Compendio delle Enciclopedie inesistenti



Il mondo è pieno di enciclopedie, ma esistono anche enciclopedie che non sono mai state scritte: ecco quali


In copertina: Domenico Remps, A Cabinet of Curiosity, 1675.

di Erica Casale

Col termine “enciclopedia”, dal greco antico ἐγκύκλιος παιδεία (enkúklios paideía, circolo di arti e scienze) indichiamo un’opera in cui sono state catalogate tutte le conoscenze relative a un determinato argomento, o a tutti gli argomenti dello scibile umano. Il primo nome a venirci in mente è probabilmente quello di Denis Diderot (Langres 1713 – Parigi 1784), esponente dell’Illuminismo francese che curò e promosse la prima edizione dell’Encyclopédie, uscita tra il 1751 e il 1772. Benché all’inizio non dovesse trattarsi che della traduzione della Cyclopaedia di Ephraim Chambers, risalente al 1728 e composta unicamente di due volumi, il progetto enciclopedico proposto a Diderot dal libraio ed editore André Le Breton divenne presto un’operazione ben più corposa e strutturata, composta da 17 volumi di testo e 11 di tavole illustrate. Volendo andare assai più indietro nella storia, c’è chi cita già Aristotele come primo enciclopedista, per il suo ampio lavoro di ricerca e organizzazione di informazioni sulla costituzione delle città greche.

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L’Enciclopedia risponde alla volontà di organizzare la quantità più vasta possibile di sapere in una struttura la cui consultazione risulti estremamente semplificata. Non è strano, quindi, che siano esistano opere assimilabili per funzione alle enciclopedie dedicate alla descrizione di un mondo finzionale. Ne sono esempio il Silmarillion di J.R.R. Tolkien (1977), o in tempi più recenti Il mondo del ghiaccio e del fuoco, l’enciclopedia della serie Il trono di spade di George R.R. Martin, o ancora la piattaforma online interattiva Pottermore, creata da una collaborazione tra J.K. Rowling e la Sony. Se usciamo dal contesto della letteratura fantasy, abbiamo anche il Codex Seraphinianius (1981) di Luigi Serafini, che comprende le illustrazioni complete di descrizioni di mondi immaginari. Si tratta di un’opera che unisce l’assurdità dell’universo raccontato – in una lingua incomprensibile scritta in un alfabeto illeggibile e inesistente – a una cura ossessiva per il dettaglio delle illustrazioni, che vanno a mostrare flora e fauna impossibili, o il vestiario comune di improbabili esseri antropomorfi, o ancora il dettaglio di bizzarre tecnologie. L’effetto provocato è quello straniante ricercato dai surrealisti, e si riscontrano anche le chiare influenze Hieronymus Bosch e della botanica impossibile di Edward Lear.

Seppure trattando di universi finzionali, tutte le enciclopedie citate finora sono materialmente esistenti e consultabili all’occorrenza; ma esistono anche enciclopedie inconsultabili, enciclopedie che non esistono, create con peculiari intenzioni narrative e sparse nei più svariati anfratti della letteratura.

Nel 1971 Douglas Adams giaceva ubriaco fradicio su un prato a Innsbruck e aveva appena provato la disturbante sensazione di sentirsi totalmente perso, estraneo all’universo in cui si trovava. Aveva passato il pomeriggio a chiedere informazioni sull’indirizzo cui era diretto, e per tre volte di fila il suo interlocutore si era rivelato un sordomuto. Anche quando aveva urtato un tizio per sbaglio, questo era un sordomuto. Sarebbe stata un’esperienza ai limiti dell’assurdo, se a quel punto non avesse girato l’angolo, scoprendo che in un hotel si stava tenendo un congresso per sordi.

Dopo un paio di birre piuttosto forti, si era steso sul già citato prato vorticante. Non era tanto ubriaco da non riuscire a pensare; l’esperienza di quel pomeriggio gli aveva lasciato addosso una strana sensazione di estraneità, e con gli occhi puntati sul cielo aveva iniziato a rimuginare su quanto sarebbe stato utile avere a disposizione una Guida Galattica per Autostoppisti, visto che quella che aveva in tasca si era dimostrata poco utile. Il titolo gli rimase in testa per qualche anno, finché  non gli tornò in mente mentre scriveva la sceneggiatura per un programma radiofonico che inizialmente aveva pensato di chiamare Le fini della Terra. Gli sovvenne mentre pensava a Ford Prefect, personaggio necessario alla comprensione che gli ascoltatori del programma avrebbero avuto del contesto. Ford Prefect, coprotagonista, lavora come ricercatore per la Guida Galattica, e ha il compito di raccogliere informazioni in ogni angolo dell’universo – mentre la sua funzione come attore è di scortare il pubblico alla scoperta della Galassia e del concetto di Guida.

La guida viene descritta come un congegno con “un centinaio di piccolissimi tasti piatti e uno schermo di circa dieci centimetri per dieci sul quale si poteva far apparire in qualsiasi momento la pagina che si voleva”. Conta un milione di pagine, è pubblicata a vastissima tiratura dalla casa editrice dell’Orsa Minore e presenta sull’involucro di plastica la rassicurante scritta DON’T PANIC. Costantemente aggiornata e specificatamente indirizzata agli autostoppisti, dunque perlopiù a chi vaga per l’universo con intenti ludico-turistici, la guida è evidentemente organizzata come un’enciclopedia.

L’opera seguente, in cui la fondazione di un ente dedito alla creazione di un’enciclopedia galattica funge da motore all’intera trama, viene citata dallo stesso Douglas Adams, che specifica più volte come le vendite della scanzonata Guida Galattica per Autostoppisti abbiano largamente sopravanzato le vendite di una fantomatica Enciclopedia Galattica, – così come altri best-seller purtroppo inediti sul nostro pianeta, quali Altre 53 cose da fare a gravità zero e Anche Dio può sbagliare.

Nel 1951 usciva il primo volume del celebre Ciclo della Fondazioni di Isaac Asimov con Foundation, pubblicato in Italia da Mondadori nella collana Urania nel 1963 col titolo Cronache della Galassia. Ripubblicato decine di volte in diverse edizioni, conta la trilogia originale, due seguiti e due prequel, l’ultimo dei quali è uscito nel 1993.

Nel primo capitolo della trilogia originale assistiamo all’origine della Fondazione, un ente deputato alla raccolta del sapere generale dell’universo. Hari Seldon è un celebre scienziato nato nell’anno 11.988 dell’Era Galattica nella regione di Arturo. Ormai anziano, ha conquistato il rispetto della comunità scientifica intergalattica grazie allo sviluppo della psicostoria, una scienza tra matematica, psicologia e statistica grazie alla quale è possibile prevedere con uno scarsissimo margine di errore la progressione della società umana. In seguito a lunghi e accuratissimi calcoli, Hari Seldon scopre che la Galassia si trova sull’orlo del collasso politico ed economico, alla fine della civiltà. Insiste perché venga sovvenzionata la creazione della Fondazione, un pianeta deputato allo studio e alla ricerca onde raccogliere tutto il sapere del mondo, in modo che alla fine della crisi l’umanità abbia da dove ricominciare, una base sicura su cui la civiltà potrà tornare a costituirsi. La creazione della Fondazione viene accordata, un pianeta designato ai limiti della galassia abitato da studiosi e deputato unicamente alla ricerca. La trama si mette in moto, e la storia pare deviare ben presto da quelli che parevano i binari segnati dallo stesso Seldon, ma questo non ha importanza. L’Enciclopedia Galattica ha preso vita.

Allontanandoci dalla fantascienza, arriviamo a Jorge Luis Borges, a un racconto scritto nel 1940, pubblicato per la prima volta sulla rivista Sur e in seguito parte della raccolta del 1944 Finzioni. Tlön, Uqbar, Orbis Tertius è un racconto breve, che non raggiunge i settemila caratteri, circa la metà della lunghezza di questo articolo. Inizia con la discussione tra due studiosi su Uqbar, una regione dell’Iraq o dell’Asia Minore che viene cercata ma non trovata sull’Enciclopedia del protagonista. L’amico, tuttavia, giura di averne letto su un’altra edizione, e difatti il giorno dopo non manca di contattare il protagonista e narratore dicendogli di avere sottomano l’articolo su Uqbar, che gli porterà pochi giorni dopo. Quattro pagine sulla regione, di cui l’unica nota interessante è quella sulla letteratura. La letteratura di Uqbar era immancabilmente “di carattere fantastico, e le sue epopee, come le sue leggende non si riferivano mai alla realtà, ma alle due regioni immaginarie di Mlejnas e di Tlon”. I due studiosi proseguono inutilmente nelle loro ricerche su Uqbar; la stessa Biblioteca Nazionale non ne offre neanche un cenno.

Il racconto ha inizio nel mondo reale, identico al nostro, in cui personaggi realmente esistiti si confondono in mezzo ai personaggi inventati, e solo avvicinandosi al finale l’elemento fantastico inizia a confluire nella trama, ricongiungendo Borges alla letteratura fantastica.

Il protagonista entra in possesso dell’undicesimo volume della First Encyclopaedia of Tlon, un volume di 1001 pagine, privo di data e luogo di pubblicazione. Il volume descrive un intero pianeta sconosciuto, coerente quanto immaginario in ogni sua produzione culturale e scientifica. Su Tlon la linguistica non prevede verbi o nomi, ma agglomerati di aggettivi; la sola disciplina interna alla cultura classica è la psicologia; i nessi logici tra causa e effetto sono incomprensibili agli abitanti di Tlon. A redarre l’intera enciclopedia – di cui il narratore leggerà soltanto l’undicesimo volume – è una setta di illuminati che conta trecento confratelli, con l’intento di dimostrare a Dio di essere in grado, da umani, di creare un mondo. Un atto di orgoglio, ripicca e umana presunzione che sottende una stratificazione di tematiche letterarie, politiche e filosofiche tra cui l’ossessione per mondi fittizi, idealismo e materialismo, e una non troppo sottile protesta per la facilità con cui la realtà può essere reinventata attraverso la narrazione. L’Encyclopedia di Tlon nasce infatti con l’intento di ricreare il mondo attraverso la conoscenza che le persone hanno di quel mondo; man mano che l’esistenza di Tlon viene sdoganata in seguito al ritrovamento dei 40 volumi dell’Enciclopedia di Tlon in una biblioteca di Memphis, Tlon inizia dapprima a introdursi nel nostro mondo, e poi a prenderne il posto. La realtà del mondo reale del racconto Tlon, Uqbar, Orbis Tertius inizia infatti a cambiare, aderendo sempre di più alle descrizioni della realtà descritta  nell’Encyclopedia.

Se nel caso della Guida Galattica per Autostoppisti avevamo uno strumento di facilissima consultazione per viaggiatori spaziali che ci ricorda molto l’enciclopedia per come la pensiamo adesso – digitale, in continuo aggiornamento etc – e con l’Enciclopedia Galattica il fulcro del sapere umano inteso come faro e salvezza della civiltà, la First Encyclopaedia of Tlon è quasi l’opposto; un mondo fittizio che dà vita a se stesso soltanto in virtù del fatto di essere entrato nel sapere comune. Un mondo immaginario in un mondo immaginario che scimmiotta il mondo reale.

Del resto, l’invenzione di titoli inesistenti è un elemento ricorrente nella narrativa, che non nasce con la sperimentazione del surrealismo o con l’audacia della fantascienza, ma che possiamo ricondurre a svariate opere classiche. Termine con cui viene identificato il fenomeno è pseudobiblium, con cui si indicano titoli fittizi inseriti in opere letterarie, e che vengono trattati più o meno estensivamente.

Era il 1532 quando François Rabelais pubblica con lo pseudonimo Alcofribas Nasier Pantagruel, primo dei cinque volumi che andranno a seguire le sgangherate avventure dei due giganti Gargantua e Pantagruel, padre e figlio. Una satira scanzonata e triviale, scritta in un linguaggio semplice, ispirata alla tradizione orale, che non disdegna di descrivere deiezioni corporali e volgarità in genere. Nel settimo capitolo del secondo volume, Gargantua (1534), il gigante visita la Libreria di San Vittore, e qui stila un accurato catalogo contenente 139 pseudobiblium improbabili, spesso dai titoli osceni e l’intento volgare, tra cui De modo Cacandi, Ars honeste petandi societae, Il Belinato di Corte, Cacatorium Medicorum, Il coglionamento di promotori etc.

Nel racconto breve The Hound, pubblicato nel 1924 sulla rivista Weird Tales, Howard Phillips Lovecraft cita per la prima volta il Necronomicon, forse lo pseudobiblium più famoso della letteratura; trattasi di un caso ben più peculiare della lista stilata da Rabelais, in quanto il Necronomicon è un artefatto fittizio che vive di vita propria, ben al di fuori della narrazione. Nel 1941 un antiquario newyorkese lo inserirà in un catalogo bibliografico, e negli anni ’60 lo scrittore statunitense Lyon Sprague de Camp ne comprerà una contraffazione difendendone l’autenticità. Lovecraft ha voluto giocare parecchio sul suo fantomatico Libro dei nomi dei morti, che cita in vari racconti ampliandone di volta in volta la mitologia.

Tornando su lidi meno orrorifici, in quell’anfratto tra sperimentazione e fantascienza in cui Stanislaw Lem ha ben pensato di accomodarsi, abbiamo il volume Vuoto assoluto (1971), edito in Italia da Voland, in cui l’autore affida a quattordici letterati inesistenti quattordici recensioni di libri altrettanto inesistenti, tutti immancabilmente aderenti a un’idea bislacca di letteratura e narrazione.

Volendo andare ancora un po’ indietro, lo stesso Arthur Conan Doyle, nel corso della lunga e non sempre lieta scrittura dei romanzi e racconti incentrati su Sherlock Holmes, fa citare al consultant detective una lunga serie di titoli improbabili sui più svariati argomenti che possano tornare utili ai fini delle investigazioni.
Le enciclopedie rispondono alla necessità di racchiudere il sapere, descriverlo e diffonderlo; analogamente, la letteratura ha il compito di parlarci del nostro mondo in modo che possiamo capirlo, anche e soprattutto mentendo. Per spiegare la nostra realtà, abbiamo bisogno di crearne di nuove, ed è forse strano che deputiamo alle enciclopedie di mondi finzionali la capacità di guidarci, o, come nel caso di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, di riplasmare la realtà stessa. Ma dopotutto potrebbe essere un riflesso contorto del bisogno umano di cercare la fonte di tutte le risposte.


Erica Casale, classe 1988, laureata in scienze della comunicazione, gestisce il lit-blog La Leggivendola e chiacchiera di editoria e scrittura su Penne Matte

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