Chi e cosa si trasforma… – Purgatorio Canto IX

Rieccoci con il nostro “CCC”, il Commento collettivo alla Commedia in cui i canti della Divina Commedia vengono commentati da decine di autori e autrici della contemporaneità. Si tratta di un progetto de L’Indiscreto che ha l’obiettivo di sottolineare uno degli aspetti più interessanti dell’opera di Dante: la sua attualità. Questo è il nono canto del Purgatorio.


IN COPERTINA e nel testo Giancarlo Baglini, Senza Titolo – Olio su tela – Asta PAnanti online

di Vincenzo Marasco


Con il contributo di  


Può essere utile cominciare con una breve nota descrittiva. Il Canto si apre con Dante che si addormenta nella valletta e, in sogno, viene rapito da un’aquila. Al risveglio, è Virgilio a spiegare al compagno che a raccoglierlo e sollevarlo, è stata non un’aquila, ma santa Lucia che lo ha trasportato, nel sonno, fino alla cima del monte da cui si intravede la porta del Purgatorio. I due si incamminano, dunque, fino a trovarsi davanti all’Angelo guardiano, il cui dialogo con il poeta rimanda a un vero e proprio rito di passaggio: la porta si apre fino lasciar intravedere la soglia del Purgatorio, sulla cui immagine, o meglio suono, si ferma il canto.

Qualunque sia l’elemento cui si voglia dare la preminenza, il Canto IX del Purgatorio è un canto centrato sulla «trasformazione». Sia che si privilegino i riferimenti simbolico-allegorici, quelli liturgici, quelli simbolico-letterari o persino il semplice arco degli eventi, tutto rimanda alla metamorfosi, al processo di crescita che il nostro Pellegrino, al principio perso in quella famosa selva, è chiamato a fare per continuare il suo viaggio. Il difficile è rendere conto di tutte le trasformazioni del Canto, che sembra costruito in modo che l’una si succeda e si incateni all’altra, che l’una funga da proseguimento dell’altra, e capire chi e cosa è che si trasforma. 

La narrazione comincia con delle notazioni temporali, tutte espresse tramite immagini mitiche, come a richiamare più che l’evento stesso, non solo uno stato emotivo, ma una intera storia. E così prosegue, e per tutti i primi 42 versi non esiste altro che l’interiorità del Pellegrino, vista attraverso immagine mitologiche. Il Canto, si apre infatti con tre miti di eros come promessa ingannevole. Abbiamo Aurora, che – dimentica dell’ironia degli dei – chiese l’immortalità del suo amore Titone senza specificare che in quell’amore era compresa la gioventù, e adesso affianca l’«antico» compagno che invecchia, giorno dopo giorno, per l’eternità; abbiamo Filomela, vittima della passione violenta del cognato, alle cui disgrazie erotiche il poeta, in un solo laconico verso, riconduce il garrire della rondine sul fare dell’alba (v. 15); e abbiamo Ganimede, rapito agli amici per cupidigia da Giove sul monte Ida e che «anche ora porge le tazze a Giove versandogli il nettare, sia pure con l’ostilità di Giunone» (Ovidio, Metamorfosi, libro X). 

Tre miti, tre viaggi, tre trasformazioni dal finale amaro. Tre ascensioni al regno degli immortali che non possono separarsi da un retrogusto ambiguo, in quanto esito di eros come passione tiranna. Anche il Pellegrino è impegnato in una ascensione ma la sua destinazione è priva di quel carico di ambiguità: non sono più le «ali false» (Ovidio) di Giove a rapirlo, ma Lucia «nimica di ciascun crudele» (Inf. II), che lo trasporta mentre sogna. Nella presenza di queste metamorfosi all’interno del Canto, troviamo una metamorfosi delle metamorfosi stesse: Dante riscrive e ritraduce i suoi colleghi classici Virgilio e Ovidio (e, più tardi, Stazio e Lucano), ma nel riproporli mille anni dopo, alla luce dell’amore trasformato della Commedia, queste storie si portano dietro una promessa nuova, felice. La prima trasformazione, in questo Canto, è quella della poesia stessa, del suo stesso materiale che, pur narrando la stessa trasformazione, si carica di una nuova verità.

Allo stesso tempo, è difficile non collegare queste storie non a Dante – poeta impegnato a inverare in senso cristiano la poesia che ha ricevuto in eredità –, ma a Dante – Pellegrino sperduto in una selva, riluttante protagonista di un viaggio di ascensione. Nonostante solo l’ultima delle tre abbia come oggetto effettivo il viaggiatore (Ganimede traduce, con le parole del Pellegrino, il sogno dell’aquila, che a sua volta traduce nel linguaggio onirico Lucia che solleva il protagonista e lo avvicina al Purgatorio), mentre le altre non rappresentino che descrizioni, rispettivamente, dell’alba terrestre e purgatoriale, è difficile non raccogliere il carico di erotismo mobilitato in queste immagini come qualcosa di personale, dal momento che anche il Pellegrino è impegnato in una  quête erotica alla ricerca dell’amata. Questi simboli della trasformazione erotica sono segni della sua trasformazione, necessaria per avanzare nel viaggio, perché il viaggio che intraprende nel purgatorio è un’«epica delle trasformazioni dell’amore». L’innalzamento poetico, opera di Dante autore che “riscrive” i versi dei suoi maestri, corrisponde all’innalzamento del Pellegrino, al suo cambiamento di status. Il Pellegrino si sostituisce infatti ai protagonisti ai miti narrati, è lui che si trasforma al posto loro: lui si sente come loro, anche lui sta intraprendendo un viaggio per ritornare tra le braccia di una «dolce amic[a]», è il Pellegrino il vero Ganimede, che si sta innalzando al cielo: la sua quête ricomprende le loro. 

La stessa sorte toccherà subito dopo all’Achille dell’Achilleide. Desiderosa di sottrarlo all’eroico destino predetto Calcante, la madre Teti trasportò il leggendario figlio a Sciro, per nasconderlo alla corte del re, vestito da donna. Come stupì Achille nel risvegliarsi in un luogo mai visto, così è per il Pellegrino che apre gli occhi sul Monte, dopo il trasporto di Lucia. Ma invece che un Ulisse a smascherarlo, troverà il compagno Virgilio che, ancora una volta, lo rassicurerà. Di nuovo un amore, questa volta un amore materno, ingannevole e dal finale amaro, mutato in una storia lieta. 

A questo punto il sole è già alto nel cielo, e i due compagni si avvicinano alla porta e all’Angelo, per l’ultima trasformazione. Tre gradini, di tre differenti colori, due chiavi, sette «P» disegnate sulla fronte, una moltitudine di simboli allegorici e liturgici sono qui convocati per segnalare questa fase liminale del rito di passaggio che il protagonista deve affrontare per continuare il suo viaggio. Un esame di sé, una sincera volontà di proseguire il viaggio sembrano gli elementi centrali di questo incontro con l’Angelo, a cui va aggiunto che il proseguire, il trasformarsi, significa sempre abbandonare qualcosa, che, ogni volta, «si muore un po’ per poter vivere»; l’Angelo congeda infatti i viaggiatori con un rimando all’antico tema del guardarsi indietro, presente nella biblica storia di Lot così come in Orfeo («Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, / dicendo: “Intrate; ma facciovi accorti/ che di fuor torna chi ‘n dietro si guata”»). Di nuovo un rimando ad una quête erotica, di nuovo una trasformazione che fa del Pellegrino un vero Orfeo, coronato da successo, e tale verità è essa stessa nobilitazione della poesia. 

Infine, il tesoro che si schiude là sulla soglia sollecita Dante ad un ultimo rimando al mondo classico. La porta purgatoriale si mostra più riluttante ad aprirsi di quella del Campidoglio, in quel famoso giorno in cui Cesare la oltrepassò per impadronirsi del tesoro di Roma («non rugghiò sì né si mostrò sì acra/ Tarpea, come tolto le fu il buono/ Metello, per che poi rimase macra»). Il Pellegrino che varca la porta diviene il Cesare di quel giorno, ma ciò che in Lucano era un atto di vile tracotanza, la violenta uccisione del buon Metello, nella Commedia risponde ad un piano più alto.

Rimangono da mettere a fuoco i versi centrali del canto (vv. 70-72)

Lettor, tu vedi ben com’io innalzo

la mia matera, e però con più arte

non ti maravigliar s’io la rincalzo.

Restando fedeli a quanto scritto, la centralità di questa sospensione della finzione, che divide il Canto a metà, al di là del lungo dibattito critico sulla sua funzione, ha prima di tutto l’effetto di “ricordare” l’operazione poetica che il lettore ha sotto gli occhi: che quella che ha davanti è un’altra opera di poesia, la scrittura di una nuova e più alta di quelle «ambages pulcerrimae» della letteratura. Le trasformazioni che si intrecciano a comporre il Canto IX mi appaiono allora innanzitutto come riflessione sul potere trasformativo della letteratura: il racconto di una metamorfosi, raccontato attraverso metamorfosi inserito all’interno di una più grande narrazione di metamorfosi ed espresso attraverso una metamorfosi della materia poetica. Un piccolo labirinto, che suggerisce una visione di Dante curioso antesignano di Pierre Menard, riscrittore che fa della poesia ereditata «una specie di palinsesto, in cui andrebbero ricercate le tracce – tenui, ma non indecifrabili – della scrittura “anteriore”» del poeta cristiano. E il lettore è chiamato ad identificarsi con questa posizione, pellegrino e poeta che cresce e si trasforma ricomponendo queste eredità, che supera le oscure selve in cui è perduto, almanaccando con questi simboli della trasformazione che la parola mette in scena, nel suo gioco a scacchi con la morte. E questo può essere un pensiero incoraggiante.

Giancarlo Baglini, Senza titolo, asta Pananti online

Il canto, integrale

Canto IX, nel quale pone l’auttore uno suo significativo sogno; e poi come pervennero a l’entrata del purgatorio proprio, descrivendo come ne l’entrata di purgatorio trovoe uno angelo che con la punta de la spada che portava in mano scrisse ne la fronte di Dante sette P.

La concubina di Titone antico
già s’imbiancava al balco d’orïente,
fuor de le braccia del suo dolce amico;

di gemme la sua fronte era lucente,
poste in figura del freddo animale
che con la coda percuote la gente;

e la notte, de’ passi con che sale,
fatti avea due nel loco ov’eravamo,
e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;

quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,
vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
là ’ve già tutti e cinque sedavamo.

Ne l’ora che comincia i tristi lai
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de’ suo’ primi guai,

e che la mente nostra, peregrina
più da la carne e men da’ pensier presa,
a le sue visïon quasi è divina,

in sogno mi parea veder sospesa
un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
con l’ali aperte e a calare intesa;

ed esser mi parea là dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.

Fra me pensava: ’Forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d’altro loco
disdegna di portarne suso in piede’.

Poi mi parea che, poi rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.

Ivi parea che ella e io ardesse;
e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
che convenne che ’l sonno si rompesse.

Non altrimenti Achille si riscosse,
li occhi svegliati rivolgendo in giro
e non sappiendo là dove si fosse,

quando la madre da Chirón a Schiro
trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
là onde poi li Greci il dipartiro;

che mi scoss’io, sì come da la faccia
mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.

Dallato m’era solo il mio conforto,
e ’l sole er’alto già più che due ore,
e ’l viso m’era a la marina torto.

“Non aver tema”, disse il mio segnore;
“fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
non stringer, ma rallarga ogne vigore.

Tu se’ omai al purgatorio giunto:
vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
vedi l’entrata là ’ve par digiunto.

Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,
quando l’anima tua dentro dormia,
sovra li fiori ond’è là giù addorno

venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l’agevolerò per la sua via”.

Sordel rimase e l’altre genti forme;
ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
sen venne suso; e io per le sue orme.

Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro”.

A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è discoperta,

mi cambia’ io; e come sanza cura
vide me ’l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.

Lettor, tu vedi ben com’io innalzo
la mia matera, e però con più arte
non ti maravigliar s’io la rincalzo.

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
che là dove pareami prima rotto,
pur come un fesso che muro diparte,

vidi una porta, e tre gradi di sotto
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch’ancor non facea motto.

E come l’occhio più e più v’apersi,
vidil seder sovra ’l grado sovrano,
tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;

e una spada nuda avëa in mano,
che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
ch’io dirizzava spesso il viso in vano.

“Dite costinci: che volete voi?”,
cominciò elli a dire, “ov’è la scorta?
Guardate che ’l venir sù non vi nòi”.

“Donna del ciel, di queste cose accorta”,
rispuose ’l mio maestro a lui, “pur dianzi
ne disse: “Andate là: quivi è la porta””.

“Ed ella i passi vostri in bene avanzi”,
ricominciò il cortese portinaio:
“Venite dunque a’ nostri gradi innanzi”.

Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
bianco marmo era sì pulito e terso,
ch’io mi specchiai in esso qual io paio.

Era il secondo tinto più che perso,
d’una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per traverso.

Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
porfido mi parea, sì fiammeggiante
come sangue che fuor di vena spiccia.

Sovra questo tenëa ambo le piante
l’angel di Dio sedendo in su la soglia
che mi sembiava pietra di diamante.

Per li tre gradi sù di buona voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: “Chiedi
umilemente che ’l serrame scioglia”.

Divoto mi gittai a’ santi piedi;
misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
ma tre volte nel petto pria mi diedi.

Sette P ne la fronte mi descrisse
col punton de la spada, e “Fa che lavi,
quando se’ dentro, queste piaghe” disse.

Cenere, o terra che secca si cavi,
d’un color fora col suo vestimento;
e di sotto da quel trasse due chiavi.

L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.

“Quandunque l’una d’este chiavi falla,
che non si volga dritta per la toppa”,
diss’elli a noi, “non s’apre questa calla.

Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
perch’ella è quella che ’l nodo digroppa.

Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
pur che la gente a’ piedi mi s’atterri”.

Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
dicendo: “Intrate; ma facciovi accorti
che di fuor torna chi ’n dietro si guata”.

E quando fuor ne’ cardini distorti
li spigoli di quella regge sacra,
che di metallo son sonanti e forti,

non rugghiò sì né si mostrò sì acra
Tarpëa, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase macra.

Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e ’Te Deum laudamus’ mi parea
udire in voce mista al dolce suono.

Tale imagine a punto mi rendea
ciò ch’io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea;

ch’or sì or no s’intendon le parole.


A questo link potete trovare i commenti a tutti i canti dell’Inferno.

Il prossimo canto sarà commentato da Lorenzo DeVito


Vincenzo Marasco, sociologo, svolge lavoro di ricerca con l’Università di Firenze, con PoieinLab – ricerca sociale, ed è un appassionato di letteratura fantastica. Ha partecipato al volume collettivo Di tutti i mondi
possibili (Effequ).

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