Capire Gurdjieff



Chi era Gurdjieff? Un santo, un cialtrone, uno sciamano, un imbroglione? Un mistico guardiano di una Tradizione perenne o un volgare affabulatore? Questo è un articolo per scoprirlo.


In copertina un’opera di Elisabeth deane

Pubblichiamo alcuni estratti dall’introduzione di Adriano Ercolani a Il nunzio del bene venturo di Georges Gurdjieff recentemente ripubblicato con la traduzione di Maria Chiarappa da Castelvecchi, che ringraziamo.

di Adriano Ercolani

Se, in generale, bisogna accostarsi col più sottile discernimento e la più cauta accortezza all’opera e alla figura del “maestro di danze armeno”, in particolare, questo testo è, per alcuni aspetti, il più sfuggente, spiazzante, oracolare e insieme tecnico tra le opere in cui egli ha disseminato i suoi “frammenti di un insegnamento sconosciuto” (per evocare il titolo del fondamentale libro di P.D.Ouspensky dedicato all’incontro folgorante con Gurdjieff). 

Parliamo di pagine in cui, più che mai, si avverte la tensione mistica di superare i limiti del linguaggio, nell’ardente desiderio di comunicare l’ineffabile.

(…)

Scontato questo cortocircuito, in primo luogo, dobbiamo provare a rispondere a una domanda  da ben più di dieci milioni di dollari: chi era Gurdjieff?

Superficialmente, la risposta è semplice: era un filosofo, uno scrittore, un mistico, un compositore e un maestro di danze, di origine greco-armena, il cui insegnamento spirituale  ha avuto un’enorme influenza sulla cultura del Novecento, ad esempio su intellettuali e artisti (solo per citare i più noti) come Katherine Mansfield, René Daumal, Pamela Lyndon Travers, Frank Lloyd Wright, Peter Brook, Keith Jarrett, Robert Fripp e Franco Battiato.

(…)

Un’altra, suggestive, definizione è quella proposta da Henry Miller: «Un incrocio fra uno gnostico e un dadaista».

Ma stiamo parlando di una figura che non solo sfugge, per antonomasia, a definizioni ed etichette, ma il cui insegnamento trova proprio nello smascheramento della falsa personalità uno dei suoi pilastri.

Dunque?

Come ha scritto intelligentemente Chiara Babuin su minimaetmoralia:

«Chi era Gurdjieff? Un santo, un cialtrone, uno sciamano, un imbroglione? Un mistico guardiano di una Tradizione perenne o un volgare affabulatore? Dalle sue prime apparizione pubbliche, quindi da circa un secolo, ammirazione e sospetto, devozione e calunnia si alternano e mescolano, contribuendo a creare uno dei ritratti più controversi e contraddittori della spiritualità novecentesca. Certo, superficialmente il “maestro di danze armene” sembra avere il physique du rôle del falso guru: carismatico, misterioso, a tratti triviale, disinvolto e abile con i soldi, abile ipnotista e genio della seduzione dialettica. Eppure, a uno studio più approfondito e a uno sguardo non del tutto velato da condizionamenti, la sostanza dei suoi insegnamenti si rivela coerente e integrata con il cuore della pratica sufi e di quello che lui chiamava “cristianesimo esoterico”. Ma, nel caotico miscuglio di attribuzioni fantasiose e versioni apocrife dei suoi metodi, come fare chiarezza?.»

Personalmente, consiglio la guida affidabile ed esperta di Alessandro Boella e Antonella Galli, che nel libro L’insegnamento di G. I. Gurdjieff e le sue origini (Edizioni Tlon) offrono un’introduzione densa quanto filologicamente rigorosa a coloro che desiderano accostarsi a una delle figure più carismatiche e misteriose della ricerca spirituale del Novecento.

I due studiosi affermano con autorevole ponderatezza che Gurdjieff 

«portò con sé un insegnamento che oltrepassava tutti quelli che allora si conoscevano pubblicamente in Europa, e nel quale la nuova concezione delle leggi che governano l’universo, l’analisi della reale condizione psiclogica dell’uomo e l’azione nel mondo fisico diretta verso la realizzazione della possibilità di una coscienza cosmica oggettiva sono le basi per la trasformazione cosciente dell’uomo nuovo, che deve sviluppare tutte le possibilità latenti in sé; è difficile valutare quanto i suoi discepoli ne siano stati effettivamente trasformati, ma sicuramente i risultati del suo insegnamento ebbero un’influenza capitale su molteplici manifestazioni del pensiero del xx secolo..».

Fondamentale, per il lettore occidentale, è comprendere come non ci si possa accostare all’insegnamento, soprattutto scritto, di Gurdjieff utilizzando le mere lenti della razionalità: sarebbe non solo una sciocca perdita di tempo, ma, peggio, un’occasione di risveglio della propria consapevolezza perniciosamente gettata al vento.

Bisogna da un lato liberarsi della seduzione estetica che può suscitare il fascino del “maestro dell’Uomo Astuto” (la cosiddetta Quarta Via, secondo l’espressione di Ouspensky, dopo quelle tradizionali del Fachiro, del Monaco e dello Yogi), dall’altro sbarazzarsi dei pregiudizi nei confonti dell’”uomo che uccise Katherine Mansfield” (secondo un’accusa infondata che lo ha perseguitato per anni).

Per comprendere il valore dell’insegnamento gurdjieffiano bisogna predisporsi a un incontro interiore onesto e a una completa messa in discussione di tutte le proprie false certezze.

In particolare in questo testo, il gioco meta-dialettico di Gurdjieff (straordinario narratore in grado di calarsi con naturalezza nel ruolo beffardo di sommo trickster) appare quasi una sorta di rovesciamento del classico koan zen: il progressivo, circolare, accumularsi di circonvoluzioni che avvolge il lettore si rivela un sapiente esercizio sull’attenzione, in grado di mostrare da un lato la vanità della “ragnatela di parole” (shabda jalam, secondo l’espressione sanscrita del grande teologo e mistico Adi Shankaracharya, fondatore dell’Advaita Vedanta, la corrente filosofica che letteralmente si pone come “conoscenza del non-duale”), dall’altro di sorprendere il lettore con subitanee agnizioni e fulminanti svelamenti.

Come scrive Maura Gancitano rivolgendosi al lettore nell’introduzione al primo volume degli Incontri con Gurdjieff (trascrizione integrale degli insegnamenti trasmessi a Parigi in Rue des Colonels-Renard tradotta in italiano da Edizioni Tlon):

«Per evitare che il disorientamento ti impedisca di godere della lettura, proverò a darti qualche indicazione sulle idee gurdjieffiane trattate in quest’opera. Tieni conto, però, che una spiegazione intellettuale di queste idee è sempre fallimentare. Non si può comprendere questo insegnamento se non percependolo contemporaneamente con tutti i tre centri da cui, per Gurdjieff è composto l’essere umano: centro istintivo-motorio, centro emozionale e centro intellettuale. Non è dunque possibile dare una definizione davvero esaustiva delle sue idee, ma solo un’allusione, una guida minima. Ogni tentativo di sistematizzazione è una pia illusione..»

Si potrebbe, a questo punto, applicare, mutatis mutandis, un paradosso ben noto negli ambienti della ricerca spirituale, ovvero la famosa considerazione sui testi sacri: se uno non è illuminato, è inutile leggerli, poiché non ne capirebbe la profondità; se uno è illuminato, invece…già è illuminato, che li legge a fare?

In questo caso si potrebbe variare dicendo: se uno non è già all’interno del codice esoterico degli insegnamenti gurdjieffiani, come può apprezzare un testo così oscuro per i non iniziati? E se uno è già un iniziato alla dottrina segreta, che lo legge a fare?

(…)

Il nunzio del bene venturo fu l’unico libro pubblicato quando Gurdjieff era ancora in vita (e, si dice, improvvisamente e misteriosamente ritirato dal mercato dallo stesso autore) e fornisce informazioni preziose sulle origini e l’ispirazione del suo straordinario percorso di ricerca.

Inoltre, ha un sottotitolo autoesplicativo: Primo appello all’umanità contemporanea: un testo profondamente esoterico, ispirato a una sapienza antichissima e custodita da cerchie ristrettissime di inizati,  che al contempo si pone come appello all’intera umanità, in quel preciso momento storico.

(…)

C’è un passo, in particolare, cruciale del testo, che illumina uno degli aspetti più interessanti dello sviluppo del suo insegnamento e i suoi legami profondi con i monasteri dei dervisci in Asia Centrale: 

«decisi quindi, per ogni evenienza, di confidare le mie intenzioni a una “confraternita” (una sorta di monastero situato nel cuore stesso dell’Asia), allo scopo di assicurarmi in qualche modo la sua futura cooperazione. (…) Sin da allora, ovvero dal 1911, anno in cui arrivai nel paese allora chiamato “Turkestan russo”, mentre mi spostavo da una città all’altra verso Mosca incontrando diverse persone utili al mio scopo, e mentre preparavo tutto il necessario per la realizzazione dei miei intenti, ogni volta che mi capitava di incontrare, nel campo delle mie idee, persone che possedevano elementi che combaciavano con il mio proposito, che era in parte connesso col bisogno che avrei avuto di loro in futuro, vi stabilivo un rapporto e, dopo i necessari e mutui accordi e dopo aver fornito loro tutto il necessario, li mandavo nel monastero prima nominato. (…) Fatta eccezione per tre di loro (…) tutti gli altri, durante l’intero periodo, oltre a rispondere a tutte le esigenze stabilite dal monastero sotto la guida dei confratelli più anziani e di alcuni dei miei vecchi assistenti, che mi venivano di tanto in tanto a trovare in “ricerca della verità”, raggiunsero una completa conoscenza teoretica circa l’essenza della totalità delle mie idee, e la assimilarono praticamente nel loro Essere allo scopo di raggiungere in anzianità il proprio meritato bene oggettivo..»

Oltre a farci prendere confidenza con il tono e l’atmosfera profondamente misterica delle narrazioni gurdjieffiane, perché è cruciale questo passo? Perché testimonia lo smarrimento del contatto con la fonte originaria della sua conoscenza. Gli eventi storici successivi (come la Rivoluzione Russa e il successivo instaurarsi della dittatura sovietica) gli impedirono di praticare il suo insegnamento in queste modalità. 

Non avendo più la possibilità di inviare i suoi discepoli selezionati presso i suoi maestri originari, consapevole di non poterli condurre alla piena sapienza, Gurdjieff sarà costretto, in un certo senso, a sviluppare il lato psicologico del suo insegnamento.

Non sarà più un insegnamento vòlto al raggiungimento della liberazione (la Mukti della mistica indù), ma piuttosto a una spietata “conoscenza della propria nullità”, primo passo della consapevolezza umana verso “la conoscenza oggettiva”.

Ricordiamo brevemente, per assolvere pienamente al ruolo di “introduttori”, le altre opere (o come lui le chiamava le “serie” riunite sotto il nome complessivo di Tutto o ogni cosa) di Gurdjieff nell’ordine di lettura da lui consigliato: I Racconti di Belzebù a suo nipote, da lui definito “una critica oggettivamente imparziale della vita umana, libro che nasconde e rivela, dietro l’apparenza di mirabolante e rocambolesco romanzo di fantascienza, alcuni dei messaggi fondamentali del suo insegnamento; Incontri con uomini straordinari, autobiografia spirituale in cui narra le sue avventure da giovane “cercatore di verità” e il contatto con antiche fonti di tradizione sapienziale, confessando di essere ormai divenuto “abile nell’arte di nascondere seri pensieri in una forma esterna allettante e di facile comprensione.” (dal libro verrà tratto nel 1979 un film omonimo di Peter Brook); La vita reale, l’ultima cosa che scrisse in vita, purtroppo composta di frammenti introduttivi e trascrizioni di brevi conferenze.

Il nunzio del bene venturo è un testo chiave per comprendere la complessità straordinaria della ricerca di Gurdjeff, ma anche per comprendere l’origine spirituale, benché qui non esplicitata, di alcuni suoi atteggiamenti scandalosi o apparentemente sconvenienti: la cosiddetta “via del biasimo” di tradizione sufi, in cui  un maestro spirituale si camuffa da cialtrone ingannevole per evitare le pericolose adulazioni dei devoti, vincere, le continue tentazioni dell’ego, mostrare l’inconsistenza del giudizio altrui e mettere alla berlina le convenzioni sociali.

John Godolphin Bennett, matematico e ricercatore, discepolo diretto del maestro armeno, nel suo importante contributo Gurdjieff. Un nuovo mondo spiega riguardo a Il Nunzio del bene venturo: «Gurdjieff desiderava trasmettere l’enorme responsabilità di cui si era fatto carico e l’importanza del suo contributo personale»; e ancora: «È chiaro che tutto ciò che è scritto (..) non va preso alla lettera, bensì serve a ricordare che Gurdjieff era pronto a far vedere a coloro che andavano da lui il modo in cui svilupparsi.  (…) Tutto quello che è scritto (..) riveste un interesse profondo per capire lo sviluppo del pensiero di Gurdjieff; ma, nello stesso tempo, rappresenta un episodio sfortunato che in seguito egli preferiva seppellire.».

Nello stesso testo egli riporta una preziosa e, fino ad allora, inedita testimonianza di Ouspensky, una citazione poi eliminata dalla versione originale di Frammenti di un insegnamento sconosciuto, un breve passo che offre una riflessione illuminante: «giunsi alla conclusione perfettamente definita che le idee di Gurdjieff sono idee ‘viventi’ che crescono e si moltiplicano se opportunamente controllate, cioè se si trovano nell’atmosfera adatta. Non rimangono mai nella loro forma primitiva: o crescono, o scompaiono, mentre nell’uomo che ne ha ricevuto i princìpi e li ha accettati nel modo giusto incomincia un processo assai interessante di sviluppo e di combinazione di tali idee».

Questo punto è cruciale. Non si può ridurre ciò che stiamo affrontando a una mera astrazione intellettuale. 

Si tratta di un processo di trasformazione “vivente”.

Per comprendere l’impatto dell’esperimento di Gurdjieff, lo straordinario entusiasmo che ha destato in chi lo ha conosciuto e l’aura “magica” che tuttora circonda la sua figura è necessario sottolinearne un aspetto fondamentale: l’urgenza di aprire una sorta di “varco” spazio-temporale in cui un numero ristretto di ricercatori, ritenuti pronti, potessero iniziare a intraprendere un percorso di perfezionamento di sé. In attesa del ciclico riproporsi di questa epocale opportunità evolutiva, ai ricercatori attuali non rimane che provare a riconnettersi alle fonte di questa sapienza, di questo “insegnamento sconosciuto”.

Come mostrato dai citati Boella e Galli, le radici dell’insegnamento gurdjieffiano si possono ritrovare nel sufismo persiano e nel zoroastrianesimo e, sempre attraverso le fonti persiane, più alla lontana nell’eredità orfico-pitagorica presente nel Neoplatonismo (il suo allievo Alfred Richard Orage lo definì un “greco pitagorico”).

Si tratta, quindi, di una straordinaria sintesi di una ricerca spirituale millenaria, messa a punto per essere comprensibile all’uomo occidentale.

E chiariamo: quello che può sembrare, a uno sguardo superficialmente giudicante o meramente digiuno di conoscenza esoterica, come un confuso sincretismo, uno specchio frammentario e disorientante di varie tradizioni, in realtà rivela, a chi è in grado di contemplare la vanità delle barriere dogmatiche fino a vederle svanire, tutta la sua profonda e integra coerenza.

«Non si tratta di un mosaico, come sono tutti gli altri sistemi filosofici, ma di un tutto indivisibile», come scrisse puntualmente il suo grande discepolo e collaboratore Ouspensky.

 


Adriano Ercolani (Roma, 1979) Si occupa da oltre vent’anni dei rapporti tra cultura occidentale e orientale, esplorandone le diverse manifestazioni artistiche. Tra i fondatori deI movimento internazionale Inner Peace, collabora al progetto filosofico Tlon e pubblica regolarmente interventi e approfondimenti su numerose testate (tra cui Linus, Blog del Fatto Quotidiano, minima& moralia).

 

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