Brulicamenti (ovvero: cartoline dalla nuova Tate)

Questo sarà il racconto tipo di una flânerie urbana sulla South Bank londinese. Perché, vi chiederete. Proseguite: ci sarà modo di riparlarne.

Vi vedo già, bravi: avete scelto di arrivare da Blackfriars. Vi state meravigliando per il Millennium Bridge, elegante e sospeso nel vuoto, poi, dopo aver camminato per un paio di minuti, vi state fermando in un punto esatto  prevedibile. Eccovi: catturati dall’atmosfera da melodramma, ascoltate  il chitarrista acustico dalla  voce accattivante che vi prende alla gola con Leonard Cohen. Ve ne allontanate, ma non troppo, a malincuore.  State guardando ora, – spartiacque il Millennium Bridge – lo skyline della City alla vostra destra, a sinistra Saint Paul e, da Waterloo in poi, la vecchia Londra. Credo siate un po’ incerti. Un coté reazionario protende a sinistra e vi suggerisce la sicurezza estetica dell’antico (anche se, pensate, Roma è un’altra storia). Una perversione modernista dall’altro lato vi ricorda il motivo per cui siete a Londra: perché questo tutto composito, che vi circonda di bellezza e brutalismo, in fondo è il vostro elemento. Così, senza risolvervi, state girando le spalle e – meraviglia – bella e brutale anch’ella: la Tate Modern. Era un’enorme centrale termoelettrica, chiusa negli anni ’80, ristrutturata e adattata a sezione contemporanea della Tate Britain negli anni ’90. I lavori sono commissionati allo studio Herzog & de Meuron, che in seguito amplieranno l’edificio con la struttura in vetro che ora lo sovrasta, e, progettisti del nuovo annesso, sono indiscussi protagonisti di questo articolo. Non esitate: state già cedendo alla mozione pro-Londra-bella-e-brutale. O perlomeno così mi sento di far io, entrando. Non era, in fondo, solo di una passeggiata che volevo raccontare.

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Eccola.

I lavori sono commissionati allo studio Herzog & de Meuron, che in seguito amplieranno l’edificio con la struttura in vetro che ora lo sovrasta, e, progettisti del nuovo annesso, sono indiscussi protagonisti di questo articolo.


Da fortunati globetrotter o promettenti quasi-non-più-studenti sull’orlo di una crisi professionale, può accadere, per coincidenza o dono, di trovarsi a Londra per un po’ di tempo. E, per un’altra congiuntura temporale, può accadere di trovarvisi in corrispondenza dell’opening di un’ala aggiunta della Tate Modern. O meglio, di una nuova Tate Modern tout court. Nuova, perché sarebbe difficile sostenere che si tratti della vecchia Tate con l’aggiunta di un pezzo: la somma delle parti, in questo caso, è enormemente più del risultato di un collage esteticamente riuscito, e restituisce piuttosto un edificio qualitativamente nuovo, un’imponente nuova idea di cosa rappresenti oggi un grande museo. Se mai ne dubitavate, sappiate che è questo il breviario di tutte le direzioni che l’arte istituzionalizzata sta assumendo.


Se mai ne dubitavate, sappiate che è questo il breviario di tutte le direzioni che l’arte istituzionalizzata sta assumendo.


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L’albero di Ai Weiwei

Non lasciatevi ingannare da questi spazi senza centro e geometrie, che si intersecano e si spalancano l’uno sull’altro combinando piani diversi. La vostra non è un’esplorazione disordinata: siete attratti, sin da subito, dall’albero di Ai Weiwei, mastodontica scultura che tiene insieme attraverso dei bulloni rami di alberi diversi provenienti dalla Cina. Un inno alla diversità e un monito alla difficoltà dell’integrazione, che ha come contesto la Cina contemporanea, in stasi tra la forza dinamica di un’enorme realtà multilinguistica e multiculturale e le velleità di un ordinamento rigido e onnipervasivo. Idee a buon mercato, mi dice un compagno d’esplorazione. E di facile estetica, vi sussurro io. Ma efficaci, riuscite, digeribili. Con un artista che è già storia, e che dunque troneggia in questo enorme interspazio tra le due parti del museo. Eccovi, che esplorate un po’, anche solo per trovare la strada, questo limen di dimensioni spropositate tra la Switch house e il vecchio edificio; vedete laboratori didattici, spazi informativi e interattivi, marmocchi ovunque, pubblico d’élite della preview. Gente, nel cui moto vi confonderete per poi riemergerne e riconfondervi.

Starete già notando che anche il nuovo edificio ha quest’estetica da basement mal riuscito che, diciamolo pure, vi commuove. Dà un po’ una fitta al cuore, soprattutto se siete globetrotter fortunati o quasi-non-più-studenti, che il fascino del capannone-club a Shoreditchcon buona musica cocktail mica male rifiniture mancanti e muri a vista lo subiscono, riconoscendovi il proprio personale indice d’insania postmoderna. E vi attrae l’idea dell’edificio. Il veder gente brulicare senza intralciarvi, senza invadere lo spazio del vostro diritto-impulso al brulicamento. L’avere stanze con ingressi enormi e spazi per grandi flussi, ove i grandi flussi non si notano. Vi piace sentirvi autorizzati a un chiacchiericcio ad alta voce che non disturba, non rimbomba. Vi (ci?) piace guardare in alto a bocca aperta, tra i vuoti degli sfalsamenti tra piani. Ho ragione di credere che stiate sentendo un vago impulso verso il decimo piano, quello panoramico. Pensate anche voi di andare al piano superiore, percorrendo i piani in ordine inverso? Buona idea. Al nono c’è il ristorante, dall’otto al cinque spazi conferenze, varie ed eventuali. Non male, il panorama. Riscendendo continua a sorprendervi. Al quarto un glimpse a Louise Bourgeois, efficace e intuitivo, la splendida Ghardaïa di Kared Attia che non conoscevamo (un attimo di astonishment), poi Marina Abramovich (*brusio di folla*), che insomma, ci si dice, è già storia. Siete soddisfatti, non troppo stanchi.

Ghardaïa, di Kared Attia
Ghardaïa, Kared Attia (2009)

Anche una flanerie però, in fondo, deve avere una morale, che un anonimo ci suggerisce: “Lots of building, but where’s all the Art?”


img 3 - feedbackEccoci, è andata così: parti di pubblico, contenti di essere coinvolti, di avere un po’ di certezze su cosa conti in quest’arte che contemporanea non lo è più, felici di assaporare un moderno che vi si offre come storia. Qua, in fondo, era  fatto perché ci brulicassimo tutti insieme, senza troppi perché. La nuova Tate cattura in forma architettonica  una nuova, grande idea di arte: una dialettica rilassata e rassicurante, tra un lieve impegno visivo e lunghe distrazioni. Abbracciate questo disimpegno a cuore aperto. Art changes, Tate changes: sentitevi cliente di tale cambiamento.

Anche una flanerie però, in fondo, deve avere una morale, che un anonimo ci suggerisce: Lots of building, but where’s all the Art?

Di fatto, state realizzando, lo spazio espositivo copre una parte minima dell’enorme edificio. Spero che, come me, torniate sulla South Bank un po’ dubbiosi, pensando a quello che vi siete persi. La nuova Tate, bella e brutale, sarebbe potuta essere qualcos’altro: non una tranquilla passeggiata, ma un grattacielo di meraviglie da far venire i brividi, tratte da una delle collezioni più imponenti del mondo.

di Roberta Rocca


Roberta Rocca (profondo Sud, 1992), ha studiato Filosofia all’Università di Palermo, e Scienze Cognitive a zonzo per l’Europa. Rotacista full-time per professione, nel tempo libero si diletta a scribacchiare d’arte, di luoghi e di altre sciocchezze.
Immagini courtesy of TATE Modern

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