Carabi, mattatoi e antispecismo in Henri Fabre

Nel descrivere la abitudini alimentari di alcuni coleotteri, il celebre entomologo si avventura in divagazioni sulla macellazione degli animali che sembrano anticipare l’antispecismo.


IN copertina: Un’opera di Francesco D’Isa

di Tommaso Lisa

A Vanni e ai sui ragni

Si rimane meravigliati da quanti insetti riuscisse a trovare Jean-Henri Casimir Fabre (1823 –1915) nei pressi della sua casa di Sérignan, nel sud della Francia. E con quale facilità, agl’inizi del Novecento, reperisse decine di esemplari di specie oggi divenute rare. Nei suoi racconti entomologici colpisce anche come non solo il contadino ma anche il lettore di città conoscesse i coleotteri. 

Nel primo dei due racconti dedicati al Carabo dorato (Il carabo dorato e Il carabo dorato: costumi nuziali), dell’edizione italiana I costumi degli insetti (Milano, Sonzogno, 1974), Fabre divaga in maniera insolita. Abitualmente il padre dell’entomologia moderna, in queste prose raccolte nei Ricordi entomologici (editi in dieci differenti serie a partire dal 1897 fino al 1907), tiene un tono divulgativo centrato rigorosamente sul soggetto entomologico. Nelle pagine del primo racconto Fabre apre invece con un’insolita e poco attinente comparazione. Il racconto parte dell’ultima e più tardiva serie, pertanto non è da escludere che l’ottantaquattrenne entomologo abbia perso parte dell’accuratezza delle prime indagini, concedendosi estemporanee riflessioni. Per spiegare il suo esperimento, che consiste nel porre una colonia di bruchi dentro un terrario di vetro contenente venticinque carabi predatori, inizia spiegando il funzionamento dei macelli di Chicago. 

Il paragone incipitario in cui raffronta l’efferatezza seriale dei mattatoi americani con la voracità dei Carabi fa supporre che Fabre fosse rimasto ancor prima e ancor più che dai costumi dell’insetto impressionato da quelli dell’essere umano. Appare ingiustificato, ai fini scientifici, il prolungato indugio sugli abbattimenti e squartamenti di “un milione e ottantamila buoi e un milione e settecentocinquantamila suini”, così simili alle agghiaccianti cifre riportate oggigiorno in merito agli allevamenti intensivi cinesi. Da dove Fabre abbia tratto i dati per quest’apparente digressione non è dato sapere – forse da un quotidiano o un settimanale dell’epoca – ma è evidente come l’eco delle notizie diffuse dai mezzi d’informazione di massa influenzi l’immaginario non solo delle persone comuni ma pure gli esiti della ricerca entomologica. 

La finalità del suo crudo esperimento è di studiare gli appetiti e il modo di “stare a tavola” che questi coleotteri hanno, indagando il rapporto con le prede (bruchi, chiocciole e lombrichi). Tuttavia l’autore resta ben presto sconvolto dalla violenza del massacro cui dà inizio, mettendo i carabi affamati in compagnia della matassa di bruchi infestanti. Si sente addirittura in dovere di giustificarsi col lettore, anteponendo le ragioni della scienza, a rassicurarlo del fatto che non si tratta di un gioco crudele. 

I costumi alimentari onnivori e cruenti dei coleotteri carabidi come pure del genere umano non sono variati nel corso dei secoli. Il raffronto tra il macello compiuto dai carabi a danno dei bruchi e la macellazione industriale degli uomini ai danni di bovini e suini è un espediente retorico troppo scontato, anche a fini divulgativi, per un entomologo e scrittore del calibro di Fabre. Cosa ancor più sconcertante è che tale inserto incipitario non resta senza seguito. La riflessione si complica nei paragrafi successivi, facendosi sempre meno etologica e sempre più, insospettatamente, antropologica. Il lettore, che s’aspetterebbe di leggere la descrizione del Carabus auratus, è costretto a leggere una dissertazione sui costumi umani. La civiltà d’inizio Novecento avrebbe riconosciuto finalmente come errore le discriminazioni razziali e sessuali condannando lo schiavismo e la sottomissione della donna, primi passi di una evoluzione culturale che, in futuro, potrebbe forse portare le nuove generazioni all’estinzione anche della guerra, la peggiore delle ingiustizie. Fabre infatti afferma che il popolo più felice “non è quello che possiede più cannoni e fabbrica più armi ma quello che vive e lavora in pace”, augurando per i pronipoti un mondo senza più frontiere, senza dazi né dogane e con “non poche altre meraviglie”. Tuttavia i “passi enormi sulla via del progresso morale” e la condanna della guerra non suonano solo come proclami di uno spirito illuminato, quanto piuttosto un estremo tentativo per allontanare il presagio del primo, incipiente, conflitto mondiale. 

Nonostante le dichiarazioni ugualitarie e pacifiste, immotivate in un articolo entomologico, Fabre resta incline a non credere in un reale cambiamento della cultura umana. Afferma che “viviamo nel peccato originale” e finché lo stomaco governa il mondo ci saranno carneficine e sangue. Con preveggente lucidità scrive che solo “guerre e conflitti serviranno a satollare questa fame atavica e bestiale”, perché “la vita è un baratro che solo la morte può colmare”. Con queste parole pessimiste chiude quindi, bruscamente, la divagazione moralistica e l’entomologo torna finalmente a far sentire la sua voce, riprendendo la descrizione dell’esperimento entomologico coi carabi, illuso forse d’aver trovato una giustificazione al proprio agire. 

Il racconto del Carabo dorato lascia interdetto il lettore. Perché quest’inopinata mescolanza tra scienza e morale? Probabilmente viene a mancare a Fabre la cornice teorica che sarà poi, di lì a poco, quella dell’ecologia e dell’etologia, per dare corpo a una riflessione che è destinata a rimanere incongrua, quasi illogica per la maniera in cui viene esposta. Volendo dare spiegazione dell’accaduto credo sia apparsa evidente all’entomologo la violenza che l’essere umano compie sulla natura nel mettere in atto il processo di estrazione del plusvalore. Filologicamente è certo improprio voler vedere in questo passo un preludio dell’antispecismo, ma dal tono contraddittorio della prosa risulta chiaro che Fabre avvertisse il processo industriale di spersonalizzazione della morte messo in atto nei mattatoi di Chicago e dello sfruttamento della razza animale come foriero di quello applicato poi durante le due guerre mondiali quando, proprio in base a discriminazioni di genere e di razza, gli individui vennero privati della loro personalità. 

Fabre, che nominava ogni insetto studiato, non solo determinando le specie, ma marcando individualmente ciascun esemplare nei terrari, dovette innanzitutto avvertire che la tecnologia, applicata sistematicamente e asetticamente allo sfruttamento delle risorse naturali, avrebbe portato a una catastrofe bellica di dimensioni apocalittiche. Non aveva però, come ovvio, la possibilità di nominare la seconda catastrofe, quella ecologica. La natura può essere sfruttata liberamente, come campo di estrazione di valore per uno sviluppo (supposto come illimitato), solo finché non ha un nome. Fintanto che mucche e maiali, bruchi e carabi vengono macellati in modo anonimo, ogni procedimento ai danni della vita è lecito. 

Se lo spirito accorto di Fabre prova invece rimorso per aver dato forzosamente da mangiare ai carabi gli inermi bruchi, non può certo restare indifferente di fronte al massacro dei mattatoi, dove il sacrificio della vita si compie senza più ritualità. Pertanto la battaglia cui fa riferimento non è solo la guerra dell’uomo al suo simile, ma lo sfruttamento delle specie animali gerarchicamente inferiori, anonime e pertanto schiavizzate per fini scientifici o alimentari. L’invito esplicito di Fabre sarebbe di “non ragionare con la pancia”, agiti dall’impulso di mangiare bulimicamente poiché ciò dovrebbe distinguere la cultura umana dalla natura animale. Ma l’economia monetaria ragiona invece proprio con la pancia, estraendo profitto da una rigida gerarchia basata sul principio dell’utile. Il bilancio deve portare il segno positivo, pena la retrocessione, il degradamento e l’uccisione, secondo le leggi del mercato. In quest’ignobile guerra di tutti contro tutti per divorarsi più alla svelta, che è la pessima realizzazione del darwinismo sociale, sopravvive solo chi si sa adattare. A tal proposito, è risaputo come Darwin ammirasse Fabre quale entomologo, elogiandone le osservazioni etologiche, ma anche quanto questa stima non fosse ricambiata, poiché Fabre si dichiarò contrario a una rigida applicazione dell’evoluzionismo.

Ragionati calcoli stimano che l’attuale modello umano di sfruttamento delle risorse naturali, accelerato di anno in anno, in tempi più o meno brevi farà definitivamente saltare (o ha già irrimediabilmente compromesso) quegli equilibri ecologici costruiti dagli ecosistemi in milioni di anni. Quindi, poiché la natura non si adatta agli schemi di sfruttamento delle risorse imposti dal capitalismo consumista, del quale i mattatoi di Chicago rappresentavano gli albori, è destinata all’estinzione. Sia materialmente, sia agli occhi di chi la osserva. Addomesticata dall’economia agricola, violentata dall’economia industriale su scala locale, la natura non regge ai ritmi di sviluppo del mercato globale e pertanto, presto o tardi, salvo imprevisti, verrà sterminata. Dapprima chiusa in parchi e riserve recintati – come i nativi americani – infine dissolta. 

Durante la descrizione scientifica del coleottero, Fabre spiega che il carabo dorato (ai tempi comune nelle campagne) veniva chiamato appunto “giardiniere” perché semplicemente liberava gli orti e i campi dai bruchi e dalle larve infestanti. Prima della sua sparuta sopravvivenza nelle aree verdi quali riserve montane, era conosciuto quasi da tutti. Ci sono voluti milioni di anni per creare questo equilibrio omeostatico tra carabo e ambiente circostante, grazie alla stabilità degli ecosistemi. Che i carabi, oggi, siano stati sterminati a causa dei pesticidi che hanno ucciso gli insetti di cui si nutrivano oppure dal cemento e dall’asfalto che ha cancellato gli habitat in cui vivevano è difficile dirlo. Il cambiamento è avvenuto molto in fretta subito dopo la seconda guerra mondiale. Il carabo era un “giardiniere” che proliferava in un terreno dove aveva modo di trovare equilibri omeostatici per riprodursi e regolare la popolazione dei bruchi.

Incuriosito dalle prose di Fabre da oltre un anno mi sono messo anch’io in cerca di carabi. Consapevole che il carabo dorato (Carabus auratus Linnaeus, 1761) vive nelle regioni alpine e del nord Europa, ho cercato qui in Italia la sua variante violacea (Carabus violaceus Linnaeus, 1758) o altre specie consimili, come il glabratus, il coriaceus o il rossii. Ma nelle poche aree incolte rimaste, ogni specie di carabo è diventata sporadica. Magari in alcuni luoghi di aperta campagna o sui pendii di montagna, in biotopi preservati oppure ignorati dallo sfruttamento, i carabi resistono ancora. Ma si sono di certo del tutto estinti là dove, al posto della natura, si è definitivamente insediato il tessuto urbano della città. 

Quindi o sono io oggi un pessimo cacciatore, o era Fabre un abile cercatore – le ipotesi sono entrambe fondate – oppure la biomassa si è notevolmente ridotta. Come pure sono diminuite le conoscenze entomologiche tra la cittadinanza, specialmente nei grandi centri abitati. Manca la consapevolezza diffusa che questi “giardinieri” sono un indicatore dello stato di salute delle acque e dell’ambiente a contatto del quale la maggior parte della popolazione ormai non vive più. Per questi potenziali lettori odierni i racconti di Fabre rischiano di non avere più senso perché manca, nell’immaginario, la forma stessa degli insetti, i loro nomi specifici.

Poco importa se ricerche scientifiche autorevoli rilevano una drastica rarefazione della biomassa costituita dagli insetti senza che tuttavia ciò appaia evidente agli occhi delle persone, intente a dedicarsi ad altro. Per la maggior parte di esse gl’insetti restano un fastidioso corollario, incarnato da mosche e zanzare. Nel dedalo distopico dei nuovi quartieri credo talvolta di scorgere qualche allegra farfalla e delle colorate coccinelle, falsamente illuso che grazie alla green economy siano per fortuna finiti per sempre i tempi dei crudeli carabi e dei terribili mattatoi industriali.


Tommaso Lisa (1977) entomologo dilettante e Dottore di Ricerca in Lettere presso l’Università di Firenze con una tesi su Le poetiche dell’oggetto da Luciano Anceschi ai Novissimi. Linee evolutive di un’istituzione della poesia del Novecento. Con un’appendice di testimonianze inedite e testi rari (Firenze, FUP, 2007).

3 comments on “Carabi, mattatoi e antispecismo in Henri Fabre

  1. Martina

    La natura non può estinguersi, non può perdere. Sarà l’uomo a subire questo destino. Perché l’uomo fa parte della natura, è tutto collegato. Non può sfuggire alla distruzione che sta creando. E quando l’uomo non ci sarà più, lentamente la natura di riprenderà i suoi spazi.

  2. Pingback: Carabi, mattatoi e antispecismo in Henri Fabre – L’INDISCRETO | HyperHouse

  3. Grazie un ottimo articolo andrebbe divulga to di più

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