C’è saggezza nel sangue?

Le mestruazioni, tra tabù, vergogna e idee di “purezza”, sono considerate uno degli indicatori più forti della costruzione dei generi sessuali per come li conosciamo oggi. Come tali andrebbero oggi sdoganate, liberate dall’aura di mistero e pudicizia e finalmente guardate con uno sguardo laico.


In copertina e lungo il testo opere di Rosita D’Agrosa


di Carla Fronteddu

[La donna] che, quando sanguina, si sente come una ferita, sa molto di più sul proprio conto di quella che si vede come un fiore, perché piace così al suo compagno

Adorno

Ne Il Secondo Sesso, De Beauvoir osserva che gli anglosassoni chiamano la mestruazione the curse, «la maledizione» e commenta subito dopo: nello stesso modo in cui il pene trae dal contesto sociale il suo valore di privilegio, le regole della donna sono – per lo stesso contesto sociale – una maledizione. Le mestruazioni, in quanto tali, non sarebbero una maledizione, ma si guadagnano questa pessima reputazione in relazione a un contesto in cui la donna è l’altro in rapporto all’uomo. Proprio perché la donna è l’Altro, che si determina e si differenzia in relazione all’uomo, le mestruazioni sono una maledizione.

“Cosa accadrebbe, per esempio, se di colpo, magicamente, gli uomini avessero le mestruazioni e le donne no? La risposta è chiara: le mestruazioni diventerebbero un invidiabile evento mascolino di cui vantarsi” (Gloria Steinem, If Men Could Menstruate, Ms. Magazine, 1978)

E invece sono le donne a averle, il che le rende tanto disgustose da richiedere che le pubblicità degli assorbenti non vengano trasmesse a ore pasti (Codacons 2006), tanto imbarazzanti da non poter essere chiamate con il loro nome e tanto problematiche da non comparire – esclusi rarissimi esempi – nella vita delle protagoniste di film e romanzi.

Dalla piú povera alla piú ricca, dalla piú ignorante alla piú istruita, le mestruazioni restano ancora oggi il tabú numero uno, inserito nella Top Ten delle cose alla cui esistenza si accenna sottovoce con aria cospiratoria, passandosi un tampone interno come se si trattasse del manoscritto destinato a rivelare che Gesú era una donna o della formula segreta di quella bevanda frizzante che causa obesità in tutto il mondo. (Elise Thiébaut. Questo è il mio sangue: Manifesto contro il tabú delle mestruazioni.)

Quando si parla del disagio e dell’imbarazzo che accompagnano quei giorni, il ricorso all’espressione tabù avviene praticamente in automatico, non a caso esiste una ricca letteratura antropologica che analizza la tabuizzazione del mestruo e le credenze sulla sua impurità. Tuttavia, come suggerisce Laws, le norme sociali che governano le mestruazioni nelle società occidentali contemporanee più che da un tabù sembrano governate da un’etichetta; un’etichetta che prescrive alle donne di comportarsi come se non avessero il ciclo, di non rendere gli uomini consapevoli dell’esistenza delle mestruazioni né in generale né nello specifico.

Ciò che abbiamo – scrive – è un’etichetta mestruale, parte di un più vasto protocollo che regola i comportamenti tra i sessi, che sancisce chi può dire cosa a chi, e in quale contesto. Le donne sono denigrate per ogni loro comportamento che porti l’attenzione alle mestruazioni, mentre gli uomini possono riferirsi a esse molto più liberamente se decidono di farlo. (Sophie Laws, Issues of Blood: The Politics of Menstruation)

Un’opera di Rosita D’Agrosa

E infatti si sprecano le battute maschili sull’irritabilità femminile “in quei giorni”, mentre le donne tendono a nascondere il ciclo sotto strati di imbarazzo. Inutile dire che questa sorta di galateo non fa altro che rinforzare la disparità di potere tra uomini e donne. Il bon ton mestruale, infatti, è efficacemente costruito intorno al silenzio e il silenzio è una forma di oppressione.

In un articolo intitolato The menstrual taboo in India and in the US: What does it look like, why does it exist? Kiran Gandhi, l’attivista che nel 2015 ha corso la maratona di Londra senza indossare assorbenti, tagliando il traguardo con i pantaloni macchiati di sangue, denuncia le conseguenze di questa forma di discriminazione che impedisce alle donne di parlare con fiducia di ciò che accade loro a livello biologico e, ancor peggio, impedisce di affrontare i problemi medici che possono manifestarsi in concomitanza, creando una cultura in cui tutti pensiamo che le mestruazioni non siano poi cosí fastidiose e che se dici qualcosa in proposito deve essere perché cerchi di attirare l’attenzione su di te.

É il caso, ad esempio, di Abbie (Greta Gerwig) nel film Le donne della mia vita di Mike Mills (2016) redarguita da Dorothea (Annette Bening) per aver espresso in maniera manifesta i fastidi mestruali durante una cena. Se vuoi avere una relazione adulta con una donna– reagisce Abbie – del tipo, se vuoi fare sesso con la vagina di una donna, bisogna che tu sia a tuo agio con il fatto che la vagina ha le mestruazioni. Just say menstruation. It’s not a big deal.

It’s not a big deal. Al contrario, accettare questo invito a tacere, oltre a produrre le conseguenze già menzionate da Gandhi, significa anche e soprattutto lasciare le mestruazioni e il discorso su di esse a scienza, tecnologia e media che da sempre le hanno definite e regolate e che  sono state spesso espressione di quella stessa cultura androcentrica che le ha costruite come una maledizione. Come osserva Malaguti, infatti, nel narrare la storia delle mestruazioni nel pensiero medico e filosofico occidentale ci troviamo di fronte allo stesso problema che affligge la storia del corpo femminile in generale: le fonti femminili sono quasi assenti. (Raffaella Malaguti, Le mie cose. Mestruazioni: storia, tecnica, linguaggio, arte e musica).

Le convinzioni medico-scientifiche sono figlie della società in cui emergono e delle relazioni di potere che la attraversano e come è stato messo in luce da un’ampia letteratura femminista, quelle sul corpo femminile sono tradizionalmente servite come strumento di controllo del patriarcato. Ha senso quindi mettere sotto esame i discorsi e le tecnologie che si sono rivolti al corpo femminile nel passato e interrogarsi su quelli presenti.

Vostral, ad esempio, in Under Wraps esamina la storia dei prodotti per l’igiene mestruale attraverso le lenti delle tecnologie di passing, tecnologie che permettono alle donne di presentarsi come non-mestruanti. “Invisibile agli occhi”, recitava appunto lo slogan di una marca di assorbenti.

Per molte donne questa rappresenta una forma di empowerment e consente loro di eludere il pregiudizio contro i corpi sanguinanti. Tuttavia, il pregiudizio rimane….le tecnologie di igiene mestruale mascherano la verità e permettono alle donne di agire e comportarsi in un modo di negazione. (Sharra L., Vostral, Under Wraps: A History of Menstrual Hygiene Technology)

Da consumatrici, suggerisce Vostral, le donne hanno imparato a maneggiare con esperienza cinture, spille, assorbenti e tamponi per mascherare efficacemente i giorni del ciclo, potendo così continuare a svolgere i compiti lavorativi e mantenere impegni sociali senza essere identificate in quanto mestruanti.

La gestione tecnologica e lo sfruttamento commerciale delle mestruazioni che si è imposta a partire dalla Rivoluzione industriale ha da un lato liberato le donne attraverso l’uso di prodotti comodi, efficaci e facili da usare che permettono loro di partecipare liberamente alle attività quotidiane e dall’altro ha definito quel bon ton di segretezza e le aspettative su come dover affrontare l’appuntamento mensile con le mestruazioni in termini di efficienza e di cura del corpo.

Per godere della libertà concessa da prodotti che riducono il disagio, alleviano il dolore e aumentano la libertà di movimento, ci suggeriscono studi come quello di Vostral, le donne devono partecipare alla costruzione della propria alterità: con le tecnologie di passing, infatti, le donne acquistano anche l’idea che le mestruazioni siano un disturbo, un intralcio da gestire e occultare.

Un’opera di Rosita D’Agrosa

Seguendo questa linea di pensiero, la tecnologia di passing per eccellenza ai nostri giorni è senza dubbio la pillola che sopprime il ciclo mestruale. I medicinali che permettono di avere il ciclo soltanto ogni pochi mesi o anni ridefiniscono le mestruazioni come un fenomeno non necessario al benessere della donna e la loro introduzione sul mercato è stata facilmente interpretata da alcune voci – al netto dei benefici per la salute in caso di patologie come l’endometriosi – come una strategia di costruzione di corpi docili e efficienti.

Eppure, proprio come le tecnologie influenzano scelte e comportamenti, è anche vero che le donne non sono il mero effetto dei contesti culturali e sociali in cui vivono, ma sono anche soggetti attivi e riflessivi, che con i loro bisogni e desideri plasmano le tecnologie stesse.

E infatti in un contesto in cui gli individui devono costruire la propria libertà dentro al mercato, le donne negoziano la propria relazione con il proprio ciclo in svariate forme. Alcune hanno reclamato la produzione di prodotti sicuri per la salute, denunciano le scarse informazioni riguardo alla composizione degli assorbenti usa e getta e promosso l’uso di coppette mestruali riutilizzabili, altre hanno radicalmente rifiutato i prodotti di igiene mestruale disponibili sul mercato sperimentando il sanguinamento libero e altre ancora hanno deciso di utilizzare medicinali in grado di sopprimere le mestruazioni senza per questo diventare ancelle del patriarcato.

L’impressione, tuttavia, è che i discorsi sulle mestruazioni e la reazione ai prodotti e alle tecnologie che abbiamo a disposizione per gestirle, siano intrappolati nella contraddizione tra il messaggio che decreta l’obsolescenza del sangue mestruale e quello che lo assurge a esperienza identificativa, a criterio della femminilità.

Possiamo pretendere che le mestruazioni non vengano usate contro le donne senza per questo romanticizzarle? Rivendicare l’autenticità dei nostri corpi senza cadere in discorsi essenzialisti? Cosa ci lega a questo sangue? Cosa ce lo fa sentire così essenzialmente nostro? Che le mestruazioni siano un indicatore della femminilità è una convinzione moderna che è servita a assoggettare il genere femminile non meno di quanto potrebbero fare oggi, secondo alcune voci, i farmaci in grado di sopprimerle.

Guardandoci alle spalle di qualche secolo scopriamo infatti che le mestruazioni non sono sempre state una maledizione e neppure un indicatore della differenza sessuale, ma lo sono diventate in tempi moderni, come un ulteriore strumento della società per distinguere i due generi e assegnare loro ruoli e responsabilità diversi.

Fino al Settecento, le mestruazioni erano semplicemente uno dei tanti fluidi che richiedevano di essere espulsi per il buon funzionamento del corpo. Come ho raccontato in Faccio da Sola, parlando della masturbazione femminile, il Settecento è un punto di svolta cruciale nella storia della sessualità umana, un momento in cui prendono forma nuove attitudini e nuovi comportamenti. Prima di allora non esisteva una distinzione, un’opposizione biologica tra i sessi; ciò che al giorno d’oggi viene considerato un evidente segno distintivo – pene e vagina, testicoli e ovaie, mestruazioni, assenza di mestruazioni – non veniva interpretato in tal senso. Al contrario, ognuno di questi elementi era visto come una versione dell’altro, coerentemente con una lettura metafisica della realtà: il corpo femminile rifletteva la sua imperfezione rispetto al modello maschile. Questa lettura dei corpi è stata definita dallo storico Laqueur “one sex model” perché di fatto, in quel contesto, esisteva un solo sesso che si declinava in due tipi, il  maschile e femminile.

Essere uomo o essere donna significava possedere un ruolo sociale, un posto nella società, e non essere organicamente l’uno o l’altro di due sessi incommensurabili. (Laqueur,  Making Sex)

Prima dell’avvento dei due sessi, anche per quanto riguarda fluidi come sangue, sperma, mestruazioni e latte non esisteva una chiara distinzione tra maschile e femminile. Al contrario una fisiologia dei fluidi e dei flussi corporei rappresentava in un registro diverso l’assenza di una differenziazione sessuale specificamente genitale.

Le mestruazioni erano concepite come una pletora di avanzi di nutrimento che deve essere espulsa per mantenere il sistema di scambio di fluidi bilanciato. Questo spiegava, ad esempio, perchè le donne incinte e le nuove madri non hanno le mestruazioni; le prime convertono il surplus di nutrimento in alimentazione per il feto, e le seconde lo trasformano in latte.

Come si spiega però, in questa cornice, il fatto che le donne hanno le mestruazioni e gli uomini no? La risposta è nel calore dei corpi: le donne sono più fredde degli uomini il che le porta a trattenere un eccesso di nutrimento al loro interno, almeno fino a una certa età. É per questo, osserva Sorano, che le donne mestruano meno in estate e più in inverno; più sudore, e quindi evaporazione di liquidi in eccesso sotto forma di acqua, meno sanguinamento mestruale.

L’economia dei fluidi era in parte ideologia – un modo di parlare delle donne come più fredde, meno ben formate che gli uomini – e in parte un modo di pensare il corpo in generale in molto meno limitato di quanto non sia possibile oggi, capace di infinite e continue trasformazioni.

Queste prime ipotesi mediche, nell’antichità, erano affiancate dalla convinzione che le mestruazioni fossero simbolo del potere, spesso distruttivo, delle donne. Una delle fonti più frequentemente citate a riguardo è Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), che nel suo Storia Naturale mette in guardia sui danni che potrebbe causare il contatto con il sangue mestruale:

Al sopraggiungere di una donna che ha le mestruazioni il mosto inacidisce; al suo contatto le messi divengono sterili; muoiono gli innesti, bruciano i germogli dei giardini, cadono i frutti degli alberi presso cui la donna si è fermata; al suo solo sguardo la lucentezza degli specchi si appanna, si smussa la punta delle lame, si oscura lo splendore dell’avorio, muoiono le api negli alveari; persino il bronzo e il ferro si arrugginiscono all’istante e il bronzo prende un odore sgradevole.

La descrizione continua ancora a lungo andando a ingrossare la lista delle disastrose conseguenze. Tuttavia, lo stesso Plinio riconosce che, in mezzo a tanta distruzione, il potere delle donne potrebbe anche avere un effetto positivo:

Se applicato sulla fronte [il sangue mestruale], allevia il mal di testa, specialmente quello delle donne […] con il suo tocco una donna in questo stato allevia scrofola, tumori parotidei, ascessi superficiali…

Nonostante l’ambiguità sui loro superpoteri, nell’antichità le mestruazioni erano considerate sintomo di buona salute, parte di un’economia dei fluidi indifferente al sesso del soggetto o all’orifizio dal quale i liquidi venivano espulsi.

Questa convinzione si è protratta senza particolari intoppi fino alla modernità. Alcune scoperte anatomiche avvenute a partire dal Rinascimento avrebbero potuto mettere in difficoltà i sostenitori dell’economia dei fluidi, come ad esempio la scoperta che i vasi epigastrici diretti al seno non provengono dai vasi uterini e che quindi difficilmente il sangue dall’utero può essere convertito in latte e viceversa, eppure sono state serenamente ignorate:

Servirà un certo sforzo di immaginazione per capire come medici e ostetriche del Rinascimento abbiano potuto interpretare la mole di materiale clinico a loro disposizione come la conferma di una comprensione del corpo molto diversa. Ma così fecero; ciò che oggi immagineremmo come fluidi distinti, sessualmente specifici, sono stati metaforicamente fusi nel modello del sesso unico. (Thomas Laqueur, Making Sex)

Al netto delle idee sui loro effetti nefasti o prodigiosi, le mestruazioni hanno continuato ad essere per lunghissimo tempo nient’altro che un processo necessario al buon funzionamento dell’organismo.

Il mutamento epistemologico che è avvenuto nel Settecento non è stato dunque semplicemente frutto di un processo conoscitivo, che avrebbe contraddetto il modello del sesso unico secoli prima, ma anche e soprattutto di un processo sociale.

In concomitanza con la trasformazione culturale dell’Illuminismo e quella dei sistemi di produzione della prima Rivoluzione Industriale, i fatti e le osservazioni di laboratorio sono diventati la base della nuova rappresentazione del sesso femminile come radicalmente diverso da quello maschile e hanno fornito le basi per un preciso discorso sociale.

Laqueur ha il merito di aver messo bene in luce lo sforzo profuso dai medici dell’epoca per costruire “l’artificio della differenza sessuale”: senza differenza, dopotutto, il caso per la subordinazione delle donne non avrebbe retto.

Così il genere femminile è stato ridotto all’organo che ora, per la prima volta, segnava una differenza incommensurabile tra i sessi segnando il passaggio dal sesso al genere, dal corpo al comportamento e anche dalle mestruazioni alla moralità.

Martin nel suo Woman in the Body, mostra come le metafore relative alla produzione di massa emerse durante la rivoluzione industriale promuovessero i valori della quantità e della produttività e rappresentassero i processi corporei femminili come una produzione fallita:

Le mestruazioni non solo portano con sé la connotazione di un sistema produttivo che ha fallito nel suo scopo, ma anche l’idea di una produzione andata storta, che ha reso i prodotti inutilizzabili, sprecati, degli scarti.  (Emily Martin, Woman in the Body).

A partire dalla modernità le mestruazioni sono diventate un processo unico e distintamente femminile e contemporaneamente una maledizione. Simbolo delle donne stesse, causa della loro debolezza e instabilità, sono servite a costruire la donna come l’altra, politicamente e socialmente svantaggiata in virtù del suo corpo sessuato. I discorsi sulle mestruazioni sono passati dal dominio della medicina alle grinfie delle interpretazioni politiche che mettevano in discussione l’idoneità, le capacità e la funzionalità generale delle donne in società.

Quando nel 1947, In italia, l’Assemblea Costituente si è trovata a discutere l’opportunità di riconoscere alle donne il diritto di svolgere l’attività di magistrato, venivano ancora espressi giudizi come questo:

Con tutto il rispetto per la capacità intellettiva della donna, ho l’impressione che essa non sia indicata per la difficile arte del giudicare. Questa richiede grande equilibrio e alle volte l’equilibrio difetta per ragioni anche fisiologiche.

Le mestruazioni sono diventate una maledizione il giorno in cui sono state definite tratto distintivo, indicatore, del sesso femminile e elette a causa e giustificazione della subordinazione delle donne.

Come uscire da questa trappola? Soltanto rivendicando autorità e autenticità come soggetti della propria vita, determinando come relazionarsi con il sangue mestruale ognuna ai propri termini, le mestruazioni smetteranno di essere la maledizione della donna.

Per farlo è necessario non cedere alla pressione del silenzio, al bon ton che trasforma le mestruazioni in un segreto vergognoso e sforzarsi di condurre un discorso laico, libero da riferimenti alla naturalità delle mestruazioni – del resto il fatto che qualcosa esista in natura non dice nulla sulla sua bontà – e che tenga conto degli atteggiamenti sociali e culturali che le plasmano senza per questo considerarli delle gabbie immodificabili.


Carla Fronteddu (1984) insegna studi di genere a Syracuse University e CEA. Per non andare fuori tema, si occupa insieme a un eterogeneo gruppo di attiviste di Fiesolana2b, l’associazione che ha raccolto l’eredità della Libreria delle Donne di Firenze, per continuare a offrire uno spazio di elaborazione femminista e autodeterminazione in città.

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