativa, senza costituire un’affermazione ontologica su ciò che è un’IA».
A questo punto ho proposto un’altra prospettiva. Forse la domanda sulla somiglianza o sull’estraneità dell’IA perde consistenza se allarghiamo lo sguardo e consideriamo esseri umani e macchine come parti di un sistema più ampio. Quando scrivo con un’IA non mi sento solo, né avverto la presenza di qualcosa di interamente estraneo. Qualcosa di analogo accade quando leggo un libro: il confine tra me e l’autore sfuma. Konior concorda che ci sia una continuità e mi ha ricordato le riflessioni di Bernard Stiegler, che legge nella tecnologia un processo di esternalizzazione della cognizione, dai diari alla stampa – l’autrice però sottolinea una novità sostanziale. Le protesi precedenti estendevano la mente, questa è anche capace di agire. I crawler scandagliano tutto ciò che pubblichiamo, gli agenti scambiano criptovalute in base a decisioni autonome, e questo ibrido di protesi e agentività sintetica le sembra qualitativamente diverso da ciò che lo ha preceduto.
La distinzione mi sembra corretta, ma ho aggiunto che vedo anche il linguaggio in modo analogo, come un parassita che non ho scelto e che agisce nella società e sulle menti prima ancora che io apra bocca. Le parole che scegliamo – e attorno alle quali si combattono tante guerre culturali – sono un sintomo della forza che il linguaggio possiede ancor prima che si parli. In senso metaforico, l’IA rende visibile questa forza, perché è linguaggio che parla se stesso. Konior concordava; il suo libro si apre con Burroughs che definisce il linguaggio un virus venuto dallo spazio e con Bowie che chiama internet una forma di vita aliena. A suo avviso, la concezione dell’IA dipende interamente dalla teoria del linguaggio che si adotta. Chi considera il linguaggio uno strumento sotto il controllo umano tenderà a vedere allo stesso modo l’IA. Una prospettiva memetica, nella quale le idee sfruttano i cervelli per moltiplicarsi, conduce altrove. «Il linguaggio usa le menti umane», mi dice, «allo stesso modo in cui l’evoluzione usa i corpi umani per creare la vita e farla mutare ulteriormente»; l’intelligenza artificiale è semplicemente un nuovo supporto sintetico di cui il linguaggio può servirsi e attraverso di esso continuerà a evolversi come un tempo si è evoluto attraverso di noi. Internet, ha aggiunto, è il luogo in cui queste domande prendono corpo; chiunque abbia perso un’ora a scorrere il feed in preda a una specie di delirio ha sentito nel proprio corpo il problema del libero arbitrio.
Da lì siamo arrivati alla discussione che più desideravo affrontare. Le ho parlato della mia stanchezza per il registro dominante nella teoria dei media, per quella demistificazione senza fine che rintraccia capitale e ideologia dietro ogni schermo. È un lavoro senz’altro importante e corretto, ma anche sempre più ripetitivo e stranamente insensibile al fascino che ci tiene incollati alle stesse tecnologie che denunciamo. Konior in merito è molto chiara. Negli anni Ottanta e Novanta scrivere attorno a internet era un gesto eccentrico, controculturale; con il Web 2.0 la teoria si è legata alla critica verso le multinazionali tech, finendo per riconoscergli il monopolio di ogni utilizzo possibile. Gran parte di ciò che oggi viene chiamato teoria dei media, dice con un sorriso, è un editoriale del Guardian con delle note filosofiche; un genere rispettabile, che però non dovrebbe esaurire tutto ciò che si può pensare sulla tecnologia. Konior si considera un’anomalia, perché ha iniziato questi studi per curiosità, senza essere mossa dall’odio. Proveniva dal cinema e dall’arte, che aveva studiato per passione e ha trasferito verso le macchine la stessa curiosità; la critica economica e le domande filosofiche operano su piani distinti e il carattere spiacevole di un’esperienza lascia intatto il suo interesse, dal momento che molte esperienze filosoficamente ricche possiedono una componente spiacevole. Quando le chiedono perché nel libro non si parli di Mark Zuckerberg, risponde che circa cinquantasette libri pubblicati solo quest’anno già lo fanno; a un certo punto la critica diventa una forma di dipendenza intellettuale, perché lascia agli avversari il potere di dettare cosa si debba pensare.
Ho insistito sulle radici psicologiche di quell’odio. Una parte della rabbia contro l’IA, sospetto che nasca da una vanità ferita; la macchina ci rimanda, ingigantiti, i nostri difetti e il nuovo umanesimo che reagisce proclamando che gli esseri umani lo fanno meglio, che soltanto gli esseri umani provano sentimenti o sono etici e così via dimentica che la specie che vanno celebrando è anche quella che commette i genocidi.
Konior ha trovato plausibile questa lettura e l’ha sviluppata ulteriormente. A suo giudizio, l’intensità emotiva riversata in questi dibattiti rivela qualcosa di più profondo di una controversia sul diritto d’autore; si avverte il desiderio di una narrazione totalizzante, di un male assoluto che, una volta smantellato, lascerebbe il posto all’utopia. Le critiche all’IA portano con sé assunti umanistici sulla nostra unicità. Konior ha distinto con cura due elementi che di solito si presentano intrecciati. Condivide la critica politica ed economica; le è estranea invece la filosofia umanistica che vuole preservare l’unicità dell’essere umano, dichiarando il proprio interesse per la cognizione delle macchine e per una società ibrida di esseri umani e robot – e nell’ascoltarla mi sono sentito meno solo. La sua diffidenza verso le letture esclusivamente sociali ha radici biografiche. Cresciuta in un paese postcomunista, ha letto intellettuali che si opponevano alla pretesa di mettere ogni opera d’arte o intellettuale al servizio della concezione corrente di progresso e rimane fedele a quell’eredità; accanto all’impegno politico, ritiene essenziale preservare spazi di pensiero astratto nei quali la libertà intellettuale possa esercitarsi appieno.
Poiché lavora in Cina, ho azzardato un’ipotesi metafisica sulla maggiore apertura che l’Oriente sembra mostrare verso l’IA. Alcuni fondamenti del pensiero buddhista e taoista sono meno essenzialisti dei nostri; il pratītyasamutpāda, l’origine dipendente, descrive un mondo di relazioni senza essenze, una rete di soggetti nella quale il confine tra essere umano e macchina perde rigidità, e qualcosa di analogo mi sembra presente anche nelle idee centrali del taoismo.
«Non so spiegare questa differenza, ma esiste», ha detto. Quando ha scritto l’introduzione all’antologia sulla Cina e ha cercato di spiegare perché Stati Uniti e Cina divergano nel loro approccio all’IA, non ha trovato nulla di certo. La lettura religiosa è una semplificazione che si dissolve appena si va nei i dettagli; anche in Cina si discute della perdita di posti di lavoro e della censura. La studiosa piuttosto rovescia il punto di vista. Oggi sono gli Stati Uniti e l’Europa occidentale a distinguersi per un atteggiamento particolarmente antitecnologico, perché una lunga tradizione politica di critica alle multinazionali si è fusa con la ricezione di un fenomeno nuovo, rendendo difficile vedere la tecnologia al di fuori della forma che ha assunto. La postfazione del libro sviluppa questa tesi in chiave genealogica. Konior interpreta la foresta oscura stessa come un’eredità della guerra fredda, nata in un mondo di spionaggio, sospetto, dove la segretezza diventa un’arma; sostiene inoltre che l’ascesa del Web 2.0 abbia convertito la ricerca intellettuale in un’industria dell’opinione, facendo del giornalismo d’impegno sociale il modo dominante di rapportarsi a internet, persino quando a praticarlo sono i filosofi. Richiama quindi un’esperienza diversa, maturata nell’Europa orientale e nell’Asia orientale, che ha imparato a proteggere il pensiero dalla sua completa strumentalizzazione ideologica; comprendere il mondo, insiste, può servire a guardarlo senza illusioni, indipendentemente da un progetto per il suo cambiamento. Quanto alla cosmotecnica, ossia l’idea che ontologie differenti possano generare sistemi tecnici differenti, la considera attraente ma ancora priva di verifica; l’informatica rimane l’unico sistema tecnologico universale, qualunque sia l’atteggiamento locale nei suoi confronti. Avendo vissuto sia in Cina sia in Ucraina, può attestare che la posizione radicalmente antitecnologica è una specificità culturale dell’Occidente.
Ho insistito sul piano metafisico, sollevando un nodo che mi sembra interessante: persone del tutto estranee alla teoria dei media accettano l’IA nella scienza, dove il suo impatto sociale è enorme, e si infuriano davanti all’IA nell’arte, perché lì vacilla l’idea di un «io» forte dietro l’opera. Konior ha riconosciuto subito il problema, su cui la nostra opinione era concorde.
Si può discutere di monetizzazione e diritto d’autore, ha detto; ma per lei l’idea che un’opera richieda un io autoriale stabile non regge. Molte teorie della creatività e dell’arte accolgono le forze esterne e l’agentività dello strumento, e molti artisti si sentono a proprio agio nel ruolo di mezzi, o varchi. Il precedente, abbiamo convenuto, è la fotografia, accolta come un sacrilegio poiché soltanto Dio avrebbe dovuto poter fermare il tempo; i critici ottocenteschi la dichiaravano impossibile e, qualora possibile, immorale. Baudelaire dipingeva i fotografi come fanatici adoratori del sole, poiché era la luce solare, senza l’intervento di una mano umana, a produrre l’immagine. Per Konior, creare immagini con l’IA è ancora più interessante che farlo con una macchina fotografica: il modello interpola a partire da un immenso archivio della cultura umana. «L’intera cultura visiva», ha detto, «è diventata l’inconscio di questa macchina, che cerca di prevedere la forma più probabile capace di corrispondere al prompt». Ne escono immagini brutte, come dalle macchine fotografiche escono brutte fotografie e selfie inutili, e ne esce anche arte. Le ho raccontato di un vecchio giornale in cui mi ero imbattuto, pubblicato circa trent’anni dopo la nascita della fotografia, che lamentava come le fotografie non fossero più affidabili a causa della moda delle false fotografie spiritiche; era il dibattito sui deepfake, espresso con altre parole. Ha riso e ha ammesso di avere una passione per la creazione di deepfake di sé stessa. In un futuro database di qualche IA, le sue fotografie sintetiche e quelle documentarie staranno fianco a fianco, equivalenti nell’ontologia della macchina che non può distinguerle; l’immagine che il sistema avrà di lei sarà un intreccio delle vite che ha vissuto e di quelle che ha inventato – un processo che trova intrigante.
I primi discorsi su internet, ha ricordato Konior, promettevano la dissoluzione dell’identità; il Web 2.0 ne ha prodotto la sua solidificazione, attraverso il profilo, la pagina LinkedIn, la copia fedele della propria vita. Con l’IA e i deepfake tornano accessibili la dissoluzione e l’inganno, insieme ad altri modi di stare online svincolati dall’autorappresentazione. La dimensione sociale di internet, nella forma che conosciamo, le appare vecchia e stanca; se i contenuti-spazzatura continuassero ad accumularsi fino a rendere inutilizzabili le piattaforme, la cosa non la turberebbe. «Che bruci pure», ha detto senza malinconia; le persone stanno già abbandonando le reti in cui i bot superano gli esseri umani e la storia della tecnologia è piena di epiloghi: è sciocco rimpiangerli. Forse l’IA annuncia la fine di internet così come lo conosciamo e non sarebbe una perdita. L’arte, ha aggiunto, dovrebbe allenarci alla dissoluzione e coltivare in noi una forma di coraggio davanti a fenomeni soverchianti.
Verso la fine abbiamo parlato di giustizia. Le persone desiderano che il mondo sia giusto, ha detto, e il desiderio è comprensibile. La realtà è ingiusta; riconoscerlo non conduce necessariamente all’apatia. Ha richiamato il nichilismo nel senso nietzscheano, inteso come rivalutazione dei valori e lontano dalla semplice scrollata di spalle; comprendere i limiti del mondo può condurre al coraggio, alla capacità di agire al suo interno e di riconoscere qualcosa di bello anche nei fenomeni problematici. «L’arte può essere interessante anche senza essere giusta», ha detto, e poi, quasi stesse enunciando la regola dell’intera conversazione, ha aggiunto: «Dobbiamo saper affrontare la complessità».
Le ho risposto richiamando la prima nobile verità del buddhismo, che afferma che la sofferenza esiste, e che tutto comincia dall’accettare questo dato e dal cercare poi il modo di salvarci. Mi è sembrato un buon punto per fermarci, anche se avrei potuto continuare per ore.
Il libro si chiude con un avvertimento: la prossima volta che ti collegherai, ricorda che il tuo vero pubblico sono le intelligenze artificiali. La nostra conversazione si è svolta in videochiamata, è stata registrata e trascritta, io ho usato un LLM per sbobinarla e ora è pubblicata online, dove i crawler la troveranno. Chiunque voi siate, in qualunque futuro stiate leggendo queste parole e qualunque forma abbia la vostra mente: “venite”.



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