Chi se ne infischia dei cieli sereni-Purgatorio I

Da qualche mese qui a L’indiscreto abbiamo iniziato a chiedere ad autori e autrici contemporanee di commentare i canti della divina commedia (un progetto che chimiamo Commento collettivo alla Commedia). Abbiamo cominciato con l’inferno e questo è il primo commento al primo canto del purgatorio. A firmarlo è la scrittrice Nadia Terranova.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’opera di Erik Thor Sandberg

di Nadia Terranova


Con il contributo di  


Vorrei andare da quella ragazza di sedici anni e dirle che non capisce niente.

Lei neppure si scomoderebbe a rispondere a questa donna di quarantadue che non è vero, è lei che non capisce niente. A lei della quarantenne che gliene importa? Pensa a tutto fuori che a lei, impegnata com’è nei fatti suoi: la politica (il suo primo tesseramento di partito!), l’occupazione della scuola, i maschi, le nuove lenti a contatto che l’hanno liberata dagli occhiali spessi da bambina, i vestiti elasticizzati e gli anfibi neri, lo zaino, il motorino, anzi: il peugeottino, rumoroso, verde, preso a quattro soldi grazie a un annuncio su Affari – qualche anno dopo lo rivenderà a un’amica: a sua madre dirà che lo ha venduto per molto, l’amica dirà alla sua di madre che lo ha comprato per poco, la verità è che si sono accordate su un prezzo intermedio. Alle sedicenni le quarantenni non interessano, neppure se sono le loro versioni future. Tanto, quel futuro sono convinte di poterlo cambiare, sono convinte di potere tutto.

Vorrei andare dalla sedicenne a dirle che non capisce niente e che però sulle prime righe del Purgatorio ha ragione: nell’autunno 1994 non c’è tempo per guardare gli astri, chi se ne infischia dei cieli sereni, perché mai bisogna interessarsi alla quiete. A sedici anni la faccia si porta dentro il mondo, lo sguardo dritto nelle cose, ci sono le botte, i baci, i bagni rotti, le leggende metropolitane, la voglia di entrare a scuola di notte spaccando la finestra per dormire sui banchi, il mare tutt’al più serve per baciarsi. Che ne sa un poeta di un altro mare, di un altro cielo? 

La sedicenne del 1994, alla prima lezione di Divina commedia del nuovo anno, rizza le orecchie e guarda il suo compagno di banco: le lezioni del prof. Cavarra incantano la classe, anche i somari. L’anno precedente l’Inferno ardeva e invece ora si comincia con l’acqua. Così pensa lei. Potrei fare l’editing al suo pensiero mostrandomi più matura e sofisticata, ma perché? La sedicenne è prevenuta: gli adolescenti sono fatti per i poeti maledetti e gli scapigliati, per i dannati oppure i santi. Non esistono vie di mezzo. Chi ci sarà, in questo Purgatorio, quelli un po’ colpevoli e un po’ no? I normali, e che ce ne facciamo noi dei normali? Perché la navicella del mio ingegno dovrebbe lasciare indietro mar sì crudele? La sedicenne non vuole che lo spirito si purghi per diventare degno di salire al cielo, lei a quel cielo vuole sputare. Perché mai l’aria dovrebbe avere un sereno aspetto? Dove sono la ribellione, la rabbia, le urla, il peccato, la dannazione e tutto ciò che imparentava Dante alle canzoni desolate e disperate dei concerti notturni improvvisati negli scantinati? Mi viene da ridere, giuro, a entrare nella testa della sedicenne e parlare con le sue parole, vedere con i suoi occhi, indossare la sua delusione. Mi viene da ridere e mi vergogno, e più mi vergogno più voglio entrarle in testa, e sentire come lei che ogni mediazione è un fallimento e i gironi di mezzo mollezza. Allora, pensa la ragazza, datemi allora le terzine del Paradiso, quelle recitate dalla nonna fra l’Angelus in latino e le preghiere serali in dialetto. 

Di quella lezione non ricordo più niente. Tanta era l’acrimonia, la ferita del tradimento, la volontà di dimostrare che sarei rimasta attaccata ai dannati del mio inferno personale e letterario, che ci vollero mesi per accettare che quella seconda liceo l’avrei trascorsa invece in un purgatorio che mi pareva fiacco e banalizzante. Scordavo il libro, uscivo dalla classe con una scusa, mi annoiavo, disegnavo sul diario e facevo tutto quello che un adolescente può fare affinché il mondo si accorga del suo rifiuto. Per dire a un professore pure amatissimo che stavolta no, non lo segue. 

Mi piacerebbe oggi raccontare che a metà anno compresi di essermi infilata in un pregiudizio gigantesco, e che a un certo punto mi dissi che potevo anzi dovevo sentirmi una cretina. Mi piacerebbe, ma come molte faccende dei sedici anni non fu così: cretina ero e cretina rimasi fino a giugno, non capendo niente dell’ora di Divina commedia e arrabattandomi per salvare il salvabile non compromettendo i miei voti in quella che restava la mia materia preferita e che, in altri momenti, continuava a darmi felicità e suscitare il mio interesse. 

Mi riappacificai con Dante l’anno dopo, con il primo canto del Paradiso, o meglio con il mio pregiudizio positivo verso di esso. Così, per molti anni, del Purgatorio non ho saputo proprio niente: Inferno e Paradiso, e in mezzo il nulla. Finché la vergogna non è stata tale che di nascosto ho ripreso la questione e ho fatto quello che può slegarci dalla presunzione o dall’abbandono cui ci abbandoniamo con i classici perduti: leggerli di nascosto, anche di nascosto a noi stessi.

Vorrei andare dalla sedicenne che amava solo Inferno e Paradiso e dirle che non capisce niente. Soprattutto vorrei dirle che il destino troverà il modo di prenderla in giro, quando un giorno sarà chiamata a inaugurare il Purgatorio.

Un’opera di Erik Thor Sandberg

 


Il canto, integrale

Comincia la seconda parte overo cantica de la Comedia di Dante Allaghieri di Firenze, ne la quale parte si purgano li commessi peccati e vizi de’ quali l’uomo è confesso e pentuto con animo di sodisfazione; e contiene XXXIII canti. Qui sono quelli che sperano di venire quando che sia a le beate genti.

Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.

Dolce color d’orïental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ’l petto.

Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’orïente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
oh settentrïonal vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!

Com’io da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l’altro polo,
là onde ’l Carro già era sparito,

vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo.

Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a’ suoi capelli simigliante,
de’ quai cadeva al petto doppia lista.

Li raggi de le quattro luci sante
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.

“Chi siete voi che contro al cieco fiume
fuggita avete la pregione etterna?”,
diss’el, movendo quelle oneste piume.

“Chi v’ ha guidati, o che vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?

Son le leggi d’abisso così rotte?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?”.

Lo duca mio allor mi diè di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.

Poscia rispuose lui: “Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.

Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
di nostra condizion com’ell’è vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi.

Questi non vide mai l’ultima sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era.

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non lì era altra via
che questa per la quale i’ mi son messo.

Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua balìa.

Com’io l’ ho tratto, saria lungo a dirti;
de l’alto scende virtù che m’aiuta
conducerlo a vederti e a udirti.

Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.

Non son li editti etterni per noi guasti,
ché questi vive e Minòs me non lega;
ma son del cerchio ove son li occhi casti

di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.

Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
se d’esser mentovato là giù degni”.

“Marzïa piacque tanto a li occhi miei
mentre ch’i’ fu’ di là”, diss’elli allora,
“che quante grazie volse da me, fei.

Or che di là dal mal fiume dimora,
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me n’usci’ fora.

Ma se donna del ciel ti move e regge,
come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;

ché non si converria, l’occhio sorpriso
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch’è di quei di paradiso.

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ’l molle limo:

null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda.

Poscia non sia di qua vostra reddita;
lo sol vi mosterrà, che surge omai,
prendere il monte a più lieve salita”.

Così sparì; e io sù mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

El cominciò: “Figliuol, segui i miei passi:
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a’ suoi termini bassi”.

L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.

Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada,
che ’nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo là ’ve la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ’l mio maestro pose:
ond’io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver’ lui le guance lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose.

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l’avelse


Il prossimo commento sarà firmato da Liborio Conca.

A questo link potete trovare i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


Nadia Terranova è autrice dei romanzi “Gli anni al contrario” (Einaudi, 2015, vincitore del Bagutta Opera Prima, il Brancati The Bridge Book Award) e “Addio fantasmi” (Einaudi, 2018, finalista al Premio Strega). Ha scritto anche diversi libri per ragazzi, tra cui “Bruno il bambino che imparò a volare” (Orecchio Acerbo 2012), “Casca il mondo” (Mondadori 2016) e Omero è stato qui (Bompiani, 2019) e del saggio “Un’idea d’infanzia. Libri, bambini e altra letteratura” (Svevo Editore 2019).

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