Chiamatemi Isravele: storia di un monte, un tempio e il suo eremita


Isravele, l’artista-eremita che vent’anni fa decise di abitare il faro abbandonato di Monte Gallo, in Sicilia, eleggendolo a sede del suo ritiro e trasformandolo in un omaggio artistico al divino.


In copertina: Antoinette Raphael Mafai, Senza titolo. In asta presso Pananti fino al 22 Marzo.

di Roberta Rocca

La riserva di Capo Gallo, a Palermo, la conoscono tutti. La carezza brusca, frastagliata, in cui il mare si fonde alla montagna; il sole senza scampo al tardo mattino; la vista che si perde da est a ovest, da golfo a golfo. Un sublime in stile mediterraneo è un troppo che si offre alla vista: troppo vasto, troppo sgargiante, una contemplazione che non richiede neppure la fatica di dover concentrare lo sguardo su qualcosa di bello.

A dirla tutta, la riserva si conosce bene soltanto da un versante, quello senza evidenti contraddizioni, quello che evoca la Sicilia da cartolina, delle foto paradisiache nei tabelloni promozionali accanto al nastro di recupero bagagli dell’aeroporto (“Sicilia: un’isola di luce”). Ma, come in ogni idillio, quel che non sappiamo, o quel che sappiamo ma in astratto, è che Capo Gallo ha alle spalle un altro versante, e che l’altro versante è l’altro pezzo di Sicilia, che della contraddizione si ammanta e si delizia: pizzo Sella – scempio edilizio tristemente noto – e il faro Borbonico di monte Gallo. Un faro abitato da un eremita, Isravele, uno tra gli esponenti siciliani di quella che Jean Dubuffet ha definito Art Brut e Roger Cardinal ha ribattezzato Outsider Art: arte fuori dai canoni, che non fa scuola e sfida le categorizzazioni critiche, un’etichetta sotto la quale spesso rientra la produzione di individui ai margini della cultura ufficiale. Al modo di casi più riconosciuti come quello di Antonio Ligabue e, in Sicilia, di Filippo Bentivegna, l’arte di Isravele nasce da un impulso creativo non disciplinato da alcuna formazione artistica, che gli ha permesso di ripristinare un edificio borbonico in disuso trasformandolo, con sculture, splendidi mosaici e una simbologia idiosincratica, in un trionfo di arte e fede.

L’altro versante di Capo Gallo è un altro lato – o un lato oscuro con tutti i crismi, con il fascino di una cosa celata allo sguardo per via degli orrori e splendori che tiene in serbo.

Per arrivare a Pizzo Sella bisogna attraversare un groviglio di strade e stradelle che non portano se non lì. Si arriva in macchina, per poi avventurarsi un po’ su per la strada sterrata alle pendici di monte Gallo, posteggiare a bordo strada, dove possibile. Pizzo Sella giace, appunto, “in pizzo”; ovvero, dal siciliano, scomodamente e in punta, spesso detto del sedersi. E difatti scomodo siede sul crinale del monte un intero quartiere di carcasse di costruzioni inabitate, marchio controverso di una storia d’abusivismo che dura ormai dal 1978.

Il giorno in cui, per la prima volta, ho riconciliato i due volti di Capo Gallo è stato un giorno di dicembre, con quello splendido sole pre-natalizio che vela la Sicilia, almeno per sentimentali emigranti di ritorno, di una promessa di felicità eterna (“Sicilia, 365 giorni all’anno”). Avevo letto di Pizzo Sella in un paio di articoli nei mesi precedenti, e mi spingeva a scalarlo, più che la leggenda dell’eremita, la curiosità verso un’altra, piu immanente, forma d’eroismo: quella dei tentativi di riqualificazione del Pizzo Sella Art Village, uno tra i tanti esempi di interventi artistici dal basso che suggeriscono un’altra possibile idea di bello in un paesaggio che la mafia ha marchiato a suon di cemento e calce.

Inerpicandosi dalle pendici su per il sentiero, il conflitto primordiale tra bellezza e scempio sorge timidamente e cresce in un climax di intensità. Volevo – volevamo – inoltrarci su il giusto per avere una visione d’insieme, per fotografare entro una sola cornice lo scempio e Palermo di fronte, che da quest’angolo si mostra senza mare e sterminata. Ma Palermo, come in città tutti sanno dal classico di Roberto Alajmo in poi, è una cipolla, o un frattale di cipolle. Per ogni angolo, credi di averla pelata fino al cuore, e invece al cuore non ci arrivi mai.

Il sentiero si inerpica su per circa cinquecento metri, fra pini, rocce e sterpaglie. In cima, fa capolino un edificio di pietra di modeste dimensioni, un faro e postazione militare marittima del XIX secolo noto come Semaforo Borbonico.


Isravele, di nome Nino e di mestiere muratore in una vita precedente, pare vivesse nel quartiere Zen di Palermo e fosse noto per un certo fervore religioso. Decise di cambiar nome e abitare il faro vent’anni fa, eleggendolo a sede della sua esistenza da eremita. Non ha nessuna educazione superiore, né tanto meno alcuna formazione artistica, ma nei decenni ha trasformato il faro in un incredibile omaggio artistico al creatore.


Passano un paio d’ore circa, prima di arrivare alla cima; dentro al faro, rimasto per lungo tempo in disuso, vive adesso un uomo che al nostro arrivo sbuca dalla porta d’ingresso. Barba incolta, magro, ben poco cerimonioso nell’annunciare che sta pranzando e si rifarà vivo a breve. Suscita un po’ di paura e riverenza, Isravele, colui che ha reso il Semaforo un perturbante santuario che nell’esaltare Dio angolo per angolo, parete per parete, finisce per essere un canto di lode al creato, una celebrazione grandiosa del genio e della follia. Le pareti del faro sono intrise di scritte misteriose, dalla firma di Isravele (“elevarsi”, se letto al contrario), a richiami all’Apocalisse, fino a presagi dell’Avvento del Regno di Dio. Buona parte della superficie esterna è affrescata con profili di angeli – alcuni armati di spada, con simboli dai richiami mistici. Davanti al faro, un piccolo orto si apre sul mare. Sul retro, due fili per stendere la biancheria: alcune mollette ne testimoniano un uso recente.

Isravele ricompare, qualche minuto dopo, invitandoci a entrare.

Non dice molto, e il poco che dice è intriso di dialetto mugugnato tra i pochi denti. I suoi occhi sono spalancati su qualcosa, non ammettono obiezioni. Ci invita a togliere le scarpe e lasciar tutto all’ingresso del “tempio”: un fresco sorprendentemente clemente, data la stagione, pervade la penombra dell’anticamera. Il silenzio che riconquista il tempio dopo l’eco della voce di Isravele ha di per sé un che di sacro.

Isravele, di nome Nino e di mestiere muratore in una vita precedente, pare vivesse nel quartiere Zen di Palermo e fosse noto per un certo fervore religioso. Decise di cambiar nome e abitare il faro vent’anni fa, eleggendolo a sede della sua esistenza da eremita. Non ha nessuna educazione superiore, né tanto meno alcuna formazione artistica, ma nei decenni ha trasformato il faro in un incredibile omaggio artistico al creatore.

L’interno del tempio, costituito da più stanze e una zona di avvistamento sopraelevata cui si accede da una scala a chiocciola, è interamente coperto da mosaici realizzati con minuscoli frammenti di vetro e pietra. Isravele ha creato tutto, nei decenni, da solo, procurandosi e lavorando la materia prima per lo scopo. Nelle stanze ha realizzato altari o piccoli santuari. Figure di angeli, volti di santi, simboli o semplici pattern geometrici occupano l’intero campo visivo e coprono letteralmente l’intera superficie. Un fervido lavoro, ispirato, continua a sostenere Nino, da una forza superiore. Questo stupefacente salmo in technicolor inquieta e toglie un po’ il fiato. Lo spazio d’avvistamento al piano superiore corona il tutto con una cupola il cui mosaico rivolve attorno a fantasie dorate e splendidi giochi di luce creati da tasselli di vetro di colori accesi.

Gli strumenti della critica d’arte tradizionale vengono meno, in questa struttura sregolata ma magniloquente che tiene insieme simboli tradizionali dell’iconografia religiosa con icone pop in accostamenti del tutto imprevedibili. Se, per certi versi, i mosaici della cupola possono evocare parallelismi con i maestosi mosaici a fondo oro che popolano alcune tra le più belle chiese del palermitano, dall’altro risulta difficile applicare categorie di interpretazione analoghe a un fenomeno artistico regolare. Dal canto mio, non riesco a trasformare il ribollire di impressioni in una riflessione. Isravele è lì, ed esiste, un diverso radicale. Concilia in sé gli opposti del grandioso e dell’abietto. L’arte di Isravele non attinge ad alcuna tradizione: nasce e torna, da principio a fine, al suo creatore, e questa assenza di mediazione parla potentemente per via di simboli primordiali e richiami archetipici.

Uscire dal faro sulla cima di Monte Gallo permette di riabbracciare, per un verso, l’itinerario appena percorso: la via Santa, dallo scempio fino a una credibilissima impressione di trascendenza. Lo congiunge, al contempo, con la superficie dell’altro versante, quel sublime che appariva senza contraddizione. Palermo, inconciliata, pare immobile: non ti guarda, ribolle e tace.

Le vicende dell’Art Brut siciliana sono state esaminate da Eva Di Stefano con sguardo esperto sul genio naïf nel suo volume Irregolari. Art brut e outsider art in Sicilia (Kalós, 2008), e la storia di Isravele è stata di recente ripercorsa in questo articolo di Helga Marsala su Art Tribune.

Roberta Rocca (profondo Sud, 1992), ha studiato Filosofia all’Università di Palermo, e Scienze Cognitive a zonzo per l’Europa.

1 comment on “Chiamatemi Isravele: storia di un monte, un tempio e il suo eremita

  1. Grazie per il piacere della lettura

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