Come l’algebra ha rovinato la società secondo Simone Weil



Siamo abituati a pensare Simone Weil come una filosofa politica, un’attivista e scrittrice. Ma vale la pena approfondire un altro suo aspetto, quello di Simone Weil studiosa di matematica e di filosofia della scienza. Queste, d’altronde, furono le sue prime passioni e rimasero come fondamenti del suo pensiero per tutta la sua vita.


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di Roberto Paura

Simone Weil è stata definita in molti modi. In vita era inquadrata come una filosofa della politica, vicina al movimento operaio ma critica nei confronti del marxismo. Una mistica, come si scoprì chiaramente dopo la sua morte, impegnata in un’incessante ricerca di Dio. Forse una filosofa delle religioni, interessata a rivelare le connessioni tra cristianesimo e Oriente. Persino una studiosa del folklore, convinta com’era che fiabe e leggende (che studiò soprattutto nel suo breve periodo a New York) nascondessero le stesse verità delle religioni rivelate. Difficilmente però la si è vista come una filosofa della scienza, nonostante quest’ultima fosse stata la sua prima vocazione, evidente fin dalla tesi, che dedicò alla scienza di Cartesio e desumibile dalla gran mole di appunti sulla matematica che si ritrova nei Quaderni, scritti nell’ultima parte della sua vita (epurati, nelle diverse edizioni, dai tanti calcoli che annotava per cercarne di comprendere i misteri). La scienza, e ancor più la matematica (o “le matematiche”, come preferiva chiamarle), sono in realtà strettamente connesse al pensiero di Simone Weil, che può apparire disorganico e privo di sistematicità solo a un’analisi superficiale, benché preferisse la riflessione breve, quasi sapienziale, piuttosto che la trattatistica. 

Per capirlo si può partire dal suo rapporto con il fratello, André Weil, uno dei più grandi matematici del secolo scorso. Uniti da uno stretto legame di affetto e complicità, Simone e André erano straordinariamente dotati: sapevano tradurre all’impronta dal greco e dal latino e masticavano parecchie altre lingue (Simone arrivò addirittura a tradurre dal babilonese), erano lettori voraci e onnivori e si interessavano di politica. André, tuttavia, trovò molto velocemente la sua direzione, iscrivendosi a soli sedici anni all’École Normale Superérieure per studiare matematica avanzata; Simone, invece, dedicandosi alla filosofia, divenne dapprima insegnante di liceo, distinguendosi per capacità riflessive (il suo maestro, il filosofo Alain, ne era entusiasta), ma senza mostrare da subito le stimmate del genio che contraddistinsero il fratello. Simone lo attribuiva alla sua “pigrizia”, che riteneva il suo maggiore peccato; ma non era che un’errata percezione dovuta al confronto con André. 

I tentativi di Simone di capire le teorie matematiche che il fratello era impegnato a sviluppare insieme al gruppo Bourbaki (di cui frequentò almeno una riunione nel 1938) erano inesorabilmente destinati al fallimento: «Della tua lettera di sedici pagine (che ho letto più volte) non ho capito niente», riferì allegramente in risposta a una lettera del fratello da lei sollecitata nel marzo 1940, quando André era in carcere per renitenza, con lo scopo di ottenere una sintesi delle sue attività di ricerca. Ma l’influenza dei Bourbaki fu determinante per Simone: si può dire che il loro programma fondato sulla trattazione assiomatica la ripugnasse. Fu probabilmente l’affettuosa rivalità con il fratello a spingerla a criticarne il metodo e gli obiettivi (venendo peraltro ricambiata da André, che la rimproverava di balzare spesso a conclusioni del tutto inesatte a partire dai pochi elementi che riusciva ad afferrare). I Bourbaki erano impegnati in una rigorosa riformulazione della matematica fondata sulla teoria degli insiemi, la teoria algebrica dei numeri e la teoria dei gruppi, il cui obiettivo era la pubblicazione di un’opera in fascicoli (gli Éléments de mathématique) che divenisse un punto di riferimento universitario. Il loro impegno intellettuale si basava sulla convinzione che «la verifica di un testo formalizzato non richiede che una attenzione meccanica», laddove in testi non formalizzati «si è esposti ad errori di ragionamento che rischiano, ad esempio, di causare un uso improprio dell’intuizione e dell’analogia».

Queste frasi, provenienti dalle prime righe degli Éléments de mathématique, includono almeno due parole-chiave che il lettore di Simone Weil ritroverà in buona parte dei suoi scritti: attenzione e analogia (e, secondariamente, anche meccanica e intuizione). L’attenzione meccanica che i Bourbaki consideravano un vantaggio della loro trattazione era, per Simone Weil, responsabile non solo dell’incomprensibilità dell’algebra moderna, ma addirittura causa dell’alienazione e dell’oppressione sociale. L’analogia disprezzata dai Bourbaki, al contrario, doveva essere posta al centro di una ridefinizione della scienza “a misura d’uomo”, al punto che Simone, in aperta contrapposizione al programma di André, arrivò a concepire la stesura di un libro di testo per le scuole dedicato all’insegnamento della scienza fondato sull’analogia. 

 

“Un progresso in un’altra dimensione più misteriosa”

L’attenzione non ha nulla di meccanico, secondo Simone Weil. Essa è anzi uno dei modi con cui si può accedere alla verità, alla profonda comprensione della natura delle cose. Quando recitava il Padre nostro, Weil si impegnava a metterci tutta l’attenzione possibile e, se si distraeva, ricominciava daccapo. Quell’attenzione le serviva per capire il significato profondo di ogni parola ed espressione. «Se con vera attenzione si cerca di risolvere un problema di geometria e in capo a un’ora si è al punto di partenza, in ogni minuto di quell’ora si è comunque compiuto un progresso in un’altra dimensione più misteriosa», scrisse in un abbozzo del 1942 intitolato Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio. Nulla poteva apparirle più abominevole della riduzione della matematica a un esercizio di attenzione meccanica, perché la matematica – e prima ancora la geometria – rappresentava per Simone Weil il primo e più puro metodo di connessione dello spirito all’universo. Per questo, alla porta della sua aula di filosofia al liceo femminile di Le Puy, ripropose il famoso motto che campeggiava all’ingresso dell’accademia platonica: “Non entri qui chi non è geometra”.

L’analogia è il modo con cui l’intelligenza umana fin dall’infanzia è portata a scoprire le verità della natura. «Ho sognato talvolta un libro di fisica per le scuole primarie in cui l’interpretazione dei fenomeni naturali sarebbe presentata esclusivamente sotto l’aspetto di analogie successive sempre più esatte e questo partendo dalla percezione intesa come uno stadio della conoscenza scientifica», scrisse in una lettera ad Alain. «Così per la luce si comincerebbe con la lista di tutti i casi in cui la luce si comporta come qualcosa di analogo ad un movimento, per passare quindi all’analogia con un movimento rettilineo, all’analogia con le onde…». In questo programma didattico, che condivise con una collega spiegandole l’interesse delle sue studentesse quando aveva proposto loro un corso (oggi diremmo extracurriculare) sulla storia della matematica, dovrebbero far parte anche gli esperimenti, in particolare la riproduzione degli esperimenti compiuti nel passato, così da legare la scoperta al metodo che l’ha prodotta. Insegnare la scienza attraverso il formalismo per depurarla dagli errori dell’analogia, come si proponevano i Bourbaki, è per Simone Weil una follia addirittura pericolosa, perché rischierebbe di spingere la scienza moderna in una crisi che potrebbe favorire l’ascesa delle dittature.

OSHUA WALLIS, PAESAGGIO CON PASTORE E GREGGE”, oggi all’asta da Pananti Casa d’Aste

“Dio è un perpetuo geometra – ma non un algebrista”

Che legame c’è tra queste due cose tanto apparentemente scollegate? Un primo indizio è nella riflessione che Weil conduce sulla cosiddetta “crisi degli incommensurabili”. Secondo la leggenda, i pitagorici erano entrati in crisi quando avevano scoperto l’incommensurabilità della diagonale del quadrato. Si osserva che la diagonale divide il quadrato in due triangoli rettangoli congruenti, di cui la diagonale d è l’ipotenusa e i due lati del quadrato (a e b) i cateti. Si ottiene dunque la misura della diagonale considerando che, applicando il teorema di Pitagora, = a² + b², ossia d = a²+b². Ipotizzando un quadrato di lato 1, la diagonale sarà la radice quadrata di 2: un numero irrazionale, che cioè non è né intero né un rapporto frazionario esatto, ma solo approssimato, tra due numeri. «Ciò che rende oltremodo originale la matematica greca è forse il fatto che non esiste l’approssimazione», sosteneva André Weil in una lettera a Simone. «Questo ha ucciso il numero a vantaggio del λόγος (è qui tutto il dramma della scoperta degli irrazionali) e ha mandato in rovina il pitagorismo per approdare a Platone e a Euclide». 

Simone non era dello stesso avviso. I pitagorici, secondo lei, non furono sconvolti dalla scoperta degli incommensurabili al punto da nasconderne la scoperta e uccidere coloro che ne conoscevano il segreto; piuttosto, ne furono entusiasti, perché ciò dimostrava che i rapporti tra le cose non sono esprimibili solo ed esclusivamente con i numeri. La diagonale del quadrato esiste, anche se non è esprimibile con un numero esatto che sia il rapporto tra due numeri. Questo rapporto «esige un esercizio dell’intelligenza che rispetto a quello richiesto da qualsivoglia relazione fra numeri è molto più puro e privo di qualsiasi soccorso dei sensi», replicò ad André. Il problema a suo giudizio sorse quando, volendo la società greca basare ogni rapporto sul numero, la scoperta degli incommensurabili portò Gorgia e i sofisti a mettere in discussione ogni cosa, sprofondando nel relativismo (“L’essere non esiste: se anche esistesse, non sarebbe conoscibile; se anche fosse conoscibile, non sarebbe dicibile né comunicabile ad altri”: un’affermazione, quella di Gorgia, che sembra sgorgare direttamente dalla crisi degli incommensurabili). Ciò avrebbe favorito l’ascesa della dittatura di Pericle e la perdita della libertà per i greci. 

Simone Weil intravedeva lo stesso rischio nell’epoca in cui scriveva, durante l’ascesa del nazismo e l’inizio del secondo conflitto mondiale. Il fatto che la matematica moderna fosse fondata sul numero, o meglio ancora sul simbolo, ossia sull’algebra, le appariva un problema: l’autentica scienza greca, quella di Talete, di Pitagora, di Platone e di Euclide, non era fondata sull’algebra, ma sulla geometria. Ciò in quanto le figure geometriche, essendo rappresentazioni della natura e dell’ordine dell’universo, avvicinano maggiormente gli uomini a Dio. Non solo: l’uso delle figure geometriche, facilitando le analogie, semplifica la comprensione della matematica soggiacente. Weil rimase stupita del fatto che le sue studentesse di Le Puy non conoscessero il legame tra calcolo infinitesimale e geometria. Ne concluse che il trionfo dell’algebra moderna avesse oscurato a tal punto la geometria, di cui originariamente era espressione, da far perdere alle persone comuni la cognizione del loro profondo collegamento. Si trattava, allora, di provare a ricostruirlo, attraverso un approccio didattico innovativo. Ad André scrisse: «Quanto a me, penso proprio che Dio, secondo la formula pitagorica, è un perpetuo geometra – ma non un algebrista». Simone pensava che per i pitagorici la geometria algebrica nascondesse concezioni religiose, e che «la religione segreta dei pitagorici doveva conformarsi alla geometria, non all’algebra». 

 

“Ciò che non si definisce tramite numeri continua a essere un rapporto”

In cosa consisteva questa “religione segreta”? Secondo la sua ipotesi, l’interesse profondo dei Greci per la proporzione dipendeva dal fatto che essi considerassero lo studio dei rapporti tra le cose (tra i numeri, ma prima ancora tra le forme, come nel caso dei triangoli e dei cerchi) un’analogia con il rapporto tra l’essere umano e il divino. Su questa base Simone Weil tentò di ricostruire l’intera storia della matematica greca, anche se non andrò oltre un breve abbozzo risalente probabilmente al 1942 (lo spedì da Casablanca, dove si era trasferita con la famiglia per sfuggire al nazismo prima di partire per l’America). 

I Greci avrebbero scoperto gli incommensurabili, prima ancora che attraverso il calcolo della diagonale del quadrato, osservando che non c’è media proporzionale tra due numeri di cui uno è il doppio dell’altro. Già la scoperta del triangolo rettangolo da parte di Pitagora poteva essere secondo lei partita dalla ricerca di una media proporzionale fra due quantità note, poiché due triangoli simili aventi due lati non omologhi uguali rappresentano una proporzione fra tre quantità a, b e c, dove c (il lato in comune ai due triangoli) è appunto la media proporzionale tra a e b (a / c = c / b). Anche la scoperta di Menecmo che il problema della duplicazione del cubo (un classico problema della matematica greca) poteva essere risolto attraverso l’intersezione di due parabole – che Simone Weil portava a esempio del fatto che i Greci conoscessero già la nozione di funzione – sarebbe riconducibile allo ricerca della media proporzionale tra una quantità fissa e una variabile: la media proporzionale x tra una quantità fissa a e una quantità variabile y deve infatti rispettare la relazione a / x = x / y da cui deriva l’equazione della parabola y = x2 / a.

Da ciò Simone Weil ricavava l’idea che la matematica greca avesse come obiettivo «stabilire un’identità di struttura fra la mente umana e l’universo», e che proprio questo fosse andato perso con lo sviluppo dell’algebra moderna. La scoperta degli incommensurabili non fece altro che dimostrare che questa identità esiste anche in termini di λόγοi άλογοi (logoi alogoi), rapporti incommensurabili, o “indicibili” o appunto “irrazionali” (se traduciamo λόγος con ragione, l’alfa privativo porta a questo significato; Simone traduceva variamente la parola λόγος nei suoi scritti a seconda del contesto, spesso con il significato di “rapporto” in considerazione proprio della sua accezione matematica; cfr. questo appunto dal terzo volume dei Quaderni: «L’unità si diffonde in indefinito per l’intermediario del rapporto [λόγος] come Dio nella creazione mediante il Verbo»). 

A suo dire, l’emozione della scoperta degli incommensurabili fu «gioia, e non angoscia», perché anziché essere stupiti dal fatto che vi fossero rapporti non definibili dai numeri, dovettero essere «intensamente felici nel vedere che anche ciò che non si definisce tramite numeri continua a essere un rapporto», poiché «dire che tutto è numero, in senso letterale, è una lampante stupidaggine». Per i pitagorici, i λόγοi άλογοi avrebbero rappresentato il rapporto solo a prima vista contraddittorio tra la distanza infinita e l’unità assoluta tra l’uomo e Dio: ecco perché, nei Greci, la matematica sarebbe stata, secondo Simone Weil, una “forma di mistica”. Ed ecco forse il perché dei tanti calcoli espunti dai curatori dei Quaderni, che avevano spesso a che fare con la ricerca della media proporzionale: un tentativo, forse, di seguire quella strada per entrare in contatto con Dio. 

 

“Una civiltà fondata sulla spiritualità del lavoro”

Tutto è rapporto, prima che numero. L’analogia, come spiega nelle Lezioni di filosofia (basate sugli appunti della sua allieva Anne Guérithault), è innanzitutto una “identità di rapporti”, non una somiglianza, come spesso erroneamente si pensa. È vero, scrive, che non c’è alcuna somiglianza materiale tra le onde in uno stagno e la luce, ma c’è un’analogia, grazie alla quale Hertz poté concludere che la luce è un fenomeno elettromagnetico. L’uso dell’analogia, dunque, non è solo utile alla didattica e alla divulgazione, per facilitare la comprensione della conoscenza scientifica alle persone comuni, ma è uno dei modi con cui è possibile acquisire nuova conoscenza. Attraverso l’analogia è possibile ricondurre il particolare al generale e arrivare a scoprire che fenomeni apparentemente diversi possono essere spiegati in modo analogo: un altro esempio è l’analogia con cui Newton, partendo dalla traiettoria di un proiettile, intuì che l’orbita della Luna è prodotta dall’attrazione gravitazionale della Terra. 

Secondo Simone Weil, ciò che distingue la scienza dei Greci dalla scienza moderna è proprio il ricorso all’analogia che il gruppo Bourbaki riteneva invece fuorviante. Il ragionamento per analogia, sostituito successivamente dal metodo deduttivo e dal momento induttivo, rappresenta «l’atto principale dell’intelletto nella conoscenza della natura». Quando invece si misurano separatamente dei dati senza conoscere il loro rapporto, ecco che entra in gioco l’algebra. Quando viene meno il rapporto tra le cose, tra le persone e le cose, tra le persone stesse e tra queste e Dio, quel che si verifica è lo sradicamento, al centro della riflessione degli ultimi testi weiliani, quelli composti a Londra nel 1943 prima della morte, molti dei quali confluiti nel Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano (testo noto con il titolo editoriale L’enracinement e, in Italia, La prima radice). 

Lo sradicamento della cultura, scrive Weil in questo testo, è probabilmente la forma più profonda della malattia dello sradicamento: ciò che si nota è che in tutti i campi del sapere «essendo state troncate le relazioni ogni cosa viene considerata come fine a se stessa». L’esempio che porta è quello del modo in cui si studia la geometria nelle scuole: privando la geometria della sua relazione con il mondo, gli studenti imparano solo a risolvere i problemi senza capirli, in modo automatico. Così avviene anche con gli operai che, non comprendendo la relazione della fisica con il mondo, non vedono nelle macchine che impiegano altro che una serie incessante di compiti da svolgere privi di senso: ciò produce sfinimento, alienazione e, appunto, sradicamento. Da qui l’obiettivo di una «civiltà fondata sulla spiritualità del lavoro», che per Weil rappresenterebbe «il grado più elevato di radicamento dell’uomo nell’universo».

 

“Io credo che la scienza stia entrando in una crisi”

La scelta di Simone Weil di un anno sabbatico dall’insegnamento per sperimentare direttamente la vita del lavoro in fabbrica, tra la fine del 1934 e la prima metà del ’35, aveva appunto l’obiettivo di verificare se le sue tesi sullo sradicamento operaio, già esposte nelle Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale (1934), rispondessero al vero. In opposizione alla teoria marxiana dell’alienazione, le cause ultime dell’alienazione del lavoro e dunque dell’oppressione sociale sono da rintracciarsi per Weil nelle derive della scienza moderna, nella sostituzione della relazione con il segno, del numero inteso come rappresentazione del legame tra la mente umana e la natura con il simbolo algebrico. 

L’algebrizzazione trova la sua conseguenza più deteriore nel macchinismo: le macchine, applicazioni tecniche della matematica, trasformate in strumenti incomprensibili agli esseri umani. Se i Greci non usarono la loro scienza per costruire macchine fu, secondo Weil, non perché non ne fossero in grado, essendo la loro matematica per molti versi – a suo dire – superiore alla nostra, ma perché intravidero i rischi dell’oppressione sociale prodotta dalle macchine nel momento in cui gli sviluppi tecnici della matematica, privati del loro significato prodotto, sono messi al servizio dei progetti di tirannide, come del resto dimostrò Archimede a Siracusa. Se avessimo prestato più attenzione a questa “lezione” dei Greci, avremmo impedito che l’algebrizzazione promuovesse una nuova stagione di relativismo estremo della scienza sulla cui base si è potuta costruire prima la civiltà delle macchine e poi l’oppressione dei regimi totalitari, in Germania come in Unione sovietica (ma le cui precondizioni si trovano in ogni paese industriale). Viceversa, come scriveva a uno studente già nel 1937, «io credo come lei che la scienza stia entrando in una crisi più grave di quella del V secolo e che, come allora, essa sia accompagnata da una crisi della morale e da un cedimento di fronte ai valori puramente politici, cioè davanti alla forza» 

Non si è data fino a oggi sufficiente attenzione a quanto queste riflessioni di Weil siano profetiche nei confronti della nostra epoca. È impossibile non notare il collegamento tra il dibattito odierno sugli algoritmi e le “datacrazie” che riducono gli esseri umani a numeri e dati, promuovendo nuove forme di oppressione sociale basate sull’opacità degli algoritmi stessi (la famosa black box da scardinare per capirne gli assunti e i bias politici della programmazione), e la teoria weiliana dell’alienazione fondata sulla deriva della matematica e della scienza moderna. «La scienza è un monopolio, non a causa dell’istruzione pubblica, ma per la sua stessa natura; i profani hanno accesso solo ai risultati, non ai metodi, cioè possono solo credere e non assimilare», scrive. 

Scopo della scienza moderna dovrebbe dunque essere quello di ridefinire le proporzioni tra le cose, a partire da quella tra l’essere umano e le macchine (perché è più urgente partire dal mondo del lavoro che da quello della scuola), per poi passare alla riscoperta della relazione tra matematica e geometria, tra simboli e numeri, tra questi e il mondo e tra lo spirito e l’universo. Una delle scoperte che fece nel suo anno in fabbrica fu che, appunto, gli operai non conoscessero lo scopo delle macchine che usavano. A loro importava esclusivamente di capire il modo migliore per assemblare i pezzi più velocemente, senza alcun interesse né per lo scopo di quei pezzi né per il funzionamento della macchina, che invece avrebbe potuto essere migliorata per semplificare il lavoro, dal momento che chi progetta le macchine non ha spesso presente le esigenze reali di chi le usa (un concetto non molto diverso da quello della distanza del programmatore dalle esigenze dell’utente finale di un programma). A questo scopo Simone acquistò diversi libri di disegno industriale per capire come le macchine sono progettate (un esempio da imitare negli attuali  ragionamenti sulla “dittatura degli algoritmi”, per l’importanza di capire come sono progettate le macchine su cui oggi si fonda la società digitale). 

 

“Sostituire le cose che sentiamo con cose che comprendiamo”

Ciò che non si può rendere comprensibile a chiunque, può diventare strumento di oppressione sociale: dalle macchine industriali alla teoria algebrica dei numeri. Ecco perché il sogno di quanti credono che in futuro sarà possibile sostituire definitivamente il lavoro umano con le macchine “intelligenti” è destinato a fallire, secondo Weil, perlomeno per quanto riguarda la speranza che liberando gli esseri umani dal lavoro sarà possibile liberarli tout court: perché fintanto che il funzionamento delle macchine non sarà alla portata di tutti, sarà sempre possibile per una ristretta cerchia di “iniziati” utilizzarle per i propri fini, i quali facilmente divergeranno dal bene comune; e le stesse macchine, se rese davvero intelligenti e autonome dagli umani, potranno perseguire finalità diverse dalla nostre, che analogamente divergeranno da ciò che consideriamo bene comune. Se lasceremo che l’obiettivo di accrescere il rendimento del lavoro attraverso le macchine vada di pari passo con una struttura sociale fondata sul «rovesciamento tra il mezzo e il fine», allora ci ritroveremo davanti «al singolare spettacolo di macchine nelle quali il metodo si è così perfettamente cristallizzato in metallo da dare l’impressione che siano esse a pensare, mentre gli uomini addetti al loro servizio sono ridotto allo stato di automi», scrisse nelle Riflessioni

Cosa possiamo fare per evitare questo scenario? La tesi di abilitazione di Simone Weil, dedicata alla scienza di Cartesio, già indicava una direzione. Weil difendeva l’obiettivo della fisica cartesiana di «sostituire le cose che sentiamo con cose che comprendiamo». Con Cartesio, la fisica era ancora comprensibile a livello geometrico e non sostituita esclusivamente dall’algebra, come accadrà con l’introduzione del calcolo infinitesimale. La fisica cartesiana dimostra dunque che è possibile ridefinire la fisica in termini di relazioni con il mondo, di analogie comprensibili a chiunque con la dovuta attenzione

Dagli scritti sulla fisica quantistica, basati sulle letture di testi di Louis de Broglie e Max Planck, risulta che Simone Weil non avesse una piena comprensione del significato della rivoluzione quantistica, cosa di cui anche il fratello André la rimproverava. Però di sicuro riconobbe l’importanza di renderla comprensibile a tutti. Se la fisica classica può essere spiegata con esperimenti facilmente ripetibili, la fisica quantistica dev’essere resa comprensibile traducendo il linguaggio algebrico in un linguaggio alla portata di tutti. Un’idea che non convinceva André così come non convince oggi molti fisici teorici e matematici, secondo i quali la fisica contemporanea è comprensibile solo attraverso la matematica. Ma per lei si trattava di una necessità. «Anche avendo studiato vent’anni i libri degli scienziati, quando non si è uno scienziato di professione, si è un profano nei riguardi della scienza e le opinioni dei profani non hanno alcun credito nel villaggio [della comunità scientifica], nessuno vi presta la minima attenzione se non per prendere a prestito talvolta qualche formula che piace e che lusinga. Un lettore colto, un artista, un filosofo, un contadino, un polinesiano sono tutti sullo stesso piano, cioè assolutamente estranei alla scienza e gli scienziati stessi sono estranei a tutte le specializzazioni che non siano la loro», scrisse nel suo saggio L’avvenire della scienza (1941). 

Le appariva chiarissimo, alla luce del suo pensiero, il rischio insito in un simile elitarismo, in questa divisione del sapere in compartimenti stagni incomunicabili tra loro: la scomparsa della verità e la sua sostituzione con l’utilità. Dalla scienza, ciascuno prende oggi solo ciò che è utile. I fondamenti di una scienza nuova (così s’intitola un suo abbozzo incompiuto) dovrebbero invece avere per obiettivo quello di restituire alla scienza il suo ruolo di strumento per il disvelamento della verità. L’operaio che usa la macchina dovrebbe sempre riuscire a ricostruire il funzionamento della macchina, le leggi fisiche che lo regolano, il metodo che ne è espressione. Lo studente che risolve una divisione dovrebbe sempre tenere a mente i teoremi che regolano quest’operazione, al di là dei mezzi impiegati per risolverla. Alla fine si dovrebbe riuscire a cogliere, soltanto osservando un cerchio, l’insieme delle leggi matematiche sottese. La tecnica dovrà allora essere perfezionata non per massimizzare l’utile, ossia il rendimento, ma per renderla «più cosciente e più metodica»: in tal modo il miglioramento del rendimento verrà da sé, in base a quel principio evangelico “cercate innanzitutto il regno dei cieli e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù”.  

Perché, in conclusione, per la filosofa anche la verità del Vangelo è scientificamente esatta e non ha senso parlare di miracoli e di soprannaturale: la provvidenza divina non è un arbitrio o un capriccio, secondo Simone Weil, ma il principio ordinatore dell’universo, ciò che definisce i rapporti, le relazioni tra le parti che lo compongono. L’intera scienza greca potrebbe essersi sviluppata a partire dall’idea di incarnazione, rappresentata dalla media proporzionale. Questa era l’idea che permetteva a Simone Weil di trasformare la scienza in mistica. Alla forza, che sembra essere la legge che domina il mondo di quaggiù, si contrappone la grazia, che è la legge del regno dei cieli. La frase che Archimede pronunciò scoprendo il principio della leva (“Dammi un punto d’appoggio e solleverò il mondo”) nasconde, in nuce, la Croce, punto d’intersezione «del mondo e di ciò che non è il mondo»: il punto d’appoggio (ma anche il rapporto, ossia il λόγος) attraverso il quale è possibile compiere il lavoro. Il principio della leva è che a un movimento discendente corrisponde un movimento ascendente. Così, la grazia di Dio consente la salvezza degli uomini. La prossima volta che usate una leva, metteteci attenzione.


Roberto Paura (1986) è giornalista e saggista specializzato in comunicazione della scienza. Collabora o ha collaborato con Delos, EsquireFanpageIl TascabileMotherboardNOTQuery. È direttore della rivista Futuri e vicedirettore di Quaderni d’altri tempi. È dottore di ricerca in comunicazione della fisica all’Università di Perugia. Ha pubblicato finora cinque libri.

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5 comments on “Come l’algebra ha rovinato la società secondo Simone Weil

  1. paolo campogalliani

    Mi riprometto di leggerlo prestissimo, sono professore associato di Storia della scienza, ora a riposo, ma sempre attivo. Sono un fisico del Dipartimento di Fisica di Padova, brevemente, è in corso di pubblicazione un mio volume preso la Franco Angeli, di natura storico epistemologica, che vorrei col titolo “La scienza aperta”.
    Ho sempre lottato per una scienza diversa, “umanizzante”, e qui chiudo.
    Forse l’articolo si connette, non lo so, sono al pc e solo ho dato un’occhiata velocissima.

  2. Mauro Bottini

    Articolo interessantissimo , valido e chiaro. Viva l analogia!

  3. Molto interessante!

  4. Noemi Sanches

    Bellissimo Roberto, vedo che sei proprio entrato nel pensiero della Weil. Solo due precisazioni. Dici “tutto è rapporto prima che numero”. Weil non ha fatto mai questa distinzione. Logos e arithmos sono sinonimi per lei. Poi dici “non ha senso parlare di soprannaturale”. Tutt’altro. Non solo ha senso, ma si DEVE, perché è il fondamento del naturale e soprattutto nei suoi ultimi scritti è chiaro che lo scopo ultimo dell’uomo è quello della soprannaturalizzazione del naturale, o come aveva già scritto nel 1934: “l’unione dello spirito con l’unione”. Ti è mancato anche accennare che per Weil la scoperta degli incommensurabili equivale a una rivelazione profetica dell’Incarnazione. I pitagorici lo sapevano, per quello avevano ucciso poi un bue grasso come ringraziamento agli dei. Per ultimo, non solo le scienze moderne dovevano ricuperare il loro senso originario, ma anche le scienze sociali e altre dovevano avere un metodo preciso e rigoroso come quello della “matematica superiore”, cioè, enunciare e ristabilire dei rapporti esistenti nei diversi livelli dell’esistenza, fino ad arrivare a quell’armonia (unità dei contrari) superiore e originaria: La Trinità… Ecco. Grazie ancora, bellissimo articolo di un aspetto assolutamente caro a Weil. Cari saluti da una weiliana.

  5. ottimo articolo!
    Maria

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