Come affrontare il cambiamento climatico?



Una visione comprensiva delle strategie attuali per la decarbonizzazione globale, analizzando il progresso fatto finora e i passi futuri necessari. Si discutono le alternative ai combustibili fossili, l’impatto delle rinnovabili e del nucleare, e le sfide nell’adozione di nuove abitudini alimentari e stili di vita.


Questo articolo è un estratto da “Non è la fine del mondo”, di Hannah Ritchie. Pubblicato da Aboca Edizioni. Ringraziamo l’autrice e l’editore per la gentile concessione.


In copertina: Forest Symphony, Eyvind Earle, 1992

 

di Hannah Ritchie

Se parliamo delle azioni intraprese a favore del clima, possiamo dire che le cose stanno cominciando ad andare nella direzione giusta. Abbiamo finito di gettare le fondamenta di ciò che è necessario cambiare. Ora dobbiamo iniziare a costruirci sopra, e anche piuttosto rapidamente.

Finora, 127 paesi hanno sottoscritto l’accordo sul raggiungimento dell’obiettivo emissioni zero. E non è che sia di poco conto, perché ci costringerà a ridisegnare e riprogettare il nostro intero sistema di approvvigionamento energetico, a ridefinire le nostre abitudini alimentari, gli stili di vita, il modo in cui ci spostiamo e ci approcciamo al sistema edilizio; si tratta di un’evoluzione, non si può tornare indietro.

Le soluzioni che prevedono di ridurre drasticamente il consumo di energia non sono buone. Infatti, serve energia per l’assistenza sanitaria, per l’istruzione, per alimentare tutti i dispositivi elettrici come lavatrici e altri elettrodomestici da cucina, in modo che noi possiamo avere il tempo di lavorare, giocare e imparare; questa stessa energia serve anche per adattarci al surriscaldamento globale. Ma allora, che cosa dobbiamo fare per ridurre le nostre emissioni? Come possiamo azzerarle del tutto? Sfortunatamente non abbiamo la bacchetta magica. E per riuscire a comprendere la portata di queste sfide, dobbiamo capirne l’origine. Facendo una ripartizione, due sono le cause alla base delle nostre emissioni: il sistema di produzione energetico e quello industriale, responsabili di circa tre quarti sul totale delle emissioni di gas serra; l’altro quarto è riconducibile al sistema agroalimentare.

Guardando più da vicino i singoli settori, notiamo che l’energia utilizzata per la produzione di beni è responsabile di circa un quarto delle emissioni. Muovendoci, noi e le merci, quindi con il trasporto, diamo origine a un altro sesto di questi gas.

La quantità di energia necessaria alle nostre abitazioni e negli uffici è la stessa. Ci sono poi alcune emissioni provenienti da un industria che è davvero difficile da sostituire: quella della colla e dei prodotti chimici, che stanno alla base di molti degli oggetti che ci circondano.

Non possiamo agire sul cambiamento climatico se prima non risolviamo ognuno di questi tasselli del puzzle. E come farlo?

Sistema energetico

Come abbiamo visto, dobbiamo abbandonare i combustibili fossili, e le fonti rinnovabili e il nucleare sono delle ottime alternative. Producono una quantità piccolissima di CO2 o inquinamento atmosferico, e sono decisamente più sicure. Il confronto dovrebbe essere “risorse a bassa emissione contro combustibili fossili”, e non “nucleare contro rinnovabili”. Stiamo sprecando le nostre energie se continuiamo a discutere del nucleare.

Sappiamo già quanto cadde velocemente in disuso l’utilizzo del carbone nel Regno Unito. E ora sta succedendo anche negli altri paesi. Fino a trent’anni fa il Regno Unito ricavava più o meno due terzi di tutta la sua energia elettrica proprio dal carbone. Adesso questo valore si attesta a meno del 2%. Gli Stati Uniti, invece, all’epoca, si aggiravano introno al 55%, mentre ora siamo a meno del 20%. La Danimarca era più o meno a quota 90%, e ad oggi al 10%. I sistemi di approvvigionamento energetico su scala globale hanno subito praticamente tutti una trasformazione.

Per prendere il suo posto, l’energia rinnovabile è cresciuta a un ritmo sorprendente. E non solo nei paesi ricchi. Infatti, alcuni paesi insospettabili stanno mostrando a noi come si fa. Nel 2014 in Uruguay si riusciva a ottenere solo il 5% dell’energia elettrica da fonte eolica, mentre ora ci si avvicina al 50%. Nello stesso periodo, il Cile non disponeva dell’energia solare, adesso invece la percentuale arriva al 13%.

E molti altri paesi seguiranno il loro esempio. E la continua diminuzione del costo delle tecnologie per il rinnovabile e di quello delle batterie farà sì che, presto, tali scelte diventino la normalità.

Il passaggio a questa tipologia di fonti, insieme alle batterie e ai sistemi di accumulo dell’energia, costituiscono il processo di decarbonizzazione delle nostre reti elettriche. Allo stesso tempo, però, è necessario decarbonizzare anche gli altri settori di utilizzo dell’energia, ad esempio il trasporto, il riscaldamento e il comparto dell’industria. Ed è più difficile da mettere in pratica. Non esiste alcun carburante liquido ecosostenibile capace di sostituire la benzina o il gasolio. Perciò, il mantra da seguire è: “elettrificare tutto”. Se siamo in grado di passare all’elettrico con le automobili, l’industria e il riscaldamento, allora possiamo anche semplicemente attingere molto di più al nucleare e alle rinnovabili per alimentarli.

Suona piuttosto facile: basta costruire un mucchio di impianti fotovoltaici, eolici e impiegare altre fonti rinnovabili; ma ci sono degli aspetti di cui dovremmo preoccuparci? Abbiamo spazio a sufficienza e minerali a disposizione per la loro costruzione?

Gli scettici del clima adorano dirci che i nostri paesaggi si convertiranno in distese di pannelli solari. E lo fanno per “dimostrare” quanto le nostre tecnologie cosiddette verdi siano in realtà avide di terreni e non siano sostenibili. Se però diamo un’occhiata ai numeri, i risultati sono sorprendenti: il passaggio alle rinnovabili (e specialmente al nucleare) non implica necessariamente un maggior consumo di suolo. Anzi, se ne potrebbe addirittura consumare meno.

Quando confrontiamo il consumo di suolo per l’installazione delle fonti energetiche, non dobbiamo pensare solo allo spazio di cui si usufruisce per l’impianto stesso, cioè fisicamente l’area in cui sorge l’impianto a carbone o su cui vengono installati i pannelli solari. Si deve includere anche quella porzione di suolo necessaria a estrarre i materiali, i combustibili, e, alla fine, quella per lo smaltimento dei rifiuti. Una valutazione stilata dalla Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite ha stabilito la quantità di terreno che utilizza ciascuna risorsa per la produzione di una singola unità di energia elettrica, quando cioè, si considerano tutte insieme queste fasi della catena di approvvigionamento.

La risorsa di energia elettrica più efficiente dal punto di vista di occupazione del suolo è quella nucleare: per ciascuna unità di energia elettrica ha bisogno di una superficie di 50 volte inferiore rispetto a quella necessaria al carbone, e da 18 a 27 volte meno del fotovoltaico. Il metano è al secondo posto.

La capacità del suolo per l’energia solare dipende dai minerali impiegati: quando i pannelli sono in silicio e vengono collocati sul terreno anziché su un tetto, l’utilizzo del terreno risulta sensibilmente più alto che con il carbone. Se invece i pannelli sono in cadmio, la quantità necessaria sarà inferiore rispetto al carbone. Ovviamente non è l’unica opzione che abbiamo con il fotovoltaico, che si può tranquillamente posizionare anche sul tetto, e quindi di conseguenza l’unico utilizzo del terreno sarebbe quello per l’estrazione mineraria. In questo caso, il fotovoltaico è valido tanto quanto il metano e decisamente migliore del carbone.

È possibile anche combinare il solare e l’eolico con i classici metodi di utilizzo del suolo, come l’agricoltura. È dimostrato che i sistemi definiti “agrivoltaici” potrebbero essere un ottimo esempio di condivisione del suolo. Studi recenti mostrano che, in determinate condizioni, la resa delle colture agrivoltaiche può persino aumentare rispetto a quella dei sistemi tradizionali, grazie a un miglior equilibrio idrogeologico e dell’evapotraspirazione, oltre a una riduzione delle temperature. Lo stesso vale anche per l’energia eolica: molti agricoltori stanno guadagnando di più con la concessione delle installazioni di turbine sparse qua e là all’interno dei loro terreni; l’impatto sull’attività agricola solitamente è minimo.

La conclusione, quindi, è che una transizione alle tecnologie di energia pulita non richiederà molta più superficie di quella che attualmente utilizziamo per i combustibili fossili. Se decidiamo per il nucleare, optiamo per i pannelli solari sui tetti e condividiamo il suolo già in uso, allora potremmo addirittura averne bisogno in quantità inferiore.

Abbiamo analizzato il rapporto tra efficienza del territorio e disponibilità di diverse risorse, ma vale la pena cercare di capire in primis se l’utilizzo del suolo per l’energia sia o meno un grosso problema. Stiamo parlando del 5, del 10 o anche del 50% delterritorio? Secondo i miei calcoli per la produzione di energia elettrica attualmente utilizziamo circa lo 0,2% del totale delle terre emerse e libere dai ghiacci, energia adoperata per la maggior parte nelle operazioni di estrazione del carburante fossile. (È una quantità irrisoria, se si considera che sfruttiamo il 50% di territori emersi non ghiacciati per l’agricoltura). In un mondo in cui l’energia elettrica è a basse emissioni, potremmo ridurre ulteriormente questa percentuale. Se l’intero pianeta passasse totalmente al nucleare, sfrutteremmo solo lo 0,01% dell’intero suolo terrestre. Se utilizzassimo i pannelli solari collocandoli sui tetti degli edifici, oscilleremmo tra lo 0,02 e lo 0,06%.

Presto, il pianeta avrà bisogno di una maggiore quantità di energia elettrica: perché vogliamo che le persone dei paesi più poveri ne possano utilizzare di più e anche noi ne avremo più bisogno per caricare le nostre auto elettriche e per i nostri riscaldamenti. Non è comunque un problema enorme per lo sfruttamento del suolo: potremmo raddoppiare o addirittura triplicare i numeri di cui sopra e le cifre sarebbero comunque basse. Molto meno dell’1% del territorio globale.

Un ultimo aspetto sul quale indagare è se disponiamo della quantità di minerali sufficiente per la costruzione di pannelli solari, turbine eoliche e batterie di cui avremo eventualmente bisogno. Tali tecnologie richiedono tutta una serie di materiali differenti, litio, cobalto, rame, argento, nichel, e spesso ci siamo sentiti dire che il costo delle attività di estrazione sarebbe spropositato, oppure che questi minerali si sarebbero esauriti.

Chi sostiene che l’energia a basse emissioni di carbonio utilizzerà troppi materiali dovrebbe dare uno sguardo alla quantità che attualmente ne estraiamo per i combustibili fossili. L’intero pianeta estrae circa 15 miliardi di tonnellate di carbone, petrolio e metano all’anno. L’Agenzia internazionale dell’energia ha pre-visto che nel 2040 il mondo, al culmine della fase di transizione energetica, avrà bisogno di una quantità pari a 28-40 milioni di tonnellate di minerali per le tecnologie a bassa emissione di carbonio, una cifra quasi 100-1.000 volte inferiore a quella necessaria per i combustibili fossili. Naturalmente, se consideriamo la roccia, questa non è composta da minerali puri, perché i minerali hanno spesso una concentrazione molto più bassa; quindi, la superficie di roccia che dovremo spostare sarà più grande. Lo stesso vale per l’estrazione dei combustibili fossili: per ottenere quei 15 miliardi di tonnellate di combustibile, si scava parecchio di più. In parole povere: l’adozione di tecnologie a bassa emissione si tradurrebbe in una minore attività di estrazione, non il contrario.

Alcuni studi hanno anche dimostrato che ci saranno litio, nichel e altri minerali in quantità sufficienti per tutti. Non finiremo per esaurirli. Ed è anche vero che, se prendiamo in considerazione il potenziale del riciclo, molti dei minerali che impiegheremo nella creazione dei pannelli, delle turbine o delle batterie si potranno ricondizionare per dare vita a nuovi prodotti. In questo modo potremmo mettere in piedi un’economia circolare dove riutilizzare continuamente tali materiali senza doverne aumentarne la domanda. Dobbiamo seriamente fare attenzione alla provenienza di questi minerali e alle modalità di estrazione. Alcuni giacimenti si trovano sotto aree che vogliamo proteggere per motivi ecologici, o perché coincidono con territori indigeni. Dobbiamo quindi assicurarci di usare i giacimenti presenti altrove e che l’attività di estrazione avvenga in condizioni di lavoro eque e sicure. L’era dei combustibili fossili è stata caratterizzata da uno sfruttamento intensivo sia delle persone che del pianeta; quindi, facciamo in modo che il pianeta che stiamo costruendo non faccia nessuna delle due cose.

Trasporto

Essere in grado di attraversare il paese oggi è una questione di qualche ora, ed è un lusso. Riuscire a essere dall’altro capo del mondo in poco tempo lo possiamo considerare un moderno miracolo.

L’emozionante mondo dei viaggi aprirà le sue porte a miliardi di persone nei prossimi decenni. Solo di recente molti hanno ottenuto l’accesso ai servizi energetici di base, quali corrente elettrica e combustibili più puliti per poter cucinare. La prossima tappa del loro viaggio sarà potersi permettere una moto, o forse addirittura un’auto. E in seguito prendere il loro primo volo. Nei paesi sviluppati ci disperiamo per gli effetti negativi dei trasporti: le emissioni di anidride carbonica, l’inquinamento atmosferico, il traffico. Eppure, nonostante i problemi, il sistema dei trasporti ha il potenziale per poter sbloccare le interconnessioni, le esperienze e le prospettive di miliardi di persone. Ed è proprio questo equilibrio che dobbiamo cercare di raggiungere.

Circa un sesto delle emissioni globali di gas serra provengono proprio dai trasporti. Nel momento in cui le persone nelle varie parti del mondo raggiungono una maggiore disponibilità economica, è allora che le emissioni derivanti dal trasporto aumenteranno. Quindi, come facciamo a costruire un futuro dove poter continuare tranquillamente a spostarci, ma al tempo stesso preoccuparci di ridurre le emissioni? Gran parte delle emissioni del trasporto proviene dalle strade, vale a dire che i veicoli su strada: sono responsabili del 74% delle emissioni da trasporto nel mondo.

Oggi, in termini di emissioni di carbonio, un’auto ha mediamente un’efficienza pari a più del doppio che nel 1975. I miglioramenti, infatti, sono notevoli e hanno giocato un ruolo fondamentale nel tenere sotto controllo le nostre emissioni. Tuttavia, le emissioni del settore trasporti stanno continuando purtroppo a salire per via del nostro spostarci su lunghe distanze, ed esiste un limite al grado di efficienza che possono mantenere le automobili alimentate con carburanti fossili. E di certo non riusciremo a decarbonizzare il nostro sistema di trasporti continuando a fare il pieno di benzina o gasolio.

Alcuni suggeriscono di ricorrere alle biomasse. Il problema comunque persisterebbe, perché non ci sarebbe alcuna riduzione nelle emissioni. Infatti, gli studi di settore hanno dimostrato che le biomasse spesso arrivano a emettere un quantitativo di CO2 superiore a quello della benzina, specialmente se si prende in considerazione lo sfruttamento del terreno.105 Come spiegherò in dettaglio nei prossimi capitoli, sostituire il combustibile utilizzando cereali commestibili come carburante per le automobili, non è poi una buona soluzione. Se vogliamo ridurre seriamente le nostre emissioni derivanti dal trasporto su strada, allora non possiamo far funzionare i nostri mezzi con petrolio o scarti biologici, ma dobbiamo alimentarli con l’elettricità.

Passaggio ai veicoli elettrici: decisamente più ecocompatibili

Mio fratello, il meno attento all’ambiente di tutta la famiglia, è stato il primo a comprare un’auto elettrica. A convincerlo non è stata la bassa impronta di CO2, ma la bellezza di poterne guidare una. E questo è importante: se vogliamo che tutti abbraccino la causa dello stile di vita a minori emissioni di carbonio, dobbiamo renderlo allettante. Le persone devono avere la netta percezione che la loro vita migliori di gran lunga.

Ma questa decisione è davvero più adatta per l’ambiente, oppure le auto elettriche non sono altro che una truffa ecologica? Un sacco di gente pensa che questi veicoli producano la stessa quantità di CO2 dei veicoli a benzina, se non di più, se si considerano anche la produzione della batteria e l’energia elettrica necessaria alla sua accensione. Diamo un’occhiata ai numeri e vediamo.

Mio fratello si è trovato a decidere tra comprare un’auto elettrica o prenderne una nuova a benzina. Appena concluso l’acquisto, le emissioni di carbonio erano più elevate, perché la produzione di quel tipo di batteria richiede più energia di quella necessaria per un motore a combustione. Quindi, è la produzione di un veicolo elettrico a determinare l’effettivo aumento di emissioni rispetto a un’auto a benzina; eppure, nel momento in cui ci mettiamo alla guida, la situazione si ribalta.

La guida di un veicolo elettrico comporta molte meno emissioni di un’auto a benzina o diesel. O meglio, dipende da quanto sia realmente pulita l’energia elettrica utilizzata. Nel Regno Unito, più della metà della corrente elettrica deriva da fonti a basse emissioni e adesso, sostanzialmente, non dipendiamo più in alcun modo dal carbone (e questo sarà ancora vero anche se venisse aperta una nuova miniera di carbone, perché questo carbone non verrà usato per la produzione di energia elettrica). Se poi ci si trova a guidare una di queste auto, ad esempio, in Francia, in Svezia oppure in Brasile, i benefici saranno ancora più grandi. Al contrario, invece, se si è alla guida di un veicolo elettrico in un paese ad alto consumo di carbone, come la Cina o l’India, be’, i vantaggi saranno decisamente minori. Tuttavia, anche in questi paesi, un veicolo elettrico è comunque meglio di uno a benzina.

Il tasso più basso in termini di emissioni utilizzando un veicolo elettrico significa che con un’automobile elettrica ‘ammortizzi’ subito l’investimento fatto. Nel Regno Unito, in meno di due anni ti ripaghi l’investimento. Perciò, già nel giro di un biennio un veicolo elettrico ha i suoi effetti positivi sull’ambiente, e nell’arco di dieci anni le sue emissioni di CO2 saranno praticamente un terzo di quelle di un’auto a benzina.

Questa potrebbe essere una prospettiva pessimistica: la quantità di emissioni di carbonio dei veicoli elettrici in teoria potrebbe diminuire ancora. Ora ci sono ulteriori tecnologie abbastanza innovative, quindi c’è ancora margine di miglioramento. Inoltre, sappiamo che la nostra rete elettrica, il cuore pulsante di questi nostri nuovi veicoli, diventerà sempre più rispettosa dell’ambiente.

Mi chiedo, ma la nuova auto di mio fratello era davvero così più ecofriendly di quella a benzina che i miei genitori hanno deciso di tenere? In quattro anni, le emissioni di un’auto a benzina sappiamo essere superiori a quelle di un’auto elettrica di nuova generazione. Quindi a parità di situazione, la scelta di mio fratello vince.

Nel 2022, solo il 10% delle auto vendute erano veicoli elettrici. Potrebbe sembrare una percentuale piuttosto bassa, ma il cambiamento sul lungo periodo è davvero impressionante. Due anni prima era solo il 4% e, nel 2019, addirittura poco più del 2%. Le vendite dei veicoli elettrici ad oggi stanno spopolando, in alcuni paesi stanno praticamente prendendo il controllo del mercato. In Norvegia, ad esempio, nel 2022 l’elettrico occupava l’88% del volume di vendita. In Svezia il 54% e nel Regno Unito il 23%.

Negli Stati Uniti erano leggermente in ritardo, solamente l’8% di automobili vendute era elettrica (anche se l’introduzione, da parte di Joe Biden, del nuovo accordo sul clima potrebbe comportare una rapida inversione di tendenza). In Cina, sempre nel 2022, la vendita dei nuovi veicoli elettrici raggiungeva quasi i due terzi (29%), un salto di qualità enorme se confrontato con il 6% appena del 2020.

Negli ultimi trent’anni il prezzo delle batterie al litio è sceso di più del 98%. Il che ha spianato la strada al sistema del trasporto elettrico. Il prezzo della batteria che si trova in una Tesla oggi si aggira intorno ai 12.000 dollari. La batteria di una Nissan Leaf costa su per giù 6.000 dollari. Ma, tornando indietro agli anni novanta, per queste batterie avremmo speso tra i 500.000 e il milione di dollari. Non c’era nulla di “accessibile” nelle auto elettriche dell’epoca.

Questo aumento nella diffusione dei veicoli elettrici vuol dire che il pianeta ha già superato il picco delle auto a benzina. La vendita dei nuovi modelli a benzina aveva toccato il suo apice nel 2017. Visto che le persone di solito tendono a utilizzare la stessa auto per un decennio circa, ci vorranno ancora alcuni anni prima di oltrepassare il picco delle auto a benzina in circolazione più alto di sempre, cosiddetto “picco del parco auto”, ma questo momento epocale è sempre più vicino.

L’accessibilità economica sarà la forza trainante della rivoluzione dei trasporti alla quale assisteremo. Tuttavia, il costo di queste nuove tecnologie potrebbe non scendere abbastanza velocemente da permetterci di raggiungere gli obiettivi climatici che ci siamo posti. Occorre attuare di concerto anche una valida azione politica. Molti paesi lo stanno già facendo, introducendo il divieto di vendita delle automobili a benzina e a gasolio, seppur di nuova generazione. Nel Regno Unito, questo avverrà nel 2030, e così anche un numero sempre maggiore di paesi si stanno gradualmente impegnando ad attuare questo divieto entro il 2030, o al più tardi il 2040. Cina e Stati Uniti hanno entrambi stabilito come scadenza il 2035. Anche i paesi con i redditi pro capite più bassi, dal canto loro, stanno adottando una linea dura: Ghana e Kenya si sono impegnati a ridurre il numero di auto a combustione entro il 2040. L’azione combinata di prezzi in calo e azione politica concreta ci porterà lontano. Le auto a benzina spariranno dalla circolazione molto più velocemente di quanto si potesse immaginare in passato.

Esiste però una cosa che batte le auto elettriche nello sforzo di abbassare le emissioni da trasporto: il non avere affatto un’auto. Io personalmente abito a Londra, dove averne una è più che altro un fastidio. Mi basta saltare sulla metropolitana e riesco a essere dall’altro lato della città molto più in fretta delle auto in coda, e producendo, lungo il tragitto, pochissime emissioni di carbonio.

Il resto della mia famiglia non può fare altrettanto: vive in una piccola cittadina dove il trasporto urbano non è poi tanto efficiente. Ed è ancora più dura per quella parte della mia famiglia acquisita che abita in un paesino sperduto nelle campagne, dove il negozio più vicino è a chilometri di distanza. La gente spesso immagina uno stile di vita ecologico come legato alla vita rurale. Abitare nella propria fattoria in campagna è la cosa più green da fare, mentre vivere in città affollate che prosciugano le energie è quello che sta uccidendo il pianeta. In realtà, è tutto il contrario. Esistono dei vantaggi ambientali innegabili del vivere in città: per esempio, la presenza di reti efficienti e ben collegate per gli spostamenti. Se diamo uno sguardo alle emissioni correlate al trasporto nelle varie città, è abbastanza facile percepire una sorta di schema: chi vive nelle città ad alta densità di popolazione produce meno emissioni.

In parte, ridurre le emissioni legate al trasporto implica che sia necessario ripensare i nostri spazi abitativi. Molte città europee stanno facendo notevoli progressi in questo senso. Le auto non sono più al centro dell’attenzione, hanno lasciato il posto a pedoni e ciclisti. Le città non solo diventano posti più tranquilli, meno inquinati in cui vivere, ma arrivano a funzionare in maniera decisamente più efficiente. Non c’è niente di più inutile delle strade intasate da auto incolonnate. Un connubio ben progettato di piste ciclabili, passaggi pedonali e trasporto pubblico ad alta velocità può realmente trasformare l’atmosfera e la funzionalità delle nostre città. Il risultato: un taglio netto alle emissioni e, conseguentemente, anche un’aria più pulita.

Il grosso dilemma degli anni tra il 2000 e il 2010 era se optare per un’auto a benzina o una a gasolio, ma a partire dal 2020, e andrà avanti ancora a lungo, l’interrogativo è se acquistare l’elettrico o non avere affatto l’auto.

Il trasporto su lunga distanza richiede innovazione

La situazione si complica quando si parla di furgoni, autoarticolati e spostamenti su lunga distanza. La questione delle batterie diventa problematica proprio per il peso di questi mezzi: più sono pesanti e più le batterie devono essere in grado di immagazzinare maggiori quantità di energia. Il che li rende ancora più pesanti. Un giusto compromesso è possibile ottenerlo per quanto riguarda le auto, ma qui stiamo parlando di furgoni e di aerei, semplicemente troppo grandi per essere gestiti.

Potremmo avvicinarci a una soluzione migliorando le batterie e le tecnologie per il trasporto elettrico. I progressi sono già visibili nel trasporto su corta distanza.112 Abbiamo fatto decollare voli elettrici con successo, ma si tratta comunque di aerei di dimensioni ridotte: ben lontani dai jet che ci consentono di spostarci da una parte all’altra del mondo. Se queste soluzioni saranno in grado di raggiungere il livello di cui abbiamo bisogno, e abbastanza in fretta, resta ancora un punto interrogativo.

Nel frattempo, però, è necessario provare anche altre opzioni. Ad esempio, i voli alimentati a energia solare – in grado cioè di catturare i raggi solari durante la loro permanenza in alta quota così da aver bisogno di una minore capacità di accumulo della batteria – potrebbero essere una delle possibili soluzioni. Si sta cercando anche di sviluppare un’altra tecnologia, cioè l’energia a idrogeno. Il carburante a idrogeno si origina dalla scissione delle molecole di acqua (H2O) in idrogeno gassoso (H2) e ossigeno. L’idrogeno a questo stato è ideale, perché l’energia è immagazzinata in forma gassosa e si conserva così finché non viene bruciata, proprio come accade con la benzina o con il gasolio; ma, rispetto a questi ultimi, è molto meglio poiché ha una capacità di immagazzinamento e di rilascio dell’energia, per ciascuna unità, di tre volte superiore.

L’idrogeno potrebbe essere la svolta rivoluzionaria. Lo scoglio da superare, tuttavia, è che la scissione delle molecole di acqua deve avvenire attingendo a una energia elettrica proveniente da fonti a bassa emissione. Solo allora, l’idrogeno potrebbe essere considerato un combustibile a bassa emissione di carbonio. Ma se per la sua produzione continuiamo a usare combustibili fossili, è ovvio che questo processo ha un costo ambientale. Perché l’idrogeno diventi il carburante del futuro occorre quindi migliorarne il rendimento, ma allo stesso tempo aumentare la quantità di energia elettrica a basse emissioni che produciamo.

Potreste chiedervi perché non dico di eliminare del tutto i voli aerei. Nel 2018, in Svezia, è nato il movimento ambientalista “Flygskam” o “flight shame” che letteralmente significa “vergogna di volare”; ma, per quel che ricordo, sono anni che le persone parlano di volare meno. In fondo è una posizione piuttosto ragionevole da prendere, se ci pensiamo, perché la maggior parte delle persone presenti su questo pianeta non ha mai preso un aereo. È un lusso per pochi. Alcuni si sono abituati a prendere al volo un aereo per partecipare anche a una semplice riunione di un’ora. Se la pandemia di coronavirus ci ha insegnato qualcosa, è che gran parte di queste riunioni si possono fare online altrettanto efficacemente. Ha dunque senso affermare che chi è abituato a questo tipo di spostamenti deve ridurli. Tuttavia, il trasposto aereo ha dato troppo al mondo per essere eliminato del tutto. Ha concesso alle persone l’opportunità di spostarsi da un paese all’altro, di tornare a casa per far visita ai propri familiari. Ha creato posti di lavoro, innovazioni in capo tecnologico. Ha reso le nostre società più diversificate e multiculturali, permettendoci di sperimentare le bellezze di altre realtà. Sono esperienze che vorrei fossero accessibili a tutti.

Non dobbiamo necessariamente volare dall’altra parte del mondo per connetterci con gli altri. Possiamo trovare anche altri modi di viaggiare, e percorrere tantissimi chilometri semplicemente con una connessione internet; ma pensare ai voli come un qualcosa di cui vergognarsi credo sia un passo indietro. Se vogliamo che volare sia per la gente solo un evento sporadico, dobbiamo far sì che lo si apprezzi. Non dovrebbe essere un’esperienza della quale scusarsi per tutto l’anno successivo.

Alimentazione

Chiunque abbia riposto fiducia nel documentario di Netflix, Cowspiracy, il segreto della sostenibilità ambientale potrebbe credere che eliminare la carne dalle nostre tavole aiuterà a fermare la crisi del clima che stiamo vivendo. Il film sostiene che più della metà delle emissioni di gas serra dell’intero pianeta derivano dagli allevamenti. Questa è una sciocchezza. Le cifre reali parlano di poco meno di un quinto sul totale delle emissioni.

Modificare le nostre abitudini alimentari non risolve il problema del surriscaldamento: per farlo dobbiamo smettere di bruciare combustibili fossili; tuttavia, non raggiungeremo questo traguardo se ci limiteremo solamente a tentare di modificare i nostri sistemi di approvvigionamento energetico, tralasciando la questione alimentare. I ricercatori hanno stimato la quantità di emissioni di gas serra che produrremo nell’arco dei prossimi decenni, se continuiamo con le abitudini alimentari che abbiamo ora. E le notizie non sono per nulla confortanti. Supereremmo di gran lunga l’1,5 o i 2 °C in più che ci siamo posti come obiettivo.

Tra il 2020 e il 2100 si stima che la produzione alimentare arriverà a emettere circa 1.360 miliardi di tonnellate di gas serra. Per avere buone probabilità di riuscire a mantenere il surriscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C, possiamo produrre emissioni al massimo per un totale di circa 500 miliardi di tonnellate;116 e questo tetto non considera solo il settore alimentare, ma l’intero pacchetto: cibo, elettricità, trasporti, industrie. Il comparto alimentare da solo comporterebbe emissioni tre volte superiori al quantitativo che ci consentirebbe di mantenerci al di sotto del tetto massimo di 1,5 °C, e finirebbe per consumare l’intero ammontare delle tonnellate di emissioni concesse per il raggiungimento dell’obiettivo +2 °C. I numeri parlano chiaro: per avere anche solo una minima possibilità di combattere il cambiamento climatico, non possiamo ignorare i dati del settore alimentare.

La buona notizia è che possiamo riuscirci. Se da un lato abbiamo un ampio ventaglio di opzioni, dall’altro c’è che la maggior parte di esse comportano un cambiamento essenziale di ciò che mangiamo (e non mangiamo), e a quanto siamo efficienti nella produzione del nostro cibo. Nei prossimi due capitoli guarderemo al cibo con maggiore dettaglio.

Per adesso, però, limitiamoci a dare un’occhiata al da farsi per ridurre l’impatto che il nostro cibo ha sull’ambiente. Sui media ogni giorno viene fuori l’ennesimo spauracchio alimentare: non mangiate questo, non vi avvicinate a quello; se anche solo assaggiate quest’altro dovreste avere i sensi di colpa. Se davvero eliminassimo ogni singolo alimento riportato sulle prime pagine, allora non resterebbe più nulla da mangiare. Fortunatamente, però, l’elenco delle cose che davvero fanno la differenza è breve. Qui di seguito, le cinque cose più importanti sulle quali dobbiamo focalizzarci.

Mangiare meno latticini e meno carne, soprattutto quella bovina

Si tratta della soluzione che più di tutte può fare la differenza, e una delle cose più efficaci per provare a ridurre la nostra impronta di carbonio. Se consideriamo infatti l’impatto che ciascun alimento ha, emerge una sorta di gerarchia.

Al primo posto in assoluto, e prima di qualsiasi altro alimento, troviamo la carne bovina. Per 100 gr di proteine di origine bovina si produce l’equivalente di 50 kg di anidride carbonica.

Poi abbiamo la carne di agnello, le cui emissioni si attestano a circa 20 kg di biossido di carbonio, seguita dai prodotti caseari, dalla carne di maiale e infine dal pollo. Si può notare una classificazione ben precisa degli alimenti di origine animale: dal più grande (mucche) al più piccolo (pollame e pesce). Nel capitolo 5 ne indagheremo le motivazioni.

La maggior parte degli alimenti di origine vegetale, come soia, piselli, fagioli, lenticchie, cerali, noci, sono in fondo alla lista. Producono un quantitativo di emissioni di CO2 molto più basso rispetto ai prodotti di origine animale. Il risultato, perciò, è molto semplice: se vogliamo davvero ridurre l’impatto che, come esseri umani, abbiamo sull’ambiente, dovremmo seguire una dieta più sullo stile vegetariano.

Questo però non vuol dire che dobbiamo diventare vegani, né che chi può permettersi solamente pochi chili di carne all’anno debba necessariamente eliminarla. Mi riferisco piuttosto a noi che tendiamo ad assumerne 50 o più chili di carne all’anno; questo sì che potrebbe avere un grosso impatto, se cominciassimo a mangiarne meno. Anche sostituendo la carne bovina con il pollo, ad esempio se scegliessimo un hamburger di pollo invece che quello di manzo, sarebbe un’ottima soluzione.

I ricercatori ritengono che, se ciascuno di noi adottasse una dieta più ricca di prodotti di origine vegetale, il numero delle emissioni derivanti dall’industria alimentare si dimezzerebbe. Questa tipologia di dieta non elimina del tutto la carne o i latticini.118 Infatti include anche l’equivalente di una fetta di pancetta, quattro fettine sottili di pollo e un bicchiere di latte al giorno. Si può anche mangiare un uovo e del filetto di pesce ogni tanto. Tutto sommato, è un quantitativo di cibo molto inferiore rispetto a ciò che consuma la maggior parte delle persone nei paesi ricchi, ma molto più di quanto non facciano nei paesi più poveri.

Adottare le migliori e più funzionali pratiche di allevamento possibili

I numeri sopra riportati indicano le medie globali ottenute da studi che hanno valutato migliaia di aziende agricole in tutto il mondo; le pratiche adottate sono molto diverse tra loro. La carne bovina di un produttore efficiente in Nuova Zelanda o negli Stati Uniti potrebbe non avere la stessa impronta di carbonio di un suo omologo in Brasile che ha dovuto abbattere parte della foresta amazzonica.

È un discorso che sento fare spesso, quando dico che mangiare meno carne, soprattutto quella bovina, è la maniera più efficacie per ridurre le nostre emissioni di anidride carbonica. Qualcuno dirà che la carne bovina che consuma, proveniente direttamente dalla fattoria locale di sua fiducia nel Regno Unito, ha un impatto ambientale molto più basso della media. Sì, è vero, probabilmente le emissioni sono inferiori, ma sono comunque molto più alte rispetto alle alternative di origine vegetale.

Se dalla media globale ci spostiamo ad analizzare la distribuzione della quantità di carbonio che la produzione di ciascun alimento comporta (dal produttore più attento alla sostenibilità, a quello che non se ne cura) l’andamento generale non cambia. Anche i peggiori alimenti di origine vegetale hanno comunque un minor impatto sull’ambiente rispetto alla migliore tra le carni bovine o rispetto a quella ovina. Mangiare meno carni di questo tipo è tuttora la maniera più efficace perché le nostre emissioni si riducano, ma la differenza di ciascun prodotto alimentare incide parecchio. La gente continuerà a mangiare carne di vitello, agnello, latticini e maiale; perciò, dovremmo almeno cercare di rifornirci dai produttori più validi e attenti alle emissioni di carbonio.

Ridurre il consumo eccessivo

Il pianeta produce una quantità di cibo tale da poter sfamare tutti, per ben due volte. Entreremo nel dettaglio di questo argomento nel capitolo 5. Sfortunatamente, nel mondo esistono ancora enormi disuguaglianze. Una persona su dieci non assume abbastanza calorie. Quattro su dieci invece ne assumono troppe e sono quindi in sovrappeso. È un discorso dal quale tendiamo spesso a sottrarci, ma dovrebbe essere piuttosto scontato che se volessimo ridurre il consumo eccessivo di cibo, dovremmo in primis produrne una quantità inferiore.

Ridurre lo spreco alimentare

Dobbiamo evitare che il cibo marcisca durante il tragitto dall’azienda agricola al punto vendita e che finisca nella spazzatura quando arriva al cliente finale. Probabilmente non riusciremo a eliminarlo del tutto, ma possiamo ridurre lo spreco alimentare almeno della metà.

Colmare i divari di resa che esistono tra le varie aree del pianeta

Nel corso dell’ultimo secolo il pianeta è riuscito a raggiungere ciò che sembrava impossibile: un aumento considerevole nella resa dei raccolti. In molti paesi addirittura sono triplicati, quadruplicati o addirittura di più. Ciò significa che siamo in grado di incrementare di parecchio la quantità di raccolto, senza dover utilizzare più superficie o abbattere le foreste. Ciononostante, alcuni paesi sono rimasti indietro. Se riuscissimo a colmare queste differenze che ad oggi esistono tra le diverse parti del mondo, potremmo davvero evitare di abbattere molte foreste.

Se ci impegniamo a mettere in pratica le cinque cose appena elencate, potremo costruire un sistema alimentare a basse emissioni di carbonio. Nel grafico è riportato l’impatto di ciascuna di queste azioni singolarmente. Potrebbero davvero portarci lontano. Se riuscissimo ad attuarle tutte insieme, potremmo ridurre le nostre emissioni derivanti dalla produzione alimentare al netto dello zero. Non è che le emissioni sparirebbero del tutto; ci sarebbero ancora quelle prodotte dai fertilizzanti e, in piccole quantità, quelle del settore zootecnico, ma verrebbero compensate da tutto il suolo che lasceremmo intatto, dalle foreste che tornerebbero a proliferare e dalle praterie che crescerebbero nuovamente rigogliose. Se riuscissimo a raggiungere anche solo metà del traguardo stabilito per ognuno di questi aspetti (ad esempio, ridurre lo spreco alimentare di un quarto piuttosto che della metà, o a dimezzare la sovralimentazione rispetto al consumo odierno) saremmo in grado di ridurre le emissioni di circa i due terzi. Questo libererebbe molto spazio nel nostro bilancio sul carbonio e ci concederebbe un po’ di tempo per portare le emissioni del comparto energetico allo zero, assieme a quelle di altri settori.

Quando si parla di cibo, ci sono alcune azioni che influiscono molto meno di quanto pensiamo. Magiare cibo prodotto localmente non fa granché differenza. E nemmeno quello biologico. Difatti, in entrambi i casi si potrebbe riscontrare, in realtà, un aumento delle emissioni, laddove il cibo che coltiviamo risultasse più adatto ad altre zone o condizioni climatiche. Anche gli imballaggi dei nostri alimenti non comportano una gran quantità di emissioni; sono tutte e tre però convinzioni sbagliate.


Hannah Ritchie, ricercatrice del Programma per lo sviluppo globale dell’Università di Oxford, è vicedirettrice e capo del Dipartimento di ricerca del progetto Our World in Data, che riunisce i dati più recenti sui maggiori problemi del mondo e li rende accessibili al pubblico. Le sue analisi appaiono regolarmente su “New York Times”, “Economist”, “Financial Times”, “New Scientist”, “Wired”, “Vox” e BBC e sono state usate in bestseller come Illuminismo adesso di Steven Pinker, Factfulness di Hans Rosling e Clima. Come evitare un disastro di Bill Gates. È honorary fellow dell’Università di Edimburgo. Il “New Scientist” l’ha definita “la donna che ha fornito i dati sul covid-19 al mondo”. Non è la fine del mondo è il suo primo libro: ha debuttato al 6° posto della classifica del “Sunday Times” ed è in corso di traduzione in 18 paesi.

0 comments on “Come affrontare il cambiamento climatico?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *