Perché è necessario cambiare il linguaggio?

Cambiare il linguaggio e il nostro rapporto con le parole è un modo per riuscire a fare propri dei punti di vista che altrimenti ci sarebbero preclusi.


IN COPERTINA, teodoro Wolf Ferrari, Senza titolo – Olio su tela – Asta Pananti in corso

Si è concluso domenica 3 ottobre Internazionale a Ferrara, il festival di giornalismo del settimanale Internazionale che si tiene da quindici edizioni nella città estense. Fra gli ospiti la climatologa sudafricana Ndoni Mcunu, lo scrittore Martin Caparròs, l’economista Marcella Corsi, il poeta attivista Mohammed El Kurd e la linguista turca Kübra Gümüşay. Gümüşay, intervenuta scorso 2 ottobre al Festival insieme alla linguista Vera Gheno, ha parlato di come si possa ripensare il linguaggio per parlare diversamente, in modo più umano e inclusivo.


di Kübra Gümüşay

traduzione di Greta Arilli

Non posso vedere mio padre. Ma posso sentirlo. Inspirare, espirare. Con sofferenza. Non il tipo di dolore causato da un malessere fisico, ma quello che percepisci quando il tuo cuore riporta ferite profonde e soffre, sanguina. 

“Fuori” dice mio padre, mentre tiene sollevato il suo telefono per filmare l’incendio sulle montagne, quello che una volta era il panorama rigoglioso che circondava la casa dei miei genitori, in una piccola città del sud-ovest della Turchia. “C’è odore d’inverno”, dice mia madre. All’esterno, con 50 gradi, l’aria stava già bruciando senza aver bisogno delle fiamme. ‘Proprio come in inverno, quando la legna brucia nel camino e il meraviglioso odore dei pini riempie la stanza’. Ma adesso l’aria sta bruciando, densa, e si insinua nei loro polmoni. ‘No, non lascerò da soli i miei alberi’, dice mia madre ogni volta che chiedo loro di andarsene. ‘Non finché le fiamme non si arresteranno’. Lei si aggrappa a quegli alberi, scrigni dei ricordi della sua infanzia, dei suoi amati antenati, di anne e baba

Le 4 della mattina. Mia madre è al telefono, di nuovo. Sta piangendo, di nuovo. Dice che non riesce più a respirare. ‘Fa’ qualcosa’, implora. Ma non so cosa fare. I miei pensieri mi travolgono. Mi sento persa. 

Ho perso quel post e ho continuato a navigare per ore, senza successo. Era un post di un’attivista afghana che vive nell’ovest, nella diaspora, e parlava del suo watan, della sua gente, il suo dolore. Aveva scritto qualcosa di simile: Immagina di vivere su un’isola, circondato dall’acqua. Sei sano e salvo. Immagina che tutta la tua famiglia sia lì, con te. Ma loro sono nell’acqua, e stanno affogando. E non c’è niente che tu possa fare. 

L’acqua ci circonda come un muro, sospeso e confortante, che ci separa dal gigantesco, complesso, meraviglioso, difficile, doloroso mondo. Le voci degli “altri” non possono farsi strada tra le mura d’acqua per arrivare a noi, e così si trasformano in un mormorio. Indistinguibile. Un rumore di sottofondo alle nostre vite ben organizzate, ordinate, privilegiate. Ma qualche volta i tuoi occhi si aprono e riesci a vedere. Vedi l’acqua. Gli altri. Vedi ciò che è sempre stato proprio lì, davanti a te. 

Vedi la tua ignoranza, nuda e manifesta. Quell’ignoranza che ti permette di prosperare a spese degli altri. Senza sentire il dolore e il peso dei mondi oltre il tuo. 

Noi che viviamo a metà tra questi mondi, che ci muoviamo tra l’uno e l’altro, noi vogliamo costruire ponti tra questi mondi, sui fiumi, sull’acqua. Con la musica. L’arte. Le parole. 

Cerchiamo di riversare questo dolore nei suoni, sperando che anche altri aprano i loro cuori per sentire insieme agli altri, a noi, a loro. Lo riversiamo nelle parole. In strani simboli – lettere, che danno vita a parole, e che a loro volta formano frasi. Lettera dopo lettera, parola dopo parola, frase dopo frase, il linguaggio ha il potere straordinario di farci immergere in altri mondi; questi suoni, parole e frasi ci permettono di viaggiare con la mente in posti che forse non sono mai esistiti, dentro le vite e le menti di persone che non conosciamo. Questo è il potere del linguaggio. 

Come parleremmo se conoscessimo una lingua che ci rivelasse il mondo dal punto di vista della terra? Una lingua come quella della tribù Potawatomi, che si riferisce alle piante non come fossero oggetti, ma che le rispetta come esseri umani, perché vengono percepite come esseri viventi con una loro visione del mondo? Come cambierebbe la nostra percezione? Come vivremmo la nostra vita? Come cambierebbe il nostro rapporto con la terra e con la natura? 

Immaginate di raccontare la storia dell’umanità, la condizione dell’umanità dal punto di vista dell’acqua. Agli occhi dei fiumi, gli esseri umani cercano di attraversarli per un futuro migliore, scappando da una casa che per loro non è più sicura. 

In una delle sue poesie, il poeta palestinese Ghayath Almadhoun si chiede:

perché i migranti vanno a fondo e dopo aver esalato il loro ultimo respiro

vengono a galla in superficie? 

perché non accade il contrario?

perché le persone non rimangono a galla da vive e vanno a fondo una volta morte? 

Come sarebbe questa poesia se fosse l’acqua a parlare? Che genere di storie ci racconterebbe? L’acqua che cade dal cielo sulla vostra pelle, sulle piante, gli alberi, le montagne, le macchine, i grattacieli? L’acqua che, sotto forma di onde, distrugge le case? L’acqua che inonda strade e città? Che storie racconterebbe l’oceano rovente? L’acqua che scende giù per la tua gola, rinfrescando il tuo corpo, l’acqua che lascia gli occhi delle persone che hai ferito? 

Cosa succederebbe se parlassimo una lingua che ci costringesse a guardare il mondo attraverso gli occhi degli altri, dall’altra parte del fiume, dall’altra parte del mondo, gli emarginati, gli oppressi, gli invisibili? Persone così come animali, insetti, piante e perfino montagne e pietre?

Teodoro Wolf Ferrari, Senza titolo – Olio su tela – Asta Pananti in corso

Una lingua come quella dei Potawatomi, che ci permetterebbe di guardare il mondo dal punto di vista della terra? 

Come migliaia di altri bambini indigeni, all’età di nove anni il nonno della biologa Robin Wall Kimmerer venne portato via dalla sua famiglia con la forza e fu costretto a vivere in un collegio in cui i bambini non potevano parlare la loro lingua natìa. Oggi molte lingue indigene del Nord America sono in pericolo, come quella dei Potawatomi. Un’estate, Kimmerer partecipò a un corso per imparare la lingua dei suoi antenati. L’intera classe stava aspettando impaziente, scrive Kimmerer, perché tutti i parlanti Potawatomi ancora in vita sarebbero venuti a insegnare. E così fu. «Nove. Nove persone fluenti nella lingua. In tutto il mondo. La nostra lingua, elaborata nel corso dei millenni, seduta in quelle nove sedie. Le parole che lodavano la creazione, narravano le antiche storie e cullavano il sonno dei miei antenati, oggi riposano nelle lingue di nove uomini e donne mortali.» A quel punto, dice Kimmerer, una donna anziana spinse il suo deambulatore verso il microfono ed esclamò: «Non soltanto le parole verranno perse. La lingua è il cuore della nostra cultura: custodisce i nostri pensieri, la nostra visione del mondo. La lingua inglese non può spiegare tale bellezza.»

Nessuna lingua racchiude il mondo intero. Ciascuna lingua racchiude solo una parte di esso. Ogni lingua coglie e vive tanto quanto colgono e vivono le persone con il potere e il dominio della stessa. Ciascun mondo linguistico riesce a spingersi soltanto fin dove arriva la percezione dei potenti. Questo è il motivo per cui sono necessarie le persone che errano avanti e indietro da una lingua all’altra. Persone che estendono il linguaggio, lo espandono, costruiscono ponti, attraversano confini, fiumi e oceani. 

Queste sono le persone che conoscono il significato di acziyet: “Debolezza”, “impotenza”, “incapacità” – queste sono le parole proposte dai motori di ricerca quando cerco l’equivalente inglese di questa parola. Ma acziyet ha un significato molto più profondo. È una parola che mi permette di osservare il mondo dal basso, dal punto più basso; mi permette di sentire l’impotenza e la debolezza, l’assenza di opportunità, di sentire che ogni cosa è fuori dalla mia portata – e di sopportare tutto questo. Forse la coscienza, consapevole e libera, della nostra insignificanza è una delle poche verità che possiamo comprendere a pieno. La nostra acziyet. 

Per poter arrivare sull’orlo del nostro orizzonte – che sia geografico, artistico, scientifico, personale -, dobbiamo essere consapevoli dello stesso. Il nostro acziyet. La nostra dipendenza da tutti coloro che vedono il mondo da un punto di vista diverso dal nostro. Solo così possiamo ergerci sul confine del nostro orizzonte linguistico e attraversarlo con l’aiuto degli altri; verso un’altra lingua, un’altra sponda, altre acque, altri fiumi, altri ponti, altri mondi. 

Io non sono sola. Tu non sei solo. E non lo sono neanche quelli che non dovremmo vedere. Noi siamo una cosa sola. Non separati da acqua e fiumi. Ma uniti.


Kübra Gümüsay (Amburgo, 1988), nipote di lavoratori turchi emigrati in Germania, è una delle giornaliste e attiviste più importanti del suo paese. Ha studiato Scienze Politiche ad Amburgo e alla School of Oriental and African Studies di Londra. Ha collaborato con diverse testate e ricevuto numerosi premi per aver lanciato campagne di opinione che stimolano a un discorso politico costruttivo online e offline, e per le sue battaglie contro le discriminazioni, la violenza sulle donne e l’hate speech.

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1 comment on “Perché è necessario cambiare il linguaggio?

  1. Brivio franca

    Che meraviglia
    Grazie
    Buona giornata🌹❤

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