Breve storia delle origini dell’industria erotica

La nascita della fotografia non solo sconvolge il mercato dell’arte, ma dà inizio al florido mercato delle riviste erotiche: questa è la loro storia.


IN COPERTINA e nel testo, vecchie fotografie erotiche

di Greta Plaitano

La prima volta che ho sfogliato una rivista erotica avevo sei anni. Non credo che mia zia lo sappia ma è stato durante un sabato pomeriggio, proprio nel suo bagno, che ho visto un ‘vero’ rapporto sessuale. Era un fumetto disegnato con estrema perizia, che qualche decennio dopo avrei scoperto essere frutto della splendida e inconfondibile mano di Milo Manara. Nella mia testa oggi c’è solo un’immagine: una donna mora, con una bocca turgida e aperta, completamente nuda. Dell’uomo, nessuna traccia.

Ricordo quel momento esatto perché il mio primo impulso fu quello di chiudere subito il fumetto e di rimetterlo nel punto esatto in cui l’avevo trovato.  E ricordo ancora meglio i giorni successivi, in cui ebbi una strana sensazione addosso. Mi sentivo forte, in fondo avevo scoperto una cosa ‘da adulti’, senza chiedere niente a nessuno. Eppure, avevo la certezza di aver messo le mani su qualcosa di proibito, di aver visto un’immagine che non avrei dovuto vedere e che mi aveva permesso di iniziare a immaginare.

La stessa sensazione l’ho provata quest’anno, quando ho iniziato a leggere Histoire d’O (nella traduzione di Andrea d’Anna per la nuova edizione Bompiani) considerato il classico della letteratura erotica del Novecento, che fece scandalo nella Francia del 1954. Il racconto di Pauline Réage, pseudonimo di Dominique Aury, narra la storia di una giovane donna di cui conosciamo soltanto l’iniziale, che al termine di una passeggiata al parco con il suo compagno René sale, in maniera del tutto consenziente, in una macchina nera che non sa dove la porterà. Il resto del romanzo, ambientato tra Parigi e un misterioso castello del piacere – impossibile non pensare a Eyes Wide Shut di Kubrick – trasporta il lettore nell’addestramento fisico e psicologico della protagonista a prestarsi al piacere sessuale altrui, come René naturalmente, ma anche di altri uomini sconosciuti.

Il linguaggio estremamente asciutto, quasi didascalico, è spaesante e duro. Ne scrisse Moravia in occasione della prima edizione italiana, accostandolo un po’ forzatamente al mondo dell’alta moda e al suo concepire un ideale di bellezza inarrivabile, posticcio, che spinge la donna a diventare un elegante e grazioso oggetto. Eppure, Histoire d’O, è uno dei pochi testi di letteratura erotica che lascia un ampio spazio di libertà alla sua protagonista. O. è schiava ma, allo stesso tempo, è libera di scegliere se prestarsi al gioco erotico sempre più intenso e masochista, e come lei lo è l’immaginazione di chi lege, in corsa dietro a sbrigativi appunti sui luoghi in cui si svolge la vicenda, i corpi dei personaggi e i loro sentimenti.

Questa logica del ‘vedo non vedo’ e dell’allusione è forse il centro di tutto l’immaginario erotico, non soltanto letterario ma anche visuale, sin delle sue origini. Lo ammette a chiare lettere Adolf Loos, uno dei pionieri dell’architettura moderna, nel suo saggio Ornamento e delitto, manifesto dell’esigenza di una nuova forma funzionale scevra da decorazioni fini a se stesse: tutta l’arte, se la si guarda attentamente, è erotica. Per l’autore persino la croce, uno dei simboli più antichi dell’umanità, ha origine nell’erotismo, perché è da considerarsi come “la prima opera d’arte, la prima manifestazione che il primo artista scarabocchia su una parete, per liberarsi di una sua esuberanza. Un tratto orizzontale: la donna che giace. Un tratto verticale: il maschio che la penetra”. 

È infatti troppo facile pensare che la rappresentazione erotica e la conseguente mercificazione del corpo per immagini – soprattutto femminile – si muova soltanto in tempi recenti, tra l’immaginario della casalinga americana degli anni Cinquanta e i palinsesti televisivi che dagli anni Ottanta sono sorretti da ampi sorrisi e gambe lunghe, mettendo in mostra una donna che balla, canta e – molto raramente – parla, accanto ai presentatori di ogni sorta di programma d’intrattenimento. O ancora nei più recenti risvolti commerciali della pornografia cinematografica e video attraverso piattaforme come Youporn o Pornhub, o a social di recente molto discussi come Onlyfans

Riviste e fumetti sexy e soft-porno come Men, Playmen, Isabella, Genius e Supersex, hanno dei modelli? O sono solo il frutto di quella ‘nostalgia del bordello’ che tenta di rispondere al desiderio maschile di disporre liberamente del corpo della donna brutalmente castrato dalla Legge Merlin del 1958? 

La storia dell’industria dell’eros, segreta e finemente organizzata, inizia in realtà quando le case chiuse esistevano ancora. Anzi, quando ve ne erano per tutti i gusti, in quasi tutte le grandi città, ma soprattutto a Parigi di fine Ottocento, la capitale del peccato. È qui che l’immagine del corpo della donna come oggetto di voyerismo e desiderio ai limiti dell’ossessione si passa letteralmente di mano in mano, nel secolo in cui il concetto di ‘merce’ viene alla luce, proprio mentre la prima ondata femminista sfila per le strade urlando a gran voce per i propri diritti. I modelli di questa nuova narrazione iconografica zeppa di clichés – per la prima volta fatti di misure, ‘caratteri’, atteggiamenti – nascono in piena Belle Époque, come il frutto proibito di un immaginario preciso, contaminato dalle ricerche scientifiche ed etnoantropologiche che eccitano filosofi, letterati e artisti. Immagini di donne bellissime o ‘particolari’ come veneri nere, giovani barbute e prostitute formose riempiono le tasche degli uomini che di giorno passeggiano con le mogli ai giardini Tuileries davanti al Louvre e la sera frequentano le strade malfamate di Pigalle. Le comprano in librerie ‘speciali’, sottobanco, se le scambiano come figurine nei bistrot e ai café-concert, creando delle collezioni meticolose, messe al sicuro sotto chiave in un baule dietro al letto o in piccolo album che si mimetizza facilmente tra gli altri volumi della biblioteca.

Si tratta di una nuova forma di commercio, esecrabile agli occhi del buon costume borghese e perseguitato dalla legge, che ha inizio grazie a una nuova invenzione tecnica: la fotografia.

Arte o tecnica scientifica? Questa è la domanda che ha tormentato gli uomini sin da quel fatidico 1839, schierando veri e propri plotoni di intellettuali uno contro l’altro. Da un lato, i conservatori dell’arte ‘alta’, nobile come solo la pittura e il suo fidato compagno di creazione, il disegno, potevano essere. Dall’altro, i visionari e gli sperimentatori, convinti che questa scoperta fosse l’inizio di un nuovo periodo storico. Un dibattito lungo, sostituito in tempi recenti dalle questioni poste dalla rivoluzione digitale – smaterializzazione, memoria, archivio – che insieme ai pittori come l’entusiasta Delacroix e il fervido oppositore e maestro indiscusso del disegno Ingres, ai primi fotografi come i fratelli Tournachon, coinvolge intellettuali e scrittori a tutto tondo del calibro di Baudelaire, Zola e Benjamin.

Ma oltre a porre un problema estetico e teorico, la fotografia porta con se un’urgenza reale. Per i pittori la questione è semplice: i fotografi gli rubano il lavoro. Aprono studi fotografici in ogni vicolo e attirano le donne vanitose che vogliono farsi immortalare velocemente, a poco prezzo e senza lo sforzo di dover posare per settimane, o addirittura mesi, per un pittore che comunque può sempre sbagliare. Il pittore è umano, osserva, interpreta, sceglie. La macchina no, o almeno, così sembra. È uno strumento meccanico, dona l’illusione di un’oggettività nuova, perfetta, mai vista prima e a disposizione di chiunque.  

Per Ando Gilardi questo medium consente per la prima volta a chi ne vende il prodotto, non uno, ma ben due vantaggi: “quello economico, comune a tutte le merci (il burro, le scarpe…) e quello ideologico-politico-propagandistico, comune a tutti i mezzi di suggestione”. 

Le fotografie guadagnano così il ruolo di merce ideale, dal doppio profitto. Si vendono bene e a loro volta vendono bene qualsiasi cosa: riproduzioni di opere d’arte, paesaggi e panorami di paesi lontani, ritratti di personaggi celebri, carte de visite e foto ricordo familiari, interni di alberghi e case lussuose e, senza neanche dirlo, corpi. È in questo rinnovato clima di scambio commerciale apparentemente libero, che si fa spazio il nudo femminile, il nuovo prodotto di punta dei fotografi più scaltri.

Eppure, come nella letteratura erotica, anche in questo caso il corpo diventa parte di una narrazione che lascia molto all’immaginazione e che, allo stesso tempo, veicola una serie di stereotipi e ‘desiderata’, che sembrano per lo più volti a soddisfare l’occhio maschile. Donne arabe e orientali, nude ma riccamente ingioiellate, ritratte accanto a soldati delle prime esplorazioni coloniali. Attrici che giocano a impersonare Eva mentre addentano una mela accanto a un serpente di carta pesta. Giovani poco più che adolescenti che, (sve)vestite in stile impero, posano come in un fregio greco. Sirene e veneri incastonate in una scenografia ambiziosa. Suore in preghiera con tonache inusualmente corte. Ma anche meno velate allusioni al mondo della prostituzione: donne che tengono in mano l’antenato dell’odierno diaframma, che si spogliano di fronte a uno specchio, che ammiccano alla camera mentre si alzano la gonna.

Queste fotografie erotiche, sepolte negli archivi statali – soprattutto polizieschi – e personali di tutta Europa, sembrano essere la gallery di un ideale di seduzione rigorosamente femminile in continua evoluzione; l’enciclopedia di una merce mai svalutata. 

Allo scadere dell’Ottocento il sesso diventa il centro di una vera e propria industria sotterranea, fotografica ed editoriale, che dalla Parigi bohémien commercia i propri cataloghi in tutto il mondo: riviste di modelli ‘artistici’, manuali ‘scientifici’, racconti ‘di viaggio’. Tutti prodotti venduti rigorosamente in busta chiusa e impossibili da vedere nelle vetrine dei grandi negozi (ne era proibita la vendita ‘a scaffale’!). Per averli bisognava frequentare i salotti di determinati scrittori e scienziati, conoscere un libraio fidato, oppure, semplicemente cenare con l’artista giusto. Da Corot a Rodin, sino a Matisse e Picasso, le biblioteche dei pittori e degli scultori più celebri, se ben setacciate, possono raccontarci una storia parallela, lontana da quella dell’amore idilliaco tra una modella prediletta e il suo artista devoto. Al contrario, osservando gli stimoli e i frammenti appuntati ai muri degli atelier, foderati di ritagli di giornali, stampe, disegni e fotografie, possiamo finalmente vedere gli artisti per quello che sono: ladri di idee e soprattutto, di corpi.

Il corpo resta infatti la merce che costa più di tutte, anche in ambito artistico. Un modello non se lo possono permettere tutti e, soprattutto se è inverno, è necessaria pure una stufa che lo scaldi. Le fotografie invece costano poco, se di buona qualità generalmente dai dieci ai venti franchi l’una, e se ne trovano per tutti i gusti. Lo stesso vale per i fascicoli ‘accademici’, delle riviste di modelle e di modelli, ritratti seminudi in pose che rimandano alla cultura classica o all’imagerie esotica. Queste riviste costano ancora meno, dai tre ai cinque franchi, e permettono all’aspirante artista di spulciare venti o trenta corpi diversi, già predisposti per l’opera figurativa e accompagnati da brevi testi, dagli argomenti piuttosto pretestuosi (il nudo, i canoni di bellezza, la moda, la differenza fra i due sessi, e fra quelle che chiamavano nel pieno dell’esordio delle ricerche di eugenetica ‘razze’). 

I cataloghi hanno quasi sempre titoli vaghi e banali (studiati a tavolino da un’équipe editoriale che gioca duro contro la censura) ma strizzano anche l’occhio a un compratore attento, che riconosce il loro potenziale grazie a tre o quattro parole chiave, tra le quali si ritrovano spesso corpo, donna e nudo. Le Corps de la femme, Le Nu artistique, Le Déshabillé documentaire, e ancora Le Nu en plein air o più semplicemente Mès modèles, sono solo alcune tra le riviste che andavano letteralmente a ruba, presentando fotografie di donne languidamente sdraiate su pellicce di leopardo, ricoperte di fiori, inserite in cornici sinuose, spesso con la forma di un buco della serratura (L’origine du monde di Courbet e Étant donnés di Duchamp si sono forse nutrite di questo morboso voyerismo squisitamente fotografico?) e, seppur meno di frequente, alcuni modelli maschili, esempi della rinnovata cultura del culto del corpo e della ginnastica – madrina dell’estetica fascista – come atleti vigorosi e giovani efebi (di cui il barone di Taormina Wilhelm von Gloeden è maestro indiscusso), i cui corpi oliati vengono disposti in un racconto ideale e classicheggiante definito dai costumi e dall’ambientazione bucolica. 

Le cosiddette ‘riviste di charme’ contengono però anche pubblicità bizzarre, che sembrano indirizzarsi non soltanto a un pubblico maschile. Si ritrovano così réclame di strumenti per assottigliare un naso a patata, pillole dimagranti e farmaci per far gonfiare miracolosamente di due taglie il seno, sino a più romantici annunci di lettura dell’oroscopo e sedute per consigli d’amore e coniugali. Ma anche articoli specifici per l’igiene e la cura intima (lavande vaginali, creme per le emorroidi) e più dichiarati oggetti e supporti per garantire una buona e felice vita sessuale: prestigiose marche di champagne, libri ed enciclopedie ‘sull’amore fisico’, preservativi, dildi e vibratori rudimentali. 

La circolazione di questa originale forma editoriale appare dunque molto più variegata di quello che si può presupporre e concepita per tanti pubblici differenti. Dall’uomo qualunque che non può permettersi di passare ogni sera in un bordello diverso, all’artista squattrinato che deve portare avanti la propria opera a ogni costo, alla moglie bisognosa di ritrovare le attenzioni del marito o della propria amante, fino alle addette ai lavori, le prostitute che studiano questa nuova strana concorrenza tutta bidimensionale. Litografie, cartoline e fotografie istantanee partecipano allora ad appagare le pulsioni di quasi tutti gli esseri umani – senza distinzione di classe, genere, etnia – accomunati da un unico interesse votato alla riproduzione o al libero piacere: il sesso. E alimentano un mercato clandestino che fiorisce diversi anni prima dell’invenzione dell’immagine del cinematografo, rivelando per la prima volta la potenza sociale e commerciale dell’immagine del corpo e del suo lasciare libero spazio alle nostre fantasie più segrete. 


Greta Plaitano è laureata in Storia dell’arte e conservazione dei beni storico-artistici. Attualmente svolge un dottorato di ricerca in Storia dell’arte, Cinema e Media audiovisivi tra l’Università degli Studi di Udine e la Sorbonne Nouvelle – Paris 3, sostenuto anche da una borsa internazionale dell’Università Italo-Francese. Si occupa di immaginari e iconografie del corpo tra XIX e XX secolo, incrociando fonti artistiche, mediali, scientifiche e letterarie, temi ai quali ha dedicato diversi saggi in volume e articoli su riviste scientifiche

 

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1 comment on “Breve storia delle origini dell’industria erotica

  1. NORA CIOTTOLI

    Le cartoline erotiche che vanno da fine ‘800 a metà ‘900 sono il materiale su cui lavoro da anni, rielaborandole in collage digitali. Tante volte ho constato la ricorrenza di pose e cliché.
    Un ringraziamento per questo interessante articolo.
    https://issuu.com/norottolo/docs/ornamenta_

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