Un reportage di fine estate sulla più grande città al mondo.
In copertina e lungo il testo foto dell’autore
di Diego De Angelis
Salendo l’ennesimo piano dell’ennesimo centro commerciale, mi ritrovo sulle scale mobili, circondato da un microcosmo di vite quotidiane. Getto uno sguardo verso destra e vedo un uomo, intorno ai trentacinque anni, immerso nella lettura di un manga sul suo smartphone. Indossa una fascia portabebè e un bambino piccolo, poco più che neonato, osserva suo padre con occhi curiosi. A pochi passi di distanza, una vecchietta, curva come una tartaruga sotto il peso dello zaino, annota diligentemente qualcosa su una minuscola agenda. In quel momento, davanti a me si svela l’essenza dell’umanità di Tokyo, nei suoi estremi: la giovinezza e la vecchiaia, due forme differenti di resistenza al presente. Nel mese che ho trascorso a Tokyo, cercando di vivere la sua quotidianità e nei limiti della mia condizione da turista, mi ero prefissato l’obiettivo di cogliere aspetti di una metropoli che da decenni colonizza l’inconscio collettivo di chi si appassiona alla cultura nipponica. Non so se ci sono riuscito e d’altronde posso consolare la mia ignoranza dello status del viaggiatore che, per citare Mazzoni in questo suo racconto, è “nella posizione difficile di chi non sa nulla e giudica dalle apparenze – la posizione di un idiota e al tempo stesso l’allegoria, forse, di un’ignoranza più vasta, quella che nutriamo per tutto ciò che esorbita dall’ambito delle pochissime cose che conosciamo veramente.”
Tokyo è proprio come una persona se la immagina. I suoi stereotipi la raccontano piuttosto bene. Decine di milioni di persone convivono in un ammasso urbano che sembra non finire mai, che non ha confini visibili ma piuttosto si dissolve gradualmente. Le stazioni dei treni, che sono centinaia, sembrano labirinti che conducono a pezzi di un sogno.
Passeggiare la città significa incrociare un numero spropositato di uomini in abiti da salaryman, gli stessi che dopo il tramonto si addormentano appesi alle maniglie delle carrozze dei treni suburbani; le boulangerie d’ispirazione francese sono frequentate da casalinghe e donne in pensione; dopo pranzo le strade si riempiono di studentesse in divisa liceale e la sera i giovani invadono le strade sedendosi sui marciapiedi a bere birra o highball. C’è talmente tanta umanità tra le strade di Tokyo che ci si sente il granello di un oceano di sabbia. I giapponesi (o almeno i tokyoti) non incrociano lo sguardo, in pochi parlano inglese, e il senso di trovarsi sperduti, ad una deriva in cui la quantità di input sonori e visivi, tra jingle e scritte luminose, è proprio quella – banale, già – che provano i protagonisti di Lost in Translation di Sofia Coppola.
Quello che si racconta sulla sicurezza è vero. L’idea di vivere in una metropoli che non ha la tipica microcriminalità che conosciamo (borseggiamenti, furti e via discorrendo) altera così tanto la percezione degli spazi urbani che inebria: viene voglia di infilarsi negli anfratti più oscuri di notte; i konbini sono aperti 24 ore su 24, i negozi di elettronica fino a tarda serata, così come centinaia di sale di ufo-catcher e i rumorosissimi pachinko, spesso sprovvisti di guardie di vigilanza (le eccezioni ci sono in quartieri più caotici come Shibuya di notte).
A Tokyo è pieno zeppo di persone che leggono libri in formato tascabile e studiano/lavorano con i notebook. Le trovi ai McDonald, nei parchi, nelle carrozze dei treni e ogni quartiere ha cafè in cui puoi affittare (anche di notte) stanze o capsule-letto per leggere manga che vengono offerti dai cafè stessi. E’ pieno di cittadini che vivono la città da soli e si percepisce un forte rispetto per tale condizione identitaria.
Sarà per questo che, anche se ho passato moltissimo tempo solo, non mi sono mai sentito a disagio, proprio perché ho condiviso questa solitudine con chi mi stava attorno.
Nella mia situazione “di passaggio” è stato chiaramente piacevole trovarsi a vivere una città piena di servizi per solitari. Chiaro che è il sintomo di un problema sociale che negli ultimi anni, quelli post-covid, sembra essersi aggravato: quello della solitudine (soprattutto tra i giovani) è un disagio del quale si parla, basta farsi un giro sulla rete e scoprire che il 40% dei giapponesi ne soffre. In molti casi questa condizione è conseguenza di ore di lavoro stressanti, scuola impegnativa, difficili rapporti familiari. L’esigenza di voler passare il proprio tempo libero da soli – ma senza isolarsi fisicamente, come farebbero degli hikikomori – ha oggi un nome, “solokatsu” (che significa, appunto, provare piacere facendo qualcosa da soli).
La prima cosa che colpisce della città, quando la si percorre per più giorni, è l’importanza cruciale delle stazioni ferroviarie – non solo a livello logistico, ma proprio come centro. Ne scrisse già Roland Barthes nel suo L’impero dei segni nel lontano 1970, “La stazione, vasto organismo dove trovano posto i grandi treni, i treni urbani, il métro, un grande magazzino e un intero commercio sotterraneo, la stazione offre al quartiere il punto di riferimento che, a detta di certi urbanisti, permette alla città di significare, di essere letta”. Barthes scriveva che le stazioni a Tokyo sono “centro vuoto spiritualmente”, il contrario di quel centro che noi europei conosciamo bene, un centro contenitore di cattedrali, chiese o municipi.
Ed è vero. Non c’è niente di sacro dalle parti della stazione di Ikebukuro, a mente ricordo un paio di centri commerciali e decine di botteghe, grosse catene di elettronica, librerie e sale giochi.
Il sacro di cui Barthes nota l’assenza è spesso a pochi passi da una delle stazioni. Il Sensō-ji, il complesso buddista più antico e importante della città, è a sette minuti di passeggiata dalla stazione di Asakusa, mentre ci sono tre fermate della metro che circondano il Zōjō-ji .La lista degli esempi sarebbe sterminata: si stima che ci siano circa 1600 templi buddisti, numero che sale ad almeno il doppio se si contano anche i santuari scintoisti. A proposito di santuari shinto: spesso sono posizionati in luoghi inaspettati, a creare un contrasto affascinante. Come quello di Hanazono, a due passi dalla leggendaria Kabukicho, quartiere storico della prostituzione.
Visitando questi luoghi si svela una caratteristica fondamentale del rapporto tra conservazione e storicità. Quasi tutti i templi che ho visitato, seppur vecchi di secoli o addirittura di un millennio, erano stati ricostruiti in tempi relativamente recenti. Nella cultura europea il concetto di luogo storico è spesso associato alla conservazione dell’originalità e dell’integrità fisica delle strutture, mentre in Giappone la ricostruzione di un luogo sacro è una pratica necessaria e positiva. Il già citato Sensō-ji pone le sue fondamenta attuali su una costruzione degli anni ‘50. In questo caso specifico la ricostruzione fu una conseguenza dei bombardamenti americani, ma spesso ricostruire fa parte di un ciclo. Ci sono motivazioni legate ai disastri naturali, al fatto che questi edifici sono in legno, ma c’entra anche una filosofia basata sull’evidenza dell’effimero del mondo delle cose (il termine più famoso, sul tema, è wabi-sabi). Come ad esempio il Santuario di Ise, che viene rifatto ogni vent’anni con lo scopo di tramandare spiritualità e le conoscenze dei costruttori alle generazioni future, o il palazzo imperiale di Kyoto, ricostruito otto volte.
Dopo aver visitato decine di luoghi di culto, davanti ai miei occhi si poneva quello che mi sembrava un paradosso: anche se, almeno in teoria, la grande maggioranza dei giapponesi si dichiara atea, la città è disseminata di templi che non hanno perso un significato spirituale. Forse. Ma sicuramente estetico, nella misura in cui questi i templi, immersi tra gli edifici della contemporaneità, tengono in vita le teorie armoniche zen su come costruire un paesaggio, a partire dal posizionamento delle pietre di un giardino.
Capita spesso di assistere a qualche fedele prodigarsi al tipico percorso di preghiera, leggermente differente se ci si trova in un luogo buddista o shinto, in cui ci si purifica lavandosi le mani ad una fontana e con un mestolo, si fa un’offerta economica, si accende l’incenso, infine un inchino. La fauna che staziona per una preghiera è variegata: ho visto giovani coppie di fidanzatini del liceo, salary-man in giacca e cravatta, molti anziani, ricordo di un centauro con tanto di giacca in pelle nera e la patch del proprio club. L’impressione è che questi luoghi siano una zona di comfort, l’antitesi al caos delle stazioni nelle ore di punta; qui il tempo è sospeso ad un’era pre moderna (con le dovute eccezioni, i water dei templi hanno la complessità di uno smartphone). L’esperienza dei due mondi che collidono è quello che si prova salendo le scale del santuario shinto di Nishikubo Hachiman, circondato da grattacieli di sessanta piani, a circa cinquecento metri dalla Tokyo Tower, proprio nel mezzo del grigiore lucente della città finanziaria.
Fuori i templi, sia shinto che buddisti, si possono trovare delle bacheche con dei fili a cui sono appesi fogliolini bianchi, a vederli danno quasi l’effetto di fuochi fatui. Sono gli omikuji, dei foglietti che contengono predizioni sul futuro di chi li acquista dietro offerta (circa 300 yen). Spesso nei templi si trovano piccoli negozi, gestiti da monaci o sacerdotesse, che vendono omamori, dei portafortuna a tema (soldi, famiglia, salute, via così). La società giapponese moderna è invasa dal gioco d’azzardo e tutto sommato possiamo trovarne le antiche origini nelle pratiche portafortuna delle sue due religioni più importanti. Gli ufo-catcher (i cabinati in cui bisogna catturare un premio) sono ovunque, spesso aperti fino a tardi. Invasi da luci che cambiano colore e musichette appiccicose, sono aree in cui ragazzi e adulti, a volte anche famiglie, giocano innocentemente qualche migliaio di yen (decine di euro) per potersi portare a casa l’agognata action figure dell’ultimo anime in voga. Il piacere è davvero quello di vincerla, perché a pochi metri un negozio dell’usato quell’action figure te la venderebbe a prezzi modici e in ottime condizioni. Eppure, dietro a l’innegabile atmosfera da safe-zone, alla quale ho ceduto più volte, si nasconde lo spirito giapponese in cui tutto può essere giocato e vinto: caramelle, oggetti da cucina, integratori proteici per body-building, pupazzi di cavalli da corsa. Tutto gestito con la solita armonia, la normalizzazione del gioco d’azzardo dietro a colate di pucciosità.
E’ stranamente piacevole, la sera, se non si sa cosa fare, fermarsi in una di queste catene ludiche (come Round Up) e affondare in un horror vacui di kawaii. I pachinko spuntano come funghi e sarebbe un errore pensare che siano figli di un qualche disagio recente della società giapponese: basta vedere i film del passato, come Il sapore del riso al tè verde (Ozu, 1952), in cui uno dei personaggi dice ad un altro, “Vesti questa pallina d’argento? Questo sei tu, è la tua vita”. Il pachinko, in breve, è questa macchinetta in cui bisogna, tramite una manopola, lanciare una pallina d’argento che deve infilarsi nel buco giusto – che attiva poi una sorta di slot machine. Oggi le sale pachinko contengono centinaia di macchinette per piano, quando si gioca viene lanciata in media una sessantina di palline al minuto: il suono dei pachinko è puro rumore bianco (questo video mi fa sempre molto ridere). Ancora oggi valgono le parole del già citato Roland Barthes, sempre ne L’impero dei segni:
“Il pachinko è un gioco collettivo e solitario. Le macchine sono disposte in lunghe file. Ognuno, in piedi, dinanzi al proprio quadro gioca per se stesso, senza guardare il vicino, con cui, tuttavia, sta gomito a gomito. Non si sente che il brusio delle biglie lanciate (la cadenza di inghiottimento è molto rapida); la sala è come un alveare oppure un’officina: i giocatori sembrano lavorare alla catena di montaggio. Il senso imperioso della scena è quello d’una fatica intensa, assorta; mai un atteggiamento ozioso, disinvolto o civettuolo, nulla di quella pigrizia teatrale dei nostri giocatori occidentali, che s’attardano in piccoli gruppi sfaccendati intorno ad un biliardino elettrico, ben consapevoli di rappresentare per gli altri clienti l’immagine di una divinità esperta.”
Tokyo ha sempre angoli in cui si sta costruendo un nuovo palazzo o restaurando qualcosa. Quello che stupisce è vedere l’attenzione che c’è nei confronti delle persone che hanno un lavoro fisico, faticoso. Un giorno stavo passeggiando per una strada poco dopo la stazione di Nakano. Un gruppo di quattro operai stava lavorando di fronte l’entrata di un Pachinko, nello specifico cambiavano delle luci. La cosa che mi ha dato all’occhio è stata la qualità e la completezza dei sistemi di protezione individuale: avevano caschi, cinture di sicurezza, occhiali, guanti operativi e calzature. Così, in quattro, per cambiare due lampadine. E non è l’eccezione, anzi, vi basta buttare un occhio verso qualsiasi lavoro in corso che viene fatto in città. Sintomo di un insieme di leggi sulla sicurezza che vengono rigorosamente rispettate, certo, ma anche di una cultura del lavoro che stupisce se penso a come si lavora sui tetti delle case in Italia: con canotta della salute e cappellino usati come dispositivi di sicurezza (sì, chiaro, sto estremizzando), per non parlare di quello che succede al Sud con il caporalato (non c’è bisogno di ricordarvi l’atroce storia del braccio di Satnam Singh) o di ragazzi morti durante uno stage scuola-lavoro. Comunque, per stare sui numeri, il risultato di questa sicurezza è quello di avere 1.6 decessi ogni 100.000 lavoratori, nella media dei paesi scandinavi. Mentre in Italia è 3.4, e negli USA è 5.2.
Mangiare a Tokyo merita di essere raccontato a partire dalle strade che odorano di brodi, del pesce grigliato, fritti croccanti e spezie che stuzzicano, familiari o esotiche che siano. C’è una motivazione storica e sociale dietro il perché la ristorazione sia l’attività commerciale dominante: si passa molto tempo fuori casa a causa degli spostamenti lavorativi, gli appartamenti sono spesso piccoli e mangiare fuori è diventato più comodo di cucinare. Mangiare fuori casa, specialmente di sera, è anche un’occasione per socializzare.
È una consuetudine radicata incontrarsi con colleghi dopo il lavoro o con amici universitari per condividere il pasto. In questo contesto gli izakaya rappresentano una soluzione ideale, risolvendo perfettamente il triangolo cibo-lavoro-socialità. Sono locande che affondano le propri radici addirittura al periodo Edo, in cui si beve accompagnandosi con del cibo, ordinato in piccole porzioni durante la serata. L’immaginario tradizionale dell’izakaya è quello di un lungo bancone centrale in cui gli avventori siedono di fronte l’oste, il quale prepara il cibo, delle lanterne di carta e dell’arredamento in legno, un’atmosfera che potrebbe ricordare le botteghe di Mateusz Urbanowicz. Ma gli izakaya si declinano anche nella versione più moderna, con ampi spazi separati in tavolate, ognuna con la loro privacy e la selezione dei piatti tramite comodi tablet. Esistono diverse catene di izakaya e ognuna ha il proprio stile di arredamento e le proprie specialità – come nel caso di Torikizoku, noto per gli yakitori (degli spiedini). I locali sono spesso ubicati al primo o al secondo piano dei palazzi, un po’ nascosti, dando sempre quell’effetto da città-labirinto.
La selezione automatica del cibo e delle bevande è una costante di molte catene di ristorazione, come Sukiya o Matsuya, dove tramite un display si costruisce il proprio set (o ne viene proposto uno standard). Per esempio, un set a base di Unadon (riso e anguilla grigliata in salsa), zuppa di miso e contorni di insalata viene a costare circa 900 yen – al cambio mentre scrivo circa 5 euro. Da quando si ordina si viene serviti in pochi minuti. È implicita la richiesta, al cliente, di mangiare e non traccheggiare al proprio posto, ma di liberarlo in tempi relativamente brevi. Sono servizi di fast-food, con pochi coperti e in cui il basso costo è per il fatto che c’è un alto turnover di clienti ogni ora. Questa richiesta di buon costume vale anche per le altre piccole attività di questo tipo.
Ricordo di aver cenato in un ramen shop di Golden Gai, una piccola via di Shinjuku, a pochi passi da Kabukicho. Un posto pieno di luci al neon, cavi della luce e minuscoli bar. Quel ramen shop è considerato tra i più buoni della zona e ogni sera c’è una fila di persone che riempie l’angolo del palazzo. Su un foglio, appeso al muro di quel punto, c’era questa scritta in inglese (quindi per i turisti) in cui si chiedeva di mangiare in tempi brevi, pena un’occhiataccia antipatica da parte dei cuochi. Chiaramente sono considerazioni valide nelle ore di punta, quando il locale non ha clientela non ci si fanno problemi del genere.
Per chi vuole ritmi più rilassanti e rimanere sull’economico si può provare l’esperienza dei family restaurant. Come si intuisce dal nome hanno menù dedicati ai bambini. È famosissimo tra i giapponesi Saizeriya, specializzato in una (rivisitata) cucina italiana: piatto tipico il doria, un gratin di riso, con besciamella, carne e verdure.
Una delle particolarità di Tokyo è vedere gli anziani lavorare per le strade, mansioni come controllare il passaggio dei pedoni sulle strisce pedonali o dare indicazioni all’entrata dei parcheggi dei veicoli. Sembra la conseguenza di una necessaria utilità sociale della quale sono toccati tutti i cittadini. Hai la netta sensazione che tutto debba funzionare in nome di un’armonia che segue i ritmi della metropoli. Si dice che questa armonia sociale sia conseguenza dello shokunin, un termine che definisce l’etica del lavoro e vale per i lavori più umili così come i più prestigiosi: è l’idea di essere orgogliosi di quello che si fa in quanto contributo al bene comune. Se estremizzata questa filosofia può portare ai karoshi, il famigerato termine con il quale si indicano i morti per stress psicofisico.
L’invecchiamento della popolazione giapponese è, potete immaginare, qualcosa di rilevabile anche a Tokyo. Quasi il 30% è over sessantacinque, mentre uno su dieci supera gli ottanta. L’alta aspettativa di vita ha fatto sì che i giapponesi non solo vivessero a lungo, ma che fossero in salute anche in terza età. Per una combinazione di fattori (assistenza sanitaria di alta qualità, abitudini salutari come attività fisica e una dieta sana) molte persone sono invecchiate ma ancora viaggiano e vivono la quotidianità senza grosse limitazioni. Tokyo è piena di vecchietti che prendono treni suburbani, che fanno turismo, ma che soprattutto continuano a mandare avanti le attività commerciali che conducono da sempre. Sugamo è un quartiere a nord di Tokyo che è talmente frequentato da anziani che viene chiamato “l’Harajuku delle donne” (Harajuku è il quartiere della moda giovanile). Ha uno stile che rimanda al passato, con negozi di pentolame o biancheria intima, locande di tempura e ramen shop in cui non si ha traccia di menù in inglese. La sua via principale, Jizo-Dori, è piena di queste attività commerciali gestite da persone molto anziane. Sugamo è il caso più evidente di un fenomeno che colpisce le zone meno turistiche e giovanili di Tokyo. Ovvero, cosa succederà a queste strade quando non ci saranno più – in tempi più o meno brevi – i tokyoti della generazione del boom economico degli anni ‘60? Un piccolo mondo antico, immerso in una dimensione urbana, che se non verrà in qualche modo ereditato andrà perso.
Di questo ho parlato con Flavio Parisi (giornalista e fotografo, fondatore del blog Pesceriso). “Il tema che mi proponi è molto interessante, e ci ho pensato anche io. In particolare sono sempre stato attratto dalle botteghe di barberia di Tokyo, negozi spesso di più di 80 anni di età con una loro poeticità e un’estetica rimasta spesso intatta nel tempo. Ne ho fatto un progetto fotografico, e le foto sono state esposte a Milano in una mostra di Perimetro. Parlando con i titolari, quasi tutti mi hanno detto di essere prossimi alla pensione e che i figli non avevano voglia di continuare l’attività. Di conseguenza i negozi avrebbero chiuso di lì a qualche anno, cosa che puntualmente è successa in molti casi. Il declino della popolazione è un tema enorme in Giappone, e la politica sta già pensando di regolare gli ingressi dall’estero come richiesto da molti datori di lavoro. C’è da dire che però Tokyo risente di una immigrazione interna per la quale la sua popolazione aumenta costantemente, la questione drammatica esiste nelle zone periferiche dove interi paesi scompaiono.”
Vero. Tokyo è piena di giovani famiglie, ad occhio se ne vedono più che nelle grandi città italiane, ma forse è solo una sensazione. Seppur negli ultimi anni, dal Covid in poi, ci sia stato uno spostamento verso altre zone urbane limitrofe (tipo Chiba e Saitama), l’area di Tokyo ha subito certamente un drastico cambio delle piccole attività, come diceva Flavio, e come si percepisce passeggiando per Sugamo. Insomma, interi quartieri cambieranno a breve.
Spiace scriverlo, sarà la condizione del turista che viene dall’Europa, peccando di esotismo (o addirittura di orientalismo) nel ribadire quella sensazione di sogno, malinconico e inebriante, che è girare Tokyo per giorni interi. Una malinconia che forse è figlia di una linea imperscrutabile, ma che si sente e si tocca, che divide chi vive questa città – di strade senza nome, di strade che si intersecano come ramen, di persone immerse nel formalismo dei gesti fisici – con chi può solamente attraversarla. Scrive bene Amanda Petrusich nel suo intervento in The Passenger, Tokyo: “Nel ricordo di molti occidentali Tokyo ha un che di antiche vestigia: è incomprensibile, subliminale, indistinta. Finché sparisce.”








Ognuno la vede come la vede.Noi coppia quasi ottantenne ci siamo allontanati per un pò da un viaggio organizzato e ci siamo sbizzarriti a girare col metrò(non difficile)e scoprire la città da soli.Gentilezza ovunque,inchini a profusione,civiltà,pulizia.Senso di appartenenza,di sicurezza tra case e grattacieli bellissimi.Tecnologia al top.E si mangiava benissimo con poco.Una confusione apparente e organizzatissima.Il tassista che ci ha portato dall’albergo alla stazione bus per l’aereoporto,senza che glielo chiedessimo,arrivati alla stazione,è sceso dal taxi ,ci ha accompagnato in ascensore fino alla biglietteria e indicato la banchina da cui partivano i bus.Proprio come in Italia.
Sto organizzando il mio primo viaggio in Giappone e mi sono imbattuta nel tuo articolo.
Grazie, mi ha trasmesso molto.
Per quanto stia studiando e mi stia documentando, leggere che molti si definiscono atei mi ha colpita.
Grazie ancora
Un reportage vissuto e raccontato con passione e competenza. Bravo Diego, penna sopraffina la tua!
Commento solo una cosa…LA SOLITUDINE.. ho fatto lo stesso viaggio.. classico viaggio in giappone senza tour operator, venivo accolto dalle persone che condividevano la qualunque…parlare alle 6 di mattina con anziani.. o la sera con i salaryman ubriachi..bere sake o suntory con mentre mangi yakitory in una bettola con persone di dubbia attività che parlano con te solo perché reggi l alcol più di loro..io questa solitudine nn l ho minimamente percepita.. e ho fatto un viaggio con moglie e figlia nessuno di noi è giapponese nativo..ma conosciamo cultura e modi e la gente del posto se li rispetti si aprono..ti accolgono e ti vizziano pure( 4 ryocan diversi 4 proprietari che ci hanno accompagnato con le loro macchine e preparato pranzi al sacco senza avergli chiesto nulla..e senza far parte del pacchetto pagato) solo perché rispetti la loro cultura la loro vita…
Mi spiace che hai provato questa sensazione di solitudine..ma come tutte le società moderne se ti chiudi nella tua solitudine..nessuno viene a prenderti
Complimenti per l’articolo… mi trovo da qualche settimana ad Hiroshima, dove (questa volta) resterò un anno, con moglie “locale” e figli. Tokyo, ma più in generale le città ed il popolo giapponesi sono estremamente complessi, è molto difficile descriverli in un breve testo, secondo me non si può che dare spunti e suggestioni, e credo che l’articolo ci riesca bene, andando giustamente oltre i soliti stereotipi (peraltro in genere veri), per approfondire altri aspetti che comunque dicono molto a proposito dei giapponesi. Trovo molto vera e bella la sensazione “inebriante” che dà la sicurezza delle città: in queste prime settimane di inserimento nel nuovo contesto vedo che non solo io, ma anche i miei figli sono molto facilitati dalla percezione di sicurezza che offre la città, radicalmente diversa dall’incertezza che regna nella quotidianità italiana… Mentre scrivo mi trovo in uno spazio co-working poco affollato, dove le persone (sempre i soliti) a malapena si salutano. Non so se siano persone sole, io però percepisco qualcosa di diverso dall’isolamento o dall’indifferenza… più che altro, a me sembra che ognuno faccia le sue cose e viva lo spazio con profondo rispetto per gli altri, e forse è proprio questo che rende il luogo accogliente, anche senza dover “aggiungere” elementi ulteriori (chiacchiere, saluti, ecc.) che magari per noi sono “colore e calore”, ma per un giapponese probabilmente sarebbero cose del tutto fuori contesto.
Si, c’è una questione di timidezza e riservatezza, ma c’è anche una questione di essenzialità del loro stile, visibile in ogni ambito, e veramente molto profonda e radicata. Uno stile la cui conoscenza da parte di un europeo richiede di mettere insieme con pazienza molti dettagli, che spero di riuscire quanto più possibile a raccogliere nei prossimi mesi…
Interessante, il mio commento era sfavorevole all’articolo ed è stato rimosso…complimenti!!!
Tipico articolo di chi non sa neanche dove sia Tokyo, pieno zeppo di luoghi comuni senza né capo né coda. L’unica cosa corretta dell’articolo e che sei il solito turista occidentale…
Tipica risposta di probabile Giappominkia…
Bellissimo articolo!
Ho rivissuto parte delle emozioni dei miei recenti 15 giorni in Giappone e ricevuto nuovi spunti.
Grazie
Ora sono tornato da un viaggio in Giappone, a Tokyo ci sono stato per 9 giorni e molto di quello che ho letto ora in questo articolo l’ho notato anch’io.
Condivido pienamente lo stato d’animo dell’ autore e le sue sensazioni sono state anche un po’ le mie.
Sono rientrata da poco da questo tanto atteso viaggio in Giappone.
Ho ripercorso tutto leggendo il tuo articolo
Il mio viaggio è stato voluto, desiderato tanto soprattutto perché ho rivisto e abbracciato mio figlio di 25 anni che non vedevo da due anni.
Lui ha voluto fare l’esperienza di vivere in Giappone, studiare e iniziare a lavorare ma ora che sono trascorsi due anni, si rende conto che anche lui ha vissuto e sofferto un po’ la solitudine soprattutto durante alcune feste particolari come il natale o la pasqua.
Le sue giornate sono molto intense e piene ma anche lui più volte mi ha parlato di un popolo un po’ solitario. Lui ha relazionato molto con altri studenti stranieri ma la voglia di restare in questo territorio così diverso dal nostro per la loro cultura, per la compostezza, l’ordine, gli fa superare i momenti bui della solitudine.
Certo in Italia nelle grandi città come Milano la situazione non è poi tanto lontana da quello che succede a Tokyo.
Per concludere il mio pensiero per me è stato un viaggio piacevole, meraviglioso, indimenticabile.
E per mio figlio lui vorrebbe tanto vivere definitivamente lì con i pro e contro che questa città può dare.
Da genitore faccio fatica ad accettare ma è la sua scelta è la sua vita. Il mio compito ora è di incoraggiarlo e sostenerlo.
Auguro a tutti coloro che vogliano intraprendere la stessa esperienza, di vivere seguendo i propri sogni senza aver paura.
Grazie Diego per il tuo articolo.
Mah! La chiave di scrittura di un qualsiasi report o altro che parli di Tokyo è il titolo: Un reportage di fine estate sulla più grande città al mondo.
Nel lavoro che ho letto questo non c’è!
Quella descritta sembra essere una città di provincia qualsiasi….. Non la capitale dell’ Impero Giapponese Vergogna!
Articolo molto interessante, sembrava di essere lì e di poter girare per le strade di Tokyo. Io sto mettendo da parte i soldi per fare un viaggio in Giappone e quest’articolo mi è stato molto utile, mi è venuta ancora più voglia di andarci
Articolo molto bello, dettagliato nella descrizione..ho avuto la sensazione di camminare lungo le vie di Tokio e vivere quelle sensazioni descritte! Complimenti
Articolo molto interessante,mentre lo leggi ti senti catapultato nella grande metropoli Tokyo e sembra di starci dentro.complimenti a Diego De Angelis.