Che ne è stato degli intellettuali?



Da Decenni si dice che gli intellettuali – se non già estinti – sono quantomeno una specie in via di estinzione. In estinzione è soprattutto un certo tipo di intellettuali, ma lo sono un po’ tutti per il loro complessivo scarso impatto sulla società. Per quale motivo?


In copertina: Artist in His Studio, Gerrit Dou

Questo testo è tratto da La vocazione intellettuale” di Juan Carlos De Martin. Ringraziamo il Mulino per la gentile concessione


di Juan Carlos De Martin

Da Decenni si scrive che gli intellettuali – se non già estinti – sono quantomeno una specie in via di estinzione. In estinzione è soprattutto un certo tipo di intellettuali, ma in estinzione lo sono un po’ tutti per il loro complessivo scarso impatto sulla società. Nati durante la Belle Époque e sopravvissuti a due guerre mondiali, gli intellettuali entrano nel deserto dei «Quaranta ingloriosi» (dall’avvento di Reagan e della Thatcher a oggi) già in salute precaria, e ora se ne sottolinea, appunto, se non l’estinzione totale, quantomeno la scarsa rilevanza. È un fenomeno che ha degli aspetti paradossali. Viviamo, infatti, nell’età del digitale, che ha portato a una moltiplicazione di canali e di opportunità di comunicazione. Di primo acchito, parlando di intellettuali, la tecnologia sembra essere un fattore determinante. Le radici dell’intellettuale moderno non sono forse legate all’invenzione della stampa, che crea, per la prima volta, un ampio pubblico di lettori? E l’intellettuale moderno in senso stretto, quello che nasce col J’accuse! di Zola, non è reso possibile dalle rotative industriali che sfornano giornali a tiratura elevata? Con i nuovi strumenti digitali, e con miliardi di schermi nelle tasche di tutto il mondo, non dovrebbero esserci condizioni molto favorevoli per assicurare grande rilevanza agli intellettuali? 

Non è così, il paradosso è solo apparente. La tecnologia, infatti, da sola non basta. Gli effetti pratici di una tecnologia dipendono sempre dalle condizioni di diffusione, controllo e utilizzo della tecnologia stessa, che a loro volta dipendono delle circostanze economiche, politiche e più in generale sociali, una dipendenza particolarmente pronunciata per le tecnologie della comunicazione moderne, dal telegrafo in avanti. 

Occorre quindi scavare più a fondo per gettare luce su questo apparente paradosso tra tecnologie avanzate, un pubblico di miliardi di possibili lettori/spettatori e la sostanziale irrilevanza degli intellettuali. Vale la pena di fare questo esercizio? Sì: capire che cosa è successo agli intellettuali, infatti, ci dovrebbe aiutare a comprendere meglio lo stato – e le prospettive future – delle democrazie in cui viviamo. 

La prima domanda da porsi è se gli intellettuali non si siano per caso estinti semplicemente perché non c’era più richiesta, in primis da parte dei cittadini (o del pubblico, se preferite), delle loro opinioni e delle loro proposte. È una possibilità che non va scartata a priori. Tuttavia la strabordante presenza di opinioni e proposte, nei media indica un interesse ancora molto forte per questo tipo di contenuti. Quindi una domanda per la tipologia generale di contenuti che gli intellettuali hanno prodotto per circa un secolo sembrerebbe essere ancora presente. Ma allora che cosa è successo? La risposta è ovviamente complessa, ma, semplificando, a mio avviso occorre guardare soprattutto in tre direzioni. La prima riguarda l’offerta di intellettuali: ci sono semplicemente sempre meno intellettuali. Quelli che ci sono invecchiano e scompaiono, senza venire sostituiti da leve più giovani. La seconda direzione da investigare riguarda il fatto che gli intellettuali superstiti, soprattutto se critici dell’assetto attuale della società, hanno comunque sempre meno possibilità di arrivare al grande pubblico nonostante l’aumento di opportunità rappresentato – in linea di principio – dalla tecnologia. Infine, la terza direzione – che si interseca con le prime due – riguarda la scarsa rilevanza dell’intellettuale, dovuta principalmente alla fine delle grandi contrapposizioni ideologiche. 

La conseguenza è che il grande pubblico è sì sommerso di opinioni, ma da una parte ritiene che non ci sia più niente di rilevante in gioco (come recita lo slogan principe di questa età: «There Is No Alternative», ovviamente all’esistente), e quindi perché prestare particolare attenzione a certe voci, e dall’altra le voci critiche, quelle che sostengono che le alternative in realtà esistono e che andrebbero prese in considerazione, non arrivano al pubblico, o arrivano in maniera marginale. 

Partiamo dal primo fattore, la ridotta offerta di intellettuali, che tratteremo congiuntamente al terzo fattore, ovvero la loro scarsa rilevanza. Per generazioni gli intellettuali sono stati sia indipendenti sia affiliati a università e accademie. Basti pensare a Lewis Mumford, Jean-Paul Sartre, James Baldwin, Noam Chomsky, Pier Paolo Pasolini, Edward Said o Michel Foucault. 

A partire dagli anni Settanta del Novecento, tuttavia, più o meno quando iniziavano i «Quaranta ingloriosi», è iniziato un duplice movimento: 

da una parte gli intellettuali non accademici perdevano sempre più visibilità e autorevolezza, indeboliti dalla loro carenza di credenziali accademiche, e dall’altra parte le università iniziavano (intensificando sviluppi già avviati in precedenza) una metamorfosi che le avrebbe portate a marginalizzare gli intellettuali al loro interno e a produrne sempre di meno. 

Il primo movimento è legato all’enorme espansione dell’educazione terziaria a partire dal secondo dopoguerra: una percentuale sempre maggiore di giovani frequenta l’università, le università aumentano molto di numero, il numero degli studiosi e il ruolo della scienza diventano sempre più grandi. Un effetto collaterale di questa grande trasformazione che caratterizza tutti i Paesi ricchi sarà una progressiva riduzione dello spazio – mediatico, ma anche politico e culturale – occupato dagli studiosi indipendenti, una categoria che aveva a lungo prodotto alcuni tra gli intellettuali più noti. In parallelo, il forte aumento del numero dei professori universitari diluisce inevitabilmente il loro peso specifico agli occhi del pubblico. 

Il secondo movimento, invece, riguarda le conseguenze del progressivo affermarsi dell’università neoliberista. L’università neoliberista esaspera tendenze già avviate nei decenni precedenti, tra cui: una specializzazione sempre più spinta, molto tempo dedicato a scrivere richieste di finanziamento o per attività organizzativo-burocratiche, studenti sempre più da trattare come «clienti», interdisciplinarità auspicata a parole ma fortemente scoraggiata nei fatti, una tendenza professionalizzante per cui occuparsi di temi «politici» sarebbe «poco professionale», il timore di perdere finanziamenti a causa di posizioni troppo critiche. A ciò si aggiunga la fine della contrapposizione tra blocchi, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 e la conseguente diminuzione della richiesta di pensiero critico a tutti livelli. Che bisogno c’è di capire davvero il mondo, infatti, se la vittoria di una parte è considerata definitiva e assoluta? 

L’insieme di questi cambiamenti produce una trasformazione profonda della figura dello studioso universitario, come ha ricordato recentemente sul quotidiano «il manifesto» lo storico Piero Bevilacqua: «Oggi, nella fascia alta dei docenti, dominano figure anche scientificamente attrezzate, ma che vivono il proprio lavoro come un ritaglio specialistico, finalizzato a dei risultati da certificare presso agenzie di controllo. Sono sotto l’assedio quotidiano di un flusso continuo di disposizioni normative, soffocati da compiti organizzativi mutevoli, spesso di difficile comprensione, da pratiche quotidiane di interpretazioni e applicazioni che sottraggono tempo alla ricerca e a un insegnamento non di routine. È comprensibile che questi docenti non abbiano molti legami con la vita politica e culturale della società». 

Passiamo ora alla possibilità di raggiungere un vasto pubblico. Senza un ampio spazio pubblico d’opinione, infatti, gli intellettuali non possono esistere. Quanto ampio debba essere tale pubblico non è facile a dirsi, è chiaro però che chi è in grado di raggiungere solo cerchie ristrette potrà essere uno studioso di ampie vedute, ma non un intellettuale nel senso che diamo alla parola dall’affaire Dreyfus in avanti. Di conseguenza il ruolo e le identità degli intellettuali dipenderanno dalle modalità di funzionamento dello spazio pubblico d’opinione. A chi sarà data voce e a chi no? Con quanta visibilità e con quale frequenza? Con quale effettiva libertà di parola? A quali condizioni? 

Ho usato l’espressione «spazio pubblico d’opinione» perché ormai da molto tempo è anacronistico parlare di opinione pubblica. L’idea sette-ottocentesca, infatti, di cittadini intellettualmente autonomi che si informano grazie a una pluralità di fonti riguarda piccole minoranze, e probabilmente è sempre stato così. Allo stesso tempo non ci sono più le novecentesche masse di cittadini istruiti dalle rispettive organizzazioni di appartenenza – partiti, sindacati e Chiese – con i loro giornali, circoli, scuole ecc. Riferendosi a quel periodo è forse più opportuno parlare di «opinioni pubbliche», al plurale, che però avevano punti di contatto e di confronto, anche significativi, soprattutto nei primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale, basti pensare alla Costituzione italiana del 1948. 

Dopo il 1989 di quelle macchine mediatiche novecentesche ne è rimasta sostanzialmente una sola, quella che rappresenta gli interessi del potere economico. Già prima era la macchina mediatica più dotata di risorse e quindi la più influente, ma oggi praticamente non ha più concorrenti. Ciò ha portato a cambiamenti significativi. Essendo l’unica rimasta, la macchina mediatica legata al potere economico oggi riesce a presentarsi come super partes, come non ideologica, come l’espressione di un sentire comune che viene presentato in quanto dato di realtà, anche se si tratta di un sentire comune che è stato accuratamente costruito nei decenni precedenti. Inoltre, l’operare in regime di sostanziale monopolio ha mutato anche «lo stile» della macchina mediatica. Dal professionismo dell’epoca d’oro dei grandi quotidiani e delle grandi radio-televisioni pubbliche europee si è passati a qualcosa di diverso, che non a caso, e non da ieri, viene spesso denominato «circo mediatico». 

Con circoscritte eccezioni, il circo mediatico non fa più riferimento – se non solo retoricamente – all’ideale normativo illuministico-liberale di fornire elementi che permettano a soggetti cognitivamente autonomi di farsi un’idea in maniera autonoma. Il vero obiettivo del circo mediatico è politico, ovvero «costruire» il sentire comune della grande maggioranza dei cittadini. 

È un’esigenza costruttivista che prorompe circa un secolo fa con l’affermarsi del suffragio universale, ma che per decenni ha riguardato più macchine mediatiche in competizione tra loro, sia pure con grande disparità di mezzi. Oggi non più, ne è rimasta una sola. 

Strumentalmente il circo mediatico si articola in vari media – televisione, radio, giornali, riviste, social media, testate web – che però, pur essendo diversi tra loro, vanno visti come elementi di un sistema integrato, un circuito che oltre all’informazione incorpora anche forti componenti di intrattenimento. La televisione rilancia il web, che riprende i giornali, che sono letti alla radio, che è ripresa dal web, con una rete estremamente veloce di richiami, amplificazioni, censure e retroazioni, che vede il suo sempre più importante sbocco finale negli schermi degli smartphone, dove tutto viene sminuzzato e rimescolato tenendo conto delle preferenze degli utenti. 

Il circo mediatico ha un movente economico predominante che è la pubblicità. Lo era già per i media tradizionali, ma lo è ancora di più nei media digitali, dove è possibile sorvegliare i comportamenti degli utenti e raccogliere informazioni su di loro in maniera estremamente più intensa e più capillare rispetto a quanto non fosse possibile in precedenza. A causa del movente pubblicitario il circo mediatico promuove attivamente contrapposizioni (vere o presunte, preesistenti o costruite ad hoc), scandali, crociate, appelli, indignazioni, capri espiatori, insomma tutto ciò che può massimizzare le reazioni degli utenti. Sono comportamenti ovviamente non nuovi nel mondo dei media, ma che ora sono cresciuti ulteriormente, arrivando a caratterizzare anche testate (televisive, radiofoniche e della carta stampata) che in precedenza avevano ambito ad aderire al modello aulico del giornalismo classico. 

Il proliferare di contrapposizioni, scandali, false notizie ecc. potrebbe produrre in alcuni un’impressione di pluralità, che però sarebbe in generale poco fondata. Tra i moventi del circo mediatico, infatti, non c’è solo quello economico. Come abbiamo già scritto, c’è anche e soprattutto un movente politico. Il circo mediatico, infatti, è in larga parte o posseduto direttamente da interessi economici, tra l’altro sempre più concentrati, o controllato da interessi politici molto spesso sotto la forte influenza di interessi economici (quando di fatto non coincidenti). Di conseguenza il circo mediatico costruisce una percezione della realtà assai raramente in contrasto con il sentire comune egemonico, che è, come già detto, un’emanazione degli interessi economici prevalenti, anche se non necessariamente del tutto coincidente con essi. 

 

Quando si registra una pluralità di messaggi, quindi, tale pluralità è in realtà tipicamente dovuta a una lotta tra interessi economici mainstream o tra interessi partitici in competizione tra loro (con la non infrequente difficoltà di riuscire a distinguere tra queste due categorie). Messaggi realmente critici del sistema tout court sono occasionalmente ammessi, ma solo per etichettarli, a seconda dei casi, come estremi, se non addirittura pericolosi o sovversivi, o poco seri, ridicoli, scioccamente utopistici. Se una persona nota al grande pubblico trova lo spazio per dire cose poco gradite allora (a meno che la persona non venga per qualche motivo ritenuta innocua) scatta la character assassination con l’obiettivo di presentare la persona ridicola, senile, psicologicamente poco equilibrata, animata da secondi fini, estremista o a libro paga di qualcuno. 

Il circo mediatico, quindi, predilige messaggi divisivi, ovvero che producono reazioni emotive, ma solo se riguardano temi che non rischiano di intaccare il senso comune egemonico e complessivamente l’assetto generale della società. L’agenda mediatica, dunque, cattura l’attenzione dei più e incanala le energie emotive in direzioni tendenzialmente innocue per il sistema. Gli intellettuali possono avere un ruolo all’interno di un circo mediatico con queste caratteristiche? E se sì, quale? 

Qualsiasi intellettuale, inteso in senso molto lato, che abbracci posizioni funzionali – o quantomeno indifferenti – al senso comune egemonico può venire ammesso nel circo. Anzi, sui media sono molti i facenti funzione di intellettuale, di varia natura, che con le loro posizioni confermano il senso comune o che addirittura premono per un suo ulteriore rafforzamento (tipicamente attaccando quel che resta dello Stato o dei diritti dei lavoratori). In questo caso il fatto che la persona venga o meno ammessa nel circo dipenderà da fattori come la sua verve polemica, le conoscenze personali, l’aver vinto o meno qualche premio famoso, il vendere molte copie dei propri libri, l’avere un ruolo direttivo in qualche media o in qualche istituzione o il poter esibire affiliazioni accademiche più o meno prestigiose (anche se spesso labili). Nel complesso la loro rilevanza non è certamente paragonabile a quella degli intellettuali – anche conservatori – del passato, ma si tratta comunque di strumenti molto utili per la manutenzione del sentire comune. 

Nel caso di intellettuali critici del senso comune, invece, l’ammissione al circo mediatico è molto più difficoltosa e, nei pochi casi in cui avviene, si può ricondurre – con tutte le semplificazioni del caso – a tre ruoli principali. 

Un primo ruolo è decorativo. Purché non superi certi limiti, non usi determinate parole e non faccia proposte troppo radicali, l’intellettuale eterodosso viene ammesso perché può servire a segnalare l’apertura intellettuale e politica di determinate testate. Il messaggio critico, infatti, rappresenta una minuscola parte del messaggio complessivo della testata e quindi non produce danni particolari, che in ogni caso sono inferiori ai benefici conferiti dalla sua presenza. Per non parlare del fatto che molti consumatori leggono solo i titoli e i titoli non li sceglie certo l’autore. 

Un secondo ruolo è la variante degenerata del primo, ovvero il clown o il buffone di corte. L’intellettuale eterodosso viene invitato, soprattutto in televisione, per divertire il pubblico. Se si presenta in maniera peculiare, per il modo di vestire o di parlare (se, per esempio, grida facilmente o se usa un gergo inusuale), la sua presenza ipso facto copre di ridicolo le posizioni critiche a cui in qualche modo, a torto o a ragione, viene associato. 

Un terzo ruolo è quello di vittima designata. Questo capita soprattutto in televisione e soprattutto nelle trasmissioni dal vivo. L’intellettuale con posizioni critiche che parla e si presenta normalmente (ovvero, che non è facile presentare come clown) viene invitato, ma in realtà tutto è stato organizzato contro di lui. Durante la trasmissione viene interrotto con la pubblicità, gli interlocutori parlano mentre sta parlando, il suo messaggio viene ridicolizzato senza che abbia la possibilità di articolare un pensiero minimamente profondo o anche solo di smentire le falsità dette dagli interlocutori. In questi casi la vittima è tale perché non ha capito per tempo i meccanismi mediatici o perché, pur avendoli compresi, si è illusa di poter comunque ottenere qualche risultato utile. 

Al di fuori di questi tre casi l’intellettuale critico deve aspettarsi – salvo sporadiche eccezioni che confermano la regola – di non accedere al circo mediatico, ovvero di rimanere sconosciuto alla gran parte delle persone. Di conseguenza l’intellettuale critico in questa fase storica deve aspettarsi di operare tendenzialmente «fuori» dal circo mediatico. 

Che cosa c’è, in estrema sintesi, fuori dal circo-circuito mediatico? Ci sono naturalmente i canali tradizionali come giornali, televisioni, radio, riviste con pubblico limitato. Ci sono i libri, che in una società che legge poco come la nostra (soprattutto se si tratta di saggi) sono tollerati senza alcun problema. Ci sono gli incontri fisici: presentazioni di libri, circoli, scuole, festival culturali ecc., occasioni importanti anche oggi, soprattutto per creare relazioni, ma che per forza di cose raggiungono – rispetto ai mass media – numeri limitati di persone. E poi c’è il web, ovvero i già citati blog, i social media, le newsletter ecc. I mezzi digitali cambiano nel tempo, ma nessuno scompare, per cui dopo quasi trent’anni di web ora abbiamo molteplici canali che interagiscono tra loro offrendo possibilità oggettivamente inedite per tutti (anche se di minore rilevanza di quanto non si sperasse venti o anche solo dieci anni fa) e quindi anche per gli intellettuali, inclusa la possibilità di trovare risorse economiche non trascurabili direttamente dai propri lettori, evitando, cioè, il ricorso alla pubblicità e ai relativi problemi (è uno sviluppo abbastanza recente, legato in particolare al servizio Substack, vedremo se si concretizzerà). I contenuti digitali possono poi finire anche sugli smartphone e questo è potenzialmente importante, per la straordinaria diffusione di questi oggetti e per la frequenza con cui le persone li consultano quotidianamente. 

Abbiamo provato ad analizzare il mutato ruolo degli intellettuali in questi ultimi decenni. Se si volesse guardare al futuro da una prospettiva di messa in discussione dell’esistente, l’analisi fin qui svolta potrebbe servire a identificare alcune direttive d’azione, tutte strettamente connesse tra loro: immaginare visioni del mondo alternative per uscire dall’afasia e dall’apatia e per dare direzione agli sforzi e alle passioni delle persone; ricreare quel tessuto – muscolare oltre che connettivo – della democrazia rappresentato da partiti politici, sindacati e associazioni in grado di coinvolgere numeri rilevanti di persone; costruire strumenti di comunicazione propri, anche e soprattutto di massa (difendendo nel contempo la libertà di espressione); favorire l’aumento del numero e della qualità di intellettuali critici, sia indipendenti sia accademici, in grado di contribuire alla riflessione e alla definizione di proposte. 

Vaste programme, non c’è dubbio. Ma dopo cesure storiche come quella della fine della Guerra fredda è inevitabile che il lavoro da fare si misuri non col metro dei mesi o degli anni, ma con quello dei decenni. E all’interno di un tale programme il ruolo degli intellettuali non potrebbe che essere considerevole: senza buona cultura, infatti, non ci può essere buona politica. 

Allora forse smetteremo di parlare di estinzione degli intellettuali, anche se alla parola «intellettuali» probabilmente attribuiremo significati e connotazioni che ancora non riusciamo a immaginare. 


JUAN CARLOS DE MARTIN insegna Tecnologie digitali e società e Politica e tecnica al Politecnico di Torino, dove dirige il Centro Nexa su Internet e società. È il co-curatore di Biennale Tecnologia. Tra i suoi lavori Università futura, tra democrazia e bit (Codice, 2017).

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