Come nasce il carattere di una città?

Un percorso lungo la trasformazione di due città, Firenze e Roma, alla ricerca degli eventi e degli elementi che – per caso o per scelta – definiscono il carattere di una città


In copertina: Enotrio Pugliese, Case a Scalea, Asta Pananti di ottobre

di Federico Di Vita

L’identità delle città passa anche dal loro trasformarsi lungo i secoli, le scelte urbanistiche (o le non scelte, perché tante cose accadono per caso) finiscono così col loro stratificarsi per definirne il carattere, così come succede a puntuali gesti architettonici o a volte all’ovvia conseguenza dell’evoluzione – dal cambiare dei materiali e delle tecniche costruttive – fino ad arrivare alla comparsa di nuovi mestieri: a tutto ciò la città, organismo vivo, si adatta e reagisce. Eppure capita passeggiando per il centro di antiche città italiane di avere l’impressione che qualcosa sia sopravvissuto al tempo, uno scorcio, un punto di fuga, l’esatta decorazione di un palazzo.

Ci sono tanti libri che possono aiutarci nel cogliere i segni di queste evoluzioni. Quest’anno è impossibile non citare almeno Lo stradone (Ponte alle Grazie) di Francesco Pecoraro, la cui Città di Dio è certamente Roma e il cui stradone sembra proprio essere qualcosa tra le parti di via di Valle Aurelia e Via Baldo degli Ubaldi e quell’oggetto sfuggente e misterioso che è Remoria (minimum fax) di Valerio Mattioli, la cui città invertita è l’anti-Roma di Remolo, una costellazione di periferie scaturite da un parto mostruoso – diciamo pure, da una defecazione – dell’ano-uroboros GRA. Ma qui non parlerò di questi libri, per tracciare i precari confini di un discorso per sua natura inesauribile ora mi servirò di altri due testi: il mitico Roma moderna (Einaudi) dell’urbanista Italo Insolera e Firenze 1450, Firenze oggi (Olschki) di Cristina Acidini e Elena Guerrieri. Quest’ultimo è un piccolo e prezioso volume che riproduce fedelmente le illustrazioni dell’orafo fiorentino Marco di Bartolomeo Rustici, che attorno al 1450, nel suo Codice Rustici, un testo simbolico che è di fatto un Itinerarium mentis in Deum, nonché un vagheggiato pellegrinaggio letterario in Terra Santa, trova occasione di ritrarre moltissimi scorci della sua Firenze, offrendone la più dettagliata e precisa “fotografia storica” a nostra disposizione al giorno d’oggi. Il documento è eccezionale per la quantità di dettagli che Rustici ha disegnato e che ci consentono di apprezzare i cambiamenti di tante parti della città dall’epoca del suo massimo splendore a oggi (e tutte le illustrazioni che trovate in questo articolo sono tratte da lì). Prima di arrivarci però osserviamo i cambiamenti ancor più radicali che hanno investito la storia di un’altra città negli ultimi due secoli: Roma.

“Risulta dal calcolo che Roma è sei volte meno popolata di Parigi e sette volte meno di Londra. Ha la metà degli abitanti di Amsterdam dalla quale è ancor più lontana per ricchezza. Non ha marina, non manifatture, né traffici. I palazzi tanto vantati non sono tutti ugualmente belli perché tenuti male; la maggior parte delle abitazioni private è miserabile. Il selciato è cattivo… le strade sudice e strette e non sono spazzate se non dalla pioggia, che vi cade molto di rado. La città, formicolante di chiese e di conventi, è quasi deserta a oriente e a mezzogiorno. Si dia pure un cerchio di dodici miglia alle sue mura; questo cerchio è riempito da terre incolte, da campi, da orti… Ebbe ragione chi disse che i sette colli, una volta ornamento della città, oggi non le servono che per tomba!”

Questa è la voce “Rome” scritta dal cavaliere de Joncourt per l’Encyclopédie. L’ho presa in prestito da Roma moderna, ancor oggi il miglior breviario per orientarsi nella trasformazione cui è andata incontro la capitale negli ultimi due secoli. Le storie dei cambiamenti di Roma e di Firenze per altro si intrecciano proprio nell’800, quando avvenne il passaggio di consegne per il trasferimento della capitale. L’evento, del 1871, è stato capace di creare sconquassi in entrambe le città, prima a Firenze, che per i lavori di ammodernamento urbano subì interventi invasivi. Il più noto è forse la rinuncia quasi totale alla splendida cerchia muraria, un evento simile a quello avvenuto in molte altre città europee, certo, ma che non ha mai smesso di farmi domandare se non si sarebbe potuto fare diversamente, o se non si sarebbe potuto fare meglio. Occorreva davvero abbatterle in misura quasi totale? I viali di circonvallazione non potevano essere costruiti oltre il perimetro delle mura e non interamente al posto di quelle? Oppure ancora, non si sarebbero potute studiare soluzioni più morbide, che prevedessero una maggiore conservazione degli antichi bastioni? Altro: lo sventramento dell’antico mercato nell’attuale Piazza della Repubblica, al posto del quale sorse una piazza dal gusto “piemontese” che è decisamente la più brutta del centro cittadino, fuori contesto con i suoi passage pedonali alla parigina (qui decisamente estranei) e una magniloquenza pomposa e bolsa, sventramento che è andato a soppiantare un quartiere di edifici bassi e pittoreschi, non avrebbe potuto essere effettuato per mezzo di un più mirato svuotamento operato con maggior tatto e senso di integrazione urbanistica? Sono domande ormai impossibili a cui del resto risponde – mettendo le mani avanti – la piazza stessa, per mezzo di un’iscrizione al sommo dell’arco che unendo due edifici la apre magniloquentemente: “L’antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito”. Il problema è che il panorama è squallido a sua volta e con la sua magniloquenza diventa una stigmata di una città che non è stata capace di ripensarsi. Ed è un peccato tanto maggiore in considerazione dell’esattezza puntuale dell’affermazione “antico centro”, se si considera che proprio in Piazza della Repubblica, dove sorge la Colonna dell’Abbondanza, si trova il centro esatto della Florentia romana, il punto in cui si incontravano cardo e decumano, le due direttive cardine da cui scaturì il primo tracciato cittadino. 

 

Ma tornando al passaggio di testimone, che conseguenze analoghe avrebbe comportato anche nello sventramento e nella risistemazione della nuova capitale (si pensi alla demolizione della splendida Spina di Borgo per la costruzione di Via della Conciliazione), o all’ancor più dolorosa rinuncia dei tanti palazzi che si affacciavano sul Tevere, una delle caratteristiche principali della Roma di inizio Ottocento, le cui attività e il cui spirito erano legatissimi alla assidua frequentazione del fiume. Tutto spazzato via in occasione dell’erezione degli sproporzionati bastioni fluviali (una misura addirittura punitiva secondo alcuni, pensata per recidere decisamente i sonnolenti commerci tiberini e invitare i romani a impegnarsi in lavori ritenuti più consoni a quelli di una capitale – in questo caso la prova di un intervento più misurato è costituito dall’Isola Tiberina, lasciata sostanzialmente intatta a testimonianza perpetua del fatto che si sarebbe potuto pensare a un impatto molto più rispettoso anche nel resto del corso del fiume). Ma, dicevo, tornando al passaggio di testimone, i problemi si mostrarono evidenti sin dall’organizzazione stessa del frettoloso trasloco, come ci racconta ancora una volta Italo Insolera:

“Il trasporto effettivo della capitale con le sue attrezzature e necessità avrebbe dovuto essere un problema tecnico: si trattava di creare una opportuna organizzazione, definendola tutta prima del 1° luglio 1871 ed attuandola immediatamente per le cose di prima necessità. Ma comunque di sapere il posto per ogni cosa e le relazioni tra i vari posti stabiliti: di avere un piano, con ampi limiti d’elasticità magari, ma comunque un piano. Invece il 1° luglio 1871 quello che non c’era era proprio un piano. 

Le conseguenze si faranno sentire per sempre su Roma: come certe malattie nel periodo della crescita. […] E se il Comune di Roma si era dimostrato del tutto sprovveduto, il Governo di Firenze non era stato da meno e il trasloco della capitale avvenne nel più assoluto disordine. Ogni ministero, ogni ufficio prese le sue decisioni indipendentemente dagli altri, in genere in base a un affrettato sopralluogo di qualche funzionario e alle raccomandazioni dei politici più influenti. Tutti avevano proposte da avanzare. […] Prevalse la proposta di installare provvisoriamente i ministeri in ex conventi o nei palazzi già adibiti ad uffici pontifici, senza sapere cosa sarebbe succeduto a questo stato iniziale e provvisorio, né quanto sarebbe durato: durò in realtà per sempre, dato che a centoventi [oggi centocinquanta, n.d.r.] anni di distanza tutti quegli edifici sono stabilmente occupati da attività governative.”

Potrà sembrare singolare come eventi, benché grandi, pianificati male, finiscano per segnare il carattere urbanistico di una città, trasformando oltre al suo aspetto anche i suoi più perniciosi atteggiamenti per via della prassi istituzionale che finisce per incistirsi e replicarsi immutabile, eppure qualcosa del genere talvolta avviene:

“Il non trasformare nessuna tendenza in un piano, in una legge precisa che modelli la struttura stessa della città, è un’altra caratteristica tipica e costante dell’amministrazione romana. Ogni provvedimento deve lasciare sempre un margine al provvedimento opposto. Qualsiasi iniziativa viene subito svilita nel compromesso: per evitare che si accusi l’amministrazione di favori eventualmente disonesti nei confronti dei proprietari ed impresari della zona est, non ci si cura tanto di creare gli strumenti fondiari e tecnici per prevenire da ogni parte possibili corruzioni, ma di distribuire un po’ dappertutto le premesse.”

Le conseguenze, a un secolo e mezzo di distanza, non hanno mancato di farsi sentire al punto da cambiare letteralmente il volto della città. Infiniti i casi da citare, restando agli ultimi si pensi all’interminabile querelle circa la costruzione del nuovo stadio della Roma, in cui viene ripetuto tutto e il contrario di tutto in un valzer estenuante che va avanti da anni, il progetto è stato modificato al ribasso per ragioni compromissorie (come profetizzava Insolera) e non c’è dichiarazione o atto che non lasci spazio interpretativo che lasci un margine per il “provvedimento opposto”. Da tale disordine è scaturita l’estenuata e apparentemente infinita Remoria di Valerio Mattioli, uno dei diademi periferici più slabbrati e disomogenei del mondo intero, una periferia che secondo l’autore ha origini in culti misterici, oscuri e guidati da una qualche divinità ctonia e “invertita”.  

“L’aristocrazia, sempre in posizione dominante col Caetani, col Di Carpegna, col Doria Pamphili, col Pallavicini, sarà pronta a schierarsi contro ogni rischio di effettivo mutamento delle cose e, abituata nei vent’anni di Pio IX allo stato di “attesa”, è ben disposta ad attendere ancora. Questo stato di cose si riflette naturalmente sulla commissione incaricata di studiare “ampliazioni ed abbellimenti della città”, in carica, come abbiamo visto, dal 30 settembre [1871]. Il 10 novembre, alla vigilia delle elezioni amministrative, presenta una prima relazione, ma subito dopo cominciano i guai e con essi l’abitudine, che diventerà tipica dell’amministrazione romana, di celarli in ineffabili relazioni in cui tutto diventa astratto, misterioso e come determinato da un fato sovrumano.”

Per osservare il mutamento dell’aspetto del centro di Firenze mi affido invece, come detto, a Firenze 1450, Firenze oggi, che ci regala veri gioielli da questo punto di vista. Il più noto è certamente la riproduzione fedele del Battistero di San Giovanni, che ci mostra un monumento identico a quello che possiamo ammirare oggi, ma le immagini più interessanti sono forse altre. Marco di Bartolomeo Rustici era un artigiano di spicco nella sua città e poteva dunque vedere i progetti di opere che mai sarebbero state realizzate in quella precisa forma, e che pure lui ottimisticamente prendeva per buone. Straordinaria a mio avviso la sua versione della basilica di Santo Spirito, da sempre incompiuta e che secondo il suo disegno presenterebbe una articolatissima teoria di cappelle estrodossate lungo tutto il perimetro dell’edificio (facciata esclusa), progetto che coincide con un disegno progettuale di Filippo Brunelleschi. Ammiriamo così la città che avrebbe potuto essere, oltre a contemplare quella che è cambiata. Oppure, circostanza ancor più singolare, ci troviamo oggi a camminare letteralmente attraverso brani di città che rispondono al disegno di Marco di Bartolomeo Rustici, come avviene al cospetto della Biblioteca del Palagio di Parte Guelfa, un edificio pesantemente danneggiato durante i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale, per il quale in fase di restauro si è preferito recuperare l’aspetto originario e lo si è fatto basandosi direttamente sul disegno mostrato dal Codice Rustici. Cogliere le piccole e grandi differenze tra la Firenze attuale e quella del 1450 diventa così una piccola caccia al tesoro, sapevate che la Basilica di San Lorenzo era preceduta da un portico in pietra? Così come lo è vedersi dischiudere dalle immagini il significato della toponomastica, come nel caso della macina inserita in un ruscello presente in un’illustrazione che ritrae il Canto alle Macine, unica testimonianza visibile superstite di quell’angolo di città, da cui il ruscello fu deviato (come tutti gli altri che percorrevano il centro cittadino), portando via con la sua sparizione la macina e a distanza di tanto tempo la ragione ultima del nome di quel crocicchio. 

Le città portano addosso il segno del loro cambiamento, Firenze 1850, Firenze oggi ci racconta di un centro urbano che entro le (sparite) mura e al netto di alcuni interventi è rimasto fermo, come è successo a tutta la città, che immobile nell’incantesimo dell’autocontemplazione ha finito per diventare una vieta vetrina per turisti, mentre l’esplosione di Roma e il confronto perenne con la mitologia che la fagocita sembra suggerirci che solo visioni escatologiche siano adatte a leggerla e che forse al giorno d’oggi risulta impossibile ricucirne in modo coerente un tessuto urbano slabbrato e periferico, da percorrere alla ricerca di rivelazioni ancora possibili ma sempre più faticose da cogliere e decifrare. Andrebbe dimenticata Roma, come suggerisce in chiusura questo articolo, annegata, bruciata (e rieccoci al suo mito, tutto è già successo nella città eterna), e a quel punto chissà che non possa trovare una modalità nuovamente conciliata di esistenza, finalmente senza centro – come suggerisce Mattioli – come una Los Angeles europea, una costellazione di periferie in grado di trovare una loro precisa identità e un centro svuotato, remoto, eppure immortale.


Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. Ha curato la raccolta di racconti Clandestina (effequ, 2010), è autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e, insieme a Ilaria Giannini, del libro “I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio” (Piano B, 2016).

0 comments on “Come nasce il carattere di una città?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *