Come una casa dà forma a chi la abita

Per circa quattro secoli, l’architettura ha trasformato lo spazio abitativo in un costrutto sempre più specializzato e tipologicamente definito, dove ogni spazio è precisato in modo da individuare ogni membro della famiglia e il suo ruolo.


IN COPERTINA: Ottone Rosai, Riposo di operai (1952) Asta Pananti online

Questo saggio è estratto da Disagiotopia. Ringraziamo D Editore per la gentile concessione.


di Pier Vittorio Aureli e Maria Shéhérazade Giudici

La casa come specifico modo di abitare ha in parte origine da un desiderio di stabilità. A differenza di altre specie animali, l’animale umano è privo di istinti specializzati ed è dunque costantemente sradicato dal suo ambiente. Come sottolinea Paolo Virno, gli umani sono soggetti a un sovraccarico sensoriale che spesso compromette l’autoconservazione. Se c’è un carattere fondamentale dell’animale umano, questo è la sensazione di non essere a casa. Per questa ragione, possiamo sostenere che l’invenzione della casa come apparato architettonico è motivato non solo dal bisogno di protezione da un territorio ostile, ma anche da un desiderio di rendere stabile e dare una forma rituale alla vita. Un rituale si compone di una serie di azioni eseguite in base a un ordine prescritto, e la sua funzione è dare un orientamento e una continuità che permettano ai modelli di comportamento di essere stabiliti e preservati.

Se nella forma di vita non-sedentaria vivere significava affrontare condizioni ambientali precarie, la casa sembrò offrire un modo per cristallizzare una routine contro l’imprevedibilità cronica dell’esistenza. Per questa ragione, le prime forme di abitazione sedentarie erano anche templi dove gli umani e gli dei avrebbero dovuto convivere.

La ritualizzazione della vita unì l’esistenza materiale e la trascendenza spirituale nello stesso luogo, rendendo le prime forme di spazio domestico un punto fermo all’interno dell’indefinito spazio dell’ambiente naturale. Una volta divenuta luogo stabile, la casa fu anche il luogo di sepoltura dei suoi abitanti. Questa pratica dimostrava un desiderio nei confronti dei diritti di occupazione del suolo e della riproduzione delle relazioni sociali attraverso le generazioni.

In quanto tempio per la ritualizzazione della vita, la casa diventa inevitabilmente un modo di occupare e affermare la proprietà di un luogo, nonché lo spazio di cura dei suoi abitanti. L’archeologo David Wengrow, nel suo saggio The Changing Face of Clay, sostiene che la produzione e l’uso ritualizzato di queste statuette «forniva un linguaggio performativo di negoziazione in cui le transazioni potevano avere luogo». Le statuette rappresentano esseri umani, animali e una serie di figure geometriche, ma per lo più raffigurano donne con ventri sporgenti che enfatizzano lo stato di gravidanza. In mancanza di un’autorità centralizzata, le comunità primitive disegnano su queste statuette di argilla al fine di dare peso ai diritti di proprietà e ai procedimenti contrattuali. Secondo l’interpretazione di Wengrow, è possibile associare la produzione di queste statuette con la divisione di genere del lavoro, per mezzo della quale le donne diventavano strumenti di produzione e riproduzione e, come tali, scambiabili come animali o altri beni necessari per il mantenimento della vita.

Modello ipotetico di una casa tripartita del periodo tardo Ubaide (5000-4300 a.C.). Pianta ridisegnata da David Wengrow, “‘The Changing Face of Clay’: Continuity and Change in the Transition from Village to Urban Life in the Near East”, Antiquity 72, no. 278 (Dic 1998)

L’organizzazione delle prime case rifletteva questa divisione di genere del lavoro mediante la separazione degli spazi destinati a produzione e riproduzione da quelli destinati all’ospitalità e ai depositi, come si può notare nelle strutture rettangolari e circolari ritrovate nella Valle di Balikh, nel nord della Siria. Resti archeologici indicano che gli edifici circolari erano usati per la preparazione del cibo e per la tessitura, mentre gli edifici rettangolari servivano a immagazzinare beni e statuette di argilla, stabilendo un regno politico ed economico separato da quello delle donne. All’interno di questa organizzazione domestica, le donne erano confinate alle attività produttive e riproduttive mentre gli uomini gestivano le risorse ed erano impegnati nel commercio e nei riti dell’ospitalità.

Come suggerisce Wengrow, la segregazione degli ambiti domestici dimostrava che il focolare non aveva più il ruolo di spazio di produzione condiviso, di scambio e di rituale;

vediamo invece un processo di scissione in cui gli spazi circoscritti, simbolicamente elaborati al fine di riflettere le differenti funzioni economiche di uomini e donne, fornivano diversi ambiti per la messa in scena di attività percepite come socialmente non commisurate

Nelle abitazioni più tarde, gli spazi domestici erano segregati internamente sulla base del genere, come illustrato da Wengrow nel diagramma di una tipica casa tripartita del tardo periodo Ubaid (5.000-4.300 aC). In questo caso lo spazio di rappresentanza della casa, destinato al rito e all’ospitalità, occupa la stanza centrale e definisce due poli separati dello spazio domestico: lo spazio femminile per la preparazione del cibo, la tessitura e la cura della prole, e lo spazio maschile per l’immagazzinaggio dei beni e l’amministrazione della casa. Questo modello tripartito è una forma archetipica in cui l’aggregazione di più stanze divide e allo stesso tempo unisce differenti funzioni della casa dentro a una logica gerarchica. In questo senso, tale suddivisione anticipa il ruolo di rappresentanza della casa come luogo di dominio e di ospitalità a scapito delle sue funzioni riproduttive, tenute nascoste e sminuite.

Lavoro

In Vita activa, Hannah Arendt distingue tre sfere della vita umana: lavoro riproduttivo, lavoro produttivo (opera) e azione politica. Mentre il lavoro riproduttivo ha a che fare con la riproduzione biologica delle specie (cucinare, mangiare, dormire, prendersi cura dello spazio della casa), il lavoro produttivo genera oggetti che possono sopravvivere alla durata della vita di un essere umano. Nell’antichità, più il lavoro produttivo era indipendente dalla mera sopravvivenza, più esso era considerato degno di considerazione. L’azione politica, al contrario, concerne il significato dell’esistenza indipendentemente dal lavoro e dalle necessità della vita. Per la Arendt, la differenza tra esistenza e vita può essere descritta come la differenza tra bios e zoe. Il primo si riferisce alla vita umana come individuale, limitata, senziente e politica, mentre il secondo denota la nuda vita animale. Per questa ragione, secondo l’autrice, la sfera politica dovrebbe essere autonoma dalle necessità della vita terrena e riguardare soltanto l’imprevisto e la possibilità di un cambiamento radicale. La Arendt impostò questa suddivisione della condizione umana sulla falsariga della polis greca, in particolare come descritta ne La politica di Aristotele. Sia per Aristotele che per Arendt, la politica dovrebbe essere indipendente dal lavoro, dall’onere della riproduzione. Questo si riflette nella struttura della polis greca, la quale applica una separazione tra lo spazio privato della casa e gli spazi condivisi della città. Mentre la casa è lo spazio della produzione e della riproduzione, l’agorà è lo spazio della vita politica liberata dalle suddette necessità.

La casa è dunque l’oikos, lo spazio dell’oikonomia, della gestione della famiglia. La casa si compone di tre tipi di relazioni: la relazione dispotica tra padrone e schiavo, la relazione coniugale tra marito e moglie e la relazione parentale tra genitore e figlio. Per Aristotele, la relazione distintiva dell’oikos è la prima di queste, nella quale lo scopo dello schiavo è di rispondere al comando del padrone. Aristotele definisce le attività di lavoro domestico come quelle mediante le quali «l’uso che si fa degli schiavi difficilmente differisce da quello che si fa degli animali domestici: entrambi aiutano mediante i loro corpi a provvedere ai nostri bisogni essenziali».

Siccome la condizione del lavoro riproduttivo riguarda sia l’uomo sia l’animale, essa è l’attività meno distintamente umana e quindi la più generica. La sfera del lavoro riproduttivo è indirizzata a ciò che è più essenziale nei corpi viventi di uomini e animali al fine di reclutare questi corpi nei processi di produzione. Nello spazio circoscritto della casa, questa forma di produzione è il mantenimento delle vite dei suoi abitanti. Seguendo questo ragionamento, risulta chiaro che l’emancipazione della politica dalla necessità del lavoro riproduttivo è, se non impossibile, di certo più semplice da enunciare che da mettere in pratica.

Per poter partecipare alla vita politica, i cittadini necessitano di un oikos per la gestione della sussistenza e della riproduzione. Pertanto, l’economia è il prerequisito per la politica. Ciò si riflette nei primi due capitoli de La politica di Aristotele, dedicati all’oikos e ai bisogni vitali.

Riproduzione e mantenimento della vita biologica sono dunque le fondamenta della vita politica, eppure fin dall’antichità sono stati nascosti nello spazio dell’oikos, escluso dalla visibilità pubblica della vita politica. Questo è riflesso nell’architettura di molte case antiche, in particolare quelle dell’antica Grecia, il cui principale dato spaziale è lo sviluppo della corte interna. Lo spazio più importante è infatti il cortile, un luogo in cui raccogliere gli elementi essenziali alla sussistenza – perciò munito di vasche per l’acqua piovana, pozzi o cisterne – e soprattutto luogo di circolazione. Il cortile è il fulcro di una struttura radiale, e dà accesso a tutti gli spazi compresi nell’unità domestica. Esso è anche il cuore dell’oikonomia, poiché organizza la distribuzione e il funzionamento della casa. Inoltre, l’abitazione dell’antica Grecia è una casa a corte con un solo ingresso, e ciò comprova che il cortile non è solo uno spazio di circolazione ma anche di sorveglianza.

Nell’antica polis greca, sia la cittadinanza sia il diritto alla proprietà domestica erano basati sull’appartenenza etnica e sul genere: solo gli uomini nativi della città stato di cui erano abitanti potevano essere considerati cittadini, e ciò offriva loro il diritto di possedere beni immobili come case e terra da coltivare. La conservazione dell’identità etnica era quindi legata al diritto di proprietà, e per questo motivo la sorveglianza all’interno della casa era cruciale. La più grande preoccupazione del cittadino/proprietario era il possibile contatto tra gruppi di maschi non imparentati e gruppi di femmine imparentate, dato che tale contatto avrebbe potuto compromettere l’integrità del patrimonio familiare nonché il diritto a possedere l’edificio abitato. Questa era una preoccupazione particolarmente sentita per i proprietari che affittavano parte delle proprietà, pratica comune nelle antiche città greche in cui la popolazione straniera era molto numerosa.

La casa funzionava come una macchina distributiva utile ad organizzare non solo la vita stessa ma anche l’integrità della proprietà, e pertanto il contatto tra gli abitanti. È in casi come questi che si riscontra l’origine dell’idea di privacy come condizione dell’abitazione. La privacy non è solo l’isolamento dei membri della casa dal mondo esterno ma anche la salvaguardia dell’abitazione come proprietà economica fondamentale radicata nella sfera interna della famiglia. I resti delle case dell’antica città greca di Olinto illustrano la divisione dello spazio domestico ordinario nell’antica polis greca in due spazi funzionalmente definiti: l’oecus, il nucleo dei “servizi” della casa che comprende una cucina attrezzata al centro, e l’andron, uno spazio riservato esclusivamente agli uomini, all’ospitalità e ai banchetti, considerato lo spazio di maggior prestigio della casa.

Pianta di una casa a Olinto, in Grecia, ca. 450 a.C. La stanza nell’angolo in alto a sinistra è l’Andron, o sala di ricevimento. L’angolo in alto a destra è occupato dal complesso oikos, composto da tre sale dotate di camino, pozzo e attrezzatura da cucina.

L’oecus e l’andron erano dunque i due poli dell’antico spazio domestico: lo spazio nascosto di sussistenza e riproduzione, e lo spazio aperto destinato all’ospitalità e alla rappresentanza. La relazione tra queste stanze era filtrata da spazi mediatori come portici e stanze di passaggio. L’uso di questi spazi intermedi come cuscinetti tra le differenti stanze dimostra un’attenzione nel distribuire l’oikos in modo da connettere e al tempo stesso separare i diversi spazi della casa in modo da definire in modo inequivocabile il carattere di genere degli spazi. Nel suo libro Oeconomicus, Senofonte afferma che la misura dell’utilità di una casa è la sua organizzazione planimetrica, la sintassi attraverso cui le varie stanze sono assemblate in un insieme logico ed efficiente. Senofonte paragona l’amministrazione della casa a una danza regolata da una coreografia attentamente orchestrata. La casa deve stabilire le condizioni di perfetta armonia mediante l’assenza di attriti nella convivenza.

La stretta interdipendenza dell’oikos e della polis greca si rifletteva nel modo in cui le case erano costruite. Come le mura cittadine, le case erano un’impresa comune condivisa dai cittadini. Sebbene la costruzione in sé fosse organizzata mediante rapporti di parentela e affinità sociali, il costo dei materiali era spesso coperto dalle tasse imposte ai ceti benestanti. I muri esterni delle case, considerati parte dello spazio pubblico, erano raramente bucati da finestre. Come nota l’archeologo Bradley A. Ault, la casa dell’antica Grecia è in questo senso un paradosso, in quanto regno autosufficiente che racchiude la famiglia nel suo spazio privato e, allo stesso tempo, rappresentazione di un aspetto essenziale dell’organizzazione della polis con i suoi muri esterni.

L’istituzione della polis dunque presuppone l’oikos; la politica è una funzione della riproduzione. Nella casa, tuttavia, la politica è sospesa e resa insignificante dal bisogno di riproduzione e di nutrimento vitale. Per questa ragione i greci antichi, non malgrado ma proprio a causa della sofisticazione del loro pensiero, accettavano la schiavitù come un modo per assicurare a una minoranza della popolazione la bios politikos, che era l’unica vita ritenuta significativa.

Pianta della cosiddetta Casa del poeta tragico, Pompei, ca. 79 CE. La stanza al centro della casa, tra l’atrio d’ingresso e il giardino peristilio sul retro, è il tablinum, lo spazio del pater familias.

Domestico

È indicativo il fatto che identifichiamo lo spazio della casa come “domestico” ma raramente ci interroghiamo sul significato di domesticità. La parola domestico proviene da domus, la cui radice greca demo significa “costruire”. Ma mentre queste origini possono sembrare neutrali, la stessa radice dà origine a parole che denotano un controllo potenzialmente violento, in primo luogo il dominus, “il padrone di casa”, e le sue varie declinazioni: dominazione, dominio, e così via. Essenzialmente, la sfera domestica si riferisce a un insieme di relazioni di potere che costituiscono una specifica gerarchia. In uno spazio domestico c’è sempre un capofamiglia proprietario. Lo spazio domestico si organizza dunque intorno a un vettore di comando che implica una relazione subalterna al potere. Tale relazione subalterna è naturalizzata come una necessità nel concetto stesso di famiglia. Famiglia proviene dalla parola latina familia, che descrive una congregazione di schiavi e parenti capeggiati da un paterfamilias. Come tale, la famiglia non è un’unità semplicemente biologica o affettiva, bensì un costrutto economico e giuridico il cui obiettivo è di garantire sia la riproduzione della popolazione sia l’ordine generale della società. Potremmo spingerci fino al punto di affermare che la nostra concezione occidentale contemporanea della famiglia è stata istituita dalla legge romana, che si basava principalmente sul paterfamilias e sul suo rapporto con i suoi subordinati e la sua proprietà. La casa era intesa non solo come lo spazio di riproduzione ma anche come l’incarnazione ideologica della famiglia come proprietà, un’istituzione globale governata dal capofamiglia come un re governerebbe uno Stato. La casa romana assorbiva la distinzione tra spazio pubblico e privato diventando un microcosmo della città che in certe occasioni ospitava interazioni pubbliche. Scrivendo sulle case d’élite, Vitruvio raccomandava i peristili, le biblioteche e le basiliche come un modo per offrire sistemazioni adeguate alle riunioni pubbliche. Naturalmente, questa idea di domesticità era applicabile solo alle famiglie che potevano permettersi una casa di notevoli dimensioni, tuttavia il loro esempio era emulato su scala ridotta dal resto della società non appena acquisiva i mezzi sufficienti per acquistare qualcosa di più di un piccolo appartamento in un blocco residenziale, o insula.

Come riscontrato da Shelley Hales, l’architettura forniva alla famiglia romana una serie di dispositivi che formalizzavano e rendevano esplicita l’ideologia della domesticità nella comunicazione e nell’azione. Mentre la casa dell’antica Grecia era un insieme autosufficiente organizzato intorno alla corte e isolato dallo spazio della polis, la casa romana era spesso organizzata lungo un asse principale che collegava l’entrata, l’atrio e il peristilio. Le porte della casa non solo restavano spesso aperte sulla strada, ma la sequenza assiale di atrio e peristilio assomigliava a un foro aperto al pubblico. Una posizione visivamente dominante sull’asse è occupata dal tablinum. Prima dell’introduzione del peristilio, il tablinum, stanza da letto principale e sede del letto matrimoniale, era la stanza più importante della casa, successivamente mutata in ufficio dove il capofamiglia conservava i documenti di famiglia. Mentre la composizione assiale della casa celebrava l’autorità del paterfamilias, esattamente come lo spazio cerimoniale della basilica celebrava l’autorità dell’imperatore, gli spazi che affiancavano questo asse erano disposti più liberamente per riempire l’area all’interno dei confini della proprietà. Gli spazi di servizio come la cucina erano spostati lontano dall’asse centrale, e l’uso delle stanze poteva essere adattato per accogliere eventuali bisogni imprevisti della famiglia. Le stanze erano definite dal loro utilizzo più che dal loro spazio. La sovrabbondanza di piccoli vestiboli, cubicoli e triclini che circondavano l’atrio e il peristilio suggeriscono che nella casa romana la distinzione dello spazio sulla base del genere era molto più rilassata che nell’antica casa greca. Gli schiavi romani, inoltre, non erano segregati spazialmente dai loro padroni; da quando diventavano parte della familia, il loro posto era ovunque. Questa fluidità nell’organizzazione dello spazio domestico riflette la fluidità della famiglia romana, il cui unico limite definito era l’idea di famiglia come proprietà privata. In quanto tale, i concetti di domesticità e famiglia erano definiti non autonomamente ma dalla legge, in particolare da quelle leggi che distinguevano res publica da res privata.

Lo studioso di diritto romano Yan Thomas sostiene che l’inclusione delle cose all’interno del dominio della legge, e quindi la loro trasformazione in processo (o business, come diremmo oggi), ha le sue origini nella designazione delle cose sacre come res publica. Le cose sacre erano offerte agli dei e, conseguentemente, non potevano essere commercializzate. L’istituzione di una res publica che in quanto cosa non commercializzabile scaturisce dalla res sacra necessariamente creò le condizioni per una res privata in cui ogni cosa era invece scambiabile. Questo implicava che le strategie legali romane di esclusione e inclusione definissero le cose a seconda che fosse possibile scambiarle o meno. Che siano res publica o res privata, quando le cose arrivano ad avere un valore di scambio, esse possono solamente essere intese come una transazione tra soggetti diversi. Una volta che le cose rientrano nel dominio della legge diventano oggetti, il cui scopo non è più semplicemente il loro uso ma piuttosto il loro potenziale commerciale: cose come proprietà. Considerato che la famiglia era dunque definita più dalla legge che non dall’eredità biologica o dalla parentela, un paterfamilias era legalmente autorizzato ad adottare persone adulte nella famiglia o a cambiare lo status dei membri della famiglia al fine di assicurare le condizioni economiche migliori per la sua proprietà. Il valore economico è un’astrazione legale nella misura in cui considera le persone o le cose non per le loro qualità intrinseche, ma per il loro valore di scambio, costrutto che di per sé non necessariamente corrisponde alla realtà.

Thomas definisce questa capacità della legge romana di costruire concetti non legati alla realtà materiale fictio legis, la finzione della legge. Questa finzione si può applicare sia al valore delle cose – dove, per esempio, una casa non è più definita dal suo uso concreto ma piuttosto dal suo potenziale commerciale – sia alle relazioni umane ospitate all’interno della casa. In questo modo, la casa diventa un dispositivo simbolico le cui principali funzioni includono non solo l’alloggio delle persone ma anche la rappresentazione del loro status nella società. L’idea di proprietà dell’abitazione trova una delle sue più potenti manifestazioni nell’archetipo della villa come microcosmo completamente separato dal resto della società. La villa esprime non solo l’idea pastorale e idilliaca della famiglia ma anche l’appropriazione di terre come atto primario della domesticità. La domesticità è quindi non solo potere sui subalterni ma anche sullo spazio e sulle terre in cui questo potere è realizzato. L’architettura della casa è dunque, più di ogni altra cosa, una finzione la cui manipolazione della realtà corrisponde al modo in cui la legge manipola la realtà.

La fictio legis rese semplice per i romani acquisire, attraverso un atto legale, i ruoli famigliari che oggi consideriamo strettamente naturali: i titoli di padre, madre, figlio, o erede non avevano nulla a che vedere con la biologia e tutto a che vedere con la logica di conservazione della proprietà, e quindi dell’ordine, della casa. Quando parliamo di spazio domestico, non stiamo semplicemente parlando di uno spazio di intimità e rifugio affettivo, ma anche di una sfera guidata dalle condizioni economiche che compromette radicalmente la possibilità di autonomia individuale e collettiva, di una fuga dalle regole che strutturano la società.

Separazione

La condizione di proprietà della casa come la conosciamo oggi fu consolidata in Europa durante la lenta transizione dal Medioevo al Rinascimento. Quando una nuova classe mercantile urbana sorse nel XIII e XIV secolo, strutture di proprietà complesse iniziarono a modellare lo sviluppo delle città. Tuttavia, solo nel XV secolo, come testimoniano gli scritti di Leon Battista Alberti, l’organizzazione dello spazio domestico divenne progetto architettonico. Alberti sostiene che una coppia benestante debba avere due camere da letto separate, in quanto la camera da letto non era solo uno spazio dedicato al riposo e al sesso, ma anche l’epicentro di varie altre attività, dall’educazione dei figli agli affari. Le due stanze dovrebbero essere unite da un passaggio privato per permettere alle coppie di godersi la propria intimità – una soluzione infatti visibile nei palazzi fiorentini del tempo, incluso il Palazzo Corsi di Giuliano da Sangallo completato nel 1489. Alberti non suggerì mai che fosse necessario un architetto per disporre una planimetria adeguata, ma il suo lavoro – e la sua insistenza sul fatto che ruoli e comportamenti specifici debbano essere applicati all’interno della casa e che le diverse stanze debbano essere definite dal loro uso – indica un cambiamento di atteggiamento rispetto ai romani.

Non è una coincidenza che l’urgenza di gestire e compartimentare la vita all’interno della casa sia sorta precisamente nel momento in cui la caduta del sistema feudale e la nascita del lavoro salariato stavano profondamente trasformando il panorama economico europeo. Marx descrive questa dinamica come “accumulazione originaria”, la costruzione sistematica di una classe deprivata del controllo dei mezzi di produzione attraverso il furto e la violenza istituzionalizzati. Questa violenza era perpetrata confinando i beni comuni, privatizzando le risorse e spingendo i nullatenenti verso centri urbani dove avrebbero avuto solo la loro forza lavoro da vendere. Molto meno discusso è il modo in cui l’accumulazione originaria si è verificata all’interno della sfera famigliare, ridefinendo il ruolo della donna come non-produttivo, allontanandola da ogni controllo sull’economia della propria esistenza, e costruendo una forma legalmente accettabile di schiavitù. Ciò non significa che forme di relazioni di potere asimmetriche non fossero già esistite, sia all’interno del regno domestico sia fuori da esso, ma solo in questo momento storico tali asimmetrie furono formalizzate. Marx sostiene che questa dinamica abbia generato la massa critica necessaria per la creazione di un sistema capitalistico. Eppure, come è stato notato da teorici politici come Silvia Federici, Massimo De Angelis e Maria Mies, se questa dinamica è iniziata in un momento specifico nel tempo, non è tuttavia mai finita. Specialmente per Mies, l’accumulazione originaria è un processo ancora in corso ed essenziale per la sopravvivenza del capitalismo.

In questo contesto, l’architettura gioca un ruolo cruciale, perché l’asimmetria economica ha bisogno non solo di essere imposta e organizzata – ad esempio, relegando le donne nelle cucine ed escludendole dalle botteghe – ma anche e soprattutto naturalizzata. Alberti tenta di proporre una divisione “naturale” e “razionale” dei compiti che deve essere considerata come accettata, addirittura desiderata, da tutte le parti. Dalla capanna del contadino al palazzo del sovrano, la casa diventa un terreno di accumulazione originaria in cui lo sfruttamento sistematico dei servitori salariati e delle mogli non retribuite deve essere gestito nonché messo in scena, rappresentato e in seguito celebrato come “lavoro d’amore”. È sotto la pressione di queste condizioni che la casa diventa l’oggetto del progetto di architettura.

Forse la prima traccia esistente di un interesse influente da parte di un architetto in merito al progetto domestico è il lavoro di Sebastiano Serlio. Parzialmente pubblicata a metà del XV secolo, la ricerca di Serlio sul progetto delle abitazioni segna l’inizio di un processo che mutò l’interno della casa da prodotto informale a macchina altamente coreografica. Il trattato inedito di Serlio Delle habitationi di tutti li gradi degli homini è interamente dedicato all’architettura residenziale e dettaglia decine di soluzioni di case per vari tipi di utenti, dal contadino al principe. L’ampiezza di questo spettro sociale è sorprendente dal momento che all’epoca nessuna abitazione, nemmeno la più grande e costosa, era progettata da architetti, tranne che per la facciata. Eppure, quando l’articolazione della pianta della casa divenne un aspetto importante, fu in qualche modo immediatamente chiaro a Serlio che il progetto dello spazio domestico non era solo un lusso per le classi agiate ma anche una necessità per tutta la società.

È plausibile che Serlio abbia proposto un progetto sull’abitazione perché una delle più grandi preoccupazioni dei governi del XV secolo era la crescita della popolazione lavoratrice. La casa divenne un progetto di alloggio di tutte le classi e di rafforzamento delle differenze di classe, il fine ultimo del quale non era semplicemente quello di dare un ordine alla società ma di assicurare la riproduzione della vita nel modo più ordinato e sicuro. La definizione e il potenziamento delle differenze di classe fu l’obiettivo non dichiarato di molta architettura moderna, e Serlio non faceva eccezione: egli organizzò i suoi esempi a partire dalla professione e dalla ricchezza del proprietario, usando il linguaggio architettonico dell’edificio per esprimere il “carattere” associato a ciascuna classe, dal tetto di paglia del contadino agli ordini classici dell’aristocratico.

Ciò che colpisce dell’atteggiamento di Serlio, tuttavia, è che un certo numero di aspetti sono comuni a tutte le proposte, e messi assieme suggeriscono affermazioni coerenti sullo spazio domestico applicabili a tutte le classi sociali. La prima affermazione riguarda la proprietà: la casa è un bene da possedere, e le differenze stilistiche delle facciate mascherano il fatto che tutti i soggetti considerati da Serlio sono proprietari delle proprie case. La proprietà è la precondizione per la possibilità di un soggetto di esprimere sé stesso in un edificio. In secondo luogo, Serlio separa l’attività produttiva dalla funzione esclusivamente riproduttiva propria della casa. Allevamenti di animali, laboratori artigianali e deposito sono relegati agli edifici annessi, riflettendo una sofisticata divisione del lavoro. L’organizzazione interna delle case – relativamente libera – suggerisce che il processo di definizione dei ruoli funzionali non è ancora completato: le sale spesso fungono da stanze di ricevimento, sale da pranzo e camere da letto padronali, e i membri della famiglia dormono praticamente ovunque possano posare una branda. Non si riscontra una specifica definizione tipologica delle stanze della casa, solo un nascente interesse per la distribuzione dei soggetti in spazi differenti. In principio, le proposte di Serlio partono da uno schema regolare e definito, successivamente suddiviso al fine di ottenere stanze di diverse misure e forme. Mentre è evidente che l’architetto è interessato a creare gerarchie e differenze, la logica di fondo dietro alle scelte specifiche di progetto è basata semplicemente su piani geometrici, come evidenziato dalla simmetria delle piante.

Il lavoro di Serlio diventa particolarmente interessante nei suoi progetti speculativi per una serie di siti irregolari nel suo Settimo Libro. In questi casi, l’abilità dell’architetto consiste nel gestire contemporaneamente tre vincoli di progettazione: l’irregolarità del sito, la ricerca di un’organizzazione simmetrica basata su una figura riconoscibile, e il tentativo di dividere l’interno in una sequenza di stanze gerarchicamente differenziate. Le soluzioni di Serlio rispecchiano i metodi progettuali tipici degli architetti francesi e italiani del tempo, i quali facevano uso di cortili regolari per imporre un carattere figurale a siti anomali, e sfruttavano elementi poche per compensare le irregolarità. Un esempio influente è il fondamentale Palazzo Massimo alle Colonne di Baldassare Peruzzi, a Roma, costruito su un profondo terreno quasi triangolare, delimitato da due muri di confine e una facciata curva su strada. Come gli esempi paradigmatici di Serlio, il palazzo di Peruzzi è un edificio puramente residenziale, che presenta una transizione mediata tra la condizione pubblica della strada e l’intimità dello spazio domestico. Nella casa rinascimentale, come nella casa romana, il cortile è uno spazio di rappresentanza, uno spazio pubblico interiorizzato. La distribuzione domestica è organizzata intorno a questo cortile in modo tale che il visitatore possa percepire l’edificio come un palazzo vero e proprio con una forma leggibile, anche se l’interno si costituisce di un dedalo di stanze irregolari.

La tensione tra ordine figurale e differenziazione tipologica rimane in questi esempi irrisolta, dal momento che gli architetti operavano ancora secondo due mandati: da un lato, la costruzione di un corpo architettonico regolare; dall’altro, la disposizione di una coreografia domestica. È proprio questo secondo mandato di particolare interesse per noi, poiché come abbiamo visto l’esistenza stessa di una tale coreografia non è un risultato, ma piuttosto un sintomo della perdurante sottomissione della famiglia come conseguenza dell’accumulazione originaria. Come già Alberti comprese, non sarebbe stato sufficiente ripensare la casa come un ambito non produttivo e progettarla di conseguenza; necessaria era anche la naturalizzazione del sistema. Questo richiedeva non solo che i ruoli dei membri della famiglia fossero accettati come un accordo tacito e universale, ma anche che il carattere delle diverse stanze della casa fosse altrettanto fisso e incontestabile. Come spiega De Angelis, l’atto chiave dell’accumulazione originaria è la separazione, e in particolare la separazione del produttore dai suoi mezzi di produzione. La manifattura, la preparazione del cibo, il lavaggio della biancheria, l’educazione dei figli e la vendita al dettaglio avevano goduto di una certa vicinanza e persino di un certo grado di fluidità nella casa premoderna, ma già ai tempi di Serlio dovettero essere separati per motivi simbolici e culturali, oltre che tecnici. Naturalizzare questa separazione diventò il compito principale dell’architettura dell’abitazione.

Composizione

Di fronte al progetto domestico, il problema più grande per l’architetto rinascimentale consisteva nella suddivisione, separazione e distribuzione, ma per gli architetti successivi il problema divenne come comporre organicamente frammenti funzionali così complessi e peculiari da minacciare la coerenza della casa. Dal punto di vista della storia dell’architettura questi metodi possono sembrare opposti, ma dal punto di vista della storia dell’economia la loro continuità è evidente. Serlio, Peruzzi e i loro contemporanei avevano di fronte una differenziazione tipologica delle stanze della casa relativamente indefinita, che permetteva loro di suddividere un edificio principalmente in base a preoccupazioni geometriche e spaziali, con un parti ideale in mente. E poiché i servizi erano molto rudimentali, c’erano pochi vincoli pragmatici riguardo allo scopo reale di ogni stanza. Il termine parti è spesso associato a parti pris (partito preso), che può essere approssimativamente tradotto come “decisione iniziale”, ma la parola in sé è anche il participio di partir, nel senso di re-partir, suddividere, e condivide la radice della parola parte. Nella metodologia parti, un edificio è organizzato come una figura, di cui tutte le parti sono suddivisioni. Ciò consente arrangiamenti complessi e a diverse scale, nonché una gerarchia spaziale leggibile, aspetti di cui gli architetti da Serlio in poi hanno fatto uso nella progettazione di edifici residenziali. Il metodo parti inoltre produce edifici la cui logica si sviluppa a partire dalla loro relazione con la morfologia urbana, come emerge nel Palazzo Massimo delle Colonne di Peruzzi: il parti può negare o migliorare la specificità della condizione trovata ma non può ignorarla, poiché esso sviluppa la qualità specifica delle stanze dall’organizzazione generale piuttosto che il contrario.

La debolezza del metodo parti è che la sua relazione con la specificità funzionale delle differenti stanze non è garantita; in molti casi, anzi, può accadere che tale relazione non funzioni affatto, lasciando sottoutilizzati spazi o richiedendo adattamenti aggiuntivi. Il metodo parti poteva essere idoneo a fornire un carattere all’interno domestico solo finché i requisiti effettivi in termini tipologici e funzionali erano relativamente liberi; più la stanza individuale conseguiva una chiarezza tipologica e una specificità, e più questa specificità era affinata da sofisticate tecniche di costruzione e manutenzione, meno la logica geometrica del parti poteva adattarsi alla vita domestica.

Nel XVIII secolo, le case potevano potenzialmente avere una stufa o un camino in ogni stanza, per consentire ad ogni famiglia di disporre di una cucina individuale e di utilizzare tutto l’anno ambienti che in precedenza erano legati a un ritmo stagionale. La relazione tra adulti e bambini e tra padroni e servi a sua volta cambiò, rendendo più importante il fatto di definire luoghi separati per il riposo notturno dei membri della famiglia, prima nelle dimore aristocratiche, successivamente per le classi medie, e, per i riformatori del XIX secolo, idealmente anche per la classe operaia. Una volta che il processo di separazione, definizione e suddivisione evolse nella microgestione a pieno titolo dello spazio domestico, gli architetti dovettero escogitare un’altra strategia che permettesse loro di fare ciò che il parti non poteva fare: aggregare differenti stanze, ognuna con la propria funzione. Ancora una volta, il compito dell’architetto non consisteva semplicemente nell’adattare questa dinamica ma anche nel naturalizzarla e darle una forma sociale ed estetica accettabile – in breve, nell’introdurre un nuovo paradigma che avrebbe rimpiazzato quello prodotto dal parti.

Questo nuovo metodo era chiamato composizione, una parola che perdura nel vocabolario architettonico. La composizione è, nel senso più letterale del termine, l’arte di comporre parti diverse in un insieme apparentemente armonioso. Mentre il parti si preoccupava della simmetria e delle relazioni leggibili tra le parti e il tutto, la composizione si sforza di produrre un insieme formale equilibrato che possa tuttavia prescindere dalla simmetria e da relazioni organiche parti-a-tutto. Diversamente dal parti, che ha origine da una figura e successivamente ne definisce le parti, la composizione comincia dalle parti che vengono unite attraverso un processo additivo per formare un insieme. Essa non può essere liquidata come una tecnica puramente artistica, perché perpetua la stessa ideologia che ha dato origine al parti: un sistema di relazioni asimmetriche incarnate dalla divisione dello spazio in stanze gerarchicamente diverse per valore, forma, misura, e facilità di accesso. La composizione parte dalla comprensione che gli spazi individuali possono essere in sintonia tra loro più efficacemente con una coreografia generale, a cui essi non solo si adattano ma che addirittura accentuano e celebrano.

Il termine composizione divenne popolare nel XVIII secolo in Francia, dove soppiantò il più vecchio e prosaico termine distribuzione. Non si trattava solo di un mutamento di vocabolario, ma anche di un cambiamento nel modo in cui gli hôtels particuliers erano progettati e organizzati. Se in Serlio e in Peruzzi possiamo riscontrare principalmente la preoccupazione nei confronti della costruzione di un ordine figurativo complessivo, il nuovo paradigma incoraggiò aggregazioni complesse di stanze di forme diverse. Questi spazi potevano essere composti in pianta per riempire l’involucro edilizio. Mentre il parti funzionava suddividendo la trama in un modello che cercava regolarità e coerenza, la composizione funziona in modo additivo, raggruppando un accumulo di stanze concepite individualmente. L’eredità dell’era del parti consisteva nella persistenza di un cortile geometricamente definito che permetteva al resto della pianta di essere colonizzato da spazi eterogenei. L’hôtel progettato da Francois Franque per il Marchese di Villefranche è esemplare di questa tecnica, e consiste in un’elaborata sequenza di stanze specializzate che hanno poca relazione geometrica tra loro. Porte, soglie, corridoi e ripostigli proliferano, creando una pianta che è un pezzo di coreografia rococò inscenata da servi, padroni e ospiti. I gusti pittoreschi del tempo servivano solo a mascherare, facendolo apparire piacevole, il rigido carattere gerarchico di questo tipo di pianta.

François Franque, Casa del Marchese de Villefranche, Avignone, 1762. Pianta

La transizione da parti a composizione influenzò il progetto della residenza in tutta Europa, ma a Londra trovò l’applicazione più leggibile e radicale. La terrace house londinese è un tipo urbano particolarmente interessante dacché ospitava un ampio ventaglio di classi sociali grazie alla semplicità del suo principio di base: la suddivisione di un isolato urbano in porzioni della stessa dimensione con facciate strette, che a sua volta si inserisce in un principio di suddivisione più ampio – della città in isolati, degli isolati in proprietà, delle proprietà in stanze. L’elemento primario di questo tipo è il muro di confine, che fungeva da elemento portante, confine di proprietà e spina dorsale tecnica. Durante l’era georgiana, tuttavia, le terrace house cominciarono a crescere dietro alle regolari facciate con aggiunte di rimesse, cucine, depositi, nonché stanze secondarie, fino al punto che la logica originaria di suddivisione fu trasformata in un’aggregazione di celle di varia natura delimitata sui tre lati dalla facciata e dai muri di confine ed estesa verso l’interno dell’isolato, come esemplificato dal lavoro di Robert Adam. Al tempo in cui Sir John Soane acquisì tre unità adiacenti su Lincoln’s Inn Fields all’inizio del XIX secolo, non era insolito per le case estendersi su più lotti e annettere, come fece anch’egli, altre proprietà mediante la bucatura dei muri di confine. Una logica aggregativa prevalse sull’originale strategia di suddivisione.

Due cambiamenti cruciali avvennero in questo periodo: da un lato, l’idea che tutte le abitazioni per tutte le classi dovessero essere progettate dagli architetti divenne ampiamente accettata; dall’altro, la transizione dal metodo progettuale parti a quello compositivo era ormai avvenuta. Il miglior esempio di questa convergenza è il lavoro di Henry Roberts, la cui “casa modello”, presentata all’Esposizione Universale di Londra del 1851, fornì un prototipo per abitazioni d’appartamento ancora oggi applicato con poche modifiche. Il modello di Roberts è essenzialmente l’aggregazione di una serie di stanze con funzioni specifiche: un soggiorno, una stanza da letto matrimoniale, due camere da letto più piccole per i bambini (maschi e femmine), una cucina, un retrocucina e un gabinetto. Ogni stanza ha diversa misura, forma e arredamento, eccetto le due stanze per i figli. Ancora una volta, questo modello è un tentativo strategico di separare gli spazi in base a genere, età e attività, in modo da istituzionalizzare meglio il lavoro domestico. Questo è il punto di arrivo della strategia della separazione che cominciò nel periodo dell’Alberti. La terrace house funziona su una scala – quella dell’appartamento – e resta totalmente indifferente al suo impatto sulla morfologia urbana, alla cui scala è semplicemente articolata in lastre lineari a più piani.

Henry Roberts, proposta per una casa modello per famiglie, 1851. Pianta.

Il concetto di tipo architettonico fu dibattuto a lungo prima del 1850, ma solo dopo la Rivoluzione Industriale esso divenne la chiave del progetto dell’abitazione. Il progetto per l’abitare non è semplicemente architettura residenziale; è l’atto di fornire lo spazio vitale per la forza lavoro in generale. Il pensiero tipologico è uno strumento fondamentale di progetto che permette agli architetti di applicare la logica della composizione a un vasto numero di abitazioni. Roberts chiamò la sua proposta un “modello” per ulteriori applicazioni, e il modello infatti ebbe uno straordinario successo. Il tipo proposto non è un prodotto meramente spaziale ma anche sociale: la famiglia nucleare, da riprodurre ad infinitum. A prescindere dalla classe sociale, l’archetipo tipologico della “casa modello” è ancora lo standard mediante il quale il mondo Occidentale e le sue ex-colonie impongono consuetudini come l’individuazione dei membri della famiglia mediante le stanze da letto o la separazione del soggiorno dalle altre stanze che ormai si ritengono scontati. Dopotutto, l’idea stessa di tipo è la costruzione di una caratteristica comune: negli alloggi, quella caratteristica è la nostra routine quotidiana.

Roberts concepisce il suo prototipo per offrire un ambiente socialmente e igienicamente salubre alla classe operaia. Tuttavia, un tale prodotto architettonico potrebbe essere criticato per aver istituzionalizzato rapporti di potere ingiusti e in definitiva aver rafforzato lo status delle donne come mera proprietà, incoraggiando persino le classi lavoratrici ad aspirare al possesso di un appartamento completamente arredato con ogni comodità, provvisto anche di una domestica non retribuita.

Horror

È possibile sostenere che l’ulteriore partizionamento e ingegnerizzazione funzionale della casa non era solo il prodotto di riforme sociali e di una razionalizzazione ma anche la conseguenza delle strategie di accelerazione dell’accumulazione originaria, dal rafforzamento delle gerarchie alla completa introiezione e accettazione di tali gerarchie come naturali. I risultati di questa condizione furono due modelli che, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, divennero dominanti con la nascita della città industriale: l’appartamento e la casa unifamiliare. Mentre il primo modello proveniva dall’evoluzione dei tipi come l’hôtel particulier e la terrace house, il secondo trova le sue origini nella villa patrizia, semplicemente ridotta a una villetta accessibile a tutte le famiglie. Entrambi i modelli erano pensati per la famiglia nucleare e contribuivano all’individuazione dei suoi membri. La loro proliferazione supportò un’ideologia del “domestico” pienamente sviluppata che, non a caso, fiorì esattamente in questo periodo. Mentre la città industriale (il luogo della produzione, il posto degli uomini) diventava minacciosamente macchinistica, sporca e caotica, l’interno della casa (il luogo della riproduzione e del conforto femminile) sovracompensava diventando un rifugio chiuso in sé stesso.

L’idea di privacy, nata come giustificazione della segregazione dei membri della famiglia in tempi antichi, divenne per la vita moderna il sine qua non. Ma il culto degli interni e l’ossessione per la privacy non offrivano tregua dai ritmi insopportabili della metropoli. Essi in realtà alimentavano il mito della proprietà – sia della casa, ormai la merce più pregiata, sia dei beni necessari per arredare il proprio rifugio e renderlo accogliente, “personale”, e quanto più diverso possibile dal carattere impersonale e ripetitivo del regno urbano. Il modello di Roberts conferma pienamente questa ideologia degli interni, offrendo alla casalinga delle classi inferiori l’illusione di un salotto da arredare e al marito l’ambizione di essere padrone della propria casa.

Per circa quattro secoli, l’architettura ha lavorato per istituzionalizzare l’accumulazione originaria nella casa attraverso l’elaborazione di progetti e modelli di abitazione. Così facendo, gli architetti hanno trasformato lo spazio abitativo in un costrutto sempre più specializzato e tipologicamente definito, dove ogni spazio è precisato in modo da individuare ogni membro della famiglia e rendere gli abitanti padroni della propria casa. Questa condizione è andata oltre la tradizionale differenza tra edilizia residenziale pubblica e commerciale. Non dovremmo infatti dimenticare che la maggior parte delle residenze popolari era prodotta non solo per provvedere alla popolazione non abbiente, ma anche per trasformare questa popolazione in una massa mansueta di consumatori della classe media. Inoltre, raramente l’edilizia popolare si è interrogata sulle premesse di discriminazione di genere dell’abitare tradizionale e sui suoi valori come la privacy, la famiglia e il senso di proprietà.

Spesso viste in contrasto, la casa popolare e la casa suburbana erano basate su premesse simili, compresa la selettiva democratizzazione della proprietà per le famiglie (bianche) guidate da un capofamiglia, e la cultura dell’abitante come consumatore. In entrambi i casi l’interno – quel rifugio protetto e isolato dal mondo promiscuo della produzione – diventa sia il luogo in cui dare sfogo alle frustrazioni vissute dai cittadini sia l’origine stessa di quelle frustrazioni. Progettata per essere pulita, arredata, abbellita, la casa o l’appartamento comporta spese, incoraggia i lavoratori a guadagnare di più per migliorarla oltre a costringere le donne al lavoro non retribuito per mantenerla. Infine, la casa, se non l’appartamento, deve essere idealmente posseduta, facendo sprofondare i lavoratori nel debito.

Si realizza così un perfetto atto di accumulazione originaria da cui nessuno sfugge, a prescindere da genere, età o, fino a un certo grado, dalla classe, poiché la classe media è più incline all’ansia di consumo generata dall’ideologia del domestico. Ironicamente, il sistema è alla sua massima capacità di sfruttamento precisamente quando l’architettura domestica si presenta come una rassicurante alternativa alle pressioni della vita lavorativa, come esemplificato dalla crisi dei mutui subprime del 2008 negli Stati Uniti. La casa progetta un modello di vita e una serie di ambizioni e desideri che non scegliamo liberamente: il desiderio di essere proprietari e quello di formare un nucleo famigliare. Nel caso delle donne, l’emancipazione sul posto di lavoro e nella politica non ha dissolto il desiderio indotto di eccellere nella cucina, nella pulizia, e nella decorazione, desiderio imposto dalla stessa architettura delle nostre case, e l’obiettivo finale di questo desiderio costruito è di nascondere il fatto che tutti questi sforzi costituiscono lavoro non pagato che si aggiunge al (normale) contributo di lavoratrici salariate.

Questa condizione può essere definita come “orrore familare”, un termine coniato da Paolo Virno. Questo è l’orrore che si rivela quando si realizza come il domestico sia stato costruito per essere la radice stessa di molte questioni sociali ed economiche: è l’orrore del realizzare che la società è incastrata in un groviglio di limiti psicologici e bisogni non naturali né inevitabili, un groviglio in cui le persone sono soggiogate dai loro stessi desideri.

Nel saggio Il perturbante (Das Unheimliche), Sigmund Freud analizza come un generico senso di angoscia e paura emerga da ciò che è più familiare. Il termine heimlich si riferisce all’intimità di ciò che è familiare. Secondo Freud, è proprio all’interno di questa intimità che il senso di terrore più potente può emergere in qualunque momento. Paradossalmente, questo terrore si manifesta non tanto malgrado, ma proprio a causa della familiarità e intimità. Più le cose sono familiari, più si è vulnerabili ad esse. La letteratura è piena di fantasmi che compaiono dalla sfera domestica, come succede nel racconto Il cruccio del padre di famiglia di Kafka, nel quale gli oggetti più reconditi e inutili – una bobina di filo a forma di stella piatta – diventa una presenza animata che sconvolge e defamiliarizza il domestico. Virno recentemente si è occupato di rivisitare il testo di Freud Il Perturbante all’interno del contesto dei modi postindustriali di produzione, sottolineando che il concetto di heimlich, riferito all’abituale, non si rivolge ad altro che a un ethos. Comunemente inteso come l’insieme dei principi guida e delle credenze di una società, un ethos può essere identificato con lo schema delle routine quotidiane che definisce la struttura di una forma di vita. Mentre oggi la politica è spesso ridotta a caricature di rappresentazioni politiche come le elezioni o le proteste, l’ethos – l’abituale – è il più accurato sismografo per le condizioni politiche della società contemporanea. E tuttavia come si può discutere l’abituale quando il nostro modo di vivere non è più organizzato intorno a delle abitudini stabili ma è costantemente chiamato a rispondere a condizioni sempre più precarie? Virno sostiene che è esattamente quando l’abituale è drasticamente perturbato dalla corrosione aggressiva dei nuovi modi di produzione che un desiderio nostalgico per l’abituale nelle sue forme regressive di radici e origini emerge come potente ideologia. La domesticità come rifugio dal mondo, come luogo dove è possibile ricostruire autentiche relazioni sociali, diventa un’ideologia la cui funzione è nascondere il modo in cui la vita, sia essa zoe o bios, è messa al lavoro. La domesticità è invocata come luogo di riposo dalla produzione nel momento stesso in cui è diventata il modello di produzione generale, perché la logica del lavoro non retribuito, che lo spazio domestico ha aiutato a naturalizzare, sostituisce oggi il sistema salariale che per due secoli ha escluso il lavoro casalingo dalla sfera dell’occupazione retribuita. Se la separazione del lavoro svolto in casa dal suo valore monetario era un tempo un modo per spodestare le donne dal controllo sulla propria forza lavoro, oggi la stessa logica di spodestamento è estesa ai lavoratori in generale, a prescindere dal genere.

Gli sforzi della casalinga includono non solo i compiti manuali ma anche una varietà di doveri sociali ed affettivi connessi alla gestione, all’insegnamento, alla creazione di relazioni e alla pianificazione. Queste abilità sono anche diventate il bagaglio primario dei lavoratori “precari”, o freelance, e restano ampiamente non compensate. Quel lavoro in generale assomiglia alla logica del lavoro domestico e si riflette nel modo in cui gli spazi contemporanei del lavoro sono sempre più addomesticati. Si pensi agli arredi da salotto, ai gadget, i giochi, gli animali domestici, la cui diffusione nei luoghi di lavoro contribuisce a renderli familiari, informali, e naturali, come la casa stessa.

Per questa ragione, una ricostituzione radicale dello spazio domestico non è meramente la riforma di un aspetto della vita, ma il punto di partenza per una riforma più ampia il cui obiettivo sia la concezione di una forma di vita alternativa, finalmente libera dall’orrore familiare dello spazio domestico. Come dissipare questo orrore familiare diventa la domanda fondamentale per il progetto dell’abitazione oggi – oltre alla fornitura di alloggi a prezzi accessibili, che, sebbene prioritaria, non può ignorare i modi in cui lo spazio domestico è sempre stato un luogo di sfruttamento ed esproprio. L’obiettivo di questa riforma non è dunque l’invenzione di qualcosa di nuovo, di case più “smart”, ma la possibilità di un ethos diverso, dentro e contro il panorama domestico contemporaneo. Inutile dire che questa responsabilità non è solo degli architetti. Ma dal momento che l’architettura ha contribuito alla definizione spaziale del regno domestico, può forse essere l’architettura stessa a offrire anche gli strumenti per smantellarlo.

1 comment on “Come una casa dà forma a chi la abita

  1. Valeria de Carli

    Saggio molto interessante. Grazie.

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