Chi ha paura dei giovani? Dall’attentato a Kirk ad Adolescence

L’omicidio di Charlie Kirk e la serie Adolescence raccontano, da fronti diversi, lo stesso smarrimento: quello di un mondo adulto che non sa più leggere i linguaggi dei giovani. Tra subculture digitali, simbologie fraintese e panico morale, il bisogno di trovare spiegazioni semplici ha oscurato la complessità del presente.


in copertina e lungo il testo, Pepe the frog depressed

di Alessia Dulbecco

La notizia che occupa la scena del dibattito politico, giornalistico e social in questi giorni è quella relativa all’uccisione di Charlie Kirk, “influencer” (ma sarebbe meglio dire ideologo), attivista e leader dell’associazione Turning Point, nata una decina di anni fa con l’intento di promuovere gli ideali conservatori all’interno delle università, da sempre roccaforti dell’egemonia progressista.

Nelle prime ore successive all’attentato, la destra americana – e a ruota quella nostrana – ha puntato il dito contro la sinistra, accusata di aver armato la mano dell’assassino. In quel momento l’identità del killer era ancora sconosciuta, e lo schema dell’“odio antifascista” sembrava offrire una cornice narrativa rassicurante. Quando però è stato catturato, è emersa un’altra verità: l’attentatore è Tyler Robinson, ventiduenne dello Utah, cresciuto in una famiglia repubblicana dichiaratamente pro-Trump. La stessa nonna ha raccontato di non conoscere un solo parente che non votasse a destra, aggiungendo però che da tempo il nipote criticava il tycoon.

Come racconta in un lungo post il docente Cary Gabriel Costello, Robinson, in realtà, potrebbe essersi progressivamente radicalizzato nei circuiti della destra radicale digitale, avvicinandosi all’universo dei Groypers, seguaci di un altro ideologo, Nick Fuentes, che criticava Kirk per via delle sue posizioni troppo morbide contro gli immigrati. Poco sappiamo di eventuali affiliazioni politiche, a destra come a sinistra, ma pare che il giovane frequentasse spazi online in cui si mescolano elementi tipici della manosphere: misoginia esplicita, linguaggi mutuati dalle comunità incel, retorica della red pill e ossessione per la gerarchia maschile alfa/beta, intrecciati a pratiche di ironia tossica, trolling estremo e simbologie prese dalla gamer culture. Su questo sfondo si capiscono meglio anche i messaggi incisi sui proiettili: frasi come “Bella ciao” o “hey fascist! Catch!”, accanto a stringhe tipiche del gergo da forum, prese in prestito da sottoculture che usano il linguaggio politico come parodia o depistaggio. Molti media, però, si sono limitati a riportare quei virgolettati senza contestualizzarli, lasciando intendere che fossero slogan di sinistra. Lo stesso governatore dello Utah ha parlato di “messaggi antifascisti”, contribuendo a rafforzare questa lettura. Il risultato è stato quello di trasformare un pastiche di riferimenti interni alla cultura digitale in un messaggio politico lineare e immediatamente leggibile con le vecchie categorie destra/sinistra: una semplificazione che non dice nulla del mondo da cui Robinson proveniva, e che anzi contribuisce a oscurarlo.

La distanza tra le forme comunicative proprie delle subculture digitali e la loro traduzione da parte dei media tradizionali emerge così con chiarezza: i primi parlano un linguaggio stratificato, ironico, volutamente fuorviante; i secondi rispondono con categorie lineari, riducendo tutto a slogan. L’omicidio di Kirk si configura così come la cartina di tornasole di un fenomeno che era già sotto gli occhi di tutti.

Questa incapacità di leggere i codici delle culture digitali non riguarda soltanto la cronaca politica, ma attraversa anche la rappresentazione culturale che di quei mondi viene offerta al grande pubblico. Un esempio recente è la miniserie Netflix Adolescence, che ha fatto discutere proprio per il modo in cui mette in scena questa distanza tra il linguaggio dei ragazzi e lo sguardo adulto che cerca di decifrarlo. Non è casuale, credo, abbia incontrato soprattutto il favore di questo target della popolazione: genitori desiderosi di capire (e rassicurarsi) o professionisti del mondo educativo che vi hanno trovato una conferma delle proprie categorie interpretative.

Uno degli elementi che ne ha decretato il successo è proprio l’aver portato nel salotto degli spettatori adulti un fenomeno che, almeno nella sua forma attuale, viene spesso trattato come una scoperta recente: la manosphere. Come ha ben raccontato la giornalista Beatrice Petrella all’interno del podcast Oltre, con questo termine si indica un insieme di spazi online abitati prevalentemente da uomini che condividono un linguaggio e un immaginario ostile alle donne, alimentato da sotto-culture come quella degli incel (involuntary celibates), fino a comunità che si riconoscono in ideologie come la red pill. Chi studia questi fenomeni sa che non si tratta di un universo nato ieri, ma la serie lo introduce come se fosse un territorio misterioso e sconosciuto, curiosamente anche ai detective che dovrebbero investigare sul femminicidio della giovane Katie. Se infatti nel primo episodio assistiamo all’arresto proprio con questa’accusa di Jamie, il protagonista, nel secondo seguiamo i due poliziotti, Luke Bascombe e Misha Frank, mentre interrogano i compagni di classe di vittima e assassino, nel tentativo di individuare un possibile movente. È proprio il figlio dell’ispettore Bascombe a mettere il padre sulla strada giusta, spiegandogli, in una scena che ha dell’incredibile, i significati delle emoji: i cuoricini che assumono un valore diverso a seconda del colore, la dinamite che rappresenta la “pillola rossa esplosiva”, emblema dei “redpillati” – termine preso in prestito dal film The Matrix per indicare chi si ritiene “risvegliato” alla presunta verità di vivere in un sistema dominato dal femminismo, e che per questo adotta una visione del mondo fortemente antagonista nei confronti delle donne. Una scena che ricorda, in piccolo, la stessa difficoltà di traduzione emersa nel caso Kirk: un mondo adulto che si trova davanti a un linguaggio fatto di segni e simboli e che, non sapendo come decifrarlo, lo interpreta con le proprie categorie rassicuranti.

Ma torniamo alla serie. Adam, il figlio dell’ispettore capo, compare solo in questo episodio anche se ne avevamo già udito la voce: nella scena iniziale, mentre si prepara all’irruzione, Bascombe ascolta un audio in cui il ragazzo si lamenta di un mal di pancia che gli impedisce di andare a scuola. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le persone più giovani sa che, spesso, dietro a un malessere fisico si cela un disagio di natura psicologica, eppure il padre sembra non cogliere quanto il figlio stia male all’interno dell’ambiente scolastico. Ed è proprio su questo scarto generazionale che la serie costruisce il suo successo: Adolescence non racconta tanto l’adolescenza quanto lo smarrimento degli adulti, la loro difficoltà a capire i figli e a leggere i segni del loro malessere. Da qui la scelta del titolo, che funziona più come specchio per le paure genitoriali che come chiave per entrare davvero nell’universo dei ragazzi.

Più di un secolo fa, qualcuno aveva già pubblicato un’opera con lo stesso titolo. All’inizio del Novecento lo psicologo e pedagogista statunitense Granville Stanley Hall, figura di spicco della psicologia dell’epoca e primo presidente dell’American Psychological Association, dà alle stampe Adolescence: its psychology and its relations to physiology, anthropology, sociology, sex, crime, religion and education In due volumi e oltre milletrecento pagine, Hall raccoglie osservazioni, teorie evoluzionistiche e dati del tempo che lo portano a definire l’adolescenza come una fase universale e inevitabile di “storm and stress” – tempesta e stress.

Per Hall, l’adolescenza è il momento in cui l’individuo ripercorre in forma accelerata l’evoluzione della specie: una transizione tumultuosa segnata da instabilità emotiva, impulsività, conflitto con l’autorità e risveglio sessuale. Un passaggio che, se guidato e disciplinato dagli adulti, conduce alla formazione di una persona sana e completa ma che proprio in ragione dei tanti cambiamenti può rivelare delle criticità. L’impatto del libro è stato enorme, non solo nella psicologia dello sviluppo, ma anche nelle politiche educative e nell’immaginario collettivo. Se, infatti, da un lato ha consolidato l’idea dell’adolescenza come fase distinta dall’infanzia e dall’età adulta, dall’altro l’ha definita soprattutto come un passaggio critico da sorvegliare e tenere sotto controllo.

Adolescence, la serie, sembra incarnare esattamente questa visione: più che raccontare l’adolescenza in sé, racconta la paura degli adulti di perdere il controllo sui figli. Non a caso i protagonisti sono tredicenni – un’età che segna simbolicamente e concretamente il momento dello “stacco” dall’infanzia. Come ha osservato la scrittrice Irene Graziosi in un articolo apparso su Lucy,  ciò che inquieta dell’adolescente non è solo ciò che fa o pensa, ma il fatto stesso di trovarsi su quella soglia in cui il bambino che si conosceva smette di esistere, lasciando il posto a una persona nuova, estranea, che sfugge alle categorie di comprensione e alle regole imposte fino a quel momento. Era su una soglia anche l’attentatore di Kirk: ventidue anni, sospeso tra il ruolo di giovane studente istruito e quello di uomo sospettato di omicidio politico, un passaggio improvviso che ha lasciato i giornali a chiedersi come fosse possibile scivolare da un’identità “normale” a un gesto di violenza estrema, che potrebbe avere conseguenze socio-politiche importantissime.

L’adolescenza, al di là dei cambiamenti biologici che segnano il passaggio alla pubertà, è anche – e forse soprattutto – un prodotto culturale. Lo ha raccontato con chiarezza lo storico e giornalista Jon Savage in L’invenzione dei giovani. Nel libro, Savage prende in esame quasi un secolo di storia, dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino alla Seconda Guerra Mondiale, per mostrare come la categoria di “giovane” non sia un fatto naturale ma una costruzione storica, modellata di volta in volta dalle trasformazioni sociali e politiche, e costantemente riplasmata in base alle paure e alle aspettative del mondo adulto.

A seconda delle epoche e delle necessità, i giovani sono stati disciplinati e incanalati verso obiettivi collettivi – servire la patria, difendere l’ordine sociale, incarnare ideali nazionalisti – oppure trasformati in un mercato specifico e redditizio, quando le politiche consumistiche del dopoguerra hanno iniziato a dettare legge. Dalla leva militare obbligatoria alle campagne pubblicitarie per vendere dischi, capi d’abbigliamento e cosmetici, l’adolescenza è stata di volta in volta concepita come una forza da incanalare e su cui mantenere il più rigido controllo o come target da sedurre. D’altronde, il concetto stesso di teenager nasce negli Stati Uniti tra gli anni Trenta e Quaranta come costruzione culturale e commerciale: non soltanto una fascia d’età, ma un’identità modellata dai media, con gusti, stili e linguaggi propri, e soprattutto con un potere d’acquisto che l’industria non ha tardato a intercettare.

Questa alternanza di attrazione e paura ha alimentato, ciclicamente, forme di panico morale: dai teppisti eduardiani dei primi anni del Novecento, percepiti come minaccia alla rispettabilità urbana, alle flappers degli anni Venti, accusate di corrompere i costumi; dai Bright Young Things, simboli di eccesso e dissolutezza nella Londra tardo-anni Venti, alla Swing Youth perseguitata dal nazismo, fino alle bande giovanili metropolitane degli anni quaranta, temute come focolai di devianza.

Se in passato le forze reazionarie si accendevano contro le “bande giovanili” che scorrazzavano in città, oggi il biasimo si è spostato nello spazio virtuale offerto dal web e dei social network, nuovi terreni su cui proiettare ansie e timori generazionali. In Adolescence la scena in cui il figlio dell’ispettore spiega al padre il significato delle emoji – culminata nella reazione di lui, «è difficile credere a tutto questo, tramite dei simboli» – ricalca perfettamente un certo modo adulto di guardare al mondo digitale: con diffidenza, come se fosse un codice esoterico da decifrare. Non a caso, esistono interi articoli e servizi giornalistici dedicati a “spiegare” il linguaggio delle emoji, in un misto di curiosità e allarme, come se quei simboli davvero fossero una lingua sconosciuta. Lo stesso fraintendimento è emerso nel caso Kirk: anche lì un insieme di frasi e memi stratificati è stato interpretato dai media e dalle istituzioni come un messaggio politico lineare, privo delle ambiguità che caratterizzano la comunicazione digitale contemporanea.

Nella serie, la questione del femminicidio di Katie passa rapidamente in secondo piano  – con il rischio di confondere vittima e aggressore – per lasciare spazio al problema del bullismo e del malessere dei giovani che si manifesta online per poi generare tragiche conseguenze nella vita “vera”. Tutto ciò è reso ben evidente, nella scena in cui i due detective entrano a scuola, un ambiente in cui gli insegnanti appaiono incapaci di gestire gli studenti e gli studenti stessi si mostrano violenti e aggressivi, tanto tra loro quanto nei confronti dei professori più fragili. È in questo setting che si inizia a parlare di Instagram e delle aggressioni virtuali che Jamie avrebbe subito da Katie. Il padre chiede ad Adam se anche lui fosse stato vittima di dinamiche simili, il ragazzo lo rassicura, dicendo che possiede un account ma non posta nulla. Eppure chi sta guardando sa già che Adam viene sistematicamente bullizzato con gesti concreti, fisici, che con internet non hanno nulla a che fare. Lo “spauracchio” della rete funziona qui come facile bersaglio poiché sposta l’attenzione dal problema reale al mezzo tecnologico, rinnovando così un antico schema di panico morale declinato in versione contemporanea, il media panic, in cui un nuovo medium diventa il colpevole designato di tutti i mali sociali.

Il concetto di panico morale (moral panic) la cui paternità si deve in particolare a Stanley Cohen, nasce nell’ambito degli studi di sociologia della devianza per descrivere quelle situazioni in cui un gruppo sociale o un comportamento vengono presentati come una minaccia all’ordine pubblico o ai valori condivisi, spesso attraverso una narrazione amplificata dai media e dalle istituzioni. È un meccanismo antico che porta a individuare un “nemico” facilmente riconoscibile, se ne ingigantisce il pericolo al fine di mobilitare l’opinione pubblica attorno alla necessità di controllarlo o eliminarlo. Il media panic è una sua declinazione specifica, in cui il “nemico” è un mezzo di comunicazione: dai romanzi popolari dell’Ottocento accusati di corrompere i giovani, al rock ‘n’ roll degli anni Cinquanta, fino ai videogiochi violenti degli anni Novanta e ai social network del nuovo millennio. La studiosa Kirsten Drotner ha mostrato come, in questi casi, il medium diventi il capro espiatorio perfetto: un dispositivo che offre una spiegazione semplice e immediata a problemi complessi, sollevando così gli adulti dalla fatica di indagare le cause reali e riproducendo uno schema di allarme che si ripete identico a ogni innovazione tecnologica.

Adolescence si inserisce pienamente in questa tradizione: invece di aiutare lo spettatore a comprendere la complessità del disagio giovanile, offre una spiegazione rassicurante e già pronta, ricalcando lo schema “qualcuno pensi ai bambini!” che attraversa oltre un secolo di allarmi morali. Il web diventa il colpevole perfetto, la lente deformante attraverso cui guardare ogni gesto e parola degli adolescenti, mentre le responsabilità degli adulti – la loro incapacità di ascoltare, di leggere i segnali, di stare accanto – restano sullo sfondo, quasi invisibili.

Il risultato è una narrazione che non mette mai davvero in discussione il divario tra giovani e adulti, ma anzi lo consolida: questi ultimi restano spettatori attoniti, spaesati ma in fondo rassicurati dalla convinzione che i ragazzi siano diventati incomprensibili per colpa di una minaccia che sopraggiunge dall’esterno. Lo stesso schema interpretativo ha attraversato, fin qui, anche la comunicazione intorno all’omicidio di Kirk: più che affrontare la complessità di un linguaggio nato e cresciuto nelle subculture digitali, si è preferito incasellarlo dentro categorie politiche rassicuranti. In entrambi i casi, la difficoltà di comprensione diventa l’alibi perfetto per non interrogarsi davvero sul presente.


Alessia Dulbecco (1985) è una pedagogista, formatrice e scrittrice specializzata in ambito DE&I (diversity, equity, inclusion). Dopo un decennio di attività all’interno di Centri Antiviolenza in Liguria e Toscana, è attualmente freelance e si  occupa di condurre formazioni e laboratori all’interno di scuole, aziende e associazioni finalizzate a contrastare stereotipi di genere e discriminazioni.
I suoi articoli appaiono su The italian review, L’Indiscreto, il Tascabile, The vision, thePeriod e altre testate culturali.
“Si è sempre fatto così! Spunti per una pedagogia di genere”, del 2023, e “Il piacere sovversivo. Breve storia della masturbazione”, del 2025 sono i suoi saggi, pubblicati da Edizioni Tlon. Ha inoltre preso parte alla produzione del Dizionario di genere, curato da M. Camarda, pubblicato da Settenove nel 2025.

5 comments on “Chi ha paura dei giovani? Dall’attentato a Kirk ad Adolescence

  1. orazio di tommaso

    Bravissima!
    Questo saggio andre inviato a centinaia e centinaia di amici confusi, delusi, stanchi, e a quei pigri intellettualini adunghiati tenacemente alla fossetta ombelicale.

  2. Pezzaccio

    Secondo la sua tesi Tyler Robinson si sarebbe radicalizzato a destra, con riferimenti alla manosphere, incel, redpil ecc ecc.
    E invece basta informarsi sulle indagini per apprende che Tyler Robinson era fidanzato con un* ragazz* trangender, al quale scriveva, “Ne ho abbastanza del suo odio. Con un certo odio non si può scendere a patti”, suggerendo un omicidio contro un attivista conservatore considerato razzista, antisemita, islamofobo, antiabortista, pro armi e a favore della pena di morte, nonché ostile ai trans.
    Non voglio pensare che ci sia un deliberato intento mistificatorio, tuttavia questo modo di ragionare, ovvero voler leggere i comportamenti solo nella maniera che aderisce alla nostra visione, fa un po’ di tenerezza (un po’ come mi fa tenerezza ripensare alle assemblee di istituto dei tempi del liceo). Se vogliamo diventare adulti, cara pedagogista, proviamo a smettere di raccontarci le favole, almeno sulla cronaca. Poi partendo da assunti errati si rischia di giungere a conclusioni ancora più fantasiose, e nella mia superficiale ma diretta conoscenza della manosphera (sono dell’85 come lei) mi sembra che a non capirci nulla sia in primis chi si scandalizza bollando il tutto come ideologia della destra radicale. Spero di risultare più dialogante che polemico, come sarebbe mia intenzione.

    • Gentilissimo, l’articolo è stato scritto e pubblicato prima della pubblicazione delle supposte chat del ragazzo. Al momento comunque non pare ci siano elementi per asserire nulla con certezza, il suo commento un po’ saccente non mi sembra giustificato. Se legge l’analisi di Cary Gabriel Costello linkata nel testo troverà interessanti spunti sul profilo del ragazzo, più vicino a un troll/accelerazionista inconsapevole/nichilista che a un affiliato a una determinata scuola politica. Ovviamente tutto può essere sbagliato, sono interpretazioni, e anche con l’emergere di nuovi elementi temo che difficilmente sapremo la verità, dati gli interessi e i poteri in campo. È mia convinzione comunque (che può ben essere sbagliata) che l’humus culturale da cui nasce questo omicidio sia da ascrivere più ai sodali di Kirk che agli altri, non ultima la passione per le armi, che l’assassino condivideva con la famiglia. Francesco.

      • Pezzaccio

        Caro Francesco, mi spiace che il mio commento, evidentemente in disaccordo con la sua visione, possa averla infastidita. Sembra essere un po’ il segno dei nostri tempi e dei social, in cui si vive all’interno della propria bolla di pensiero e il confronto con idee diverse viene vissuto come una seccatura (fortunatamente in Italia girano molte meno armi!)… e invece dialogare è una cosa bella ed arricchente. Nel merito della discussione mi sembra che la sua “convinzione” e la fede che ad oggi continua a riporre nella tesi di Costello (che sofferenza dover riaprire l’immondo facebook!) confermi che “vogliamo” credere che a uccidere sia stato un nostro “avversario politico”, anche se oramai appare abbastanza chiaro (e logico) che non sia proprio così… lo stesso fatto che si usi l’argomento delle tempistiche antecedenti alle ultime pubblicazioni pare un tentativo di giustificare errori di frettolosa valutazione. Tuttavia non volevo porre l’attenzione tanto sulla narrazione partigiana della cronaca quanto piuttosto sulla leggerezza con la quale si costruiscono elaborate teorie sulla base di fatti non accertati (o addirittura sulla base della fiction!). La mia impressione è che la narrazione che si fa degli incel non sia solo approssimativa, sia proprio distorta.

        • Nessun fastidio! Ma davvero trovo l’analisi che vede nell’assassino una persona di sinistra solo perché era (evidentemente) contrario a Kirk e non transfobico sia molto superficiale. Mi sembra chela distinzione dx/sx sia del tutto inadeguata come etichetta, e che se proprio dobbiamo dare una vicinanza politica e ideologica a Robinson è proprio quella di accelerazionista nichilista suggerita da Costello. Che sia di destra è una sciocchezza insomma, ma che sia di sinistra è una sciocchezza ancora maggiore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *