Capitali coraggiose


Piccole città che fanno grandi cose.


di Roberta Rocca

C’è una città al limitare del continente, appena sulla soglia del profondo Nord, che fremeva già da mesi attendendo l’inizio del nuovo anno. Aarhus, latitudine 56°9′ Nord, ridente località del Midt-Jylland, Danimarca, ignota ai più – almeno al di qua delle Alpi – contava da tempo giorni, ore e minuti all’anno nuovo. Li contava gioiosa e in fermento, quasi sulle punte delle dita, le dita in questione essendo un ambizioso timer sulla facciata della nuova biblioteca della città, pensata e costruita per l’occasione.

Ad Aarhus, capitale europea della cultura per il 2017, si respira il gioioso fermento delle grandi occasioni, di quel tipo di cui non si sa mai se sia vacuo ed istituzionalmente indotto o genuinamente coinvolgente. Nel caso di questa cittadina di poco più di 300.000 abitanti, di cui 40.000 studenti, sembra, appunto, un misto di attesa ed entusiasmo, sebbene venati da un’immancabile ombra di scetticismo. Cartelloni, stendardi e mattonelle sui marciapiedi ricordano quasi ossessivamente il grande evento incombente, con una retorica appassionante. Talvolta, bisogna dire, tutto questo risulta persino tenero nella sua magniloquenza; come nel caso dell’aneddoto, ormai un immancabile classico in città, che si racconta a proposito alla conferenza stampa di presentazione del progetto Aarhus 2017. In quell’occasione, il sindaco si lanciò in rosee previsioni sulla risonanza dell’investitura a capitale della cultura, che avrebbe reso la citta caput Europae per l’intero anno e meta di flussi turistici incontrollabili. Salvo poi tacere alla domanda di un giornalista che chiedeva provocatoriamente se ricordasse quale fosse l’attuale capitale.

Ma sebbene accompagnato da una commozione talvolta un po’ eccessiva, un po’ naïf, l’evento sta innescando il potenziale creativo di una città che, dal limite della Scandinavia, brilla di idee e progetti, e manda segnali da prendere in considerazione sui nuovi scenari culturali in Europa. E che potrebbe forse scuoterci da quel certo snobismo che caratterizza almeno un po’ della nostra retorica interna, quella retorica giocata su una demarcazione tra il civilissimo nord ed il nostro coltissimo paese, dal passato glorioso ma incapace a custodirlo.

Soffermarsi sul cartellone degli eventi per Aarhus 2017, densissimo ed ambiziosissimo, illumina solo in parte la portata del fenomeno. Gli eventi spaziano dall’esibizione della West-Eastern Divan Orchestra diretta da Daniel Barenboim a Tree of Codes, spettacolo nato dalla sinergia tra Jamie xx, Olafur Eliasson ed il coreografo Wayne McGregor.

Le mostre in cartellone, disseminate in tutta la regione, sembrano alludere a nuovi orizzonti nel panorama delle arti visive, articolati con un misto di nomi ormai noti (come Joana Vasconcelos e Thomas Hirschhorn) e nuovi ambiziosi progetti, tra cui una mostra sui sette peccati capitali, cui i principali musei danesi contribuiscono ciascuno con un pezzo.

Ma ciò che colpisce nella vita culturale di Aarhus degli ultimi mesi è il progetto permanente che la città ha costruito intorno all’evento, che passa per la creazione di grandi spazi di cultura, innervati di partecipazione attiva. Le grandi opere per Aarhus 2017 non sono ingombranti escrescenze di difficile integrazione con l’attuale tessuto urbano e sociale, da reinventare a nuovi improbabili usi a fine evento, ma spazi attorno le quali la società si è già riorganizzata, che la città ha già inglobato e reso proprie, e che a loro volta ne hanno già pervaso e riformulato la vita.  Quanto stupisce, dunque, non è tanto in assoluto la densità del cartellone, o la vivacità di questa piccola cittadina, che ospita già, peraltro, uno tra i musei d’arte contemporanea più interessanti del momento, ma piuttosto, la straordinaria capacità di pensare l’occasione nei termini di un progetto permanente di riforma dall’interno degli spazi culturali della città. E quanto colpisce ancor più è che questo processo a lungo termine sembri già compiuto all’alba dell’annus mirabilis, ed abbia già innescato un fenomeno di ampio respiro quasi autonomo rispetto alla componente più mondana dell’evento. Il progetto Aarhus 2017 ha messo in scena attraverso l’architettura pubblica uno dei principi fondanti della vita pubblica scandinava: un’idea di cultura pienamente democratica, fatta di partecipazione senza distinzioni di classe e d’età. 

Sono svariati, ad Aarhus, gli esempi di grandi spazi pubblici di cultura, dove questo processo di catalizzazione della partecipazione pubblica alla vita culturale si realizza. Il primo, e più sorprendente, è probabilmente la nuova grande biblioteca, inaugurata appena un anno fa e premiata come miglior biblioteca del mondo nel 2016 dalla International Federation of Library Associations and Institutions. La Dokk1 sorge sul porto– porto tra i principali nel Nord Europa, che accompagna la città lungo tutto il suo sbocco costiero. L’edificio, ambizioso e mastodontico all’esterno, è all’interno un unico grande open space, composto da spazi separati per via funzionale più che fisicamente, con enormi pareti a vetro sul porto e spazi che variano da più tradizionali angoli a spazi per proiezioni, eventi di divulgazione scientifica, didattica, videogiochi, tandem linguistici e fiere dell’artigianato di varia natura. A popolare questo microcosmo un flusso costante di fruitori con le intenzioni più diverse: da studenti a ridosso degli esami, a famiglie con bambini di tutte le età, a semplici turisti in cerca di una pausa panoramica. La biblioteca è sempre pervasa da un gioioso, discreto, indistinto brusio di voci, ed infusa di luce naturale: un’esperienza sociale, che riesce pienamente a rendere la biblioteca un luogo di partecipazione e di un fare collettivo.

L’ARoS, il museo d’arte moderna e contemporanea, meriterebbe un discorso a sé. In sé tipico esempio di una massiccia architettura scandinava, assume tutt’altro tono sormontato dal colorato Rainbow Panorama di Eliasson. L’anello percorribile all’interno rende l’edificio quasi leggiadro, il suo interno trasparente all’esterno e viceversa. Il gioco di integrazione tra interno ed esterno si riflette in un’assoluta permeabilità tra il fruitore e la citta, che si intravedono e rispecchiano a vicenda tramite lo spazio esperienziale creato dall’artista islandese. Il museo ospita mostre sempre sorprendenti: tra le ultime, una splendida interrogazione sull’identità politica dal titolo “No Man Is An Island: The Satanic Verses”, costruito come una splendida messa in scena per opere della crisi dell’immaginario politico europeo. Ancora in mostra, invece, Textures of Life di Joana Vasconcelos, una mastodontica scultura di stoffa che popola gli interstizi tra gli spazi espositivi ricreando forme dalla parvenza organica, che possono essere seguite ed esplorate ma non abbracciate ad un unico sguardo. Sempre brulicante di visitatori ed eventi, il museo si è ormai affermato come esempio di una concezione contemporanea e illuminata dello spazio espositivo.

Tanti altri esempi, da Godsbanen, vecchia stazione ferroviaria riconvertita in enorme agglomerato di centri culturali, al piccolo teatro Bora Bora, che ospita una stagione di teatro danza raffinatissima e fuori dai paradigmi dell’establishment, potrebbero arricchire questo quadro. Ma par meglio lasciare almeno un po’ di spazio alla scoperta. Questa nuova capitale merita forse qualche attenzione: pulsa di idee, freme di futuro.


Roberta Rocca (profondo Sud, 1992), ha studiato Filosofia all’Università di Palermo, e Scienze Cognitive a zonzo per l’Europa.

2 comments on “Capitali coraggiose

  1. Carlotta

    l’articolo ci mostra come una città possa essere un unico spazio culturale … che sia un modello da imitare?

  2. Pingback: ATBV

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