Chi sono, davvero, i tartari

Un popolo mitico di cui ci troviamo a parlare sempre più spesso. Ma dovremmo fare attenzione a distinguere tra verità storiche e leggende.


In copertina e  lungo il testo opere del museo d’arte orientale di mosca

 

di Valentino Eletti

Nel corso dei secoli, i Tartari hanno agito in modo quasi impercettibile, esercitando una pressione silenziosa ma costante sull’evoluzione dell’immaginario collettivo. Spesso avvolto da un velo di mistero e interpretato attraverso la lente di un esotismo da bestiario medievale, questo popolo ha contribuito a infondere alle narrazioni un forte senso di alterità. Questi guerrieri delle steppe, eterei e sfuggenti, dopo la loro scomparsa come entità storica, hanno attraversato innumerevoli opere di immaginazione, imprimendosi, loro malgrado, nell’inconscio collettivo. In passato, soprattutto nel XIX e XX secolo, la fascinazione per i Tartari trovava espressione in prodotti dichiaratamente di finzione, come, per citare almeno i più noti, nei romanzi Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati e nel Michele Strogoff di Jules Verne. 

Oggi, tuttavia, il confine fra reale e immaginario sembra essere meno definito, con storie di Tartari che emergono come veritiere all’interno di comunità ben precise. Paradossalmente, l’assenza dei Tartari si proietta nella realtà odierna in modi inaspettati, emergendo nelle pieghe della cultura popolare e in alcune teorie del complotto contemporanee. I Tartari non sono solo una reminiscenza storica, ma un’entità viva della cultura moderna. Il ricordo di questo popolo è più che un fantasma dell’immaginario, perché spinge continuamente per passare dal ricordo alla realtà. E la risposta alla domanda “chi sono i Tartari?” è una sola: un’entità che viene da un’altra dimensione che sta cercando un modo per manifestarsi nella nostra.

Dal punto di vista storico il termine Tartaria è stato spesso utilizzato in modo inconsapevolmente impreciso in vari contesti. È importante notare che anche la denominazione di ‘impero tartaro’, così definito, non è mai esistita. È esistito, ed esiste ancora oggi, un popolo tartaro, che comprende popolazioni mongole e turcofone dell’Asia centrale e risiede principalmente, ma non solo, in una delle repubbliche della Federazione Russa. Nei secoli, questo popolo è stato però confuso con quello mongolo e, dopo l’ascesa e l’espansione fino ai confini dell’Europa cristiana di questi ultimi nel XIII secolo, si è iniziato a usare i termini mongolo e tartaro in maniera quasi alternativa. Tartaro, o tataro, è quindi un termine generico che è arrivato ad indicare il complesso dei popoli che formava l’Orda d’Oro. Così ha fatto il frate ed esploratore italiano del milleduecento Giovanni da Pian del Carpine che nella sua Historia Mongalorum scambia spesso i nomi dei due popoli.  Nelle descrizioni dei suoi viaggi, l’autore medievale inizia a plasmare le caratteristiche della paura e del fascino che l’Europa avrà nei confronti dei Tartari. Nella sua Historia, dirà che il loro scopo era quello di creare un impero universale sottomettendo tutti gli altri popoli: “Dei fortitudo, omnium imperator, dominus in coelo et Cuyuck Chan super Terram”. In sintesi: Dio in cielo, il Khan in terra.

Parte della responsabilità di questa confusione sta anche nel lavoro dei cartografi europei, che hanno usato per secoli il nome Tartaria come un termine ombrello per descrivere un’area immensa e per lo più ignota. Ad esempio, nella splendida mappa a proiezione polare di Urbano Monti del 1587 (consultabile e navigabile qui) abbondano ancora creature di fantasia nelle aree che più si allontanano dal mondo conosciuto e, nelle steppe dell’Asia centrale, ci sono disegni di tende, di carovane, di demoni che fanno perdere i viaggiatori e, tra questi elementi, si possono leggere le didascalie che descrivono gli usi e i costumi del popolo dei Tartari. Successivamente, a partire dal ‘600, le mappe cambiano, sono più aderenti alla realtà e svaniscono progressivamente i mostri dell’inconscio lì dove un tempo si trovavano le terrae incognitae. Ma questa maggiore aderenza alla realtà porta con sé un’altra distorsione più nascosta. È infatti in questo secolo che si diffonde la proiezione di Mercatore per la rappresentazione cartografica; questa proiezione ha il vantaggio di mantenere costanti gli angoli, risulta quindi uno strumento utilissimo per la navigazione, ma distorce visivamente le aree che si trovano a latitudini più vicino a quelle polari. Così quei luoghi che un tempo erano etichettati come Tartaria appaiono sproporzionatamente grandi rispetto alla loro reale estensione. La Tartaria, anche nelle mappe, appare come più incombente di quanto in realtà fosse, trasformandosi in un gigante cartografico, pronta ad invadere le menti degli europei dei secoli successivi. Anche il suo nome, che porta con sé gli echi del Tartaro infernale dei Greci, la ripetizione della stessa sillaba e l’assonanza con il termine ‘barbaro’, ha contribuito a farne un perfetto oggetto dell’immaginazione. Ed è dal ricordo sbiadito dei Tartari e dalla loro presenza nelle mappe e nei planisferi del passato che ha preso piede una delle teorie del complotto più bizzarre degli ultimi anni. 

Nel 2018 sulla piattaforma social Reddit è stato aperto un thread che ha contribuito a trasformare la Tartaria da un semplice ricordo storico a un soggetto di viva speculazione. La teoria del complotto che ne è seguita sostiene l’esistenza di un vasto impero tartaro, scomparso solo nella metà dell’Ottocento, le cui prove sarebbero state deliberatamente cancellate dalla storia ufficiale. I Tartari, quindi, avrebbero governato il mondo fino a poco meno di due secoli fa e la nostra narrazione storica sarebbe solo un velo di fumo per coprire questa realtà. In questa teoria si percepiscono i contorni netti del pensiero paranoico e, per assonanza, ricorda la celebre frase di Philip Dick secondo cui l’impero non è mai finito intendendo che il mondo in cui viviamo non è che un’illusione di un demiurgo malvagio e che in realtà ci troviamo, sempre secondo Dick, ancora nel primo secolo dopo Cristo. 

Questo presunto impero avrebbe avuto origine in una regione nebulosa tra Russia, Mongolia e Cina. I sostenitori di questa teoria affermano inoltre che la Tartaria aveva raggiunto livelli di sviluppo tecnologico sorprendentemente avanzati e spesso parlano di sacre geometrie architettoniche che i tartari usavano per avere accesso a fonti di energia pressoché inesauribili. La scoperta di questo impero si deve poi a quelle persone che sono state capaci di notare delle incongruenze – potremmo dire quasi dei glitch – nella realtà: il primo di questi è costituito appunto dalle mappe storiche dell’Asia che riportano la dicitura Tartaria, loro, gli unici a notare questo insabbiamento storico. Il secondo elemento che ha permesso loro di rivelare questa storia nascosta sono le attestazioni – quasi tutte fotografiche – di vari edifici legati alle esposizioni universali del diciannovesimo secolo. Quelle costruzioni avrebbero rappresentato l’apice della civiltà tartara. La loro scomparsa non sarebbe dovuta al fatto che dopo la fine delle esposizioni universali i padiglioni, salvo alcune eccezioni, venivano dismessi, ma ad una inondazione di fango che le avrebbe seppellite completamente e che avrebbe quindi cancellato le tracce di questo impero. Questo, insieme a dei poteri che stanno riscrivendo la storia, avrebbe sancito la vera scomparsa dei Tartari. Questa teoria, innocua in confronto di quella di QAnon, è stata talvolta etichettata come “complottismo architettonico” e sembra sottintendere un forte senso di insoddisfazione nei confronti del modernismo, insieme alla nostalgia per l’epoca d’oro dell’architettura americana, la cosiddetta gilded age. Quello della Tartaria, in questo caso, è un impero che esiste, ma che è stato celato. Scopo di ciascuno è riportare alla luce le sue splendide rovine. 

 

Curiosamente, pochi anni prima dell’emergere di questa teoria, Wikipedia – senza volerlo – diventava il palcoscenico per una complessa opera di finzione storica. Un utente, come si verrà poi a scoprire una donna di nazionalità cinese, aveva iniziato a popolare l’enciclopedia online con oltre duecento articoli collegati tra di loro. Questi testi, partendo da una voce su una pressocché sconosciuta miniera di argento a Kashin, in Russia, si sono dipanati in una narrazione dettagliata e immaginaria su vari aspetti della storia e della cultura di antichi stati dell’Asia centrale. Le vicende raccontate in quel gioco di intrecci e rimandi erano quelle delle lotte di potere fra i principi di Tver e i Duchi di Mosca. Fra tutti, il più elaborato tra questi era un lungo articolo sulla grande rivolta dei Tartari nel XVII secolo. La rivolta è avvenuta davvero ma il testo non è altro che pura finzione storica. Quest’utente è riuscita a non essere notata per molti anni perché ha usato una serie di account multipli – i cosiddetti sockpuppet account – che interagivano fra di loro e che, come gli eteronimi di Pessoa, riuscivano a mantenere delle personalità distinte. Questa sorta di ciclo di validazione chiuso non è stato scoperto per molti anni e le ha permesso di rendere gli articoli in lingua cinese sui tartari significativamente più lunghi di quelli in russo. Paradossalmente, a insospettirsi non sono state le strutture di controllo stesse interne a Wikipedia bensì uno scrittore di romanzi cinese che stava cercando degli articoli storici da cui prendere spunto. Tentando di approfondire la ricerca sull’argomento ha visto che i riferimenti bibliografici non corrispondevano agli argomenti trattati e che nella maggior parte dei casi i corrispettivi in russo degli articoli erano o inesistenti o delle brevissime bozze. La creatrice della storia verosimile, ma falsa, sui Tartari ha rispettato i criteri di attendibilità e le regole dell’editing di Wikipedia ed è stata scoperta da chi, come lei, era abituato alla finzione e, quindi, anche a riconoscerla con più facilità. Dopo essere stata scoperta l’utente ha confessato che dopo aver scritto il primo articolo, la prima bugia, come ha detto lei, ne ha dovute scrivere altre per renderla più verosimile. Si è quindi scusata con la comunità e i suoi articoli sono stati, purtroppo, tutti cancellati. Anche in questo caso i Tartari si sono affacciati alla realtà ma sono stati ricacciati entro i confini dell’immaginario. 

Ed è di questa stessa fantasia che si è nutrito anche Jorge Luis Borges nel suo racconto breve Il sogno di Coleridge, l’autore infatti intuisce il manifestarsi dei tartari come qualcosa di più di un semplice tropo letterario. Il racconto parla del palazzo che l’imperatore cinese di origine mongola Kubilai Khan fa costruire dopo averlo visitato in sogno. Questo stesso imperatore, per la profonda confusione tra la nomenclatura dei popoli asiatici, è stato definito imperatore tartaro a partire dal Milione di Marco Polo e fino all’Ottocento. Nel racconto Kubilai Khan fa costruire questo palazzo che è anche una città e che prende il nome di Xanadu. Cinquecento anni dopo il poeta inglese Samuel Taylor Coleridge la visita in un sogno indotto dall’oppio. Il resoconto di quel sogno è il poemetto incompleto Xanadu, pubblicato da Coleridge nel 1816. La tesi di Borges è che questo palazzo esista, in qualche modo, al di fuori della realtà e che tenda a palesarsi nella dimensione onirica per poi tentare di arrivare alla nostra realtà. Il primo sognatore, l’imperatore tartaro, ha tentato di costruire quello che aveva visto e il secondo, il poeta, di scriverne. Borges ci presenta così un universo in cui un’entità transdimensionale si manifesta in forme diverse attraverso il tempo e lo spazio. Questo concetto di trasformazione e persistenza di un’idea è il filo sottile che possiamo tracciare anche nella percezione storica e culturale dei Tartari. Questo popolo, un tempo reale e tangibile, è diventato nel corso dei secoli un simbolo potente nell’immaginario collettivo, un’entità che si è trasformata e adattata, mantenendo la sua essenza ma cambiando forma. C’è il rischio che ciò che originariamente era solo un elemento dell’immaginario, un frammento di una paura sepolta, possa varcare la soglia della finzione. I Tartari, sebbene sconfitti dalla storia, perpetuano la loro invasione in absentia, cercando di inscriversi al di là del sogno.


VALENTINO ELETTI (1990) HA STUDIATO LINGUA CINESE PRESSO LA SAPIENZA DOVE SI È ADDOTTORATO CON UNA TESI SULL’ACQUISIZIONE LINGUISTICA. HA VISSUTO DIVERSI ANNI IN CINA NELLA CITTÀ DOVE MARCO POLO HA FATTO IL SUO ERASMUS E ATTUALMENTE INSEGNA CINESE IN UN LICEO ROMANO.

0 comments on “Chi sono, davvero, i tartari

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *