Carlo Betocchi, Contemplata Infanzia


Dagli archivi delle Edizioni Pananti: il poeta Carlo Betocchi racconta la propria infanzia.


di Carlo Betocchi

1

Un dì scendevamo per quelle scale nere e larghe: la ringhiera, a steli scuri di ferro, pareva che fosse per vivere come una pianta, tant’era unta e umida, così che le nostre piccole mani ne avevano quasi ritegno. Era un novembre grigio. Tu biondo come l’oro, e di nazione francese; perciò i tuoi gesti coloravano l’ombra. Non mi vedo accanto a te se non come un’anima; mentre tu parlavi rilucevo.

La mamma tua era fluente, in quello stile liberty del tempo: volava dietro a noi sorgendoti con lo sguardo. La mia a quell’ora era curva e ostinata forse su qualche catino a lavare per la famiglia.

Che ti aveva detto che mi chiamavo Carlo? Tutti lo avevano detto ma tu lo sapevi anche prima di loro; quando ci eravamo trovati, mio caro André, sapemmo tutto di noi con infantile mescolamento. Finalmente ti sono grato di quel regalo che mi facesti allora; credi che sul punto di riceverlo, il piccolo cuore egoista s’era anzi fatto bassino e chiotto, saltellando per gli scalini non pensava che a liberarsi di te e a godersi in pace il balocco. Tu credevi di vedermi sulla fronte rilucere una stella, come se la gioia quaggiù ne potesse accendere: io la vedevo bene invece sulla tua fronte e bianca, tremula tutta tra i capelli d’oro; e reclinavo, vergognoso ma cupido lo sguardo sul mio possesso.

Ma finalmente, ripeto, ho allargato le braccia, e almeno quell’antico dono mi è volato via, ho rinunciato al possesso di quella cosa perché ritornasse a te come una bianca colomba… preghi forse sulla tomba di tua madre? Si posi sulla tua spalla ed aggiunga alle tue preghiere le mie, che vengono di così lontano, da chi tu non conosci più.

2

Ho dormito anche sul vostro letto, ragazzi miei contadini, non proprio mescolato con voi perché mi portavate rispetto; ma in una stessa camera, in quelle notti afose del luglio, abbiamo respirato insieme il tanfo della cipolla.

Avevo abiti docili, gentili intorno alla gamba; nella vostra foggia di vestire si vedeva una lotta continua tra le membra e la risolutezza dei panni: ciò non pertanto eravate ben più agili di me, nell’assalto agli argini, e il sasso scagliato dalla vostra mano forava il fogliame con uno striscio vittorioso.

Inoltre, seduti nel campo, io ho ribaltato nel solco come se fossi stato una cosa buttata là; voi su una zolla, reucci in trono: o nell’aia, il vostro moccio sfrontato la dominava; col mio visino pulito mi facevo prendere a noia anche dai piccioni.

Abbiamo irriso il povero, claudicante per la strada; stavo bensì con sospetto dietro la siepe, ma guardavo voi con il sasso nel pugno, con le risatacce sguaiate; non mi teneva altro che la paura di non far bene come voi.

Però ero peggio di voi; quando una cattiveria era spiccata io, ritroso, forse non ci avevo preso parte; ma avevo offerto il mio piccolo cuore come un balcone ad un corvo nero.

In voi di già il maligno era fuggito con l’atto compiuto, e la vostra innocenza risplendeva di nuovo sotto il cielo puro, l’acqua torba s’era schiarita, dopo la zampata del manzo; io ancora sentivo nel cuore con piacere quel bezzicare dolce d’ilarità e carezzava tetro in me, le penne di quel corvo nero; acqua magica che non schiarisce.

Fumavano, nell’ottobre che si spogliava le valli dei fiumi; nel campo un fuocherello sotto le viti cariche. C’eravamo tutti intorno, compiuta l’alba, quanto il passero ancora non osava staccarsi dal tralcio per saltare su un altro: si badava l’uva. La sera prima s’era viste le rondini, rotando un mezzo cerchio intorno alla torre, incunearsi tra un solco di nuvole, e dirci addio di là dai monti. Trinciavo l’aria con gesti vaghi, io saputello a voi che avreste sempre bevuto a quella verità arcana che ci circondava; inutile che la nebbia sfacesse l’aria del pampino, in vetta al trancio.

3

Si chiamava Matilde. Ora sarà forse una fiorente sposa. Era una bambina con un grembiule bianco, le ginocchia piuttosto grosse, i capelli lisci, castani, che le scendevano sulle spalle. Aveva un suo modo di stare nel giardino presto la vasca, con le braccia distese lungo il corpo, di una immobilità infantile che, ora me ne accorgo, destava non so che trasognamenti in noi ragazzi. Ora m’accorgo anche che il bianco del suo grembiule somigliava al bianco del fiore di magnolia che tutt’intorno olezzava. La loro villa d’affitto: suo padre era un signore dalle rapide fortune. Aveva due figli, questa bambina e un maschio; il maschio era mio amico, e suonava il violino. Avevano una governante e, mi pare, una cuoca, e un’altra serva in casa. La mamma di Matilde era una bellissima signora: si alzava dalla poltrona e una vestaglia bianca, dolcemente, le alitava intorno al passo. Spariva prestissimo nella sua camera, poi discendeva per lo scalone, e trionfante, ma sempre gentile, partiva con una carrozza.

Noi avevamo per divertirci dei piccoli tavolini nelle varie sale; sugli uni si facevano dei giochi, sugli altri c’erano dei libri. Le alte fronde degli alberi del giardino spargevano un ombra verde per le finestre aperte, in quelle sale. Eravamo sempre lasciati soli; raramente, da una porta che, si indovinava, era sempre quella di servizio, una domestica entrata in silenzio, col suo aspetto lindo e il vestito bianco e celeste.

L’amicizia ci veniva in un’aura misteriosa. Mi venivano a prendere in una casa del borgo dove io stavo, non ricordo presso chi, in villeggiatura. Mi portavano via in carrozza: io ero allora un bel ragazzo, con lo sguardo fermo e il volto serrato. In quella casa si facevano cose proibite e deliziose: Matilde aveva le gambe così dolcemente nude e stava familiarmente con me. Mi frequentava meno che potesse, ma quasi sempre da sola. Volevano che restassi spesso a letto con loro perché i loro genitori non erano tornati e noi cenavamo tutti a caffè e latte su dei graziosi sgabelli. Nella serata calda, in quel benestare e dolcezza, seppi che le lenzuola signorili e i materassi di piuma offrono un inesorabile piacere. Mentre il calar della sera di solito, se ero lontano, mi metteva in gola la commozione di avere con me la mia mamma, io la provavo come si possa dimenticarla; provavo il refrigerio di stendere le gambe e brucianti per i focosi giochi tra quelle lenzuola sottilissime, simili a freschi e lievi unguenti. Avevamo sui 10 anni: lei si affacciava dalla sua cameretta: il suo fratello non so perché, disteso sul letto vicino al mio, le diceva che entrasse. Io, per stare al gioco, stando zitto pareva le dicessi -entra, entra-. Allora si volava fra noi, faceva quattro sgambetti di danza che le sollevavano la camicina e insieme balzamo sui letti, con strani salti, respinti dalle morbidissime molle.

Al mattino, a una certa ora, verso le 10, che è l’ora delle api e nei giardini l’ombra sente il caldo e si risveglia sonnolenta al nuovo e già ridesto afrore dell’aiuola; a una cert’ora la ritrovavo, io correndo per i miei giochi tra il muro di cinta e la siepe che lo costeggiava, dritta, col suo vestitino bianco, le braccia nude, accogliere bacche dalla siepe; e mi afferrava per un braccio, fermo d’un tratto, il volto rosso e accaldato subitamente e ostilmente vicino al suo, alle spalle appena scendenti; stringendomelo un poco, e poi con un riso e un volgere rapido dalla testa che le sommoveva i capelli lisci, mi fuggiva svelta davanti col suo grembiulino bianco sventolante, e scompariva alla prima curva. Così la perdevo di vista ed alla prima siesta verso mezzodì, mentre stavo sdraiato sul prato col mio amico, la rivedevo lontano, giù verso la vasca, dritta in quella posa che ho ricordato dianzi, sotto il gran piovere delle fronde fitte degli alberi.


Questo testo è tratto da Memorie, racconti e poemetti in prosa, di Carlo Betocchi, pubblicato da Edizioni Pananti, Firenze. In copertina: Mino Maccari, Il cavallino volante, tecnica mista su cartoncino

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