Bruciare l’Internet: perché la sinistra online sta fallendo

Negli ultimi anni, la sinistra online ha fallito nel creare un movimento coeso, nonostante la crescente accessibilità degli strumenti digitali. Questo articolo esplora come la sinistra abbia imitato l’estetica divisiva della destra, attraverso meme e provocazioni, senza riuscire a mobilitare un’ampia base elettorale. A partire dalle campagne di Bernie Sanders e Andrew Yang, si analizzano le dinamiche dietro la mancata coesione politica della sinistra su Internet e la necessità di strategie alternative.


Questo articolo è tratto da  I meme e Mark Fisher, di Mike Watson. Ringraziamo Meltemi per la gentile concessione.


in copertina e nel testo: Un dettaglio dell’opera The Detective Wall – Meme Manifesto di Clusterduck. Per gentile concessione di KW Institute of Contemporary Art. L’opera è attualmente esposta al Kunsthal Charlottenborg di Copenhagen.

di Mike Watson

Alla fine del 2019 il filosofo canadese Matt McManus e io abbiamo scritto insieme un articolo intitolato This is How Bernie Wins. Il testo riconosceva la difficoltà che Bernie Sanders avrebbe affrontato per vincere la nomination democratica per la candidatura presidenziale, in particolare data l’idea di molti elettori che la sinistra sia sinonimo di attacchi all’indipendenza individuale. Abbiamo proposto una soluzione al problema, ormai decennale, causato dall’idea errata che la destra dia potere agli elettori della classe operaia, mentre la sinistra mira a controllarli attraverso uno “Stato-balia”. In altre parole, la sinistra dovrebbe corrispondere alla richiesta della destra di “rendere l’America di nuovo grande” attraverso l’attenzione all’iniziativa individuale, sottolineando il ruolo individuale che ognuno di noi può svolgere nel promuovere una società gestita a beneficio di molti, non di pochi. In questo modo, la sinistra potrebbe affrontare la sfida di costruire un senso di scopo che soddisfi la narrazione eroica della destra, basata sull’idea di sconfiggere le orde nemiche e di incarnare individualmente il destino della nazione o della razza. A fronte di ciò, cosa c’è di più eroico e necessario che avere un ruolo individuale nella creazione della prima società veramente aperta alle razze e alle nazioni, dando a tutti l’opportunità di sviluppare i propri talenti attraverso un lavoro retribuito? Sanders e Corbyn avrebbero potuto anche rinunciare allo spauracchio dei super-ricchi, o dell’1%, come hanno fatto in qualche misura.

Eppure, nonostante la narrazione tipica della sinistra di una classe di esclusi che si ribellano, che depongono i loro signori, e fondano la società più giusta mai conosciuta, la sinistra da sempre perde la sfida elettorale. Anche perché non viene mai presentata com’è davvero. In passato ciò è stato giustamente attribuito al fatto che la destra ha speso più della sinistra in termini di campagne mediatiche e pubblicitarie, poiché gli interessi aziendali offrono più denaro per proteggere l’ordine neoliberale. In una certa misura questo rimane vero anche oggi. Tuttavia, in un’epoca in cui chiunque può pubblicare testi, immagini e video per un pubblico potenzialmente enorme e in cui gli appassionati di sinistra delle convinzioni “woke”, “tankie” e “democratico-socialiste” (post-corporativismo o Bernie Bro) pubblicano costantemente inviti all’azione, post informativi e manifesti, il fallimento della sinistra nell’infiammare il pubblico necessita di un’ulteriore analisi. Gli strumenti ci sono, ma se non sapessimo come usarli per qualcosa di diverso dalla provocazione effimera o – eterna piaga della sinistra – dalla lotta intestina? E se Internet fosse in ogni caso fondamentalmente orientato a favore della destra? Queste sono le domande da porre mentre la sinistra continua ad appropriarsi di tattiche di destra, solo per fallire perennemente. Forse è ora di smettere di mandare Doge Dog ad abbaiare all’albero sbagliato.

Sin dalla vittoria elettorale di Trump nel 2016, la sinistra ha fatto leva su una narrazione secondo la quale Trump avrebbe vinto il collegio elettorale grazie a poche migliaia di voti espressi da giovani disaffezionati, conquistati da una narrazione suprematista bianca, a sua volta realizzata da produttori di meme dell’alt-right. Questa storia si rivolge a persone bisognose di risposte, che non si capacitano di come Trump abbia “rubato” le elezioni del 2016: presenta giovani senza speranza, che lavorano dalle loro camere da letto su hardware facilmente reperibili (la fonte di tanto panico morale); spiega le pratiche oscure di una generazione che sta per diventare adulta e le spiega ai suoi genitori; giustifica Trump come il risultato accidentale di un movimento di perdenti, comicamente sconsiderato e, allo stesso tempo, omicida (considerando Charlottesville e l’assalto a Capitol Hill). Infine, cosa fondamentale, si tratta di una narrazione semplice, che impiega elementi quotidiani con cui tutti abbiamo familiarità come le app dei social media e, non da ultimo, il meme. Tuttavia, nella frenesia di articoli, telegiornali e analisi su YouTube della destra online che ha seguito l’elezione di Trump, nessuno si è davvero fermato a farsi domande cruciali. Soprattutto, se sia possibile attribuire con certezza alla produzione “memetica” delle comunità 4Chan e 8Chan quelle poche migliaia di voti che hanno dato a Trump la vittoria alle urne. Se anche ciò fosse possibile, avrebbe senso parlare di una sinistra che emula un approccio estetico deliberatamente orientato a dividere e a suscitare antipatie?

Forse il caso di studio più chiaro per fare un parallelo con l’alt-right si è manifestato con la Yang Gang tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020. È un esempio che serve da monito alla sinistra sui pericoli che si corrono scendendo troppo nella tana del coniglio dei meme politici. La Yang Gang ha operato come ala non ufficiale della campagna di Andrew Yang per la candidatura democratica, ma ha finito per far deragliare il suo messaggio, appropriandosi spesso di immagini comunemente usate dalla destra, come il cappello MAGA e Pepe the Frog. Questo ha reso difficile capire se il candidato fosse a sinistra o a destra del suo partito, o se fosse ideologicamente posizionato a sinistra o al centro dei repubblicani. Questa situazione, in cui i produttori di meme hanno distorto il messaggio di un politico tradizionale, si è verificata più per caso che per scelta, poiché l’offerta di Yang di un reddito di base universale di mille dollari al mese per tutti i cittadini statunitensi ha saputo rivolgersi a una popolazione giovane, disoccupata o sottopagata, disillusa sia dal mainstream politico, sia dalla presidenza di Trump. I meme raffiguravano vagonate di denaro, scorte di erba o Pepe the Frog che “dirottava” il denaro verso cause di destra. Questo ha a sua volta alimentato il timore che la campagna di Yang stesse iniziando a essere pilotata dalla comunità dei meme di estrema destra. Alla fine, Yang si è ritirato dalla corsa democratica per mancanza di fondi e per gli scarsi risultati ottenuti nelle prime primarie democratiche, nonostante abbia infiammato un segmento di Internet.

La produzione di meme della Yang Gang è solo un’incarnazione dello shitposting, che è essenzialmente la pratica di produrre montaggi di immagini a bassa risoluzione per screditare o minare deliberatamente una causa. La tendenza in sé è diventata più un’estetica che una tattica politica, ispirando l’ascesa di una cultura visiva trash in cui le produzioni ludiche a bassa risoluzione e “glitchate” sono viste come intrinsecamente più valide della produzione seria e curata dei media mainstream.

Per quanto questi approcci possano essere preziosi nel minare il discorso politico neoliberale centrista – e Yang certamente si adattava allo stampo centrista – non è chiaro chi ne tragga vantaggio politicamente, a meno che non si consideri il rovesciamento del centrismo come un obiettivo politico in sé, anche se gli ultimi anni hanno sicuramente dimostrato la follia di voler rovesciare il centro senza una forte opzione di sinistra per contrastare i repubblicani o i conservatori britannici sempre più estremisti.

Dopo essersi ritirato dalla corsa per i democratici, Yang ha firmato un contratto con la CNN come commentatore di notizie, segnalando un passaggio al mainstream da cui la Yang Gang aveva cercato di differenziarsi. Yang stesso aveva fatto molto per presentarsi come un nuovo tipo di politico: un asiatico di seconda generazione e un imprenditore esperto di tecnologia che non teme soluzioni radicali come il già citato reddito di base. Questo mix lo ha spinto a entrare nel mainstream politico, anche se non era chiaro per cosa si battesse al di là della convinzione che l’automazione avrebbe guidato un sistema di welfare senza vincoli. Inoltre, la sua base di sostenitori online è apparsa amorale e avida di denaro, rendendo difficile sostenere la causa del sostegno incondizionato ai disoccupati sulla scia dell’automazione diffusa dell’industria. Soprattutto, la campagna di Yang ha dimostrato che sfrenati “meme kids” possono attualmente stravolgere i messaggi politici tradizionali. Sebbene questo possa essere motivo di trionfalismo in alcuni ambienti, prima di commettere l’errore, spesso ripetuto, di prevedere una capacità rivoluzionaria per la “memeosfera” nella sua forma attuale, vale la pena ricordare che il risultato della campagna di Yang è stato molto probabilmente del tutto inconsapevole. Vale a dire, nessuno era in corsa per un risultato particolare, se non Yang stesso e il suo team più prossimo che gli augurava di arrivare il più lontano possibile verso la conquista della nomination democratica. Tutti gli altri erano in corsa per le risate, guidati da un algoritmo Internet che scorta il traffico web come fine a sé stesso.

Come sottolinea il recente documentario di Netflix The Social Dilemma, Internet è cablato per esacerbare gli antagonismi sociali per far sì che le persone clicchino e generino dati. In quanto tale, può radicalizzare le persone, ma solo allo scopo di tenerle fissate su Internet in rabbiosa opposizione ai loro avversari. Questo a sua volta genera ancora più rabbia, più clic e quindi più informazioni vendibili per i giganti dei dati.

Vista in questo modo, la già consistente sinistra online non è diversa dalla più grande comunità di produttrici di selfie, perlopiù donne, che caricano quotidianamente video e foto su TikTok e Instagram per generare attenzione e sponsorizzazioni per sé stesse, e altri clic per i giganti dei social media. In definitiva, alle multinazionali di Internet non interessa cosa fai, purché tu fornisca loro dati, e la sinistra online è semplicemente un’identità di nicchia che raggiunge questo obiettivo. Riguardo le giovani donne che caricano selfie, Internet gioca sull’insicurezza per il proprio aspetto. Per i giovani produttori di meme di sinistra di età simile, le aziende di social media giocano sulle minacce alla loro identità da parte di immagini di destra o di sinistra di altre fazioni. Niente di tutto questo costruisce un movimento coerente di sinistra e di centro, anche se c’è una crescente presenza comunista, socialista e anarchica online.

La mancanza di coerenza all’interno della sinistra online non sorprende, visto che i proprietari e gli azionisti delle applicazioni di social media, dei motori di ricerca e delle piattaforme di shopping online sono tra i più potenti capitalisti di tutti i tempi. In effetti, dobbiamo supporre che la proliferazione dei contenuti della sinistra online su piattaforme importanti come YouTube e il sito di streaming Twitch sia possibile proprio perché favorisce il capitalismo, un punto che si inserisce perfettamente nelle osservazioni di Mark Fisher in Realismo capitalista, quando sottolinea la tendenza del capitalismo a incorporare e limare i denti ai movimenti alternativi.

Non si tratta semplicemente del fatto che un dialogo politico coerente sia difficile attraverso Internet: è difficile in gran parte a causa di Internet, almeno nella sua forma attuale. Si può solo immaginare fino a che punto questo sia il risultato di un sistema di progettazione intrinseco che impedisce l’emergere di processi di pensiero coerenti. Forse non sorprende che le principali piattaforme di social media non abbiano mai comunicato pubblicamente un tentativo deliberato di sabotare una conversazione intelligente. Tuttavia, la velocità con cui le piattaforme Internet aggiornano le informazioni per mantenere l’attenzione degli utenti è di per sé sufficiente a scoraggiare il pensiero lineare o la riflessione. A ciò si aggiunge il fatto che gli algoritmi di Internet, forse in modo controintuitivo, non operano con l’unica intenzione di fornire agli utenti informazioni che possano essere loro utili. Piuttosto, forniscono all’utente informazioni che lo faranno tornare su Internet, e questa non è la stessa cosa.

Questo punto ci porta spesso a credere che le piattaforme che utilizziamo non siano poi così intelligenti. I tentativi delle aziende di social media di attirare la nostra attenzione sono spesso comici e fanno pensare che gli algoritmi siano tutt’altro che perfetti nella loro missione di applicare le conoscenze dettagliate che le aziende di social media hanno su di noi. Ogni giorno arrivano suggerimenti e consigli comici, stupidi, o semplicemente sbagliati, sotto forma di banner pubblicitari, e-mail o raccomandazioni di prodotti per gli utenti di Internet. È chiaro, tuttavia, che questo non danneggia l’operatività e la redditività finanziaria dei grandi player di Internet. Anzi, potrebbe addirittura favorirla. L’arrivo di un’e-mail che suggerisce a un professore di sinistra di acquistare, per esempio, il Manifesto comunista dal gigante capitalista dei media Amazon, nonostante ne possieda già tre versioni e lo abbia citato in numerosi saggi online, può apparire ironico e incompetente. Tuttavia, non è un segnale dell’inettitudine del capitalismo, dato che può indurre il destinatario dell’e-mail a recarsi comunque su Amazon in qualche altro momento. Può anche indurre il destinatario a inviare un messaggio su WhatsApp a un amico che scherza sul fatto che “Amazon mi ha di nuovo consigliato di comprare il Manifesto comunista (inserire emoji appropriata)”, un atto che a sua volta alimenterebbe i database di Facebook.

Voglio qui fornire tre esempi della mia esperienza online, avvenuta nel periodo immediatamente precedente alle elezioni presidenziali statunitensi del 2020. In primo luogo, dopo aver visto l’ormai familiare combinazione di titolo e immagine del “NY Post” che comunicava che la nipote di Bin Laden sostiene Trump e che la ritraeva con un cappello MAGA di fronte a un’immagine dello zio con il suo familiare copricapo e la sua giacca mimetica, mi sono sentito immediatamente obbligato a catturare l’immagine e a farne una storia su Instagram. Questo, insieme a un messaggio denigratorio, ha senza dubbio consolidato le mie opinioni pubbliche anti-Trumpiane al cospetto dell’algoritmo di proprietà di Facebook. Tuttavia, quello che è successo mentre pubblicavo la mia “storia” è ancora più rivelatore. Instagram su Android ha una funzione per cui alcune aree della vostra storia vengono scansionate e selezionate con un software di riconoscimento delle immagini, che vi reindirizza a un negozio online, il quale occupa una parte della finestra del vostro smartphone mentre state cercando di pubblicare una storia. È quindi possibile acquistare il suggerimento o chiuderlo per continuare a pubblicare la storia. I risultati sono spesso leggermente divertenti, ma soprattutto fastidiosi: le pizze vengono scambiate per torte al formaggio, un’icona di Trump per un set di figurine di calciatori, ecc. Nel mio caso, Instagram ha praticamente fatto una proposta di vendita: “Ehi, anche tu potresti voler possedere quel cappello (MAGA) che indossa la nipote di Bin Laden”, infrangendo praticamente ogni regola del galateo delle vendite: mi è stato offerto un capo di abbigliamento che pubblicizzava la mia nemesi politica e che era indossato dalla nipote di destra del terrorista più famoso del mondo. Tuttavia, hanno almeno identificato correttamente l’oggetto.

Giorni dopo sono stato seguito su Instagram da una pagina chiamata @qanonofficial. La cosa più strana, oltre al fatto che era un po’ sconcertante (anche se non così raro) essere seguiti da una pagina apparentemente di destra, era il fatto che avevano ventimila follower, ma seguivano solo centocinquanta persone circa. Per questo motivo, mi sono sentito preso di mira da una pagina che presentava perlopiù odiose diffamazioni di politici e celebrità di sinistra e oscene cospirazioni. In realtà sono rimasto sorpreso dall’aggressività delle immagini e dei meme testuali. Solo a un’analisi più attenta ho iniziato a sospettare che si trattasse di un account di parodia, anche se per molti seguaci di destra era del tutto convincente.

Un dettaglio dell’opera The Detective Wall – Meme Manifesto di Clusterduck. Per gentile concessione di KW Institute of Contemporary Art. L’opera è attualmente esposta al Kunsthal Charlottenborg di Copenhagen.

Più o meno nello stesso periodo, sono stato incluso in una chat di gruppo su Instagram, che comprendeva diversi account Instagram di sinistra che si erano riuniti per identificare e spammare gli account di destra. Sembrava – e sembra tuttora, riflettendoci – un gruppo abbastanza genuino di giovani di sinistra che volevano diffondere il loro messaggio di comunità e le loro aspirazioni socialiste, molestando e insultando i loro avversari. Confessai loro che non sapevo come spammare post su un account @BBC sullo sport, con notizie politiche non correlate, potesse avvicinare un pubblico ancora ignaro del comunismo rivoluzionario. Ho pensato che sarebbe stato meglio fare appello in qualche modo a politici neutri, invece di bombardare le persone con una retorica aggressiva. Naturalmente, il mio approccio non era attraente per una giovane folla di irriducibili rivoluzionari che non si sono ancora resi conto della difficoltà di “iniziare una dannata rivoluzione”, ma ero comunque felice che ci stessero provando. Anche se la politica del gruppo improvvisato era spammare account istituzionali e di destra, probabilmente questo non avrebbe fatto altro che contribuire a quel rumore già esistente che scoraggia i tentativi di formulare soluzioni ai problemi della società. Allo stesso tempo, avrebbe generato senza dubbio molti clic e dati arrabbiati per la società di Zuckerberg.

Tutti e tre questi scenari contribuiscono a loro modo a far saltare qualsiasi processo di riflessione. Anche se questo non sarebbe di per sé dannoso. Dopotutto, esistono modalità di pensiero diverse dalla riflessione filosofica e sarebbe reazionario assumere, come fanno molti accademici, che il pensiero razionale sia superiore agli stati prodotti e indotti dai meme e da altri stimoli altamente visivi tipici di Internet. Tuttavia, anche se ci possono essere forme di pensiero o stati emotivi e fisici che non sono in grado di produrre il pensiero razionale e che per intensità sono pari all’indagine razionale, la modalità delle tre interazioni online di cui sopra è stata invariabilmente quella dell’esasperazione.

Purtroppo, l’attività di sinistra in rete rientra nella stessa categoria di significanti antagonisti che compongono l’interazione online in generale oggi, e che non ottengono altro che fare la predica, molestare, o confondere. L’Internet di sinistra è purtroppo diventato una catena di montaggio in una vasta fabbrica di irritazione in cui l’unità di produzione principale è il “contrarianismo”, come si vede negli esempi sopra riportati: pensi di essere questo (mai trumpiano), ma ti venderò questo (cappello MAGA); pensi che io rappresenti questo (QAnon), ma in realtà sono questo (anti-QAnon con caratteristiche QAnon); puntiamo a questo (comunitarismo di sinistra), ma in realtà otteniamo solo questo (ulteriore divisione). Quindi, occorre chiedersi nuovamente perché la sinistra stia fallendo.

È appena il caso di dire che, se vogliamo usare Internet per costruire un movimento che sfidi l’egemonia delle grandi aziende, dobbiamo riorientarlo verso l’educazione, l’organizzazione e la riflessione. E, per farlo, abbiamo bisogno di meme che sfidino la velocità a rotta di collo con cui le piattaforme ci incoraggiano a navigare. Per questo motivo propongo un movimento di “meme lenti” che favorisca l’uso delle grandi risorse di Internet in modo ponderato, sfidando l’economia dei dati e costruendo una comunità che possa funzionare e incontrarsi anche offline. I precedenti dei “meme lenti” sono i gruppi di lettura online, i meme di citazioni e il movimento vaporwave, che nella sua astrazione porta alla contemplazione. I meme di citazioni sono un altro esempio e, sebbene la comunità dei meme di sinistra sia spesso criticata per l’uso eccessivo del testo (spesso nei meme di destra), una citazione puntuale su uno sfondo accattivante può contribuire a incentivare il dialogo. Al di là di questo, sono necessarie piattaforme e iniziative per incoraggiare un approccio alla produzione e alla ricezione dei meme, che ne sfrutti il potenziale per promuovere la coscienza di classe e il dialogo sulla formazione di nuove istituzioni e cooperative di proprietà dei lavoratori.

Sebbene la formazione di una tale iniziativa per la produzione lenta di meme e il conseguente discorso trarrebbe vantaggio dall’uso di piattaforme alternative di social media e video come Diaspora, Mastodon e DTube, per citarne alcune, non c’è motivo per cui le piattaforme esistenti non possano essere cooptate. Ciò richiederebbe il mantenimento della disciplina per resistere alla tendenza delle piattaforme più grandi a generare un assalto contrario agli sforzi per impegnarsi in un dialogo costruttivo di sinistra. Soprattutto, è necessaria una prima fase di comunicazione, che segnali la necessità di fare un passo indietro rispetto alle tendenze aggressive di Internet nella sua forma attuale e di smettere di emulare le tendenze “memetiche” di destra, la cui efficacia non è comunque provata nel contesto della sinistra. I meme di destra hanno avuto successo solo perché l’infrastruttura di Internet è intrinsecamente di destra. Di per sé, i meme dell’alt-right non fanno altro che aggiungere una somma di confusione e angoscia da cui la sinistra farebbe bene ad allontanarsi.

Nel forgiare un nuovo percorso, abbiamo molto da imparare dai correnti culturali dell’assurdo e dell’arte astratta come Dada, Surrealismo, Fluxus, Cubismo ed Espressionismo astratto, che pur affrontando odiosi movimenti capitalistici di destra e industriali, cercavano risposte in opere riflessive che facevano appello al subconscio o a un linguaggio astratto senza senso che resisteva all’ingiunzione razionalista e capitalista di produrre sempre più cose, sempre più velocemente. L’efficacia di questi movimenti è testimoniata dai tentativi di soffocarli da parte dei regimi totalitari o dagli sforzi del governo statunitense di cooptare l’astrazione negli anni Cinquanta e Sessanta, nonostante il comunismo di Pollock.

Purtroppo, l’assurda cultura visiva delle avanguardie viene imitata più efficacemente, volente o nolente, dall’estrema destra, come si può vedere dalle proteste a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, che miravano a impedire l’ascesa ufficiale di Biden al potere. Le proteste hanno visto una schiera di delinquenti, strampalati e disadattati riversarsi nell’edificio del Campidoglio, prima di procedere a scattare selfie negli uffici dei funzionari d’élite e dal podio della sala dibattiti del Congresso. Dal sedicente sciamano cornuto Jack Angeli all’ex donna di servizio Ashli Babbitt – che aveva lasciato diversi video di sfuriate acide su Twitter prima di prendere parte allo sgangherato colpo di Stato – fino a Robert Packer, che sfoggiava una maglietta “Camp Auschwitz” durante l’azione, è sembrato che la frangia lunatica dell’Internet di estrema destra si fosse in qualche modo manifestata nel luogo più sacro della democrazia statunitense.

Babbitt è stata colpita a morte mentre cercava di accedere alla Speaker’s Lobby e, attraverso questa, all’aula della Camera, dimostrando che non si trattava semplicemente di un esercizio di dominio dell’ordine simbolico. In altre parole, se da un lato l’estrema destra ha chiaramente affermato il proprio dominio sui simboli del potere il 6 gennaio, con ripercussioni che si riverbereranno per decenni, dall’altro ha segnalato – con conseguenze fatali – la propria volontà di commettere violenza contro i simboli della democrazia per ottenere il potere a qualsiasi costo.

Se da un lato ciò sarà giustamente visto come indicativo di una strategia sfacciatamente benevola di minare la verità e incoraggiare la fantasia di QAnon da parte dell’élite repubblicana, guidata da Trump, dall’altro c’è una tendenza più profonda a lungo termine alla base degli eventi del 6 gennaio. Semplicemente, la diffusione sempre più orizzontale della cultura, che dà alle persone un accesso senza precedenti a immagini, testi, film, musica e codici, di cui possono godere, riconfigurare, parodiare e appropriarsi nelle proprie pubblicazioni sui social media (come “contenuti”), ha indotto grandi aspettative. Tutti sentono di avere il diritto di consumare e raccontare informazioni e chiunque può esserne arbitro, perché l’unica cosa che conta è la crescita dei dati e dei margini di profitto per una classe di proprietari di dati e di speculatori finanziari.

Per la maggior parte, i margini di profitto dei super-ricchi sono mantenuti aumentando le aspettative della massa attraverso un populismo basato sul patriottismo e sull’individualismo, in modo tale che il desiderio di potere favorito da Internet si incanali in movimenti xenofobi, anti-liberali e anti-socialisti. Nel capitolo successivo vedremo come questo processo abbia dei parallelismi con l’ascesa del fascismo nell’Europa degli anni Trenta. Vedremo anche che la natura specifica della cultura dei nuovi media offre alla sinistra possibilità mai avute prima.


Mike Watson è curatore di mostre, critico d’arte e teorico dei media. Di origini britanniche, attualmente risiede e insegna in Finlandia. PhD in Filosofia presso il Goldsmiths College di Londra, scrive regolarmente per riviste quali “Frieze”, “ArtReview”, “Artforum”, “Jacobin” e “Radical Philosophy”. Ha curato eventi alla 55a e 56a Biennale di Venezia e in occasione di Manifesta 12, a Palermo. Con Meltemi ha già pubblicato Perché la sinistra non impara a usare il meme? (2022).

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