Come si fa cinema durante la pandemia?

Come vive la pandemia il mondo del cinema? Ecco alcune testimonianze dell’ultimo giorno – di set e di preparazione – dei lavoratori del mondo del cinema e della serialità televisiva italiana prima della sospensione decretata dal governo Conte.


in copertina: Roberto Coda Zabetta, trittico, Asta pananti online

di L’Eco del Nulla

In questo momento difficile per l’Italia e per il mondo in tanti sono chiusi in casa a rivedere classici del cinema, a guardare film appena usciti, a fare binge-watching con le serie di Netflix e Prime Video. Ma chi c’è dietro tutto questo? La redazione della rivista L’Eco del Nulla ha deciso di raccogliere le testimonianze dell’ultimo giorno – di set e di preparazione – dei lavoratori del mondo del cinema e della serialità televisiva italiana prima della sospensione decretata dal governo Conte. Non registi e attori, per una volta, ma attrezzisti, segretarie di edizione, assistenti alla regia, capo elettricisti, fonici e tanti altri professionisti fondamentali per la realizzazione dei film e delle serie che tutti noi stiamo guardando in questi giorni. Sono una fetta importante dei famosi “lavoratori dello spettacolo”, una delle categorie più a rischio per la crisi causata dal Covid-19 e per questo inclusi nei 600 euro di bonus previsti dal decreto Cura Italia. Sono tutti quei nomi che (non) leggiamo nei titoli di coda alla fine di un film, sono le persone che davvero lo realizzano. Con questa raccolta di testimonianze cerchiamo di dare uno spaccato, per quanto incompleto – ci sono anche i lavoratori della post-produzione, quelli delle case di produzione e distribuzione, stunt, capi figurazioni, responsabili degli effetti speciali, autisti, tutti colpiti dal blocco del settore –, del dietro le quinte di un film. In questi racconti c’è l’intera galassia produttiva dell’audiovisivo, dalle produzioni ad alto budget alle serie tv, dalle fiction ai film d’autore fino alle opere prime. Le esperienze sono differenti – chi ha finito l’ultima settimana che aveva da contratto, chi ha visto bloccare mesi di lavoro, chi si è ritrovato con un licenziamento improvviso – e lo sono anche alcuni dei loro nomi, sostituiti con altri fittizi per tutelare il loro anonimato, ma anche se non sapete chi sono di certo conoscete il loro lavoro: qualcuno di loro potrebbe aver cucito i costumi di Volevo nascondermi o curato le scenografie di Pinocchio, qualcun altro potrebbe aver scritto gli ordini del giorno de Il commissario Montalbano o curato il suono di Rocco Schiavone. Queste sono le loro storie.

Roberto Coda Zabetta, Trittico, Asta Pananti online

Lunedì 2 marzo iniziavamo le riprese di una nuova serie tv, in teatro di posa, dove avremmo dovuto girare per le prime due settimane prima di spostarci all’esterno. C’era un’aria particolare, ci sentivamo privilegiati a far parte di un progetto che non aveva ceduto a quei piccoli campanelli di allarme del Covid-19 che avevano già fatto fermare molte produzioni in Italia, tra cui tutte quelle internazionali. Erano i giorni in cui eravamo tutti preoccupati per l’aspetto economico, dopo il solito periodo “morto” di gennaio e febbraio siamo riposati e pronti per ricominciare a lavorare, per voglia e per necessità. Nessuno di noi immaginava che quei piccoli campanelli d’allarme sarebbero diventati un’emergenza sanitaria di questa portata, nessuno lo immaginava quel lunedì 2 marzo almeno. Giorno dopo giorno, insieme all’aumento dei contagi, iniziava a farsi avanti la paura che anche le nostre riprese venissero interrotte, ma fino a venerdì 6 marzo era dovuta principalmente alle notizie che ricevevamo da colleghi impegnati con altre produzioni che avevano rinunciato ad iniziare le riprese. Tutte le nostre percezioni sono cambiate radicalmente nel weekend. Le notizie sulla diffusione del virus peggioravano esponenzialmente, telegiornale dopo telegiornale, nel frattempo le produzioni che decidevano di posticipare le riprese aumentavano, fino a quando non ho ricevuto la telefonata del nostro direttore di produzione. Voleva mettermi al corrente di alcune misure precauzionali che la produzione aveva deciso di adottare: non far entrare negli studi nessuno con temperatura corporea superiore ai 37,5 °C, fornire tutti di gel disinfettante per le mani e incrementare il personale per la santificazione di bagni e ambienti comuni. Abbiamo iniziato la giornata così: Giuliano, il microfonista con cui stavo lavorando, ha usato un paio di guanti per ogni attore, ha indossato la mascherina, si è lavato le mani ogni volta che ha aperto la valigia dei radiomicrofoni. Ogni tanto qualcuno diceva: “Siete a meno di un metro di distanza, allontanatevi”. Se dicessero sul serio o no me lo sto ancora chiedendo. Lavorando, quasi per gioco, abbiamo iniziato a fare attenzione a tutte le occasioni di contagio che comunque generavamo e che gli altri generavano. Un set è una realtà estremamente dinamica, non si sta mai fermi. Tutti utilizzano cose che passano da una mano all’altra e spesso siamo costretti a stare molto vicini, un metro di distanza tra l’uno e l’altro non ce lo può garantire neanche il teatro di posa più grande del mondo. Per non parlare degli attori, non potranno mai rispettare le giuste misure. In scena si abbracciano e si baciano, litigano urlandosi in faccia e di certo non possono utilizzare guanti o mascherine. La produzione ha allestito una seconda sala per il pranzo, permettendoci di essere in due, tre persone al massimo per ogni tavolo, dove solitamente ci sediamo tranquillamente in otto. Durante l’ora di pausa riceviamo altri aggiornamenti dai colleghi: la maggior parte delle produzioni che come noi avevano iniziato una nuova settimana di lavoro avevano interrotto le riprese durante il corso della giornata. Finisce la pausa e la sensazione che si blocchino anche le nostre riprese è diventata praticamente una certezza; pochi minuti dopo riceviamo la comunicazione che la giornata di lavoro finisce qui. Giusto il tempo di sistemare l’attrezzatura, tornare a casa e farsi una doccia prima di rendermi conto che eravamo in emergenza sanitaria e all’alba della quarantena dell’intero paese.

Fabio, fonico

Quando è partita l’emergenza Coronavirus io stavo lavorando sul set di un lungometraggio a troupe contenuta in una cittadina toscana. Sia per il luogo in cui eravamo sia per quando abbiamo cominciato a lavorare, circa una settimana prima della chiusura, la situazione ci sembrava essere – o almeno mi sembrava essere – un’oasi separata dal resto: era un’unica location e non c’era ricambio di persone. Questa situazione è stata scossa inizialmente dalla chiusura della Lombardia e delle 14 province e soprattutto dal fatto che chiunque ci fosse stato nei 14 giorni precedenti sarebbe dovuto tornare a casa e quindi mettersi in quarantena. Questa cosa ha bloccato tre persone della troupe – e neanche persone facilmente sostituibili: uno era il direttore di produzione, l’altra la segretaria di edizione, un altro il fonico. La cosa che mi ha colpito maggiormente è la possibilità delle persone di andare nel panico per qualcosa che viene dall’alto: il coronavirus era già in Italia, già c’erano i morti, già si parlava di tantissimi infetti, già il Nord era molto provato, ma l’uscita di una legge (giustissima) ha mandato completamente nel panico alcune persone della troupe. Questa è la cosa che mi ha colpito di più: l’incapacità di riuscire ad essere lucidi, e quindi fare anche scelte sbagliate – il fatto che queste persone se ne fossero andate immediatamente tranquillizzava, quando invece probabilmente la sostituzione di queste persone con altre era più pericolosa. In ogni caso la sostituzione è avvenuta e due giorni dopo c’è stata la chiusura dell’Italia. Questa notizia è arrivata nell’arco della sera, mentre stavamo ancora girando: alcune persone, non appena è arrivata questa notizia, hanno iniziato veramente a vivere un panico crescente e ingiustificato – stavamo insieme da una settimana, se dovevamo esserci contagiati lo saremmo stati già – e c’è stata grande fatica da parte di alcuni di noi per calmarli e fargli capire che bastava chiudere la giornata: la sera stessa o l’indomani saremmo tornati tutti alle nostre case, però almeno avremmo dato alla produzione e al regista la chiusura delle scene che avevamo già illuminato, già provato, già strutturato: bisognava solo girare. È tosta, è tostissima riuscire a gestire il panico, forse il nostro più grande nemico è l’incapacità, alle volte, di gestire le cose con lucidità.

Francesco, capo elettricista

Era un lunedì 24 febbraio, avevamo l’ultimo giorno di riprese di una serie in un interno in cui giravamo da 5 settimane e poi uno spostamento per andare a girare in una cartoleria. Io sono arrivato sul set e ho visto tutti i camion degli attrezzisti fuori che stavano caricando tutta la scenografia della casa sui camion; sapevo già che sarebbe successo, il giorno prima era arrivata una mail che diceva che il giorno dopo le riprese sarebbero state sospese a data da destinarsi, perché noi saremmo dovuti andare a girare vicino a Codogno, nel piacentino, poi a Malpensa con Milano che stava diventando zona rossa – e quindi erano proprio location impossibili. Era come se i posti per girare li avessimo scelti a posta su misura. È finita così: il lunedì abbiamo fatto meno di mezza giornata, alle undici e mezza quasi tutti se n’erano andati: chi ritornava quei giorni a Roma, chi della produzione si fermava qualche giorno per sistemare qualcosa. Milano era diventata una città fantasma, la vedevi di giorno in giorno spopolarsi, era strano perché inizialmente le persone non ci credevano tanto. All’inizio il fatto che qualcuno volesse evitare i quartieri cinesi è stata presa come una forma di razzismo mentre era solo prevenzione, e c’è stato un movimento che spingeva a condividere più tempo con i concittadini cinesi e ad andare a mangiare a Chinatown, anche il sindaco (che poi si è ricreduto) diceva “Non sfacciamo sfiorire la Milano cinese”. Solo dopo Codogno la cosa è cominciata ad essere un po’ più seria, due settimane dopo la sospensione della serie si è preso veramente consapevolezza di quello che stava accadendo.

Marcello, assistente di produzione

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