Chi è la dea delle streghe?

Diana, Erodiade, Holda: la storia della fantomatica “dea delle streghe” attraverso linguistica, archeologia, arte e letteratura medievali.


IN COPERTINA: Zengjie Feng, China portrait n. 62 (2005) – Olio su tela – Asta Pananti in corso

Questo testo è un estratto da “Streghe e pagane. Le donne nella religione popolare europea”, edito da Venexia, che ringraziamo per la concessione.


di Max Dashu

Nell’anno Mille, nonostante i lunghi secoli di campagne contro il paganesimo, il clero si trovava ancora di fronte a culture etniche regionali intrise di credenze e usanze pagane. Vescovi e abati continuavano ad attaccarle con zelo missionario servendosi, tra le armi a loro disposizione, dei libri penitenziali, ideati per stanare le abitudini e modi di pensare che la Chiesa disapprovava. Testo alla mano, i sacerdoti cristiani interrogavano gli abitanti dei villaggi per scoprire se seguivano le tradizioni popolari proibite, impegnandosi così a sradicare il culto delle dee e dei loro santuari naturali, gli incantesimi, la divinazione, la conoscenza delle erbe, la contraccezione, l’uso di portare indosso erbe e amuleti e la devozione verso le donne che viaggiavano nello spirito.

Intorno al 906 l’abate Regino di Prüm scrisse un manuale a uso dei vescovi durante le loro visite alle diocesi. Il suo Libri duo de synodalibus causis et disciplinis ecclesiasticis era destinato agli interrogatori e alla “correzione”, poiché esortava le persone a fare i nomi di chi non osservava la dottrina della Chiesa e manteneva costumi pagani. Le donne erano le prime sospettate quando si trattava di magia e paganesimo. Molti degli interrogatori di Regino iniziavano con le parole: “C’è una qualche donna che…” Quelle che insegnavano e che praticavano il controllo delle nascite erano i bersagli principali dell’offensiva ecclesiastica contro la cultura popolare, insieme a quelle che invocavano con canti divinità non cristiane.

C’è un frammento tratto dall’opera di Regino che sarebbe stato riproposto per secoli come il fondamento della mitologia medievale sulle streghe-sciamane che solcavano i cieli notturni in compagnia di una dea. In un processo che durò secoli, quest’immagine fu gradualmente trasformata in una fantasticheria demonologica, finendo per imporsi come il modello alla base della caccia alle streghe. iniziò tutto con un’invettiva dell’abate contro la credenza popolare che le streghe volassero di notte insieme a un’antica dea:

Certe donne criminose, che sono tornate a Satana e sono sedotte dalle illusioni di demoni e fantasmi, credono e apertamente dichiarano che durante la notte viaggiano a cavallo di certe bestie insieme a Diana, la dea dei pagani, e a un innumerevole seguito di donne; che passano su diverse terre nel silenzio della morte notturna; che obbediscono ai suoi ordini come a quelli di una padrona; e che in certe notti sono chiamate al suo servizio.

Regino si rammarica che “una grande moltitudine di persone… crede che esista un qualche potere divino diverso dall’unico Dio”. Il riferimento al culto di “Diana” non era una novità. Per secoli i missionari che lottavano per sradicare la religione popolare avevano denunciato l’adorazione della dea usando questo nome, soprattutto in francia e Spagna. Già nel 585, Gregorio di Tours riferiva che un monaco aveva distrutto una statua di “Diana” a Yvois, nelle Ardenne, tanto che Wulfilaich gli disse: “Io predicavo sempre che Diana non era nulla, che le sue immagini e che il culto che pensavano bene di osservare non erano nulla; e che i canti che intonavano alle loro coppe e le loro selvagge perversioni erano vergognose…” Come risultato della sua profanazione al monaco spuntarono piaghe su tutto il corpo. Non ci viene detto nulla di come queste popolazioni gallo-franche reagissero alla persecuzione della loro dea (qualunque fosse il suo vero nome) o di che aspetto avesse il suo santuario e quali cerimonie ospitasse. Sappiamo da fonti alto-medievali che Diana era vista come una divinità femminile della foresta, uno spirito della natura selvaggia che a volte appariva anche ai contadini, e i cui seguaci erano noti come dianatici.

Diana divenne la grande eccezione al rifiuto della Chiesa di nominare le divinità pagane concorrenti, come ha osservato Bernadette Filotas. il suo nome arriva a noi attraverso l’interpretatio romana, tanto cara al clero, per cui un termine latino “celava una dea della morte e della fertilità nativa della Renania…” e l’epiteto di questa divinità germanica, come stiamo per vedere, è riuscito a trapelare attraverso il linguaggio stereotipato dei chierici.

È significativo che fossero le donne stesse ad ammettere le loro cavalcate notturne, anche se nessuno sa cosa credessero davvero. Il resoconto di cui sopra ci giunge di terza mano da una fonte la cui faziosità non potrebbe essere più evidente. Regino fa sprezzantemente riferimento alle “donnette” che si facevano “ingannare dai sogni”.

Dal suo punto di vista, in linea con la dottrina della Chiesa, la donna era posseduta e dominata dal diavolo che “la assoggetta a sé attraverso la sua mancanza di fede e il suo falso credo”. Infastidito dal fatto che molte persone credevano che le esperienze spirituali femminili fossero reali, Regino reagì raccomandando la repressione e la punizione con l’esilio. Ordinava ai vescovi di “impegnarsi al massimo delle loro forze per sradicare del tutto un pericoloso tipo di magia e stregoneria”. Li sollecitava a scacciare dalle proprie parrocchie tutti coloro che si dedicavano a simili pratiche, trattandoli come eretici. Il clero, nella sua guerra contro la cultura nativa, non si faceva scrupoli a ricorrere alla paura e alle minacce per assicurarsi la conformità al proprio credo, arrivando anche, a quanto pare, a scacciare le persone dalle loro case.

Le donne che si accompagnavano a Diana vengono menzionate per la prima volta intorno all’850, in un testo franco ritrovato tra i documenti legali del re dei franchi Carlo il Calvo. Questo primo accenno divenne il capostipite di una lunga serie di anatemi clericali contro la credenza che le streghe cavalcassero di notte insieme a una dea, tanto che questa venne infine inclusa nella dottrina della Chiesa con il Canon episcopi.

La Dea delle streghe appare poi, nel tardo X secolo, nei Praeloquia del vescovo Raterio di Verona, ma con un nome diverso. il vescovo scrive che “insistendo nell’errore che le porta alla perdizione delle proprie anime”, molte persone rendono omaggio a Erodiade “che chiamano regina o, meglio, dea”. Aggiungeva poi: “Un terzo del mondo è stato assegnato a lei, come se questa fosse stata la ricompensa per l’uccisione del profeta”. Si riferiva a Giovanni Battista, anche se non riusciva a spiegare in che modo un reuccio di provincia come Erode potesse avere il potere di assegnare un dominio tanto vasto. Si tratta, ovviamente, di un mito inventato dagli ecclesiastici, ma l’idea che controllasse un terzo del mondo sembra essere la stima di Raterio della popolarità di cui la dea godeva tra la gente comune a quel tempo, nella sua regione.

I Praeloquia contengono la più antica menzione a Erodiade come Dea delle streghe. Come Regino, anche Raterio diceva che le seguaci della dea erano “le donnette più disgraziate”, ingannate “dai trucchi del diavolo”, e spiegava che lo speciale fascino che Erodiade esercitava su di loro veniva dagli inganni “del diavolo” che le portava a peccare contro il signore della creazione. il vescovo tirava in ballo l’anti-dio, in agguato contro le esponenti più umili e deboli del cristianesimo, per screditare l’attrattiva che la religione di una dea vivente poteva avere per le donne.

La leggenda biblica di Erodiade circolava nel mondo germanico già dall’850 circa, grazie a una rivisitazione della danza di Salomè nello Heliand. Luigi il Pio aveva commissionato il poema in vernacolo allo scopo di cristianizzare i pagani Sassoni conquistati con una riproduzione dei racconti biblici secondo lo stile epico germanico. gli scrittori successivi ripresero l’idea di Raterio secondo cui era venerata da un terzo della popolazione. Riferimenti a Erodiade iniziarono a circolare nella letteratura ecclesiastica sulla Dea delle streghe con il Decretum di Burcardo di Worms. Man mano che la sua leggenda si diffondeva, nel corso dei secoli le vennero assegnati nuovi nomi, alcuni latinizzati, altri propri della cultura popolare: noctiluca, Abundia e Dame Habonde, Bensozia, Richella, Signora d’oriente e Redodesa, tra gli altri.

Donne che la notte vanno con Diana

Intorno al 1015, il vescovo Burcardo di Worms attinse a piene mani dai testi di Regino per compilare il Decretum, un compendio di diritto canonico che ebbe in seguito grande risonanza. Il decimo libro, intitolato De incantationibus et auguribus (Sugli incantesimi e la divinazione), prendeva di mira “maghi, indovini, profeti, sensitive e diverse illusioni del diavolo…” e iniziava così:

I vescovi e tutti gli uomini che sono loro ministri dovrebbero impegnarsi con tutte le loro forze a sradicare dalle diocesi la stregoneria funesta e le arti malefiche, così che se scoprono qualunque uomo o donna far parte di questa setta maligna, dovrebbero espellerli in disgrazia e disonore dalle loro parrocchie.

Tra le pene più severe inflitte dai tribunali vescovili c’era l’esilio; non il rogo, come si potrebbe immaginare, ma l’allontanamento era la punizione che sconvolgeva più pesantemente la vita di un condannato (e spesso l’accorciava), rivelandosi particolarmente pericolosa per le donne. Non abbiamo modo di sapere con che frequenza questo tipo di sentenza fosse stata emessa in quel periodo ma, anche se il digiuno era di certo più comune, l’esilio continuò a essere usato come pena per la stregoneria anche in seguito dall’inquisizione, dai governi secolari e dai consigli comunali.

Sempre rifacendosi al testo di Regino, Burcardo passa poi a parlare delle donne che di notte andavano con la Dea:

Non andrebbe tralasciato che alcune donne malvagie, che si sono rivolte a Satana, sedotte dalle illusioni e dalle fantasie dei demoni, credono e sostengono di cavalcare, nelle ore notturne, in groppa a certe bestie insieme a Diana, dea dei pagani, o insieme a Erodiade, con un incommensurabile numero di donne, per viaggiare attraverso vaste distese nel silenzio del profondo della notte, obbedendo ai comandi della loro padrona e venendo chiamate al suo servizio in determinate notti. Magari fossero solo loro a perire nella loro mancanza di fede, senza portare con sé anche altri nella loro caduta. Perché una moltitudine di persone, sviata da questa opinione mendace, credendo che ciò sia vero, si allontana dalla vera fede e cade nell’errore dei pagani.

Nonostante l’autore non la menzioni quando riporta questo passaggio nel Libro 19.5. §90, la figura di Erodiade, introdotta da Burcardo, assunse un ruolo di rilievo nelle demonologie successive. Lo scontro tra visioni del mondo differenti è evidente: da una parte egli ammette che la gente credeva “che esistesse un’altra divinità o potere divino al di là dell’unico dio”, una dea, per l’appunto; dall’altra vescovi e canonisti insistevano a ridefinirla come il diavolo. Con una campagna ben orchestrata per cancellare la fede popolare in una divinità femminile sciamanica, il clero negava le esperienze del volo dello spirito, condannandole come illusioni e liquidandole come sogni; sogni che ovviamente non avevano niente a che vedere con quelli descritti nella Bibbia che si palesavano a profeti uomini, non a semplici donne, e che non coinvolgevano mai divinità femminili.

Il titolo del Libro 10 associava le streghe viventi e le indovine a una Dea della Streghe, a dispetto della pretesa che fosse tutta un’illusione diabolica. Burcardo fa riferimento a una “setta maligna”, il primo barlume di un’accusa che in seguito avrebbe alimentato la caccia alle streghe da parte dell’inquisizione. Egli raccomandava che tali donne “fossero percosse con manici di scopa e cacciate dalla diocesi”. (La scelta dell’arma è interessante, nonostante i primi accenni alle streghe che cavalcano su manici di scopa appariranno più tardi).

A parte l’esilio, la pena più severa descritta nel Libro 10 sono i sette anni di digiuno selettivo per chi “si dedicava ai presagi” e per le donne che praticavano la divinazione. Persino a coloro che consultavano indovini e indovine spettavano cinque anni. In contraddizione con queste sanzioni, tuttavia, quelle elencate in 10.24, che comunque ribadiscono il divieto per le donne di ricorrere alla divinazione, sanciscono un solo anno di penitenza, pur ricorrendo alla stessa dicitura: divinationes vel incantationes diabolicas fecerit (che esegue divinazioni o incantesimi diabolici).

Anche i canti di invocazione dello spirito erano molto contestati. I canoni continuarono a condannare le donne che praticavano la magia a essere espulse dal distretto parrocchiale, una punizione molto più severa del digiuno, e a denunciare chi leggeva i segni premonitori, chi invocava gli spiriti (demoni), o consultava le streghe.

Zengjie Feng, China portrait n. 62 (2005) – Olio su tela – Asta Pananti in corso

Con Holda la strega (Strigam Holdam)

Il Decretum di Burcardo tratta ancora il tema delle streghe e della loro dea nel Capitolo 19.5, sezione nota come Corrector sive Medicus o, nelle fonti più antiche, come Corrector Burchardi. Contiene dei resoconti dettagliati delle credenze popolari redatti sotto forma di interrogatorio a uso dei confessori a caccia di residui di pratiche pagane. La parola latina corrector implicava rimprovero, castigo persino, come affermato da Martino di Bracara in Portogallo nel Vi secolo all’inizio del De Correctione Rusticorum. Il manuale non lasciava spazio ad alcuna ambiguità, dichiarando esplicitamente il suo scopo già dalla prima riga: pro castigatione rusticorum, “per punire la popolazione rurale”.

Nel Libro 19.5 §70, Burcardo riporta in modo più dettagliato le credenze della gente comune. Invece di menzionare Diana, come aveva fatto nel linguaggio canonico del Libro 10, si lascia sfuggire il nome di una dea popolare tedesca, identificandola come una strega: “Colei che la stoltezza della gente comune chiama Holda la strega [strigam Holdam], insieme a uno stuolo di demoni che hanno assunto sembianze femminili”. Qui l’autore accosta il termine latino diffamante per strega al nome germanico di una dea buona, Holda, Holle, Hulla, o fraw Holt:

Hai mai creduto che una donna possa fare quello che alcune donne, ingannate dal diavolo, affermano di dover fare per necessità e perché è stato loro ordinato, ovvero, insieme a uno stuolo di demoni che hanno assunto sembianze femminili e con colei che la stoltezza della gente comune chiama Holda la strega, devono cavalcare degli animali certe notti e far parte della loro compagnia?

Ancora una volta, chi credesse in coloro che vagano volando di notte era condannata perché “ingannata dal diavolo”. eppure, la spiegazione che le donne stesse fornivano per questi eventi era di tipo spirituale; dicevano di aver compiuto voli “per necessità e perché è stato loro ordinato”. Come spiegano alcuni passaggi del Corrector, l’idea di fondo è che le donne siano destinate a unirsi alla Dea nella cavalcata notturna, o a divenire delle mutaforme, e a questo proposito si parla di come fosse opinione comune che le dee del fato assegnassero a certe persone il potere di trasformarsi in lupi o altri animali, una credenza secondo Burcardo, che rendeva la persona “una miscredente, peggiore di una pagana”.

Copie successive del frammento in cui viene menzionata “Holda la strega” tralasciano la parola striga, lasciando solo Holda, oppure inseriscono, insieme alla striga Holda, un’altra, infausta striga unholda (abbinando così una “strega buona” a una “strega cattiva”). Consapevoli che Holda avesse un’accezione positiva, i trascrittori tedeschi si sentirono obbligati a correggere il testo, oppure ad aggiungere un termine negativo in linea con il tono del canone.

Burcardo mantenne il riferimento di Regino a Diana, “dea dei pagani”, ma in un punto copiò la menzione di Erodiade di Raterio. Come afferma Greta Austin, le due versioni più antiche del Decretum ad oggi note sono i manoscritti del Vaticano e di francoforte, “che Burcardo e i suoi assistenti hanno rivisto e modificato abbondantemente”. Con una correzione che è stata ripresa in tutte le successive edizioni del Corrector, nel manoscritto del Vaticano, al verso in cui si menzionano le donne che vanno con Diana, qualcuno ha aggiunto a margine “o con Erodiade”.

Così Raterio influenzò la letteratura canonica sulla Dea delle streghe, contribuendo alla diffusione dei riferimenti a Erodiade. L’idea che i voli delle streghe insieme alla Dea fossero delle illusioni diaboliche finì per essere inclusa, in forma definitiva, nel Canon episcopii, letteralmente “la verga dei vescovi”. Divenne la dottrina clericale dominante sulle streghe finché nuove dottrine diaboliste non si diffusero in modo virale alla fine del Medioevo. Burcardo riprese l’affermazione di Regino secondo cui la descrizione della Dea delle streghe veniva da un precedente concilio tenutosi ad Ankara nel 314 e i canonisti successivi portarono avanti questa falsa attribuzione. Citare i primi padri della Chiesa, per quanto potessero esser stati distanti dalla questione in esame, conferiva sempre una certa solennità. L’accuratezza era una preoccupazione secondaria.

Ivo di Chartres citò le Donne che vanno in giro di notte con la dea nel Decretum (1092). graziano fece altrettanto nel suo Decreti (1147) che divenne la più influente formulazione di diritto canonico. La sua versione dà il nome al Canon episcopii e, ancora una volta, fa appello a una battaglia del clero contro il paganesimo e la stregoneria. Il titolo amplia il lavoro di Regino e Burcardo: “i vescovi dovrebbero lottare con ogni mezzo per eliminare la divinazione e le arti magiche”. Graziano sviluppò ulteriormente il concetto specificando arioli, aruspices, incantatores, et sortilegi (“indovini, aruspici, incantatori e stregoni”).

Il canone di graziano riprendeva la pretesa delle autorità episcopali di esiliare con la forza indovine e streghe, definendole eretiche prigioniere del diavolo. Si lanciava poi in un’invettiva contro le donne “malvagie” che dicevano di cavalcare con Diana in groppa a vari animali. Infine, andando oltre, dichiarava eresia credere che queste esperienze oniriche accadessero realmente sul piano materiale. La teoria secondo cui i voli sciamanici con la dea non erano che sogni e illusioni diaboliche sarebbe stata portata avanti per secoli.

Solo alla fine del Medioevo sarebbe stata contrastata e spodestata dalla nuova concezione secondo cui le adunanze delle streghe e i loro traffici diabolici erano effettivi e avevano fisicamente luogo. Non solo, dopo il 1400 divenne pericoloso sostenere il contrario.

Il Canon episcopii diffuse il mito delle streghe che vanno in giro di notte in compagnia di una dea in tutta Europa. Arrivò fino in Scandinavia dove il clero puntualmente lo adattò alle tradizioni locali: “nei libri santi si dice che le donne che cavalcano di notte o le streghe che mutano forma (kveldriður eða hamleypur) viaggiano con la dea Diana e con Erodiade per un certo tempo sopra il grande mare in groppa a balene o foche, uccelli o animali, oppure sopra vasti territori…” i riferimenti al mare e alla cavalcata delle balene, così come l’uso di un termine culturalmente specifico per le mutaform (hamleypur), erano conseguenze dell’adattamento del canone alla stregoneria dei popoli norreni.

I viaggi notturni e il miracolo delle ossa

Il Corrector sive Medicus parla del volo notturno femminile in diversi punti. Domandava alle donne se credessero, come facevano alcune, che di notte il loro spirito viaggiasse “innalzandosi a porte chiuse, fluttuando nell’aria su fino alle nuvole”, mentre il corpo giaceva nel letto al fianco del marito. inoltre, affermava che certe donne sostenevano di partecipare a scontri notturni in cui combattevano in cielo contro altre donne, ferendo e rimanendo ferite.

Il quadro presentato ha delle corrispondenze sia con le battaglie notturne dei Benandanti del friuli, nell’Italia nordorientale, di cinquecento anni successive, sia con le leggende dei lupi mannari della Livonia che in spirito raggiungevano altri paesi in qualità di “difensori della società”. Queste similitudini indicano che le donne potessero essere convinte di svolgere un compito positivo e induce alla cautela nell’etichettare i voli come stregoneria nociva, poiché in realtà non ci sono basi sufficienti per farlo.

Un’altra domanda che poneva il Corrector circa delle donne che volavano via di notte lasciando nel letto i mariti, stavolta sosteneva che avessero come scopo uccidere i cristiani, cucinarli e mangiarli. L’affermazione ricorda l’accusa degli Anglosassoni nei capitolari carolingi secondo la quale le streghe divoravano il cuore umano. in entrambi i casi viene spiegato come queste sostituissero i cuori con un’imbottitura di paglia o legno, ma la versione del Corrector aggiunge “così da resuscitarli e portarli di nuovo in vita”.

L’asserzione getta una luce diversa sull’argomento, mettendo in risalto il tema internazionale della resurrezione pagana, oggi conosciuta come il Miracolo delle ossa. La Dea delle streghe resuscitava il bestiame con cui le sue seguaci avevano banchettato durante la loro danza. Alla conclusione del pasto, riunivano le ossa con le pelli e la Signora rigenerava gli animali con un tocco della sua bacchetta, oppure erano le streghe stesse a farlo, pronunciando un semplice incantesimo, del tipo “Alzati, ronzola”. Nelle regioni alpine circolavano varie versioni: a volte è una dea a far resuscitare l’animale, a volte “sono tre donne selvagge”, oppure “la gente della notte” (i fantasmi delle antenate).

Leggende su una divinità femminile che ridà la vita sono note anche in altre parti d’Europa. In Lettonia, nei resoconti dei processi si parlava di streghe che sacrificavano a una “demonessa della terra” una mucca che poi veniva risuscitata. In Belgio fu Santa Farailde a ridare la vita a un’oca partendo dalla pelle e dalle ossa. Giovanni di Salisbury riportò il miracolo nel suo Polycraticus (1159), in cui narrava di grandi riunioni in onore di una dea chiamata Noctiluca o Herodiade, inserendovi però la calunnia del sacrificio dei bambini alle lamie secondo cui, dopo essere stati mangiati, i loro resti venivano lanciati in alto per essere “riportati in vita” dalla Regina della notte. Simili accuse d’infanticidio vennero mosse in tempi più recenti, quando i letterati ecclesiastici ripresero dalla tarda antichità le condanne dei Romani verso i sacrifici infantili.

Esseri femminili soprannaturali, spiriti, antenate o fate coincidono a volte con streghe umane viventi, tanto da rendere difficile tracciare una linea di demarcazione tra le categorie. nell’islandese Laxdæla saga, Án sogna che una donna anziana gli apre la pancia, rimuove gli intestini e mette al loro posto degli sterpi. Il sogno è un segnale di pericolo; poco dopo infatti, il suo gruppo cade in un’imboscata in cui egli stesso viene ferito. Quando la vecchia torna per togliere gli sterpi e rimettere gli intestini al loro posto l’eroe è sollevato: “L’intervento mi fece sentire bene”. Án difatti si riprende completamente, così che quella che poteva sembrare un’entità ostile si rivela essere uno spirito protettore, probabilmente una dís della sua famiglia.

Successivamente, in una leggenda tedesca, si narra che la Vecchia dea Perchta avrebbe punito coloro che non avessero osservato la sua festa, aprendo loro le pance e sostituendone il contenuto con la paglia. in queste tradizioni popolari, documentate in modo frammentario, streghe, donne soprannaturali e dee si sovrappongono, tanto che, come già precisato, a volte non è possibile distinguere le une dalle altre.

Un altro nodo in questo garbuglio è costituito dall’accenno nell’Indiculus Superstitionum et paganiarum alla credenza per cui le donne “secondo i pagani, possono prendere i cuori degli uomini”. Segue un paragrafo su una relazione tra le donne e la luna, poco chiaro a causa di un errore di trascrizione di una parola latina (la misteriosa comendet), per cui non si capisce se il significato sia che possono “mangiare” la luna, o “lodare” la luna, o affidare loro stesse alla luna. È persino possibile che l’autore si riferisca agli incantesimi d’amore.

Le fonti sulla diffusa preoccupazione maschile per la pratica della stregoneria femminile di certo non mancano. Regino temeva che le mogli potessero uccidere i mariti con erbe o pozioni. il Corrector sive Medicus elenca anche gli incantesimi che si supponeva usassero. Gli uomini di Chiesa, in realtà, non sapevano che cosa le donne facessero veramente nei riti ma, come gli altri, temevano che ricorressero alla stregoneria per provocare l’impotenza o per prevalere sull’autorità maschile. E forse era proprio così.

Un’altra fonte antica fa riferimento ai viaggi notturni delle donne. La versione di Burcardo delle Donne che vanno in giro di notte, infatti, aveva preso in prestito la frase “nel silenzio della morte notturna” dal Penitenziale di Arundel, risalente all’incirca all’anno Mille. L’autore francese si domandava “Se qualcuno crede che le streghe si innalzino nell’aria nel silenzio della morte notturna?” il tema delle streghe che uscivano in volo di notte era evidentemente molto conosciuto.

Le usanze rituali delle donne

Il Corrector sive Medicus contiene parecchie informazioni, anche se frammentarie (e distorte), di quello che rimaneva della cultura pagana. Come Raterio, Burcardo riconosceva che era principalmente il genere femminile a presiedere e preservare le antiche cerimonie.

Egli indirizzava le sue domande sia agli uomini sia alle donne, ma certi tipi di interrogativi, un’intera sezione in effetti, erano rivolti solo a queste ultime. L’aver abbandonato il maschile generico nella formulazione dei suoi interrogativi sottolinea che erano le donne a portare avanti le usanze pagane proibite. Il Corrector pone domande tipo: “Credi, come fanno alcune, che …?”

Tra i temi pagani menzionati negli interrogativi rivolti specificamente alle donne troviamo il culto delle dee del fato. La gente comune continuava a compiere atti cerimoniali in onore delle “Tre sorelle”, come dimostrano i riferimenti ecclesiastici alle “sorelle” e alle parcae (dee del fato latine collegate alla nascita). Il vescovo domanda alle donne se credessero che le dee del fato assegnassero i destini al momento della nascita, ma poi ci rivela qualcosa in più sulle offerte che venivano loro presentate chiedendo: “in certi periodi dell’anno apparecchi la tavola con carne, bevande e tre coltelli, così che, se quelle Tre sorelle dovessero arrivare, quelle che le generazioni del passato e la stoltezza degli antichi chiamavano le dee del fato, possano trattarsi bene?” infine, rimproverava le donne perché confidavano nelle antiche dee, da lui paragonate al diavolo:

Credi che coloro che venivano chiamate le sorelle possano aiutarti ora o in futuro? Sciocca donna, non sai che stai attribuendo al diavolo un potere che appartiene solo alla divina provvidenza?

Ciononostante, per le contadine della Renania le Tre sorelle erano la divina provvidenza a cui di solito facevano appello per essere aiutate durante il parto, per la guarigione e per raccolti abbondanti. Nel Corrector sive Medicus le donne apparecchiano la tavola più volte all’anno, anche in occasione delle loro cerimonie di nascita. il clero invidioso, che si rifiutava persino di riconoscere in queste tradizioni pagane una religione, poteva accettare solo una trinità maschile. Anche se l’autore usa il termine latino parcae, la descrizione che fa di queste figure non corrisponde con quanto riportato nelle fonti mediterranee tardo-antiche. Nessuna, quando parla delle offerte, accenna ai tre coltelli che invece compaiono nei lais francesi del XIII secolo e nelle xilografie tedesche del XV.

Altre usanze proibite citate nel Corrector rimandano alle dee del fato. “Mentre filavano e tessevano” le donne rivolgevano i loro incanti alle divine filatrici delle tele. È probabile che le indovine, invitate nelle case a profetizzare “secondo l’usanza pagana”, invocassero le dee del fato o altre dee del popolo quando “predicevano il futuro o, tirando a sorte, si aspettavano di presagirlo”. Le donne continuarono a predisporre tavole di offerte per le dee (fées, donne ancestrali) e ad appellarsi a loro per la prosperità e la buona fortuna, tanto che gli scritti del clero sulla religione popolare facevano spesso riferimento a questa usanza tra il 1100 e il 1500, e in alcune regioni anche in seguito. in Italia, Austria, Germania, Francia e Gran Bretagna le dee così onorate erano strettamente connesse con le dee del fato, le fate e le streghe, e “le Donne che vanno in giro di notte”.

Erodiade, Dea delle streghe

A iniziare dai Præloquia di Raterio sul finire del X secolo, il nome biblico di Erodiade appare in alcuni manoscritti insieme a quello di Diana, arrivando persino a sostituirlo. Come il nome abbia finito per essere implicato nella leggenda della Dea delle streghe rimane un mistero. Nella Bibbia cristiana Erodiade era la moglie del re erode. Secondo i vangeli di Marco e Matteo, convinse sua figlia Salomè (chiamata anche Erodiade) a domandare la testa di Giovanni Battista in cambio della sua danza.

In questa storia Erodiade è la cattiva, anche se il suo quasi-contemporaneo Tito Flavio Giuseppe afferma chiaramente che il marito, erode Antipa, trattò Giovanni come una minaccia politica alla sua autorità. Il racconto biblico è stato influenzato dalla leggenda metropolitana che circolava al tempo nel mondo romano su una prostituta che chiede la testa di un uomo come pagamento, ottenendola. Ciò ha fatto sì che gli scrittori cristiani calunniassero in questo modo la sfortunata Erodiade, costretta in realtà dal padre a un matrimonio combinato per ragioni dinastiche, che venne insultata, anche da Giovanni Battista, per aver osato divorziare dal marito.

Il suo nome fece il primo ingresso nel mondo germanico con l’Heliand, una rivisitazione delle storie della Bibbia in lingua volgare nello stile dell’epica pagana, tuttavia questo non basta a spiegare come possa aver fatto una figura biblica così poco nota ad essere collegata ai voli sciamanici notturni delle donne. L’elemento che la storia di Erodiade poteva avere in comune con le cerimonie popolari poteva essere la danza, che però nei primi documenti medievali sulle streghe non è menzionata, anche se diventerà una caratteristica centrale dei miti delle epoche successive.

Dall’VIII all’XI secolo, e persino in seguito, la Bibbia in Europa circolava solo in rari volumi in latino monopolizzati dal clero e da un ristretto numero di aristocratici. Pochissimi tra gli abitanti delle campagne, e nessuno di sesso femminile, erano alfabetizzati, perciò è improbabile che avessero mai sentito nominare la regina Erodiade o sua figlia. La sua figura non è rappresentata in nessuna scultura ecclesiastica, la principale fonte di apprendimento della mitologia cristiana per la gente comune, né compare in alcun sermone. non c’è dunque motivo di supporre che Burcardo e Raterio stessero descrivendo una credenza popolare che vedeva il personaggio biblico di erodiade come una dea.

Una spiegazione più verosimile è che gli autori ecclesiastici, pedanti com’erano sulle fonti bibliche, abbiano scelto quel nome dalle Sacre Scritture perché simile a quello della dea locale associata ai voli sciamanici delle streghe. Possono aver usato “Erodiade” perché ricordava i nomi della divinità femminile della Terra nelle lingue germaniche: Erada o Ero o Hero in alto tedesco antico, Erda in norreno, Hretha o Hertha in sassone antico, Eorth in anglosassone. Il termine Ero appare nella Preghiera di Wessobrunn, un testo in alto tedesco antico, nell’espressione arcaica ero ni was noh ûfhimil, (non vi era terra, né cielo sopra). Questa frase, usata per descrivere ciò che preesisteva alla comparsa del cielo e della terra, è onnipresente nell’indoeuropeo antico, dal vedico all’avestico, dall’armeno al greco, dal norreno all’inglese antico. La versione della preghiera che riporta Hero invece di Ero, richiama ancora di più il nome “Herodiade”.

La teoria che gli ecclesiastici collegassero tra loro due entità tanto disparate quanto la regina Erodiade del I secolo e la Madre Terra germanica non è così improbabile come potrebbe sembrare. Gli autori medievali inventavano costantemente false etimologie spinti dalla loro ossessione di spiegare ogni aspetto del paganesimo in termini biblici o romani. Ad esempio, Isidoro di Siviglia cercò di far discendere il nome della Bretagna da Bruto di Troia. I monaci irlandesi e scandinavi sono giunti agli stessi estremi facendo affermazioni simili sulle origini classiche o bibliche di nomi celtici o germanici di divinità, eroi e luoghi.

Regino, Burcardo e Raterio (che era franco, pur essendo vescovo di Verona) provenivano tutti da culture germaniche. Ai loro tempi la gente invocava e venerava ancora apertamente la Madre Terra. Un manoscritto anglosassone riporta canti a lei dedicati durante la semina, ad esempio, accompagnati da libagioni di latte, miele e olio. era rappresentata persino dagli amanuensi ecclesiastici nei vangeli miniati, circondata dalla vegetazione che le germogliava sotto i piedi. Agli angoli di dittici d’avorio e nelle pietre murarie delle chiese, gli artisti franchi e germanici scolpivano sotto l’Albero della Vita la Madre Terra, con seni da cui si nutrivano serpenti, esseri umani, mucche, cervi e pesci.

Una tegola gallica trovata a Dauphiné raffigurante una donna a cavallo di un’oca con le parole Fera Comhera, “con la selvaggia Hera”, aggiunge un altro tassello al puzzle. Carlo ginzburg ipotizza che erodiade possa essere stata identificata una dea celtica romanizzata variamente nota come Haera, era, Hera o Aerecura. Nella tarda antichità, Haera era collegata al dio dell’oltretomba Dis, soprattutto in Italia, nella Germania meridionale e nei Balcani dove troviamo ancora statue che la rappresentano. Altre iscrizioni dedicate a Hera o Haerecura sono state rinvenute nella penisola istriana, in Svizzera e sulle Alpi occidentali. Eppure, se seguiamo il Salterio di Utrecht, osserviamo che il centro di gravità di Erodiade, Dea delle streghe, è ancora più a nord, tra i franchi, i germani e, apparentemente, gli olandesi. Questo manoscritto del iX secolo rappresenta una donna mezza nuda che danza su una pietra accanto a un albero e un serpente, con tanto di fedeli e cornucopia.

È noto che questa dea Hera, o ero/Hero come Earth, Terra in inglese, sia sopravvissuta in Renania fino all’inizio del XV secolo, quando gobelino Persona scrisse della credenza diffusa tra la gente che Lady Hera volasse nei cieli tra natale e l’epifania, “come vuole un’antica tradizione” che egli attribuiva agli antichi Sassoni. gobelino afferma che Lady Hera, comunemente chiamata Vrowe Here e rappresentata con dei campanelli e altre caratteristiche peculiari, aveva un detto che la riguardava: Vro Here de vlughet (“Lady Hera vola”). inoltre, continua, “credevano che elargisse beni materiali in abbondanza”.

La storia di Vrowe Here si inserisce nel modello più complesso dell’Antica Dea. il suo volare sopra il territorio dispensando fertilità durante le Winternights è un tema molto noto nel folclore. È lo stesso periodo in cui andava in giro frau Holle e in cui Perchta e altre versioni della Dea delle streghe visitavano le case. Molto spesso, inoltre, la tradizione popolare associa il tintinnio dei campanelli all’avvicinamento della compagnia dei defunti, o delle fate.La stessa figura assume forma plurima, presentandosi come un gruppo di fate buone della terra.

Jeffrey Russell riteneva probabile che Erodiade fosse stata scelta perché il suo nome suonava simile a quello di colei “il cui nome spesso iniziava per Ber o Her, come Berhta”, che, nelle diverse tradizioni popolari, guidava la Caccia selvaggia.Forse persino la Madonna Horiens rientra in questo gruppo di nomi, dal momento che non è una latinizzata “Milady east (Signora oriente)”. Stando al racconto di Pierina de’ Bugatis, durante un processo per stregoneria svoltosi a Milano nel 1390, la dea Horiens insegnava alle streghe l’arte della guarigione e le virtù delle erbe e faceva risorgere gli animali con la sua bacchetta dopo aver banchettato con le loro carni.

I testi ecclesiastici imponevano alla religione del volgo una lettura dottrinale, latinizzando i nomi delle dee locali in Diana o Minerva, oppure presentandole come una serie di “ninfe”, o sostituendo i loro nomi con altri biblici, come Erodiade. Tuttavia, la condizione divina di “Erodiade” è indubbia, dato che Raterio la definisce “regina o, meglio, dea”. I prelati resero il quadro ancora più confuso riprendendo le descrizioni delle usanze pagane o i nomi usati dai loro predecessori e inventando nuove storie su di loro. Alla fine, comunque, i redattori del diritto canonico, non potendo permettersi di ignorare l’adorazione per l’Antica Dea, si rifiutarono di riconoscerla in quanto divina e la presentarono come “il diavolo”.

Queste ripetizioni mostrano la grande influenza dell’autorità canonica nel plasmare le descrizioni della religione popolare, e quanto inaccurati fossero gli autori nel riportare i contenuti effettivi della cultura rurale. Tra le nuove mitologie introdotte dal clero, un sermone del chierico inglese Alfrico descrive erodiade come una moesta hera cui pars tertia hominum servit, “signora infelice servita da un terzo dell’umanità”. (“Hera” appare di nuovo qui come termine latino per “signora”) La descrive come una creatura che rimane poggiata su querce e noccioli per tutta la notte, dalla mezzanotte al canto del gallo, ma che di giorno è destinata a fluttuare nell’aria, piangendo il suo amore non corrisposto per giovanni Battista.

Il Poema di Reinardus del Xii secolo approfondisce questo amore immaginario di Erodiade per il vecchio e trasandato Giovanni Battista. La sua testa mozzata rifiutò le carezze della principessa e la soffiò via nell’aria, dove lei continuò a vivere, vagando addolorata. Il poema, però, include anche la tradizione popolare a cui Raterio aveva accennato per primo, ovvero che erodiade aveva i suoi seguaci e che questi ammontavano a un terzo dell’umanità.Poi fornisce un resoconto del volo sciamanico delle “donne buone” in compagnia di tre dee, identificate come Holda, erodiade e farailde (così la triplice dea viene ricostituita con nuovi nomi), presentando l’ultima come figlia di erodiade e definendola “la danzatrice migliore che ci sia mai stata”.Infine, ripete l’affermazione di Raterio che “un terzo del mondo è al suo servizio”.

Come Burcardo, l’autore fiammingo introduce un nome tedesco autentico nel suo racconto a proposito di una Dea delle streghe e questa volta si tratta di Farailde. La santa belga Farailde, patrona di Ghent, era stata una principessa molto devota del VII secolo che, secondo la leggenda, era stata picchiata dal padre per essersi rifiutata di consumare il matrimonio combinato a cui era stata costretta. Il suo simbolo era l’oca selvatica, perché si narrava che lei stessa avesse riportato miracolosamente in vita un’oca, come nel “miracolo delle ossa” delle leggende sulla Dea delle streghe. E non è l’unica dea-oca a essere sopravvissuta sotto le mentite spoglie di una santa, come vedremo a breve.

Farailde è presente più volte in fonti olandesi e tedesche tardomedievali. Jacob Grimm la collegava alla Verelde dei testi in olandese medio, vedendola come un’equivalente di frau Hilde o Hulde. egli rilevò in un manoscritto del 1213 una menzione al Verhildeburg, molto simile alla montagna di Holle. Altri ricercatori invece negano la derivazione di Verelde da Farailde. Ginzburg concorda, ma fa notare che “l’identificazione di Farailde, nel suo ruolo di guida notturna delle anime, rimane privo di spiegazione”. Secondo lo studioso, il collegamento con le resurrezioni miracolose è “la chiave fondamentale” del suo legame con Erodiade. Tuttavia, questo è solo un tassello del quadro generale, perché Farailde, come Holle, aveva una connessione più diretta con i voli sciamanici delle streghe. Nel 1456 uno scrittore bavarese menziona l’unguento per il volo delle streghe chiamandolo unguentum pharelis.

Ritroviamo l’idea che “un terzo” dell’umanità segua una dea nel poema della fine del XIII secolo Roman de la Rose. Jean de Meun le identifica come le seguaci della Dame Habonde (Domina Abundia, la Signora dell’abbondanza), nel cui nome si riconosce una discendente medievale della dea gallo-romana Abundantia alla quale, secondo fonti contemporanee, le donne francesi del tempo ancora facevano offerte. nel 1282 il vescovo guglielmo d’Alvernia descriveva i riti per Dame Habonde, Satia (“sazietà”) e le “Signore della notte”:

Riguardo alle signore della notte, sono donne buone e offrono molti doni alle case che visitano; persuadendo soprattutto le donne.

Queste divinità fatate entrano volando nelle case attraverso il buco della serratura e banchettano con le offerte di cibo e bevande lasciate per loro, senza mai diminuirne la quantità, portando prosperità alle famiglie che le onorano. Si credeva, riferisce William, che “esistessero delle dee che facevano tali profezie o predizioni alla nascita degli uomini”. Affermò di aver sentito la gente dire di sentire per caso queste dee “parlare tra loro del destino dei bambini che stavano nascendo”. il vescovo considerava tutto ciò superstizione, ma avvertiva che era molto più diffusa dei “vaneggiamenti delle donne anziane”, perché veniva “ripetuta quasi ovunque”, anche nel suo paese natale.

il Roman de la Rose riprende il Canon episcopi, allestendo la scena con fantasmi che ingannano i sensi:

In base ai quali molte persone nella loro follia | credono di essere streghe [estries] che durante la notte | vanno in giro con Dame Habonde | E dicono che in tutto il mondo | Ogni terzo bambino che viene alla luce | è in questa condizione | E vanno tre volte a settimana | Come se il destino ce le avesse portate … E anche che un terzo del mondo | Deve andare in questo modo con Domina Abundia | Come se delle vecchie stolte [o pazze: folles] potessero dimostrarlo | attraverso ciò che scorgono nelle loro visioni.

Anche se qui sono viste negativamente, le donne anziane sono identificate come le fonti di queste tradizioni, e come sognatrici. “Come se il destino ce le avesse portate”: questa frase è un rimando alle dee del fato che, nel Corrector sive Medicus, assegnavano il potere di mutare forma al momento della nascita. È evidente che sotto questi racconti mutevoli scorrevano tendenze culturali ben definite. nelle loro opere gli scrittori inserivano frammenti di tradizioni locali, pur presentandole con il disprezzo richiesto dalla dottrina ecclesiastica. Parlavano comunque di individui, donne soprattutto, che erano destinati a partecipare a viaggi nello spirito, facendo a volte riferimento al fatto che potessero mutare di forma o cavalcare spiriti animali.

Queste streghe erano sempre in compagnia di una dea, il cui nome era costantemente soggetto al revisionismo ecclesiastico, ma in un caso la sua vera identità è trapelata, ovvero quando Burcardo menziona “Holda la strega”, stabilendo un collegamento rivelatore con una ben nota dea tedesca medievale.

Holda/Holle, la Dea delle streghe Rifacendosi alle convenzioni ecclesiastiche, l’autore del Corrector sive Medicus aveva indicato Diana o Erodiade come Dea delle streghe.

Ma chiamandola “colei che la stoltezza della gente comune chiama Holda la strega”, il canonista ha fornito un collegamento a un vasto corpus culturale pagano che è stato documentato dal Medioevo ai tempi moderni. Si tratta di Holda, Hold, Holt, Holde, Holle, Holla, Holl o la Hulla, il cui nome significava “benefica, favorevole, generosa”, e che era comunemente raffigurata come un’anziana filatrice dal naso lungo.

In sassone antico holdan significa “avere a cuore, prendersi cura di, curare”. Con il termine holden i popoli germanici indicavano gli spiriti buoni, amichevoli. Due copisti tedeschi del Corrector riconobbero la valenza positiva del nome della dea e “lo sostituirono con unholda [n.d.T., ovvero non-holda, non benevola]”. I demologi del tardo XV secolo ricorsero allo stesso capovolgimento di significato di unholda, ma Ulfila aveva già fissato il modello un migliaio di anni prima nella sua traduzione gotica della Bibbia, usando unholthó per daimónion (il greco daimon in origine significava “spirito”, piuttosto che “demone”). Altri copisti tedeschi trasformarono il latino striga in friga (i caratteri manoscritti della s e della f erano simili in questo periodo), portando al risultato finale di frigaHolda e aggiungendo in questo modo un’ulteriore dea germanica alla miscela.

A quanto pare per gli amanuensi friga aveva più senso del termine latino striga con il quale avevano poca dimestichezza.

Un altro riferimento antico a Holda viene dal poeta del X secolo Valafrido Strabone che descriveva la dea come un’abile musicista: “Judith suona lo strumento con un tocco dal dolce suono / come se Saffo o Holda fossero giunte da noi.

Sei secoli dopo Martin Lutero ancora descriveva fraw Hulda, anche se in termini più spregiativi, come un’allegra violinista che si esibiva durante le feste.

Le testimonianze culturali sulla dea Holda coprono un arco di mille anni e si ritrovano in proverbi, storie, rituali e toponimi. Appare agli umani in diverse forme e manifestazioni, soprattutto in Assia e Turingia (Germania centrale). Le donne riempivano le loro rocche di lino e le lasciavano in piedi tutta la notte perché la dea potesse valutarle nelle notti d’inverno a lei dedicate, quando passava per le case. Donava fusi alle filatrici che avevano lavorato bene e annodava o aggrovigliava le matasse di quelle pigre o di chi non aveva rispettato i suoi giorni sacri. Durante queste feste divinatorie si osservavano i presagi per l’anno che stava per arrivare.

Un documento tedesco del XVII secolo mostra come le donne comuni si propiziassero Frau Holle con delle offerte: “Le donne a servizio rifornivano i loro fusi o vi arrotolavano grandi quantità di filo o tessuto, lasciandoli lì tutta la notte, così che se Dame Holle li avesse visti, avrebbe detto: ‘Ci sarà un anno buono per ogni filo’”. Frau Holle, la Buona signora, è lo spirito della Terra che vive nel suolo, nelle sue acque e nell’aria che lo circonda. i monti sacri, soprattutto l’Horselberg, erano i suoi santuari e la sua residenza, e in seguito divennero noti come luoghi in cui si radunavano le streghe.

Holle appare presso laghi e sorgenti, soprattutto a mezzogiorno, quando era possibile scorgerla mentre si faceva il bagno. il giro che ogni anno compie intorno ai campi li colma di potenza vitale, così come faceva nertus passando col suo carro rituale nell’opera di Tacito sui popoli germanici. I tedeschi della Transilvania chiamavano particolari zone “fosso di Frau Holda”, mentre Erasmo riporta un aneddoto in cui frau Hulda invia un “esercito di donne” armate di falcetti.

Holle, a cui ci si rivolgeva come la “Madre di tutta la vita” e la “grande guaritrice”, è colei che dona abbondanza di beni e di prole.La gente diceva ai propri figli che i neonati venivano dallo stagno o dalla casa di frau Holle. Le spose dell’Assia facevano il bagno nel Frauhollenteich, vicino Meisner, per ottenere salute e fertilità.

Una favola tedesca narra di una ragazza che, cadendo nel suo pozzo, finisce in un mondo fatato sotterraneo abitato da Holla, con il suo albero di mele e il forno in cui cuoce il pane, in cui la dea elargisce tesori ai passanti meritevoli e punisce gli scortesi, i pigri e gli avari.

Holle accoglieva anche i defunti che viaggiavano al suo seguito alla vigilia dei giorni di festa più importanti, soprattutto durante le Winternights. in questo è simile alla norrena Hel, la signora dei morti, che ha potere “sui nove mondi”. Potrebbe essere collegata alla Dea Hludana, onorata in alcune iscrizioni d’epoca romana della bassa Renania, e alla dea della terra norrena Hloðyn. Le tradizioni locali identificano la sorgente chiamata frau-Holle-Loch, vicino fischborn, e una forra profonda detta Wildholl-Loch, vicino Seibertenrod, come portali che conducono al reame sotterraneo ricco di tesori.

Holle, ancora, è colei che determina il tempo atmosferico delle stagioni. Quando la nebbia indugia sulle montagne, dice un proverbio tedesco, è perché frau Hölle ha acceso il suo fuoco nella collina. Quando cade la neve, è lei che sprimaccia il suo letto di piume. Secondo il detto die Holle kommt, lei arriva con le tempeste, cavalcando i venti alla testa di un corteo di spiriti e streghe. Queste tradizioni, menzionate nel Corrector sive Medicus, sono ampiamente documentate anche in testi posteriori, tra cui un processo per stregoneria tenutosi nell’Assia nel 1630 in cui un uomo viene condannato per aver partecipato alla Caccia selvaggia con frau Holle, e sono poi sopravvissute nel folclore e nelle tradizioni della Germania moderna.

“Holda la strega” e “Diana la dea dei pagani” avevano altre caratteristiche in comune, oltre al volo notturno con le donne. Entrambe amavano apparire nei campi di grano non ancora maturo a mezzogiorno. Nel Vi secolo, gregorio di Tours riferisce che Diana, come spirito del mezzogiorno (dall’espressione biblica demonium meridianum), apparve a una donna gallica che stava lavorando nei campi, facendola cadere a terra priva di sensi. Molti popoli europei raccontano di una dea che attraversava le distese di grano a mezzogiorno; era chiamata la aunt-in-the-rye (“zia-nella-segale”), la corn granny (“nonna del granturco”), la jitnaya baba (“vecchia vivente”).

Nelle stesse circostanze ai braccianti appariva un’altra divinità femminile, la filatrice pšipol’nitsa, così chiamata dai Venedi, serbi della Lusazia. (La sua omologa russa era la scarmigliata poludnitsa che sorvegliava i campi) Questa dea amava in particolar modo parlare alle donne che si occupavano del lino, di come coltivarlo e di tutte le fasi della sua lavorazione. Anche Holle condivideva questo intenso interesse nella filatura. Si diceva che questa dea filatrice avesse insegnato agli esseri umani a coltivare il lino e a lavorarlo per ottenerne il tessuto, presiedendo sia alla sua coltivazione che alla lavorazione. Le famiglie attendevano la sua visita al loro focolare domestico nel periodo in cui faceva il giro della regione, ovvero nelle dodici notti che seguivano il solstizio d’inverno. Le filatrici si assicuravano di finire il lino sulle loro rocche prima della festività, così da non offendere Madre Hölle, che aggrovigliava tutto quello non ancora filato lasciato sulla conocchia.

Holle appariva come una donna dal naso lungo, con denti grandi e capelli arruffati come Perchta e come la veneda Pshi-Polnitsa. Se una persona aveva una massa di capelli indistricabili si diceva che “aveva fatto una gita con Frau Holle”. L’espressione tedesca “cavalcare con Holle” si riferiva sia alle persone con i capelli arruffati, sia a coloro che partecipavano alla cavalcata delle streghe.


Maxine Hammond Dashu, conosciuta professionalmente come Max Dashu, è una storica, autrice e artista femminista americana. Le sue aree di competenza comprendono l’iconografia femminile, le culture madre-destra e le origini del patriarcato.

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