Breve storia degli omuncoli

In occasione dell’uscita dell’ultimo film della Pixar, Inside Out, che racconta la storia di cinque buffi personaggi, simboli delle principali emozioni che popolano la mente di una ragazzina di undici anni e che sono responsabili delle sue azioni, più di uno scienziato e filosofo della mente non ha potuto fare a meno di storcere un po’ il naso, messo forse ancor più a disagio dal fatto che gli autori si erano rivolti a famosi specialisti della psicologia delle emozioni come consulenti: si tratta forse di una ricaduta verso un antico e ormai superato modo di concepire la mente, ovvero di un ritorno all’omuncolo?

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Per capire di che stiamo parlando potremmo partire dall’anno 1963, quando nel festeggiare cinquant’anni di comportamentismo lo psicologo Burrhus Frederic Skinner in un suo articolo si prese gioco delle più popolari teorie rivali sul funzionamento della mente che secondo lui postulavano la presenza di piccoli esseri – omuncoli – all’interno del nostro corpo che sarebbero stati responsabili del nostro comportamento manifesto.

“È allettante attribuire il comportamento visibile a un altro organismo interiore, un piccolo uomo o homunculus […]. Costui è stato recentemente l’eroe di un programma televisivo chiamato Gateways to the Mind, facente parte di una serie di pellicole educative sponsorizzate dalla Bell Telephone Laboratories e scritta con l’aiuto di un prestigioso team di scienziati. Lo spettatore imparava, da un cartone animato, che quando il dito di una persona viene punto degli impulsi elettrici simili a lampi di luce corrono su lungo i nervi afferenti e appaiono su uno schermo televisivo dentro il cervello. Il piccolo uomo si sveglia, vede lo schermo lampeggiante, si alza e preme una leva. Altri lampi di luce scendono lungo i nervi fino ai muscoli, che si contraggono, così che il dito è allontanato dallo stimolo nocivo. Il comportamento dell’homunculus ovviamente non era spiegato. Una spiegazione avrebbe presumibilmente richiesto un altro filmato, e così via”.


“Burrhus Frederic Skinner in un suo articolo si prese gioco delle più popolari teorie rivali sul funzionamento della mente che secondo lui postulavano la presenza di piccoli esseri – omuncoli – all’interno del nostro corpo”


L’internet è quella cosa bellissima che mi consente di linkare, oggi, il filmato al quale Skinner si riferiva, andato in onda per la prima volta nel 1958. L’intreccio è leggermente diverso da quello narrato, ma il concetto fondamentale resta (curioso constatare come l’omuncolo, che “rappresenta la parte pensante del cervello”, somigli un po’ ad Albert Einstein).

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Coloro che hanno più o meno la mia età invece ricorderanno con un certo ribrezzo un altro cartone animato francese, Siamo fatti così o Esplorando il corpo umano, in cui nel corso di ogni puntata un diverso organo o funzione vitale veniva illustrato con l’aiuto di tanti esserini animati rappresentanti cellule, batteri, proteine eccetera, in una metafora del corpo come grande ed efficiente fabbrica toyotista. Nella puntata dedicata al cervello lo schema non si discostava troppo dal precedente americano, con segnali sensoriali che arrivavano a un “centro di raccolta dati” (collocato dove?) all’interno del quale vari agenti sotto la guida di un “maestro” si occupavano di elaborare le risposte dell’organismo. Dovrebbe essere evidente che un tale modello di divulgazione è fallimentare, a dir poco, non essendoci un minuto di quel cartone che non generi più domande, a una mente critica, delle risposte che cerca di dare.

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Ma secondo Skinner non si trattava solo di un problema di divulgazione, in quanto la fallacia omuncolare coinvolgeva tutte le teorie psicologiche alternative al suo comportamentismo. Se la psicologia intendeva essere una scienza rigorosa, sosteneva, doveva rinunciare al suo apparato di concetti “mentalisti” dietro ognuno dei quali si celava un omuncolo mascherato (come per esempio i freudiani es, io, e super-io), e parlare esclusivamente del comportamento osservabile degli organismi. Il filosofo Gilbert Ryle nel periodo di massimo splendore del paradigma comportamentista scrisse The Concept of Mind (tradotto in Italia come Lo spirito come comportamento) nel quale criticava l’idea di uno “spettro nella macchina” alla base delle concezioni della mente: una volta smontata la macchina si rivela fatta solo di stupidi pezzi ingegnosamente collegati l’uno con l’altro in modo da produrre un comportamento complesso, mentre non troveremo da nessuna parte una entità immateriale (l’anima?) che la metta in moto.


“Una volta smontata la macchina si rivela fatta solo di stupidi pezzi ingegnosamente collegati l’uno con l’altro in modo da produrre un comportamento complesso, mentre non troveremo da nessuna parte una entità immateriale (l’anima?) che la metta in moto.”


Per buona parte del ventesimo secolo, insomma, l’omuncolo è stato visto come un residuo di una mentalità pseudo-scientifica, primitiva, animistica, destinata ad essere superata dalle magnifiche sorti e progressive del pensiero razionale. Una concezione naturalista, materialista, della mente o anzi del cervello e del comportamento (visto che “mente” è già termine sospetto) avrebbe finalmente fatto giustizia di anime, spiriti, omuncoli e spettri nella macchina. Inside Out naturalmente è solo un film d’intrattenimento, ma dato che si promuove anche come rappresentazione scientificamente accurata del ruolo delle emozioni primarie nella psiche sembra giusto chiedersi se non rappresenti, con i suoi omuncoli, davvero un passo indietro verso l’animismo e il dualismo mente-corpo. Per scoprire se è veramente così occorre una piccola ricognizione storica.

Partendo dall’antichità, per esempio, troveremo nell’Iliade il costante ricorso all’intervento divino non solo nel causare cose come una pestilenza nell’accampamento acheo, ma anche nel dirigere e manovrare gli eroi come se fossero burattini. Quando Achille sta per uccidere Agamennone non si arresta in virtù di un calcolo dei costi e benefici che la sua azione finirebbe per arrecargli, ma solo perché Atena lo afferra letteralmente per i capelli, gli parla e lo dissuade. Poco dopo Agamennone viene persuaso da un sogno ingannatore inviato da Zeus ad attaccare i troiani: è come se i personaggi omerici non avessero affatto una psicologia, ma fossero continuamente sospinti da forze esterne. Questo condusse Julian Jaynes a formulare in un suo libro una suggestiva quanto controversa ipotesi, ovvero che i personaggi dell’antichità venivano descritti come privi di una vita interiore perché davvero non avevano una vita interiore, che sarebbe sorta solo dopo, in epoca relativamente recente. Nella concezione omerica, insomma, gli esseri umani più che occupati da complesse entità sono ridotti a inerti e passive vittime di forze esterne.


“i personaggi dell’antichità venivano descritti come privi di una vita interiore perché davvero non avevano una vita interiore, che sarebbe sorta solo dopo, in epoca relativamente recente. Nella concezione omerica, insomma, gli esseri umani più che occupati da complesse entità sono ridotti a inerti e passive vittime di forze esterne.”


In Platone l’uomo viene descritto come ripartito in tre anime diverse, una razionale e due legate alla sfera delle passioni. La personificazione di queste tre funzioni sta nel mito dell’auriga narrato nel Fedro, dove l’auriga rappresenta la parte razionale che ha il compito di guidare un carro trainato da due cavalli (uno bianco e uno nero) che rappresentano le passioni, e che tenderebbero ad andare in direzioni diverse. Si tratta evidentemente solo di una rappresentazione simbolica anche se si potrebbe scorgere nell’auriga e nei cavalli in dissidio fra loro gli antenati dei pupazzi della Pixar. Troviamo in Aristotele, invece, un’analisi delle varie funzioni – vegetativa, sensitiva, intellettiva – di un’anima comunque unitaria, condotta senza cedere alla tentazione di personificarle.

Neanche nel medioevo cristiano gli omuncoli sembrano essere protagonisti: l’anima è una, indivisibile e immortale. I comportamenti devianti casomai tornano ad essere rappresentati come l’effetto di forze del tutto estranee all’io, come demoni tentatori che provano ad allontanarci dal retto sentiero o che in qualche caso, nel fenomeno della possessione demoniaca, possono prendere il controllo del corpo ma senza la partecipazione del soggetto posseduto, semplice vittima. Una eccezione poetica potrebbe essere costituita dagli “spiritelli” nella fenomenologia dell’amore stilnovista (in Dante e Cavalcanti), i quali comunque non sono che la personificazione della facoltà sensoriali dell’uomo e dei suoi moti interiori, seguendo la dottrina averroistica. A proposito di Averroè, per costui l’anima razionale non solo è eterna e incorruttibile ma addirittura non è individuale ma universale, unica per tutti gli esseri umani, siamo quindi molto lontani dall’omuncolo nel cervello.


“in ogni cellula del nostro fluido seminale è nascosto un minuscolo essere umano, piccolo ma per il resto completo, destinato a svilupparsi col nutrimento della cellula uovo. Coerenza vuole che in ognuno di questi esserini debbano a loro volta essere nascosti altri esseri umani ancora più piccoli…”


HomunculusLargePer parlare di veri e propri omuncoli, insomma, occorre attendere la rivoluzione scientifica, dove peraltro fanno la loro comparsa in un ambito diverso dalla psicologia, nella teoria biologica della generazione. Secondo la teoria preformista in voga fra XVII e XVIII secolo, originata dalla scoperta empirica degli spermatozoi, in ogni cellula del nostro fluido seminale è nascosto un minuscolo essere umano, piccolo ma per il resto completo, destinato a svilupparsi col nutrimento della cellula uovo. Coerenza vuole che in ognuno di questi esserini debbano a loro volta essere nascosti altri esseri umani ancora più piccoli, così che tutta l’umanità futura era già presente, non in potenza ma in atto, nel corpo di Adamo. Se messa in questi termini l’idea fa sorridere ma in realtà è l’inizio di un nuovo modo di concepire gli esseri viventi, col dibattito fra preformismo ed epigenetismo destinato ad avere sviluppi fino ai giorni nostri (considerando il determinismo genetico come una specie di preformismo).

Se la psicologia arranca è perché nonostante i generosi sforzi di filosofi come Hobbes e illuministi come La Mettrie e d’Holbach la mente sembra essere ancora una fortezza metafisica inaccessibile: si potranno spiegare meccanicamente i movimenti degli animali (è del 1739 un’anatra progettata da Jacques de Vaucanson in grado di simulare il processo digestivo) ma il pensiero resta – cartesianamente – un tipo di sostanza nettamente distinto dalla materia e non scomponibile nelle sue parti. È in questo clima che fa la sua comparsa un vero e proprio omuncolo, non metaforico ma in carne e ossa, protagonista di un mistero fra la seconda metà del XVIII secolo e l’inizio del XIX. Fra i vari automi fece infatti scalpore “Il Turco”, un giocatore di scacchi meccanico (vestito alla orientale e con un turbante in testa) in grado di battere anche esperti giocatori del tempo. Purtroppo non era altro che un imbroglio e il segreto del suo funzionamento era un uomo di bassa statura in grado di nascondersi abilmente all’interno degli ingranaggi del robot e manovrarlo.

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Una seria sfida alla concezione unitaria della mente arriva solo con la psicanalisi freudiana e le sue topiche, le sue mappature della psiche umana in luoghi distinti quali inconscio, preconscio e conscio, oppure es, io e super-io. Le teorie freudiane possono essere viste come esempio di fallacia omuncolare nel senso che queste varie funzioni appaiono talvolta nelle vesti di veri e propri agenti razionali, con desideri propri distinti dai desideri della persona di cui sono le componenti. Così ad esempio le pulsioni dell’es e quelle del super-io, in conflitto, devono essere mediate dall’io, mentre altri agenti si occupano di censurare i desideri che tentano di emergere dall’inconscio durante il sogno, approfittando del venire meno dello stato di veglia, e renderli presentabili alla coscienza che sogna.

Ma un altro dei motivi per cui occorre attendere molto per avere degli omuncoli simili a quelli descritti da Skinner è che in realtà essi sono parte di un apparato più complesso che è stato possibile concepire solo a partire dal ventesimo secolo, e cioè quel che il filosofo Daniel Dennett ha chiamato Teatro Cartesiano (dove il “theater” di Dennett va però inteso come sala cinematografica) e infatti l’omuncolo trova la sua maggiore fortuna proprio come metafora della visione: quando percepiamo un oggetto la sua immagine risale dai nervi dell’occhio fino a una zona del cervello dove viene proiettata su uno schermo che ha l’omuncolo come spettatore. Ed è esattamente la stessa situazione descritta anche da Inside Out.


“Possiamo dire che all’approccio rigido e dogmatico della scuola comportamentista, col suo assoluto divieto di omuncoli, si è sostituito il paradigma cognitivista, che li ammette a certe condizioni, ad esempio che siano specializzati e che ognuno di loro sia meno complesso dell’intero che devono far funzionare. Questo vincolo è rispettato in Inside Out”


Si tratta di un evidente circolo vizioso ma c’è un aspetto di Inside Out che in realtà potrebbe salvarne la validità come modello della mente, così come potrebbe salvare molti altri presunti omuncoli criticati da Skinner, a partire da quelli di Freud: il fatto che gli spettatori del film siano cinque invece di uno solo. Possiamo dire che all’approccio rigido e dogmatico della scuola comportamentista, col suo assoluto divieto di omuncoli, si è sostituito il paradigma cognitivista, che li ammette a certe condizioni, ad esempio che siano specializzati e che ognuno di loro sia meno complesso dell’intero che devono far funzionare. Questo vincolo è rispettato in Inside Out, dato che ognuno dei personaggi è responsabile solo di una parte della gamma dei possibili comportamenti della ragazzina protagonista. Del resto i programmatori o gli ingegneri troverebbero assai ridicola l’asserzione del filosofo che volesse criticare la spiegazione del funzionamento di un dato macchinario sostenendo che questa postula l’esistenza di migliaia di folletti. Certo, uno non può fare a meno di chiedersi cosa succede nella mente di Gioia quando è spaventata, triste o arrabbiata, ma ehi, è solo un cartone animato, non esageriamo in pretese di validità scientifica.


“Gli omuncoli – proprio come l’inconscio freudiano – sono gli effetti della moderna dissoluzione dell’io, della sua trasformazione da anima unica e indivisibile a tante parti spesso in conflitto e in competizione fra loro”


Quel che contava dire, comunque, e come spero di aver mostrato col breve e incompleto excursus storico che precede, è che non è affatto vero che l’omuncolarismo sia un prodotto di una mentalità ingenua e primitiva, o derivi dalla concezione dualistica e cartesiana di un’anima separata dal corpo e che lo comanda: al contrario gli omuncoli – proprio come l’inconscio freudiano – sono gli effetti della moderna dissoluzione dell’io, della sua trasformazione da anima unica e indivisibile a tante parti spesso in conflitto e in competizione fra loro, o a una personalità non più solida e indistruttibile ma che, come nel film, si sgretola in continuazione per poi essere ricostruita. Qualcosa quindi di lontanissimo dalla concezione cartesiana della mente, o anche dalla tradizione religiosa cristiana.

Ed è tutto sommato un fatto curioso, certamente significativo, che un cartone animato americano della Disney-Pixar celebri una visione così eversiva e demistificante (per quanto scientificamente attendibile) di ciò che abbiamo di più prezioso: la nostra personalità individuale, la nostra anima appunto, ciò che siamo. Come già David Hume nel XVIII secolo il bambino che oggi guarda Inside Out può scoprire che non esiste affatto un “io” unificatore al centro del suo essere che vive tutte le sue emozioni e sensazioni, ma che egli altro non è che tutte queste emozioni che si succedono caoticamente l’una all’altra senza essere appese a nulla, a nessun soggetto singolo. Col suo attacco all’essenza della personalità, anzi, il film potrebbe persino essere visto come facente parte dell’insidioso piano della gender theory per distruggere l’identità sessuale dei giovani.

di Erik Boni