Che cos’è la Realtà?

Nel nostro dialogo quotidiano con la Realtà, scopriamo che non solo essa ci resiste, ma ci include, sfidandoci a riconoscere la nostra partecipazione attiva e il nostro impatto su di essa.


in copertina: Kaleidoscope Cats III, di Louis Wain (1860–1939)

Questo articolo è tratto da Introduzione alla realtà di Edoardo Camurri. Ringraziamo Timeo e l’autore per la cortese concessione.


di Edoardo Camurri

Se dovessimo rispondere alla domanda: «Che cos’è la Realtà?», tutti noi replicheremmo: «Sono gli oggetti che stanno intorno a te, fuori di te e questa cosa qui è la Realtà». Questa definizione immediata di Realtà si potrebbe riassumere con un’espressione molto bella di Maine De Biran secondo la quale «La Realtà è ciò che resiste». Il mondo è duro, solido e quella Realtà che sta fuori di noi è qualcosa che oppone resistenza al nostro sguardo e alla nostra presenza fisica in quanto soggetto che si muove in un mondo. Insomma, normalmente si pensa che la Realtà sia quell’ostacolo in cui si inciampa quando ci muoviamo nel mondo.

Nello stesso tempo, ovviamente, riflettendo su che cosa sia la Realtà, provando cioè a emanciparci un poco da questa ingenuità di fondo che è il nostro modo ordinario di pensare alla Realtà, ci siamo ricordati – horribile dictu – che della Realtà facciamo parte anche noi. È necessario, infatti, prendere atto che ci sono dei soggetti (finanche nel senso ironico secondo il quale si dice «Guarda che soggetto è quel tale») – io, tu, egli, noi, voi, essi – cioè tanti mondi interiori dentro i quali accadono tutte queste cose che stanno fuori e che ci sono di intralcio.

Insomma, se il mondo esterno esiste perché appare dentro un mondo interno, possiamo affermare che il mondo esterno ha anche una sua interiorità e che quell’interiorità è il soggetto nel quale appare.

Naturalmente, vale pure il movimento inverso, cioè: il mondo interiore del soggetto trova la sua esteriorità muovendosi in quella realtà che sta fuori di lui e che può provare a cambiare e ad abitare secondo i propri bisogni e i propri desideri.

La Realtà è così sia oggetto sia soggetto, e l’oggetto e il soggetto sono uno dentro l’altro, intrecciati in quel nodo di Gordio che rende possibili entrambi.

La Realtà è unica, e stabilire un confine netto tra l’oggetto e il soggetto è solo una finzione che ci può essere utile ma che, quando vuole essere mantenuta, lo fa proprio a spese della Realtà, condannandola a dimenticarsi di sé stessa, facendola diventare feticcio, affamandola.

Nel momento in cui invece decidiamo di introdurci con più consapevolezza dentro la Realtà, questa prima percezione di comodo inizia a coriandolizzarsi; ecco perché il primo grande passo è ammettere che la Realtà è un’unica cosa e che noi, noi che ci introduciamo nella Realtà, siamo la Realtà dentro cui accade la Realtà stessa.

Quando si nasce, si viene subito gettati in una situazione di bisogno, di mancanza e di sofferenza, e questo non può che essere il segnale di una Realtà che si scopre malata e che ha bisogno di altra Realtà, quindi di noi tutti, per essere tale.

La Realtà ha fame di realtà. E questo, tutto sommato, è Thauma a livello essenziale, l’Urmutter di ogni patire la meraviglia.

La Realtà ha bisogno di sé stessa, ma ne ha bisogno senza avere paura di sé stessa e quindi senza generare un sistema gerarchico di controllo e di oblio della Realtà stessa. È questa la grande questione politica che pone la Realtà.

Questa radice iniziale, per semplificare, assomiglia a un grande albero che si divide in due rami: da una parte quello positivo, riuscito, pieno di meraviglia, di gioia, di amore e di potenza, e dall’altra il ramo di un’impotenza che può diventare solo potere, separazione, oblio, volontà di controllo, gerarchizzazione, sfruttamento delle persone e della natura.

Ogni cosa si decide in quel bivio, in quel passaggio di soglia dopo il quale si coagulerà un mondo.

È un fatto piuttosto sorprendente che alcuni vertici del pensiero, penso a Platone, a Kant, al buddhismo tibetano, ma anche a certe dottrine della predestinazione cristiana, si siano trovati d’accordo su un punto essenziale: il destino di ogni essere umano viene deciso prima che l’essere umano appaia (o riappaia) nel mondo, in un passaggio di soglia che si pone in un altro tempo e in un altro spazio, prima della nascita (o della rinascita), in un luogo in cui ciascuna e ciascuno di noi deve scegliere la vita che poi inevitabilmente svolgerà sul piano terreste.

Il destino è una scelta che si sviluppa secondo una logica di necessità.

Kant, per esempio, per salvare la comprensibilità della Realtà minacciata da una ragione incapace di giustificare sé stessa e i risultati ottenuti attraverso le scienze della natura, ha dovuto, con sforzo e sacrifici immani, escludere la libertà dal mondo. La Realtà che sta fuori di noi, per Kant, può essere solo la concatenazione causale di fenomeni articolati tra di loro secondo la ferrea organizzazione meccanica imposta dalla nostra mente. Solo così, diceva, il mondo può stare coerentemente e solidamente in piedi. Sì, ma a che prezzo? Lo abbiamo detto, al prezzo di non trovare altro spazio al senso profondo di libertà che alberga nell’animo umano se non al di fuori di una Realtà in cui non esiste altro che necessità.

Kant ha dedotto che la scelta libera e morale di tutti noi, e cioè del nostro destino individuale, esiste soltanto fuori dal tempo e dallo spazio, in un Bardo di cui dobbiamo postulare l’esistenza se vogliamo salvare il nostro senso morale di libertà.

Persino Kant, il razionalista Kant, è obbligato a riconoscere la centralità del passaggio di soglia interpretandolo come il non-luogo e il non-momento in cui le anime decidono tutto ciò che poi sarà il loro inflessibile destino.

A fondamento della Realtà c’è una decisione morale. Ed è una decisione che si scoprirà solo piano piano, nel suo svolgimento, e che, se non morissimo, potremmo comprendere solo alla fine, a cose fatte, con la morte. La Storia diventa così uno spettacolo che si svolge secondo un copione già scritto la cui morale, però, non potrà mai essere raccontata.

Le radici della Realtà stanno in cielo. L’eroe delle fiabe posto dinanzi al bivio e l’iniziato perso nella foresta stanno entrando in contatto con un’altra Realtà che darà forma alla Realtà. La partita decisiva si gioca Altrove. E la battaglia sarà solo una: portare qui questo Altrove, fare ridiscendere gli spiriti in un mondo che li vuole dimenticare.

La battaglia si gioca nella ricerca di una tonalità emotiva, sulla vibrazione giusta del tamburo nel momento dell’iniziazione. Kant definiva l’atto morale che si compie nel noumeno – cioè la scelta, fuori dal mondo fenomenico, della vita che si condurrà poi sulla Terra – con l’espressione «Dare inizio a una serie».

È iniziare la Realtà, per l’appunto.

È l’iniziazione di ciascuna e di ciascuno di noi all’interno della Realtà nella quale ci stiamo introducendo.

Bisognerebbe allora provare a immaginare meglio che cosa accade in questo istante decisivo e inesprimibile (siamo infatti a un passo prima da ogni possibile categorizzazione ed espressione del pensiero) in cui, verrebbe da pensare, siamo Maddalena nell’istante di rovesciarsi il bicchiere d’acqua addosso, un volto poco prima di diventare volto – quel volto –, e poi anche parenti di una distesa di gelsi che sta per essere elencata dall’alba; siamo una tela bianca, un’intenzione inconscia della luce e del pittore su un paesaggio che non è ancora paesaggio.

Siamo un’attesa, un respiro trattenuto.

Osserviamo la questione al di là della soglia, in quella Realtà nella quale siamo già stati introdotti, a giochi fatti, al di qua del vetro appannato, l’unico posto in cui possiamo dire qualcosa.

C’è una frase di Epitteto che può esserci d’aiuto e che possiamo leggere non solo dal punto di vista della morale stoica, ma anche come condizione metafisica, anzi reclamando una coincidenza tra questi due aspetti spesso tenuti forzatamente separati: «Non sono le cose a turbare gli uomini, ma le loro opinioni sulle cose».

È come se ogni cosa del mondo dovesse passare attraverso di noi per essere sé stessa; non ci sono mai, per tornare a Kant, le cose stesse (ci sono, ma sono presenti in un ordine di esistenza per noi inconcepibile), ci sono solo i fenomeni: tutto ciò che accade, accade perché qualcuno lo percepisce.

Ed è in questo contatto tra le cose e noi che si gioca la partita, che si gioca quel turbamento, quel patire la meraviglia che è la Realtà stessa.

Una Realtà siffatta, come avrebbe potuto dire Epitteto, è sempre opinata e opinabile, e spetta a noi darle la tonalità emotiva, la vibrazione che consente di raggiungere l’opinione corretta.

Poco sopra dicevamo: siamo il respiro della Realtà in quanto obbedienti e disubbidienti a una Realtà che si dà come questa sofferenza e mancanza di sé.

E se fosse proprio questo respiro il contatto con la Realtà che stiamo cercando di definire meglio, la soglia decisiva che a ogni istante possiamo attraversare?

Esiste un’opera monumentale, Le origini del pensiero europeo, in cui il grande filologo inglese R. B. Onians sembra rispondere affermativamente alla nostra domanda concentrandosi sul termine greco, aisthesis, con cui si indica la percezione della Realtà.

Onians ci spiega che in tempi omerici aisthesis significava respiro e che anche in India, nelle Upanisad, tutte le porte che ci consentono di aprirci alla Realtà, cioè la parola, la vista, l’udito e la mente, erano note come soffio o respiro (prāna).

Il contatto con la Realtà, il passaggio dalle cose che sono ai fenomeni, l’iniziazione alla Realtà che è innanzitutto resistenza di ciò che sta fuori di noi, cioè dura percezione, si darebbero quindi come modulazione, come interiorizzazione ed esteriorizzazione, come inspirazione ed espirazione (e non è un caso che poi, molto tempo dopo, Aristotele spostasse l’organo della percezione nel cuore: come nel respiro, anche qui si tratta di indicare ciò che è fondamentale e che precede e fonda la Realtà stessa che ci circonda – bisogna essere vivi, avere un cuore pulsante, per costruire teorie, città, eserciti e per essere tutto quello che pensiamo caratterizzi l’umano).

Quando si soffre – e la Realtà è questa stessa sofferenza – si ansima. Per calmarci, si respira. In quella grotta in cui siamo rinchiusi non possiamo aggrapparci ad altro che al nostro respiro, calmandolo, disciplinandolo, in attesa di illuminare il buio che percepiamo.

Siamo umani che respirano.

E che ascoltano il battito del tamburo sciamanico del nostro cuore impaziente sulla soglia della vita.

Il fatto che ci siamo dimenticati che il termine percezione sia questo respiro per dirigerci veloci verso l’estetizzazione del mondo (aisthesis è il termine da cui poi, tempo dopo, si è fatta derivare l’estetica prima come teoria del bello, poi dell’arte e infine come cosmesi) è forse un indizio del bisogno che abbiamo di mutilare la Realtà arrendendoci a un feticcio della Realtà, con l’idea di poterla misurare, limitare e sfruttare nella misura in cui essa stessa ci misurerebbe, limiterebbe e sfrutterebbe.

È la tentazione sempre ricorrente di essere la malattia di cui dovremmo essere la cura.

Ogni essere vivente che nasce, invece, per prima cosa respira. È questa la grande spinta della Realtà; ogni essere vivente è un azzardo della Realtà su sé stessa, per questo esiste vita dappertutto, in continuazione, e ci sono funghi che spuntano anche sui reattori nucleari esplosi o farfalle effimere e bellissime che vivono solo un paio di settimane o anaconde sacre che, se pregate, possono trasportarci in altri mondi.

Ma fermiamoci qui, in ginocchio dinanzi alla maestà di Pachamama.
Questa generosità e vitalità della Realtà è la possibilità di aprire la soglia giusta a ogni respiro, è la speranza che la Realtà si dà, giocando su numeri altissimi, affinché qualcosa accada perché tutto cambi.

Il grande spettacolo della natura che respira descrive questo rito cosmico generoso e opulento in cui si risponde all’oppressione della vita con un grande Sì.

Si continua a produrre vita, contro ogni ragionevolezza. E ogni vita è una scommessa che dice: sofferenza, sì, ma anche scandalo della sofferenza, quindi attesa e impegno nella liberazione.

Ovunque ci voltiamo, ritroviamo questo doppio movimento, questa coincidenza dinamica degli opposti: soggetto e oggetto, attività e passività, cura e malattia, ubbidienza e disubbidienza, attrazione e repulsione. Vita contro la vita. È la sintassi della Realtà, il suo respiro e la sua attesa.

Il respiro è questa attesa. Il battito del cuore è questa attesa. La percezione della Realtà, e dunque la Realtà stessa che si dà negli esseri viventi, è questa attesa di speranza e di liberazione.

Solve et coagula.

Et è il respiro di un mondo che si dà dissolvendosi e che, dissolvendosi, si ricostruisce puntando tutto sul gioco sacro di una nuova serie di eventi.


Edoardo Camurri (1974) lavora per la radio, la televisione e i giornali. Il suo ultimo programma è Alla scoperta del ramo d’oro su Rai 3. Per Adelphi ha curato Il reato di scrivere di Juan Rodolfo Wilcock, mentre, tra le altre cose, per Mondadori ha introdotto gli scritti psichedelici di Aldous Huxley.

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