Critica e gratitudine al tempo della cancel culture

L’avversione per posizioni che giudichiamo errate e controverse di artisti/e e intellettuali sfocia talvolta nell’avversione per le loro opere, come è capitato a Rowling. Ma laddove possiamo attaccare le loro posizioni pubbliche, non possiamo proiettare la nostra morale sulle opere d’arte.


IN COPERTINA E NEL TESTO: Paolo Leonardo, Senza titolo (1999), Asta PAnanti online

di Edoardo Rialti

Essi cercano sempre di evadere/ dal buio esteriore e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono.

T. S. Eliot

La vita consiste prima di tutto nell’imperterrito esercizio della ragione: non certo nei partiti presi, e tanto meno nel partito preso della vita, che è puro qualunquismo. Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà.

P. P. Pasolini

 

Una mano tesa e insanguinata 

 

Sembrerà che la prenda piuttosto alla lontana, ma è una cornice che ritengo necessaria. Poche scene hanno la forza inconsolabile di Achille e Priamo che piangono assieme, la perdita inflittasi l’un l’altro. È l’intuizione tragica che, a un certo livello, chi ti ha ferito senza rimedio non è un malvagio, ma un antagonista, qualcuno la cui verità non può che collidere con la tua. Tuttavia una scena, che certamente riprende e riecheggia questo dialogo che fonda l’immaginario occidentale, c’è, e si svolge in altra tenda militare, alcuni millenni dopo. Siamo nella Russia delle guerre napoleoniche. Tra le urla e le bestemmie dei feriti, l’attenzione stordita del principe Andrei, colpito da una granata, è attirata dalle grida di un commilitone lì accanto, nel cui strazio pare condensarsi tutto il dolore del mondo. Presto si accorge che si tratta del suo odiato rivale in amore, il degenerato Anatole Kuragin, che ha sedotto la sua Natasha:

«In che consiste il legame di quest’uomo con la mia infanzia, con la mia vita?» si domandava senza trovare risposta. E a un tratto gli si presentò un nuovo, inatteso ricordo del mondo dell’infanzia, della purezza, dell’amore. Ricordò Nataša come l’aveva vista la prima volta al ballo del 1810, con il collo esile e le braccia esili, con il viso pronto all’entusiasmo, spaventato, felice, e nella sua anima l’amore e la tenerezza per lei si ridestarono piú vivi e piú forti che mai. Allora ricordò quale legame esisteva fra lui e quell’uomo che lo guardava torbidamente attraverso le lacrime che gli riempivano gli occhi enfiati. Il principe Andrej ricordò tutto, e un esaltato sentimento di compassione e di amore per quell’uomo riempí il suo cuore felice.

Proprio come il principe e il re che singhiozzano sulla spiaggia di Troia, anche questa mano tesa tra nemici straziati è sempre stata, per me, una immagine, quasi incommentabile, di cosa voglia dire incontrarsi davvero, tra esseri umani, e quindi anche cosa sia l’arte, questa voce offerta nello spazio e nel tempo. Ogni vera autentica comunicazione si fonda sulla scoperta che la vita dell’altro, per quanto lontano e perfino avverso, è la tua. Ogni grande opera, dal poema alla canzone, è quella stessa mano tesa sotto la tenda insanguinata. Sarei quasi tentato di dire che la cultura può essere misurata dalla capacità di educare e ampliare tale ricettività e commozione in noi.

 

Il Linguaggio Elettrico

 

Invece molto spesso ci chiudiamo nei ghetti di ciò che già sottoscriviamo, della nostra parte, fazione, credo. Come notò Ezra Pound tendiamo a preferire i cattivi scrittori del nostro stesso partito ai grandi del partito opposto. Ma la letteratura e l’arte e il pensiero non hanno niente a che vedere con questi tesseramenti, solo con l’elettricità che l’autore sa riversare nel linguaggio collettivo, facendolo sussultare come la rana di Galvani. È anche il motivo per cui spesso sono le voci considerate inattuali (direbbe Nietzsche) quelle che, sulla lunga distanza, si dimostrano più potenti e trasformatrici anche nell’analisi sociale e politica. Lo espresse bene Dominique De Roux in dialogo con Arbasino in Parigi, O Cara: E infatti, gli scrittori che disturbano più concretamente la loro società non sono certo i Sartre che seccano De Gaulle e si sentono rispondere “mon cher maître” a livello di protocollo ufficiale per luminari. Sono piuttosto i Solzenycyn che nella loro critica a una società a un livello di giustizia hanno capito Stalin come Tolstoj aveva smitizzato Napoleone. Tutto questo, in teoria, è a sua volta piuttosto facile, chiaro. È molto difficile che un lettore colto dichiari di non leggere Cèline o Mishima perché trova irricevibili le loro posizioni ideologiche. Dante ci è immensamente lontano per cornice interpretativa della realtà, per gerarchie di valori, ma come non sentire nostra la sua umanità che sviene di orrore e pietà per quella Francesca che pure la sua teologia gli fa condannare all’Inferno? Il discorso invece si fa più difficile man mano che la distanza spazio-temporale si accorcia, o che l’ammirazione previa, anche culturale, si fa intensa. Che dire insomma degli artisti che sentiamo modelli o compagni di battaglie quando a nostro giudizio loro stessi sbagliano, magari clamorosamente, o semplicemente esprimono una posizione che non condividiamo affatto? 

Tutto questo ha assunto proporzioni davvero gigantesche nell’Affaire J. K. Rowling. La creatrice di Harry Potter è stata accusata di transfobia per alcuni tweet a sostegno di una differenza binaria tra uomini e donne a livello genetico (anche dopo un percorso di transizione) e per un paio di articoli sullo stesso argomento, e anche la sua sottoscrizione della lettera dei 150 contro la “Cancel Culture” è stata giudicata una delle falle più vistose dell’operazione. Lettori devoti dei suoi romanzi si sono detti delusi, feriti, addirittura sconvolti. C’è chi ha invocato il boicotaggio del nuovo film di Animali Fantastici e Dove Trovarli. Evidentemente, la Rowling accentra su di sé un’attenzione che Salman Rushdie (a sua volta accusato di essere un privilegiato che discetta di problemi secondari, sebbene abbia sulla testa una fatwa per empietà da parte di un regime teocratico come quello iraniano, il suo traduttore italiano è stato accoltellato e quello giapponese addirittura ucciso- condizione non condivisa da molti dei suoi accusatori) o Margaret Atwood non suscitano, proprio perché lei è stata la fata madrina di almeno due generazioni di lettori, ormai, che con i suoi personaggi sono cresciuti e hanno imparato a leggere (appunto) sé stessi e il mondo.

Le sue posizioni sono ovviamente discutibili (soprattutto per quel che riguarda certe applicazioni pratiche), sebbene a mio giudizio tacciare di transfobia chi non nega affatto la legittimità delle transizioni di genere, ma punta il dito su quella che ritiene una eccessiva facilità di approccio, soprattutto in quelle F to M, frutto a loro volta di una cultura eccessivamente machista che non permetterebbe alle ragazze lesbiche o eterosessuali di abbracciare la propria alterità rispetto a certi modelli, è una sciocchezza riduttiva, incapace di distinguere tra le sfumature.  Paragonare la Rowling agli evangelici americani che vogliono convertire i gay o alla nostra Silvana De Mari che accusa l’omosessualità di essere dannosa per la salute fisica e psichica tradisce una infantile incapacità di distinguere. Tuttavia le prese di distanza da questa prospettiva particolare si sono appunto estese a cerchi concentrici sulla stessa opera dell’autrice, colpevole di non essere stata abbastanza inclusiva anche nelle vicende della sua magica Hogwarts. E il punto decisivo per me resta proprio questo ossia l’avversione che improvvisamente si scatena in una generazione di giovani lettori che desidera opere e immaginari coincidenti con le proprie attuali convinzioni. Si tratta appunto di una reazione psicologicamente adolescenziale, come le proverbiali porte sbattute in faccia ai genitori dello stereotipo. Bisogna andare oltre.

Paolo Leonardo, Senza titolo (1999), Asta Pananti online

Servire oggettivamente la reazione

 

 Ovviamente si è liberi di supportare o meno un autore o un giornale o un sito, e chiunque avversi una linea ideologica si augura che le casse di risonanza di quella posizione siano sempre meno frequentate e ascoltate, ma anche qui, è necessario, necessario, distinguere. Come si può paragonare richiami come quelli della Rowling alle vignette di Libero o alle battute di Salvini sulla “eterofobia”? O la cultura machista dello stupro alla scena di sesso di gruppo tra ragazzini in It di Stephen King (falsità davvero sessuofoba  giustamente additata da Loredana Lipperini)? Per quanto riguarda le obiezioni mosse all’arte in sè, la risposta elaborata è che moralismo e consumismo hanno la curiosa tendenza a coincidere nell’esigere prodotti facili, che ci confortino nelle nostre previe convinzioni, chiare come l’acqua, laddove l’arte, come la vita vera, è densa e scura come il sangue. Le grandi opere non sono mai un luogo sicuro, dal punto di vista morale, intellettuale, emotivo ma uno spazio in cui si avanza nel buio, passo dopo passo, e proprio in questo sta la loro irrinunciabile bellezza; una risposta più semplice a chi critica che un romanzo possa raccontare il punto di vista di un pedofilo (come Lolita di Nabokov o Bruciare tutto di Siti) o un nazista impenitente (Le Benevole di Littel), facendoci provare persino comprensione o simpatia, è e dovrebbe restare semplicemente: “Benvenuti nel cosmo”.  Le critiche mosse non alle opere di questo o quell’autore, ma alle sue esternazioni politiche o sociali, sono una faccenda diversa, ma non priva di connessioni, implicite ma profonde, con queste obiezioni all’arte, che vorrebbero stenderla sul letto di Procuste di ciò che già sottoscriviamo. In ballo c’è una fondamentale impostazione di base, per la quale saremmo in grado di accogliere solo ciò che già ci assomiglia in tutto e per tutto, senza mai la forza di farci andare dove, lasciati a ciò che già sappiamo, non saremmo arrivati mai, e dove magari ci attende uno specchio oscuro ma ben più intenso e rivelatore. Ciò comporterebbe una radicale atrofizzazione della nostra identità autentica, comprese le battaglie intellettuali e sociali che sentiamo più urgenti e necessarie. È proprio per quelle che il confronto e l’assimilazione con l’alterità è particolarmente importante, e se questo può risultare facile quando ci si rapporta con uno sguardo radicalmente diverso, come sbattendo contro uno spigolo, una sfida più sottile ancora è costituita da posizioni solo parzialmente diverse. È proprio nella dialettica che sappiamo innescare con queste che si palesa la maturazione intellettuale. Certamente, come ha sostenuto Francesco D’Isa in un dibattito di un anno fa presso “La Polveriera” di Firenze, un intellettuale deve essere sempre consapevole che i propri distinguo alle grandi battaglie collettive non cadono mai nel vuoto, rischiano di farsi cassa di risonanza per altre posizioni davvero reazionarie, che c’è un ordine di priorità e anche una differenza tra i contesti nei quali sollevare dubbi e obiezioni. Ma questa accortezza non può essere un diktat assoluto che impone l’uniformità previa, pena la vecchia accusa di servire oggettivamente la reazione, come Le Temps Modern di Sartre scrisse di Albert Camus che affermava di non credere nel messianesimo marxista. Camus ribatté di non volersi schierare né con l’inefficacia della distruzione rivoluzionaria né con l’astensione del conservatorismo borghese, e che chi crede soltanto nella storia marcia verso il terrore, e chi non crede per niente nella storia autorizza il terrore. È un’intuizione decisiva. Nessun processo di trasformazione e critica, per quanto giusto, è totalmente limpido, e non c’è maturazione effettiva se tutti i moniti e obiezioni sono ridotti a impedimenti o ottusità irricevibili. Si deve imparare a distinguere e paragonare, così che quanto si incontra possa essere stroncato (e talvolta ciò è necessario, eccome), o integrato in una nuova e più vasta sintesi. Altrimenti il rischio di nuove cacce alle streghe, camuffate da indignazione progressista, non è semplicemente dietro l’angolo, è già avvenuto sotto i nostri stessi occhi. Chi nega che queste derive e tendenze siano già operanti nella nostra società ha qualcosa da obbiettare a quel vasto magnifico monito artistico che è stato – fin dal titolo – La macchia umana, dove Philip Roth puntò il dito contro un’orgia colossale di bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo subentrò, come dire, il pompinismo, e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata ventunenne impulsiva e innamorata, comportandosi nell’Ufficio Ovale come due adolescenti in un parcheggio, ravvivarono la più antica passione collettiva americana, storicamente forse il suo piacere più sleale e sovversivo: l’estasi dell’ipocrisia.

Quando si vuole ammonire sulla cecità della massa, così facile a essere pilotata, si cita l’episodio evangelico in cui la folla, aizzata dai Sommi Sacerdoti, preferì Barabba a Cristo. In chiave laica è anche opportuno ricordarsi che Socrate fu processato e condannato a morte per le sue domande “empie” non dal governo reazionario dei Trenta Tiranni, ma dal ritornato regime democratico.

 

Sentieri nel bosco

 

E questo ci riporta alla tenda di Andrej e Anatole. Al netto di tutte le obiezioni, come si può improvvisamente misconoscere la forza e il contributo che certi sguardi e voci hanno comportato per l’immaginario collettivo? Spesso noi oggi possiamo procedere e persino contestare determinati autori proprio in virtù della libertà che loro stessi hanno sostenuto e ampliato con la loro opera e voce. Come scrisse G. K. Chesterton a  inizio ‘900, una delle caratteristiche fondamentali del progresso collettivo e individuale risiede  nella capacità di gratitudine. Ci sono debiti che non si pagano, ed è bene che sia così, e spesso nei confronti di chi oggi può risultare molto distante dai nostri parametri etici o intellettuali.

Pensiamo a Oscar Wilde, trascinato in prigione tra gli insulti e gli sputi per sodomia, e giustamente assurto a martire della libertà morale, intellettuale, sessuale. Generazioni di artisti, uomini e donne omosessuali o semplicemente desiderosi di vivere una vita più vasta delle restrizioni del bigottismo, hanno guardato a lui con commozione. Il suo sacrificio è forse meno nobile e straziante quando si leggono i suoi scherzi sui “negri” in America (“tutti dovrebbero avere uno schiavo”)? Nella generazione precedente, Dickens aveva già avuto parole di fuoco contro la schiavitù, e ormai si era negli stessi anni di Lincoln. Le battaglie di Wilde contro l’orrore carcerazione infantile hanno meno peso e valore quando si scopre che egli cenava coll’ufficiale Esterhazy colpevole di aver incastrato l’ebreo Dreyfus e che sghignazzavano assieme sulla banalità degli innocenti? Come si fa  non cogliere che c’è un immenso costante fiume di pietà che percorre la sua opera, niente affatto contraddetto o inficiato dal gusto – altrettanto decisivo – di provocare e scandalizzare, e che tale sguardo profondo non si manifesta “nonostante” le sue convinzioni, ma attraverso di esse? Il lettore e ammiratore maturo non ha bisogno di scartare qualcosa, ma di esporsi alla forza di quelle parole, ancora vive dopo centoventi anni, nella specificità di quell’orizzonte culturale, e, che ne sottoscriva gli assunti o no, di afferrare la mano tesa e sanguinante. Oppure si pensi a D. E. Lawrence e al suo L’amante di Lady Chatterley o Figlie e Amanti. Oggi i suoi saggi su eros e identità possono risultare estremamente rigidi in classificazioni persino mitologiche (il maschio cielo che piove sulla donna terra,  l’uomo attivo e la donna passiva…) ma come negare che, in quella cornice di senso non priva di suggestioni e intuizioni, le opere di Lawrence hanno portato un vento di clamorosa, scandalosa, salutare novità, per cui le lettrici potevano finalmente leggere di eroine che provavano un orgasmo, riscoprivano con simpatia il diritto alla felicità sessuale, addirittura facendo compiere loro dei percorsi iniziatici che avevano davvero molto in comune con quelli degli eroi studiati dagli antropologi? Smetteremo di leggerlo e insegnarlo perché lo troveremo offensivo rispetto ai nuovi passi della società sul rapporto tra i sessi?  Come scrisse scherzosamente il poeta Philip Larkin, il sesso “fu scoperto” dai Beatles e lo stesso Lawrence. Lo stesso va riconosciuto, ad esempio, ai romanzi della Rowling, anch’essi comprendono “scoperte” fondamentali, le hanno incarnate nello svolgimento stesso della trama, senza bisogno di insegnare o ammaestrare: certo che vi si racconta una scuola d’élite molto simile, seppure nell’ambientazione fantastica, con le public schools britanniche degli anni ’90, ma come si fa a non riconoscere, nel più vasto e fondamentale merito della potenza e credibilità narrativa, quale immenso elogio della diversità percorra quel viaggio narrativo, i cui eroi e eroine non sono neppure dei “perdenti o sfigati” facilmente contrapposti al banale successo additato dalle norme sociali, ma degli “strani”, weird e queer, magari di fama riconosciuta, ma appunto capaci di scardinare, con la loro stessa esistenza, schemi di potere o privilegio? E che può persino esistere un patto di amore e comprensione tra le generazioni, proprio in virtù della difesa appassionata di questa stranezza, in tutti e ciascuno? Riprendendo il già citato Chesterton, i cattivi libri hanno una morale, i grandi libri sono una morale. O, come sottolineò Kundera, “la sola ragion d’essere di un romanzo è scoprire quello che un romanzo può scoprire. Il romanzo che non scopre una porzione di esistenza fino ad allora ignota è immorale. La conoscenza è la sola morale del romanzo”. Oggi tutto questo può esser espresso con maggiore audacia, certamente, ma sarebbe una differenza quantitativa, non qualitativa.  L’arte autentica è sempre vera, sempre grande. Non c’è alcun progresso morale in poesia. Come il mare, dice ogni volta tutto quello che ha da dire; poi ricomincia con tranquilla maestosità, e con l’inesauribile varietà che appartiene solo all’unità. Sono parole di Victor Hugo. La verità scoperta e vissuta crescendo a Hogwarts non sarà logorata dal tempo o da sue eventuali “mancanze”. Ed è sempre bene riaccorgersi che spesso noi abbiamo la libertà di cogliere fior da fiore su sentieri che altri hanno aperti a colpi di machete.


EDOARDO RIALTI (1982) È TRADUTTORE DI LETTERATURA ANGLO-AMERICANA E LETTERATURA FANTASY, SCI-FI, HORROR, PER MONDADORI, LINDAU, GARGOYLE, MULTIPLAYER. TRA GLI ALTRI HA TRADOTTO E CURATO OPERE DI J.R.R. MARTIN, C. S. LEWIS, J. ABERCROMBIE, P. BROWN, O. WILDE, W. SHAKESPEARE. E’ COLLABORATORE DE “IL FOGLIO” DOVE SI OCCUPA DI CRITICA LETTERARIA E HA SCRITTO LE BIOGRAFIE A PUNTATE DI J. R. R. TOLKIEN, G. K. CHESTERTON, C. S. LEWIS, C. HITCHENS. HA INSEGNATO IN ITALIA E CANADA. DIPENDESSE DA LUI, LA SUA GIORNATA COMPRENDEREBBE SOLO CAFFÈ, SPORT E SCRITTURA.

1 comment on “Critica e gratitudine al tempo della cancel culture

  1. Difendere o condannare un’opera per partito preso perché si appartiene ad uno schieramento ideologico, politico o quale che sia è evidentemente espressione di mala fede e stupidita.
    Ma penso che ogni uno di noi si riconosce o no in quello che vede o ascolta ed è normale di apprezzare e sostenere quello che più ci somiglia o che ci fa scoprire noi stessi.

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