Ci sono tanti motivi per cui non si denuncia la violenza e Baby Reindeer li racconta

La violenza di genere e lo stalking, rappresentati nella serie “Baby Reindeer” e nelle esperienze di Melissa Febos, sono influenzati da stereotipi culturali e pregiudizi, e ci fanno capire l’importanza di una narrazione che riconosca le complesse dinamiche di vittimizzazione e responsabilità.


in copertina, un frame da “baby Reindeer” (Netflix, 2024)

di Alessia Dulbecco

In Girlhood, la scrittrice Melissa Febos racconta di quando, nell’estate del 2004, fu ripetutamente spiata e molestata da un aggressore che rimarrà per sempre senza nome. Stava per lasciare definitivamente il suo lavoro di dominatrice professionista e, da qualche tempo, era riuscita ad allontanarsi dall’abuso di alcol e sostanze che avevano caratterizzato gli anni precedenti. Con un’amica aveva deciso di prendere in affitto un bell’appartamento, le cui stanze si affacciavano sulla strada principale della città. È da una di quelle finestre, quella che dà sulla sua camera, che una notte si sente chiamare da uno sconosciuto che la importuna sessualmente. Febos racconta della paura provata e del tentativo, messo in pratica a partire dal giorno successivo, di cambiare alcune sue abitudini, imparando a prestare attenzione a gesti banali – come chiudere le finestre e dotarsi di tendine oscuranti – che per tutta la sua giovinezza, trascorsa nei boschi del New England, nessuno le aveva mai insegnato perché inutili, dato che non c’erano sguardi importuni da cui proteggersi. Nonostante i tentativi di scoraggiare i gesti dello sconosciuto, gli appostamenti continuano per diverso tempo. «Perché io? mi domandavo. Avevo forse fatto qualcosa per provocarlo? Col senno di poi, l’innocenza di un tempo mi appariva irresponsabile, persino colposa.».

“Perché io” è una domanda che mi sono sentita rivolgere spesso dalle donne che venivano a chiedere aiuto agli sportelli antiviolenza in cui ho lavorato. Che si trattasse di maltrattamento domestico o di stalking – due reati che si strutturano su dinamiche differenti pur rientrando tra le varie forme di violenza di genere – tutte le donne si ponevano lo stesso interrogativo. Molte si sentivano responsabili di quanto subito, alcune arrivavano a trovare nel proprio comportamento una giustificazione all’agito dell’aggressore.

«Se non abbiamo narrazioni diffuse sui motivi per cui gli uomini si comportano così – sottolinea ancora Melissa Febos – sappiamo tutte benissimo in quanti modi una donna può essere causa della propria vittimizzazione». Il male gaze, l’atto di raffigurare tutto ciò che fanno le donne da una prospettiva maschile, teorizzato dalla critica cinematografica Laura Mulvey negli anni Settanta, fornisce in realtà una chiave di lettura anche per ciò che accade fuori dalla settima arte. Quando accompagnavo le utenti del centro antiviolenza a denunciare capitava spesso che le forze dell’ordine chiedessero loro cosa avessero fatto per provocare l’aggressore.

Qualcosa del genere, ma in una prospettiva differente, accade anche al protagonista di Baby Reindeer, serie tv Netflix diventata nel giro di pochi giorni un vero e proprio caso mediatico. Dopo averla trasposta in spettacolo teatrale, Richard Gadd, attore e drammaturgo scozzese, ha deciso di rappresentare la sua storia anche sul piccolo schermo vestendo i panni di Donny Dunn. Nel 2015 Gadd-Dunn è un aspirante stand-up comedian che si trasferisce a Londra con l’intenzione di fare carriera. Per guadagnarsi da vivere inizia a lavorare in un pub ed è proprio qui che conosce Martha Scott, colei che presto si trasformerà nella sua stalker. La serie inizia con il protagonista che varca l’ingresso di una stazione di polizia. Indossa abiti informali, appare a disagio, il volto scavato da profonde occhiaie. Chiede al poliziotto di guardia come fare a denunciare una persona. Racconta, un po’ intimidito, di ricevere centinaia di email e continui contatti non richiesti sul lavoro, per strada, persino alla fermata dell’autobus. Incalzato dall’agente, è costretto ad ammettere che la stalker è una donna e di essere lì perché «preoccupato per lei», come se questo potesse restituire un po’ di virilità al gesto di denunciare quanto subito.

La serie, attualmente tra le più viste al mondo, offre il pretesto per raccontare due argomenti: uno – spesso riproposto dal cinema – è lo stalking agito da una donna; l’altro, ben più marginale, non solo nelle arti visive, si riferisce alla violenza sessuale compiuta da uomini su altri uomini. C’è inoltre un terzo elemento, quello della veridicità dell’accaduto, ma su cui torneremo poi.

Il cinema ha fornito un’infinità di storie in cui ripetuti atti persecutori si trasformano in occasioni di innamoramento tra la vittima e l’aggressore. Un film che in questo senso è emblematico è Omicidio a luci rosse, di Brian De palma, del 1984. La pellicola, ispirata a La finestra sul cortile di Hitchcock, racconta la vicenda dell’attore in crisi Jake Scully che, ospite di un collega, inizia a seguire la donna residente nell’appartamento di fronte. La scena in cui lei trova il coraggio di affrontarlo è paradigmatica: un rapido scambio di accuse e battute è sufficiente per farla cadere avvinta tra le sue braccia, mentre lui la bacia appassionatamente. Come sottolinea Febos nel testo già citato: «non solo è attratta da lui nonostante lo stalking, ma quell’atto stesso viene proposto come unica prova di seduzione». Non è un caso che nella pellicola sia presente anche un altro aggressore – soprannominato “L’indiano” – rappresentato come il vero cattivo (non a caso sarà lui a uccidere la donna). Qualcosa di simile si verifica anche in Baby Reindeer, dato che Martha Scott non è l’unica “cattiva” della serie, ma anche su questo torneremo dopo.

Il cinema ha raccontato lo stalking anche a parti invertite, pur senza mai uscire dal cliché della femme fatale sessualizzata o della donna mostruosa, ripugnante sia sotto il profilo fisico che mentale. Attrazione fatale, del 1987, rappresenta perfettamente il primo caso e racconta la storia dell’avvocato sposato Dan Gallagher che si ritrova a essere perseguitato dalla bellissima collega Alex Forrest che non accetta l’idea che la loro storia clandestina sia destinata a interrompersi. In Misery, pellicola tratta dall’omonimo bestseller di Stephen King, Annie Wilkes rappresenta invece il secondo caso, la stalker brutta e pazza che prima salva e poi tortura lo scrittore Paul Sheldon, colpevole di voler far morire l’eroina protagonista dei suoi libri.

In un’intervista rilasciata a GQ, Richard Gadd ha sottolineato il suo tentativo di andare contro questi cliché, tuttavia viene da chiedersi perché abbia rappresentato Martha Scott come una donna grassa, sciatta e poco curata. La giustificazione di renderla fisicamente diversa dalla “vera” Martha («abbiamo fatto di tutto per camuffarla e non credo che si possa riconoscere» afferma nell’intervista già citata) al fine di tutelarne la privacy, infatti, è stata smentita nel momento in cui i fan della serie si sono messi sulle tracce di chi stalkerava davvero l’attore, scoprendo di fatto una persona molto somigliante all’eccellente Jessica Gunnig che interpreta proprio questo personaggio. (Avvertenza: da qua in poi ci sono spoiler sulla serie e il racconto esplicito della violenza).

Seguendo la ripartizione proposta dallo sceneggiatore Christopher Vogler ne Il viaggio dell’eroe, Martha Scott potrebbe rappresentare l’archetipo dell’ombra, quella forza negativa che scatena il conflitto grazie a cui l’eroe inizia il suo cammino. La serie è costruita su due potenti flashback: il primo ci permette di ripercorrere l’avvicinamento di Martha a Donny, dal primo incontro al pub avvenuto sei mesi prima fino all’aggressione fisica quando lo sorprende con Teri, una donna trans conosciuta frequentando sotto pseudonimo un sito di incontri e di cui Donny è innamorato, pur non trovando la forza di dirlo a nessuno. In questa prima fase, così come in molti altri momenti della serie, emerge un sentimento ambivalente del protagonista nei confronti di Martha Scott: se all’inizio prova una certa empatia e pena nel vedere una donna brutta, triste e sola, seduta in lacrime al bancone del locale, successivamente userà la sua presenza come facile bersaglio di micro aggressioni a sfondo sessuale, fomentato dai colleghi del locale che lo prendono di mira per la sua bizzarra frequentazione («hey, Donny, è lei quella di cui ci parlavi? La top model? Quando pensavate di scopare, Donny? Eddai, chiediglielo!»).

Ripercorrendo l’intera vicenda, la voce fuori campo di Donny ricorda più volte agli spettatori quanto si sentisse dipendente dalle attenzioni di Martha descrivendone la presenza come necessaria alla ridefinizione della sua stessa virilità. È questo, infatti, il punto centrale della storia. Il secondo flashback ci permette infatti di risalire a cinque anni prima quando Donny, giovane esordiente, si imbatte per caso nello sceneggiatore Darrien al Fringe Festival, la rassegna di arti performative che si svolge ogni anno ad Edimburgo. Darrien lo irretisce facendogli credere di essere interessato ai suoi spettacoli e lo invita in più occasioni a casa sua col pretesto di lavorare insieme a nuove sceneggiature per i suoi importanti spettacoli televisivi. In realtà, ogni incontro è l’occasione per assumere sostanze, stordire il ragazzo e violentarlo ripetutamente. È una scena cupa quella in cui, in mezzo a un festino a base di sostanze, Danny ricorda come il suo subconscio «avesse alzato la testa per far luce su una situazione di merda». Comprende di essere in pericolo ma non riesce ad allontanarsi, stordito dalle sostanze. Solo la mattina dopo realizzerà di essere stato stuprato ripetutamente dal suo aggressore.

Quando si discute di violenza di genere capita spesso di ascoltare le voci di chi si indigna perché non si vuole riconoscere che “anche gli uomini subiscono violenza”. In questi casi, però, si omette di ricordare che la maggior parte delle violenze subite dagli uomini accade per mano di altri uomini. Lungi dall’esser “solo” il racconto di una stalker che molesta un attore, Baby Reindeer è soprattutto l’emblema dell’educazione emotiva vissuta dal genere maschile. La persecuzione di Martha ai danni del protagonista si aggrava quando i tre colleghi del bar a cui Donny ha chiesto supporto, per fargli uno “scherzo”, inviano alla donna una mail dal suo account in cui sembra richiederle sesso anale; è sempre per timore di essere considerato omosessuale se non si decide a frequentare Teri alla luce del sole. Il mancato riconoscimento della gravità degli episodi subiti, che lo spingono a correre ai ripari solo sei mesi dopo, è da imputare allo stesso motivo.

Quando Martha estende le sue mire persecutorie prima all’ex fidanzata Keeley e poi ai genitori Eleanor e Gerald, Donny è costretto a far ritorno a casa, in Scozia, per metterli al corrente di quanto subito. Trova il padre al telefono con la sua stalker, intento a investirla di insulti a matrice sessuale. In nessun momento, nell’arco narrativo, assistiamo ad un episodio analogo ad opera di Donny. Una volta interrotta la comunicazione telefonica, il protagonista riesce finalmente a parlare ai genitori raccontandogli prima di Martha e, successivamente, del suo orientamento sessuale per poi passare allo stupro subito anni prima. «Non volevo pensaste male di me come uomo» afferma singhiozzando mentre il padre, con gli occhi lucidi, ribatte «tu mi considereresti meno uomo? Sono cresciuto nella chiesa cattolica…», facendo così intuire di aver subito qualcosa di analogo durante l’infanzia.

La violenza di genere si trasmette, come un virus: oggi sappiamo che i bambini e le bambine esposti ad episodi di maltrattamento hanno più probabilità di subirli o agirli nella vita adulta. Nessuno ne è immune e se, dal mio punto di vista, questa serie ha un pregio è proprio questo: parlare agli uomini di come certi vissuti possono impattare nella loro vita di persone adulte, di come lo sforzo di mascherare le proprie emozioni cercando di aderire a un certo standard di maschilità si possa rivelare pericolosissimo, di come le battute sessiste, le micro aggressioni e quel cameratismo che produce aggregazione attraverso la prevaricazione sull’elemento più debole generi conseguenze nefaste, per tutti.

Anche Martha ha subito qualcosa di analogo, da bambina: lo scopriamo quando, catalogando tutti i messaggi ricevuti, Donny si imbatte in uno in cui la donna racconta della “piccola renna” – quella che dà il titolo alla serie – a cui si aggrappava quando i genitori litigavano. «Quella renna è l’unico ricordo felice della mia infanzia» dice singhiozzando prima di interrompere il messaggio. L’empatia, quel sentimento con cui Donny si giustifica quando tutti gli chiedono perché non abbia denunciato prima, si manifesta anche nel finale, quando sarà lui a sedersi al bancone del bar, al posto di Martha, ordinando un alcolico a base di cola, la stessa bevanda che era solito preparare a lei. Un ultimo pregio della serie è proprio questo: mostrare come sia difficile separare vittime e carnefici, motivo per cui è la giustizia ripartiva, più che quella carceraria, ciò su cui dovremmo investire maggiormente le nostre risorse sia economiche che sociali.

Richard Gadd ha creato una serie vera non tanto o non solo perché attinente a quanto vissuto in prima persona, lo ha fatto soprattutto perché è «emotivamente estremamente veritiera» come afferma egli stesso nell’intervista a GQ. Dubito che un prodotto televisivo possa ricalcare totalmente la “storia vera”, come leggiamo a chiare lettere in apertura alla prima puntata, perché anche solo la sua trasposizione, le scelte rispetto a cosa includere, escludere o alterare nel ciclo narrativo ne modificano i significati. Tuttavia è reale, perché ci restituisce un racconto che molti uomini – e molte donne – potranno usare come uno specchio in cui riflettere sulla propria identità. Qualche tempo fa, mi sono imbattuta in una citazione che recitava più o meno così: “quando si finisce di leggere una buona storia si dovrebbe avere l’impressione di avere imparato qualcosa sulla vita o su se stessi”. Vale anche per questa serie tv.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza. Nel 2023 ha pubblicato “Si è sempre fatto così: spunti di pedagogia di genere”, edizioni tlon.

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