Che cos’è la coscienza?

Che cos’è la coscienza? Christof Koch ci spiega che la risposta va ricercata nella Teoria dell’Informazione Integrata, che ci permette di individuare le proprietà fondamentali che i correlati neurali della coscienza devono soddisfare e ci offre anche uno strumento per misurare l’essere coscienti o meno in pazienti in cui altrimenti non sarebbe possibile rilevare la presenza di comportamenti consapevoli.


IN COPERTINA e nel testo, Michele ZAza, Iperione (1990/92) – Olio e tecnica mista su tela – Asta Pananti in corso

Questo testo è tratto da “Sentirsi vivi” di Christof Koch. Ringraziamo Raffaello Cortina editore per la gentile concessione.


di Christof Koch

Che cosa hanno in comune il sapore delizioso del proprio piatto preferito, il dolore acuto di un mal di denti, il senso di sazietà dopo un pasto abbondante, il lento passare del tempo quando ci si trova in attesa, il desiderio di agire deliberatamente e quella miscela di vitalità e ansia che precede una competizione?

Sono tutte esperienze diverse. Ciò che le accomuna è che sono tutti stati soggettivi. Sono tutte cose che proviamo in maniera cosciente. La coscienza sembra qualcosa di inafferrabile e molti sostengono che non sia affatto possibile definirla. In realtà è semplice farlo. Ecco come:

La coscienza è esperienza.

Tutto qui. Coscienza è qualsiasi esperienza, dalla più comune alla più elevata. Alcuni arricchiscono questa definizione con termini come soggettiva o fenomenica. Per quanto mi riguarda, questi aggettivi sono ridondanti. Alcuni distinguono la consapevolezza dalla coscienza. Per ragioni che ho approfondito altrove, non ritengo che questa sia una distinzione utile e pertanto utilizzo i due termini in modo intercambiabile. Non faccio mia neppure la distinzione tra sentire ed esperire, sebbene nel linguaggio di tutti i giorni sentire sia un termine usato in relazione a emozioni forti, come sentirsi arrabbiati o sentirsi innamorati. Nella mia accezione, sentire è esperire. Dunque, in senso più ampio, la coscienza è la realtà vissuta. È sentirsi vivi. È la sola porzione di eternità che mi spetta. Senza esperienza sarei uno zombie, non riconoscerei me stesso.

Certo, esistono anche altri aspetti della mia mente. In particolare, esiste il vasto regno del non- e dell’inconscio che esiste al di là della ribalta della coscienza. Eppure, la parte problematica della questione mente-corpo riguarda la coscienza, non l’elaborazione inconscia: il mistero è che io possa vedere qualcosa, sentire qualcosa, non come il mio sistema visivo elabori la pioggia di fotoni che si imprimono sulla mia retina così da identificare un volto. Qualsiasi smartphone è in grado di fare un’elaborazione del genere, ma non riesce a vedere o sentire qualcosa.

Nel suo Discorso sul metodo, il fisico, matematico e filosofo francese del XVII secolo René Descartes (latinamente Cartesio) andava alla ricerca della certezza ultima che potesse fondare ogni pensiero. Il suo ragionamento era che se poteva dubitare di ogni cosa, compresa l’esistenza del mondo esterno, e sapere ancora qualcosa, allora quella cosa sarebbe stata certa. A tale proposito, Cartesio immaginò che vi fosse un “genio maligno estremamente potente” in grado di mentirgli sull’esistenza del mondo, sul suo corpo e su ogni cosa vedesse o sentisse. Tuttavia, di una cosa non poteva dubitare, ovvero che stesse facendo esperienza di qualcosa. Cartesio ne trasse la conclusione che, poiché era cosciente, esisteva. Per esprimere quella che è considerata la più celebre deduzione del mondo occidentale ricorse alla memorabile affermazione:

Penso, dunque sono.

Più di mille anni prima, sant’Agostino d’Ippona, uno dei Padri fondatori della Chiesa, aveva avanzato un argomento sorprendentemente simile nel suo testo La città di Dio, con la massima si fallor sum, ossia:

Se m’inganno, esisto.

Meno intellettuale, ma più vicino alla sensibilità cyberpunk contemporanea, è Neo, il personaggio principale della trilogia cinematografica di Matrix. Neo vive in una simulazione computerizzata, Matrix appunto, che gli appare e che vive come il mondo “reale” di tutti i giorni. In verità, il corpo di Neo si trova, insieme a quelli del resto dell’umanità, accatastato all’interno di un gigantesco magazzino e usato come fonte energetica da macchine senzienti (una versione dei nostri giorni del genio maligno di Cartesio). Fino a quando Neo non assume la pillola rossa offertagli da Morpheus, la sua vita è completamente distaccata da questa realtà: eppure, non vi sono dubbi che Neo abbia esperienze coscienti, anche se il loro contenuto è totalmente illusorio.

In altre parole, possiamo dire che la fenomenologia – ciò di cui faccio esperienza e il modo in cui le mie esperienze sono strutturate – precede ciò che posso inferire sul mondo esterno, comprese le leggi scientifiche. La coscienza viene prima della fisica.

Pensatela in questi termini. Vedo qualcosa che ho imparato a chiamare volto. Quanto percepisco dei volti è soggetto a determinate regolarità: i volti solitamente sono simmetrici rispetto a destra-sinistra; in genere, presentano elementi che sono convenzionalmente chiamati bocca, naso, occhi. Tramite un’analisi più ravvicinata degli occhi all’interno di un volto, posso inferire se il volto stia guardando me, se sia arrabbiato o impaurito, e così via. Attribuisco queste regolarità, in modo implicito, a degli oggetti, chiamati persone, che esistono in un mondo esterno a me; ho imparato come interagire con essi e inferisco di essere una persona come loro. Crescendo, questo processo inferenziale diventa per me così familiare che finisco per ritenerlo del tutto scontato. Da queste esperienze costruisco un’immagine del mondo. Questo processo inferenziale viene amplificato e acquisisce un immenso potere attraverso l’utilizzo del metodo intersoggettivo della scienza che svela aspetti reconditi della realtà, come gli elettroni e la forza di gravità, la conflagrazione delle stelle, il codice genetico, i dinosauri, e quant’altro. Eppure, alla fine, queste sono tutte inferenze; decisamente ragionevoli, ma pur sempre inferenze. Ognuno di questi fatti potrebbe rivelarsi errato. Non, però, il fatto che io provi delle esperienze. Questa è l’unica cosa della quale sono assolutamente certo. Tutto il resto è una congettura, inclusa l’esistenza di un mondo esterno.

Michele Zaza, Iperione (1990/92) – Olio e tecnica mista su tela – Asta Pananti in corso

La negazione della propria esperienza

 

La grande forza di questa definizione di senso comune – la coscienza è esperienza – è la sua completa ovvietà. Che cosa potrebbe esserci di più semplice? La coscienza è il modo in cui il mondo mi appare e in cui lo provo (mi occuperò di voi nel prossimo capitolo).

I ricercatori in disaccordo sono una minoranza. Alcuni filosofi, come la squadra moglie-e-marito composta da Patricia e Paul Churchland, per evitare l’imbarazzo intellettuale di non riuscire a spiegare l’aspetto centrale della vita, liquidano non senza sprezzo la credenza comune nella realtà dell’esperienza considerandola un’assunzione ingenua, simile a quella che la Terra sia piatta, che deve essere e che sarà abbandonata. Essi mirano a eliminare, dagli educati dibattiti tra persone erudite, l’idea stessa di coscienza. Stando alla loro concezione, in un certo senso, nessuno soffre per la crudeltà, la tortura, l’angoscia, il tormento, la depressione o l’ansia. Se corretto, questo approccio eliminativista implica che se solo le persone riuscissero a rendersi conto di essere confuse rispetto alla vera natura della loro esperienza, che la coscienza non esiste veramente, allora la sofferenza sparirebbe dal mondo tout court! Utopia realizzata (naturalmente non esisterebbero nemmeno il piacere e la gioia; non è possibile cucinare una frittata senza rompere qualche uovo). Per dirla educatamente, questa prospettiva mi sembra estremamente improbabile. Una tale negazione dell’autentica natura dell’esperienza rappresenta la controparte metafisica della sindrome di Cotard, una condizione psichiatrica a causa della quale i pazienti negano di essere vivi.

Altri, come Daniel Dennett, sostengono con forza che, benché la coscienza esista, non vi sia niente di intrinseco o di speciale al riguardo. Come ha sottolineato in un’intervista rilasciata al New York Times: “L’inafferrabile esperienza soggettiva cosciente – la rossezza del rosso, la dolorosità del dolore – che i filosofi chiamano qualia? Si tratta di una pura illusione”. Non vi è nulla di autentico, di reale nel mio terribile mal di schiena al di là della mia disposizione, della mia necessità di rimanere perfettamente immobile, sdraiato a terra, e via dicendo.

Questi maestri, favoriti e sostenuti da molti della Silicon Valley (su questo punto tornerò nel penultimo capitolo) per scopi personali, dichiarano che la natura intrinseca della coscienza è l’ultima Grande Illusione da cui dobbiamo affrancarci. Per me tutto questo è assurdo – poiché se la coscienza è un’illusione condivisa da tutti, nondimeno resta un’esperienza soggettiva, un’esperienza non meno reale di qualsiasi percetto veridico.

Dati questi argomenti eristici, risulta evidente come gran parte della filosofia analitica del XX secolo sia andata in rovina. Infatti, John Searle, il decano dei filosofi americani, si esprime in termini così duri nei confronti dei propri colleghi:

La filosofia della mente degli ultimi cinquant’anni […] offre uno spettacolo davvero curioso: molte delle tesi che ne costituiscono il filone dominante […] appaiono ovviamente false.

Il filosofo Galen Strawson sostiene:

Se esiste un modo per descrivere la maniera in cui questi filosofi stanno negando la visione comune della natura di fenomeni come il dolore […] è che questa sembra essere una delle più assurde manifestazioni di irrazionalità umana della quale si abbia traccia. È molto meno irrazionale credere nell’esistenza di un essere divino che non possiamo percepire piuttosto che negare la verità della visione comune dell’esperienza.

Nel resto del testo assumerò che le esperienze siano l’unico aspetto della realtà del quale sono direttamente consapevole. La loro esistenza rappresenta un’ovvia sfida alla nostra comprensione attuale, del tutto limitata, della natura fisica della realtà e richiede a gran voce una spiegazione razionale, sperimentabile empiricamente.

Figura 1.1 Prospettiva interiore: Il mondo come appare visto attraverso il mio occhio sinistro – inclusa una porzione del mio sopracciglio, del naso e la mia cagna, Ruby, che mi guarda accovacciata su una poltrona. Rimane una questione aperta la misura in cui questo elemento percepito sia congruente con la realtà; forse sono vittima di un’allucinazione. Eppure si tratta di un disegno della mia esperienza visiva cosciente, la sola realtà alla quale ho accesso diretto.

Il fisico del XIX secolo Ernst Mach, dal quale prende il nome la velocità del suono, era un appassionato studioso di fenomenologia, ovvero del modo in cui ci appare il mondo. Ho adattato un famoso disegno a matita del suo Innenperspektive, per far luce su un punto importante: per fare esperienza di qualcosa non ho bisogno di una teoria scientifica, di un testo sacro, della conferma da parte di alcuna autorità ecclesiastica, politica, filosofica o di qualsiasi altra cosa. La mia esperienza esiste di per sé, senza bisogno di alcunché dall’esterno come, per esempio, di un osservatore. Qualsiasi teoria della coscienza dovrà riflettere questa realtà intrinseca.

La sfida di definire la coscienza come esperienza

 

Questa definizione di senso comune ha un inconveniente: ha senso solo per altre creature coscienti. Non ha senso spiegare l’esperienza a una superintelligenza non cosciente o a uno zombie. Resta da vedere se le cose rimarranno sempre così – e questa è la ragione per cui il filosofo Thomas Nagel sostiene che si potrebbe realizzare quella che lui chiama “fenomenologia oggettiva”.

In termini oggettivi, vedere è strettamente collegato a un comportamento visuomotorio che può essere definito come “agire su una radiazione elettromagnetica in entrata in una porzione precisa dello spettro”. In questo senso, ogni organismo che risponde a uno stimolo visivo con una qualche azione, che si tratti di una mosca, di un cane o di un uomo, vede. Tuttavia, questa descrizione del comportamento visuomotorio ignora completamente la parte “vedere” – le tele dipinte con scene di vita. Il comportamento visuomotorio è azione – il che di per sé va bene, ma è una cosa completamente diversa dalla mia percezione soggettiva di una scena di fronte a me.

Oggigiorno per un programma di elaborazione di immagini non solo è facile archiviare fotografie, ma anche estrarne e identificare volti. L’algoritmo estrapola l’informazione dai pixel che compongono l’immagine e ne dà un’etichetta come, per esempio, “Mamma”. Eppure questa semplice trasformazione – entra un’immagine, esce un’etichetta – è radicalmente diversa dalla mia esperienza di vedere mia madre. La prima è una trasformazione input-output, un comportamento, la seconda è uno stato d’essere.

Spiegare a uno zombie cosa significa provare qualcosa è una sfida maggiore dello spiegare a un cieco dalla nascita cosa significhi vedere. Una persona non vedente conosce i suoni, il tatto, l’amore, l’odio, e così via; devo solo spiegarle che un’esperienza visiva è come un’esperienza uditiva, tolto il fatto che i percetti visivi sono associati a macchie che si muovono in un certo modo, al roteare degli occhi e al ruotare della testa, e la cui superficie ha proprietà particolari come colore e consistenza. Al contrario, lo zombie non ha percetti di alcun tipo da mettere a confronto con la sensazione di vedere.

Ogni giorno mi sveglio in un mondo pervaso di esperienza cosciente. In quanto essere razionale, cerco di fornire una spiegazione della natura di questa sensazione folgorante, di chi la possieda e chi no, di come scaturisca dalla fisica e dal mio corpo e se sia possibile replicarla in sistemi artificiali. Il fatto che definire oggettivamente la coscienza sia più difficile che definire un elettrone, un gene o un buco nero, non significa che io debba abbandonare la ricerca di una scienza della coscienza. Devo solo lavorare di più.

Qualsiasi esperienza è strutturata

 

Ogni esperienza contiene delle distinzioni al suo interno. Questo significa che ogni esperienza è strutturata, composta da molte distinzioni fenomeniche interne. Prendete in considerazione una particolare esperienza visiva (figura 1.1). Il fuoco centrale è costituito dal mio Bovaro del Bernese, Ruby, seduta su una poltrona sulla quale sono appoggiate le mie gambe. Sullo sfondo si possono vedere altri oggetti. Questo non è tutto; c’è dell’altro, molto altro. C’è destra e sinistra, su e giù, centro e periferia, vicino e lontano – un numero incalcolabile di relazioni spaziali. Persino quando apro gli occhi nel buio completo, faccio esperienza di una nozione ricca di spazio geometrico che si estende in tutte le direzioni.

L’esperienza effettiva, impossibile da riprodurre in un disegno, include anche l’odore particolare di Ruby e la coloritura emotiva che plasma il mio atteggiamento nei suoi confronti.

Questi specifici aspetti sensoriali e affettivi sono amalgamati in un complesso cocktail esperienziale, ciascuno con i propri tempi, qualcuno repentino, qualcuno più lento, qualcuno transitorio, qualcuno duraturo. Questo è vero per la maggior parte delle esperienze; ciascuna può essere analizzata tramite distinzioni intermodali più sottili.

Prendete in considerazione un’altra situazione comune. Stretto nel sedile 36F su un turbolento volo di due ore, dopo aver bevuto il mio cappuccino mattutino, sento la pressione aumentare nella mia vescica. Nel tempo in cui raggiungo il bagno del terminal, la necessità di urinare diventa quasi insostenibile – alla fine, sento coscientemente l’urina scorrere, assieme a una sensazione moderatamente piacevole mentre la pressione diminuisce. Non posso procedere con l’introspezione al di là di questo. Non posso scomporre siffatte sensazioni in elementi atomici più primitivi. Non posso squarciare il “velo di Maya”, per dirla in termini indù. La mia vanga introspettiva ha colpito uno strato di roccia impenetrabile. Certo è che non ho mai fatto esperienza delle sinapsi, dei neuroni e delle altre cose che costituiscono il sostrato fisico della mia esperienza dentro al mio cranio. Quello è un livello che mi è completamente precluso.

Infine, considerate una categoria rara di stati coscienti: le esperienze mistiche che accomunano molte tradizioni religiose, che si tratti di cristiani, ebrei, buddhisti o indù. Queste sono caratterizzate dall’assenza di contenuto: nessun suono, nessuna immagine, nessuna sensazione corporea, nessun ricordo, nessuna paura, nessun desiderio, nessun ego, nessuna distinzione tra chi fa esperienza e l’esperienza, tra chi apprende e ciò che viene appreso (non-duale). Il monaco domenicano, filosofo e mistico tardo-medievale Meister Eckhart incontrò il Divino su una piana anonima, l’essenza della sua anima:

Là risiede il “divino” silenzioso, poiché nessuna creatura e nessuna immagine vi è mai entrata, né l’anima vi può agire o trovare comprensione, e per questo ivi essa non è a conoscenza di alcuna immagine di sé o di qualsiasi altra creatura.

Chi ha praticato a lungo la meditazione buddhista descrive una consapevolezza spoglia e assoluta, ricorrendo a un linguaggio simile:

Resta disponibile in modo lucido e intangibile, terso come un cielo senza nuvole. Rimani completamente in pace, privo delle distrazioni del pensiero, immobile come l’oceano senza onde. Rimani limpido e luminoso, immutabile e ardente come una fiamma indisturbata dal vento.

Tornerò sul tema della coscienza pura o senza contenuto, poiché questo fenomeno rappresenta una sfida notevole nei confronti di qualsiasi teoria computazionale della coscienza. Tenete a mente che anche l’esperienza pura è, strettamente parlando, un sottoinsieme (benché non uno proprio) dell’intero ed è quindi strutturata.

Al di là della natura intrinseca e strutturata di ogni singola esperienza cosciente, che cos’altro conosco per certo della mia esperienza? Che cosa posso affermare con certezza che sia vero di ogni esperienza, indipendentemente da quanto ordinaria o esotica essa sia?

Ogni esperienza è informativa, integrata e definita

 

Qualsiasi esperienza cosciente possiede altre tre proprietà, che non possono essere messe in discussione.

Per prima cosa, ogni esperienza è altamente informativa, si distingue per come è. Ogni esperienza è informazionalmente ricca, contiene una grande quantità di dettagli, una composizione di differenze fenomeniche specifiche, legate insieme in maniera particolare. Ogni fotogramma di ogni film che io abbia mai visto o che vedrò in futuro rappresenta un’esperienza distinta, ciascuna con un’abbondante fenomenologia di colori, forme, linee e trame posizionati lungo il campo visivo. Ci sono poi le esperienze uditive, olfattive, tattili, sessuali e le altre esperienze corporee – ciascuna distinta a modo suo. Non può esistere un’esperienza generica. Perfino l’esperienza di vedere vagamente qualcosa attraverso una coltre di nebbia, senza essere sicuri di cosa si stia vedendo, costituisce una specifica esperienza.

Di recente ho partecipato a un Blind Cafè durante il quale ho vissuto una sorta di nascita inversa. Mi sono trascinato da un atrio luminoso attraverso un lungo, buio, stretto canale uterino fino a una stanza completamente buia – così buia che mi era impossibile riconoscere la mano di mia moglie che mi salutava davanti agli occhi. A tastoni abbiamo cercato delle sedie, ci siamo seduti, ci siamo presentati agli altri ospiti e abbiamo iniziato a mangiare in un’oscurità stigia – con molta, molta cautela. Si è trattato di un’esperienza assolutamente unica, concepita per introdurre le persone vedenti al mondo dei non vedenti. Tuttavia, persino in questa stanza in cui regnava un buio pesto ho potuto avere un’esperienza visiva distinta, specifica, e, insieme con i suoi echi e le sue sensazioni, diversa da quella di svegliarsi in una stanza d’albergo perfettamente buia.

In secondo luogo, qualsiasi esperienza è integrata, irriducibile alle sue componenti indipendenti. Ogni esperienza è unitaria, olistica, comprese tutte le distinzioni fenomeniche e le relazioni presenti al suo interno. Faccio esperienza dell’intero disegno, incluso il mio corpo sul divano e la stanza, non solo le gambe e, indipendentemente, la mano. Non ho esperienza del lato sinistro indipendentemente dal lato destro o del cane separatamente dalla poltrona sulla quale si rannicchia. Faccio esperienza dell’intera cosa. Quando qualcuno mi racconta della propria luna di miele, ho un’immagine distinta della coppia che parte per una destinazione romantica, piuttosto che immaginare la sostanza dolce prodotta dalle api in aggiunta al grande oggetto presente nel cielo.

Terza cosa, ogni esperienza è definita nel contenuto e a livello di grana spaziotemporale. Non ci si può sbagliare. Guardando di nuovo la scena domestica nella figura 1.1, percepisco il mio cane e il mondo in chiaroscuro, in prospettiva, dal divano, tenendo il mio occhio destro chiuso. Vi è un contenuto preciso della coscienza che si trova “dentro”, mentre tutto il resto si trova fuori, oltre i riflettori. Il mondo che vedo non è delimitato da una linea oltre alla quale gli oggetti sono grigi o neri, come dietro alla mia testa. Esso semplicemente non esiste. Le pennellate sono dipinte sulla tela; il resto non c’è. 

La mia esperienza è quella che è con un contenuto definito. Se fosse qualcosa di più (per esempio, vedere mentre si sente un mal di testa pulsante) o qualcosa di meno (come il disegno, ma senza la presenza del cane), sarebbe un’esperienza diversa. In sintesi, qualsiasi esperienza cosciente possiede cinque proprietà distinte e innegabili: ognuna esiste di per sé, è strutturata, informativa, integrata e definita. Queste sono le cinque caratteristiche fondamentali di ogni esperienza cosciente, sia essa comune o eccelsa, dolorosa o orgiastica.

Ogni esperienza possiede un punto di vista e avviene nel tempo

 

Alcuni ricercatori sostengono che le esperienze possano avere altre proprietà in aggiunta a queste cinque; per esempio, il fatto che ciascuna esperienza possieda un punto di vista – un resoconto in prima persona, la prospettiva del soggetto. Sto osservando il disegno, mi trovo al centro di questo Universo. Sospetto che la centralità emerga dalla rappresentazione dello spazio per come mi viene presentato dai miei sensi, vista, udito e tatto. Ciascuno di questi tre spazi sensoriali individua una collocazione specifica, che è quella in cui si trovano, rispettivamente, i miei occhi, le mie orecchie e il mio corpo. Poiché, naturalmente, è importante che ciò che vedo, ascolto e sento si riferisca a uno spazio comune (così che, per esempio, il suono che sento provenire dal movimento delle labbra sia attribuito al volto localizzato insieme a esso), “Io” mi trovo collocato in questo punto preciso, l’origine del mio proprio spazio. Inoltre, questo centro è anche il fulcro di ogni comportamento, come il movimento degli occhi con lo spostamento d’attenzione in prospettiva. L’avere una prospettiva, una visuale da un qualche punto, anziché da nessuno, emerge in maniera naturale dalla struttura delle contingenze sensorimotorie, senza bisogno di supporre l’esistenza di un’altra proprietà fondamentale.

È possibile sostenere con maggior convinzione che ogni esperienza avviene in un momento particolare, il momento presente. Definire in modo oggettivo questo momento è stata una sfida per filosofi, fisici e psicologi sin da tempo immemore. Non ci sono dubbi che la vita vissuta sia costituita da tre diverse aree temporali: il passato, il presente e il futuro, laddove l’esperienza del presente rappresenta uno stadio intermedio tra il passato e il futuro. Il passato comprende tutto quello che è già accaduto. È immutabile, benché il modo in cui richiamo gli eventi all’interno del palazzo della mia memoria sia soggetto a reinterpretazioni e a ricorrenze che si susseguono in apparente violazione della causalità. Il futuro è la somma totale di tutto quello che ancora non è accaduto; è indeterminato e contingente. L’avanguardia del futuro continua a tramutarsi nel presente apparente che irrimediabilmente recede a passato non appena se ne è fatta esperienza.

Eppure esistono esperienze non comuni durante le quali la percezione del tempo svanisce. Per coloro che assumono sostanze allucinogene, per esempio, lo scorrere del tempo, la durata del momento presente, può rallentare e persino fermarsi del tutto. Il tempo avanza lentamente quando la propria attenzione è fortemente e totalmente coinvolta, come per esempio durante una scalata pericolosa su per una parete di granito a strapiombo. Film come Matrix visualizzano questo rallentamento nella percezione del tempo attraverso il noto effetto del colpo di proiettile. In altre parole, lo scorrere del tempo non costituisce una proprietà universale di tutte le esperienze, ma solo di gran parte di queste.

Dunque ciò che rimane è il quintetto delle proprietà essenziali che appartengono a tutte le esperienze coscienti:

Ciascuna esperienza cosciente esiste di per sé, è strutturata, è fatta in un certo modo, è una ed è definita.


Christof Koch è presidente e direttore scientifico dell’Allen Institute for Brain Science di Seattle, dopo essere stato per ventisette anni professore presso il California Institute of Technology. Nelle nostre edizioni ha pubblicato Sentirsi vivi (2021).

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