I consigli della redazione – e di amici e amiche della stessa – su cosa leggere ora che per via di Natale e capodanno abbiamo tutti un po’ di tempo da passare davanti al camino. Letture indiscrete per recuperare grandi classici, proporre regali di qualità o semplicemente lasciarsi andare a esplorare ottime storie.
In copertina e lungo il testo opere del pittore franco-ucraino joseph pressmane
Siamo a fine anno e non tutti, a dire la verità, andranno effettivamente in ferie. Tra chi si prenderà qualche giorno di vacanza poi ci sarà chi avrà bisogni e impegni frenetici (tra famiglia, feste e viaggi) tanto quanto lo sono quelli lavorativi. Ma in questo periodo ci sono anche moltissimi di noi che tre o quattro giorni di riposo li avranno. E quindi ecco una lista abbondante, come di consueto, in cui L’Indiscreto vi consiglia cose da leggere in poltrona, da comprare o magari da regalare.
Francesco Ammannati
Natale, tempo di luci, regali, e bilanci sull’umanità. Quale migliore momento, dunque, per riflettere sul rapporto tra miseria, carità, e sacro?
Iniziamo con una novità fresca di stampa: Come dèi fra gli uomini. Una storia dei ricchi in Occidente di Guido Alfani (Laterza, 2024). Un titolo che non potrebbe essere più adatto al periodo natalizio, con l’incarnazione del divino al centro del racconto cristiano. Alfani esplora la relazione tra potere economico e sacralità, mostrando come le élite del passato si siano spesso percepite – o fatte percepire – come quasi divine. Alfani evidenzia come, super-ricchi, da sempre centrali nella storia dell’Occidente, abbiano abbandonato il ruolo storico di sostegno durante le emergenze, preferendo un “filantrocapitalismo” che non dissipa i sospetti di vantaggi personali, dall’elusione fiscale a strategie di influenza indebita nella fera pubblica, col rischio di minare il contratto sociale e lasciare alle future generazioni il peso delle attuali disparità.
Passo all’altra faccia della moneta, e segnalo un classico della storiografia sociale, La pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa di Bronisław Geremek (Laterza, 2021) che ci guida attraverso secoli di tentativi – spesso maldestri – di gestire la povertà. Geremek ricorda che la carità natalizia, così come la conosciamo oggi, ha radici profonde nella storia, ma anche nei contrasti: per ogni gesto pietoso, c’era spesso una forca pronta per chi non rientrava nei ranghi dell’accettabile. Con un’attenzione maniacale ai dettagli, Geremek ci porta nei vicoli medievali, tra confraternite e mercati, facendoci quasi sentire l’odore – non sempre gradevole – della storia. Un testo denso e illuminante, perfetto per chi desidera riflettere sull’ambiguità morale dei nostri stessi gesti di generosità.
Infine, Paure e devozioni di Adriano Prosperi (Quodlibet, 2024). Se Geremek ci accompagna nei vicoli, Prosperi ci porta nelle pieghe più oscure della coscienza collettiva. Una raccolta di saggi come un viaggio tra le paure e le speranze che hanno modellato la religiosità popolare nell’età moderna, con echi che evocano i riti contemporanei. Una lettura che ci aiuta a comprendere perché, ancora oggi, accendiamo una candela per un desiderio o appendiamo luci all’albero sperando in qualcosa di più grande di noi.
Giulia Bocchio
Come lettrice, ci sono tre macro temi che mi appassionano da sempre: il Medioevo, la bruttezza e il linguaggio. Quindi procederò così, per ossessioni, dando il braccio a tre densi libri, tutti usciti quest’anno.
Ossessione numero 1: Il Medioevo e chi lo ha abitato.
La nascita del femminismo medievale (Einaudi), Chiara Mercuri
Maria di Francia è una figura rivoluzionaria, di cui si parla poco, e qui restituita in maniera lucida da Chiara Mercuri. Circondata da ambienti nobiliari sensibili a una visione più avanzata del ruolo femminile, Maria propose un nuovo modello di relazioni tra i sessi. Attraverso i suoi scritti – tra cui spiccano gli appassionati Lais, brevi poemi narrativi intrisi di tensione emotiva – Maria articolò una visione dell’amore radicalmente innovativa, direi epidermica. Nel suo universo poetico, l’amore non era più un semplice patto dinastico, ma un’esperienza intima, autenticamente fisica. Rivendicò per le donne la libertà di scegliere chi amare, di vivere il desiderio senza vergogna e di affermare la propria identità contro i dettami imposti dalla società. Va da sé, la sua ‘grammatica delle relazioni’ non portò a una trasformazione immediata delle strutture sociali né alla liberazione delle donne dalle loro catene ma aprì un varco, aprì a possibilità nuove. I contemporanei forse la definirono una rivoluzione fallita ma allora: lunga vita alle rivoluzioni fallite.
Ossessione numero 2: il brutto come categoria (est)etica
Bruttezza (Fandango), Moshtari Hilal
Quando escono saggi del genere io vado subito a leggerli. Qui l’autrice, che è cofondatrice del collettivo Afghan Visual Arts and History e del progetto di ricerca Curating Through Conflict with Care (neue Gesellschaft für bildende Kunst 2022–2023), partendo da un’analisi teorica ispirata a pensatori come Frantz Fanon, alle teorie del femminismo nero e ai Disability Studies, denuncia la costruzione sociale della bruttezza come mero dispositivo politico-economico, un meccanismo che finisce per escludere e disumanizzare i corpi marginalizzati. La bruttezza non è una qualità intrinseca, non è la disarmonia di una dentatura o dei tratti di un viso e no, non è neanche ciò che ci restituisce lo specchio quando ci alziamo la mattina, ma è un’etichetta imposta a ciò che non può essere facilmente assimilato o sfruttato dal sistema capitalistico. Nelle sue intersezioni tra analisi teorica, narrazione lirica e sperimentazione artistica, questo testo è un invito a ripensare l’ontologia stessa del visibile, ampliando però il discorso verso una critica estetica delle strutture di potere.
Ossessione numero 3: il linguaggio e le sue derive
Interferenze (déclic), Sandra Branca
Déclic è una casa editrice emergente per la quale ho un debole, e non è un segreto, proprio perché il suo manifesto pone in primo piano la necessità di una scrittura come manipolazione del linguaggio, in un’ottica post-generica. Quest’anno mi ha particolarmente colpita l’esordio poetico di Sandra Branca. Interferenze è una raccolta che non solo abbraccia la mobilità semantica propria della poesia, la trascende. C’è però in ogni pagina, o meglio, in quasi ogni verso, una strana tensione, qualcosa di ambiguo, di strappato alla grammatica. Per capire cosa intendo, consiglio una lettura ad alta voce dei testi: lingua, saliva e respiro si disarticoleranno per restituire a loro modo un tassello di verità: l’ombra che insegui è la tua.
Elena Cirioni
Perdersi è una delle caratteristiche più belle del piacere della lettura. Per questo motivo i consigli di quest’anno hanno come protagonisti tre libri che mi hanno fatto percorrere strade sconosciute del nostro pianeta e della fantasia.
Mi sono persa nel libro di Aime Nezhukumatathil, Un mondo di meraviglie. Elogio di lucciole, squali balena e altri prodigi, edito da Nottetempo e tradotto da Federica Principi con le suggestive illustrazioni di Fumi Mini Nakamura.
Una guida poetica sulla natura e sui posti che l’autrice ha considerato casa negli anni. Dagli animali, anche da quelli più strani e dalle mille forme della natura si può imparare tanto, Aime Nezhukumatathil ci spiega come prendere spunto dai narvali, dalla mimosa pudica, dagli squali balena e da altre creature per ridisegnare e scoprire altri punti di vista.
Perdersi, lasciare tutto, decostruire il proprio ego per poi ricostruire una nuova coscienza, il saggio di Paolo Pecere, Il senso nella Natura. Sette sentieri per la terra, edito da Sellerio, mostra questa risorsa del significato del viaggio indicandoci delle vie per ridare vita alle nostre sensibilità emotive e ristabilire un nuovo contatto con il pianeta, necessario per la nostra sopravvivenza.
Perdersi nei libri significa anche percorrere strade oniriche che portano verso mondi fantastici. Seguendo il viaggio de, Lo studente del divino di Michael Cisco edito dalla casa editrice Mercurio e tradotto da Viola Di Grado, si visita la città di San Vinicio con i vicoli labirintici fatti di giada e i suoi abitanti, creature bizzarre custodi di magie e segreti. Inutile domandarsi cosa siano e cosa sta succedendo, durante questa esplorazione lisergica tutto può accadere e l’unica cosa da fare è abbandonarsi completamente.
Diego De Angelis
La buca, di Hiroko Oyamada
Asahi, giovane casalinga di recente stabilitasi in una sonnolenta provincia, pare imprigionata in una dilatazione asfissiante del quotidiano, dove il tempo stesso sembra liquefarsi sotto un sole opprimente. La sua routine è scandita dalla presenza invadente di una suocera onnipresente, dall’indifferenza di un marito divorato dall’iperconnessione digitale, più concentrato sul proprio smartphone che sulla vita condivisa, e dal vuoto che si espande inesorabile, amplificato dal frinire incessante delle cicale. Ed è in questa bolla di immobilità che si insinua un elemento inatteso, un perturbante segno d’altrove: mentre passeggia, Asahi avvista una creatura misteriosa, una bestia dalla pelliccia nera e dai denti selvatici, come se provenisse da una dimensione parallela o da un sogno non ancora decifrato. Inizia un breve viaggio che rimanda a quello di Alice e del bianconiglio, ma nel tessuto della quieta e morente campagna giapponese.
25, di Bernardo Zannoni
Dopo l’esplosivo successo di I miei stupidi intenti, l’attesa per il secondo romanzo di Zannoni era carica di aspettative, forse inevitabilmente destinate a pesare su 25. Accolto con discrezione e reazioni critiche che oscillano tra il perplesso e il moderatamente positivo, il libro non ambisce a essere un’opera epocale. Tuttavia, è un romanzo che, nella sua imperfezione, si rivela coerente. 25 si presenta come un’opera volutamente (?) disordinata: illogica a tratti, inciampa, ma capace di affascinare per la sua leggerezza e malinconia. È una narrazione che riflette il suo protagonista, Gerolamo, un venticinquenne intrappolato nella quotidianità sfuggente di una provincia italiana anonima eppure riconoscibile da tutti.
L’atmosfera del romanzo si muove tra il surreale magico di Haruki Murakami e le suggestioni che evocano, a tratti, una canzone degli 883, altre volte la crudezza poetica di Macello di Ivano Ferrari (chi lo ha letto, sa a che scena mi riferisco). Il libro finisce che hai voglia di sapere come diventerà adulto il suo protagonista. E mi sembra una cosa buona.
Tokyo Alien Bros
Tokyo Alien Bros parte da un pretesto fantascientifico che si rivela presto un dispositivo narrativo: due alieni sbarcano a Tokyo, assumendo sembianze antropomorfe per confondersi tra gli umani e studiare la vita terrestre, con l’obiettivo, in un futuro non troppo lontano, di preparare la colonizzazione del pianeta.
Il vero cuore del racconto è l’indagine sull’esperienza umana, filtrata attraverso lo sguardo straniante e ingenuo dei due protagonisti. Questi ultimi, alieni non solo in senso letterale ma anche esistenziale, si confrontano con i misteri dell’emotività umana: cosa significa innamorarsi, come si manifesta la rabbia, cosa genera la gelosia, e quali sono i limiti e le possibilità dei corpi in cui si incarnano.
Keigo Shinzo, ormai affermato come uno dei più brillanti mangaka della sua generazione, conferma qui la sua straordinaria capacità di fondere registri narrativi diversi. Il tono leggero e spesso umoristico si intreccia a momenti di introspezione acuta, portando a riflettere su temi universali come l’alienazione e il senso di appartenenza.
Volete regalare un bel fumetto e farci anche bella figura? Cercate l’edizione in cofanetto che racchiude i tre volumi.
Francesco D’Isa
I media sono stati spesso bersaglio di ansie collettive e panico morale: scrittura, stampa, romanzi, radio, televisione, computer, videogiochi, e adesso le AI. In merito Dangerous Media? Panic Discourses and Dilemmas of Modernity di Kirsten Drotner è una lettura utilissima. In appena venti pagine, Drotner indaga come ogni nuova tecnologia mediatica sia stata circondata da timori apocalittici e proiezioni di disfacimento sociale. Il saggio è anche utile per comprendere come i giovani, spesso descritti come vittime o perpetratori dei mali associati ai nuovi media, siano ciclicamente al centro del panico morale. Le nuove generazioni sono inquadrate come veicoli di nuovi pericolosi valori, ma anche vittime dell’influsso tecnologico – perché si sa, i giovani sono fragili e manipolabili, incapaci di resistere ai poteri seduttivi dei media: “Qualcuno pensi ai bambini!”. Uno schema ricorrente che ci invita a vedere in queste narrazioni una proiezione delle ansie di una società che fatica a confrontarsi con il cambiamento e con la perdita di potere delle generazioni più anziane.
Altro pensatore utilissimo è il visionario Vilém Flusser. Già negli anni ‘80 questo autore ci invitava a considerare le immagini tecniche – fotografie, filmati, ora si direbbe i modelli di intelligenza artificiale – non come meri strumenti, ma come “apparati” che ridefiniscono il nostro modo di interpretare e abitare il mondo. In Towards a Philosophy of Photography, Flusser descrive la fotografia come un codice che governa le scelte umane, trasformando gli individui in funzionari del programma della macchina. Questa idea dell’autonomia della tecnologia si presta benissimo a una riflessione sull’AI, ma la estenderei a qualunque strumento, perché ogni mezzo porta con sé in qualche modo l’eredità del contesto sociale e culturale in cui nasce e si evolve.
Per chi preferisce immergersi in una narrazione romanzesca, Elettra di Violetta Bellocchio è una scelta interessante. Per me leggerlo è stato anche scoprire che fine avesse fatto un’amica dopo due anni che non rispondeva più ai messaggi. Bellocchio era diventata Barbara Genova, in una liberazione dalla sua identità che ha lasciato solo quel che di lei poteva restare una volta sottratta la sua storia: una scrittrice che si infila in situazioni assurde. Consiglio anche Lo splendore di Paolo Di Mino, un romanzo che merita l’attenzione di un classico. Al centro dell’opera troviamo un protagonista ancora a venire, mentre attorno si delineano le sue genealogie, umane, culturali e metafisiche. Un percorso di iniziazione dal gusto neoplatonico e di una letterarietà di altri tempi – sembra lungo ma si legge con furore e in poco tempo.
Alessia Dulbecco
Come sempre, le mie proposte di lettura vogliono essere un invito a compiere un breve viaggio tematico all’interno dei miei interessi assorbenti, ovvero il weird e i femminismi, sperando possano diventare anche un po’ i vostri.
Tlon ha ripubblicato il classico di Élisabeth Badinter, L’amore in più, un saggio imprescindibile per ricordarci che tutto ciò che associamo all’archetipo della madre – l’amore incorruttibile, l’etica del sacrificio, la sacralità del ruolo – è in realtà un’invenzione recente che andrebbe ridiscussa per restituire libertà a chi lo è o intende diventarlo.
Ci sono figure femminili di cui conosciamo poco. Mary Wallstonecraft Godwin, passata alla storia col cognome del marito – Shelley – è una di queste. La Nuova Frontiera ha pubblicato da poco La donna che scrisse Frankenstein. Usando una forma ibrida che intreccia romanzo, saggio e biografia, Esther Cross ci invita a ripercorrere non solo la vicenda umana e letteraria dell’autrice ma soprattutto il mondo culturale della Londra ottocentesca – fatto di cimiteri, scoperte scientifiche, cadaveri trafugati e relazioni fuori dagli schemi abituali – che ha sostenuto l’immaginazione di Shelley fino alla creazione del mostro in cui, più di ogni altro, sono sedimentate le paure dell’umanità.
L’ultimo suggerimento ha a che fare con il lavoro di un’altra intellettuale immensa, troppe volte dimenticata. Susan Sontag ha scritto pagine incredibili e ha saputo decifrare con largo anticipo alcuni fenomeni (per dirne uno: l’ageismo) che hanno influito sul genere femminile e sulle sue possibilità di spazio e di parola. Per questo il mio consiglio è di (ri)leggere Sulle donne, pubblicato da Einaudi. Una raccolta di brevi saggi, interviste e articoli scritti nel primi anni Settanta, attualissimi perché capaci di intrecciare il dibattito femminista intorno all’identità delle donne alle questioni sociopolitiche e di potere soggiacenti al sistema. Nonostante siano passati cinquant’anni poco è cambiato: per questo le sue parole sono ancora necessarie.

Adriano Ercolani
Eccomi, come di consueto, a segnalare opere completamente discordanti, legate solo dal filo di una mistica follia, in pieno spirito gemellino (l’arte di rendere le tendenze schizoidi un percorso verso l’Uno).
Dunque:
– Le malaveglie, Filippo Cerri (Effequ)
Storie di paura popolare, recita il sottotitolo: tredici, per la precisione, raccontate molto bene, aggiungo io. Per chi ama l’aspetto più folklorico delle fonti lovecraftiane o gli aspetti più spaventosi dell’immaginario tolkieniano, alla riscoperta delle radici del gotico nostrano (non solo padano).
Bello.
– La testa di Medusa, John Symonds (Tre Editori)
Quale miglior libro da tenere sul comodino durante le feste natalizie più che il dialogo (romanzato) tra la più grande manifestazione storica del Male e la Bestia, “l’uomo più perverso del mondo”? John Symonds ricostruisce, con sapienza narrativa, le relazioni abissali tra Adolf Hitler e Aleister Crowley (ipotizzate da René Guénon).
Intrigante, oscuro, inquietante: un manuale necessario per destare “la coscienza del Male”, di cui parlava Baudelaire.
Bisogna conoscere l’Ombra, per integrarla, ammoniva colui che ebbe il coraggio di smascherare Freud. Chi siamo noi per contraddirlo?
Un libro che ogni gnostico che si rispetti deve leggere.
– La città fantasma, Flavia Cidonio (Edizioni Ensemble)
La poesia di Cidonio conduce in un Altrove.
Da un lato mostra in maniera spietata la realtà, dall’altra la trasfigura poeticamente: il lettore da un lato è come rapito in una dimensione altra, sognante, quasi un castello ai confini di una città (che però è fantasma, appunto); dall’altro. è come posto davanti allo specchio della propria essenza, spogliato d’ogni sovrastruttura. Una poesia che abita nel limite nell’ineffabile, schiaffeggiando convenzioni, sguinzagliando soluzioni creative, per restituire, nel forbito rigore dello scritto, la spontanea musicalità del discorso orale.
Possiamo solo dire: brava
Barbara Genova / Violetta Bellocchio
Cominciamo da quello che ho appena acquistato io proprio per regalarlo a Natale a una persona cara: “Una rivolta” di Enrico Prevedello (nottetempo), perché abbiamo tutti bisogno di più libri prodotti da italiani che sanno scrivere, perché la persona a cui lo sto regalando è appassionata di storia del Novecento, e perché io sono appassionata di complottismo, fanatismo politico e gente che ci rimane sotto (il personaggio raccontato da Prevedello era un indipendentista veneto che un bel giorno entrò in banca con una pistola per chiedere “chiarimenti” al direttore della banca; la situazione terminò con un processo in cronaca nazionale.)
Sulla stessa falsariga, consiglio sempre “Shot in the Heart” di Mikal Gilmore, ormai un classico del memoir familiare: Gilmore era un giornalista musicale sopravvissuto a un’infanzia travagliata, fino a quando si trovò ad essere anche il fratello di Gary Gilmore, l’uomo che di fatto chiese di essere condannato a morte per duplice omicidio, trasformando se stesso in un improbabile eroe negativo e la fine della propria esistenza in uno spettacolo per TV e giornali scandalistici. Il libro ricostruisce la storia della famiglia Gilmore dall’interno, non per capire cosa di preciso rese Gary un assassino, ma per capire quanto la violenza e l’ossessione religiosa fossero una doppia matrice trans-generazionale che aveva segnato tutti i Gilmore sul tempo lungo.
Un nuovo classico italiano che mi sto trovando a consigliare ex novo è “Grande Era Onirica” di Marta Zura-Puntaroni: l’ho riletto in primavera dopo diversi anni dalla sua pubblicazione per vedere come l’autrice aveva messo su carta tutto l’iter medico/farmacologico della sua voce narrante (giovane donna invischiata con vari psicologi, terapeuti e psichiatri alla ricerca di un rimedio per stare meglio), mi sono ritrovata davanti alla consapevolezza che il libro in sé mi era davvero volato sopra la testa a suo tempo e non avevo capito nulla della forma altissima con cui era stato scritto, compresa la sapienza con cui Zura-Puntaroni tratteggia la città universitaria come una sabbia mobile da cui è quasi impossibile andarsene.
Flavio Luzi
A volte “curare il proprio orticello” – secondo un modo di dire forse mutuato dal Candide di Voltaire – può risuonare con un determinato evento e caricarsi di un’intensità insolita, esortando il coltivatore ad assumere, suo malgrado, un posizionamento antagonista. Capita così che nel 2008, di fronte al cosiddetto affaire Tarnac, Nathalie Quintane china sulle sue piante di pomodoro si trovi nell’impossibilità di discernere pubblico e privato, poetico e politico. Due anni dopo l’arresto di quei “giovani hölderliniani giacobini” vede la luce Pomodori (a cura di M. Zaffarano, Tic Edizioni 2021), esempio riuscito di poème en prose il cui anelito è platonicamente da cercarsi nel dialogo conclusivo tra i fratelli Blanqui, epilogo di un testo mosso dalla consapevolezza che, dove la polizia è digiuna di letteratura, le velleità estetiche sono sempre passibili di capovolgersi in prove giudiziarie.
Lontano da ogni giudizio conduce, invece, la riflessione sull’etica di Baruch Spinoza consegnata da Emanuele Dattilo ne La vita che vive (Neri Pozza 2022), volume agile e ricco, incontrovertibilmente ispirato, che si dispiega nell’intervallo musaico fra due nomi propri: il “Giorgio” della dedica e la “Martina” alla quale, nell’ultimissima pagina, riconosce di aver contribuito al concepimento dei capitoli finali. In un passaggio della sua precedente opera l’autore invitava, con le parole di Ba‘al Shem Tov, a intendere panteisticamente il tiqqun ebraico, come la capacità di vivere attraverso la stessa vita che traiamo dalle cose. Una simile esigenza redentiva potrebbe altrettanto attraversare queste pagine se è vero che nella “vita che vive” evocata in esergo dal poeta, cioè nella pura sensazione di essere vivi, riposa la scaturigine ultima della felicità o, spinozianamente, della beatitudine.
Una mattina primaverile, seduto in uno dei miei bar preferiti con lo sguardo sospeso fra i sampietrini e le rampicanti, nel mescolarsi del rosso laterizio con l’azzurro cielo, uno sconosciuto mi ha avvicinato per propormi il suo libro su un bar. Niente di strano, c’è ormai una sterminata bibliografia devota alla Luisona, patrona letteraria di questi luoghi magici di progetti improbabili, amori sconclusionati e incauti avventori. Ma si trattava nientemeno di un libro sul bar nel quale mi trovavo, per me un po’ più magico degli altri anche perché adiacente a un arco romano con i suoi riti di passaggio. Tra flâneur da bancone e mosche inoperose, falsi funerali e truffe vere, Banco A Ristoro San Calisto (Teseo Editore, 2022) di Marino De Crescente restituisce quasi cinematograficamente l’atmosfera surrealistica che avvolge la sua comunità anarchica di maschere ironiche e disperate, ciniche e commoventi, colte nel loro baluginante tremolio.
Lavinia Mainardi
Quel retrogusto di inadeguatezza nella decriptazione delle cartografie del presente che abitiamo, si è fatto -come credo per altri- negli ultimi tempi sensazione tagliente di non avere gli strumenti giusti per leggerne le contorte traiettorie, un po’ come quando dall’oculista si prova a mettere a fuoco le lettere dellatavola optometrica con lenti sbagliate. Dapprima la necessità di abbattere i dogmatismi, anzi i dualismi con la nozione di complessità, il modello fitomorfo delle reti, poi sempre più urgente la consapevolezza della non-alterità delle intelligenze altre, non-umane, organiche, animali e macchiniche, la prospettivaantispecista, la pervasività avvertita fin nel quotidiano della crisi climatica, la necessità di restituire al vivente la sua essenza fatta di interconnessioni, metamorfosi, “compostaggi”,contaminazioni,alla materia il suo vitalismo, alla politica la sua radicalità trasformativa, hanno indirizzato una serie spesso disordinata di letture, incontri, ascolti.
Consapevole del posizionamento nell’antropocene e nel tentativo ostinato di sradicare dall’idea di eccezionalità il mio sguardo sul mondo ( sguardo umano ed umanistico, che poi corrisponde alla normatività occidentale introiettata paradossalmente con lo sforzodi un’educazione ben radicata su tale canone ), ho incontrato ilpensiero di Rosi Braidotti, filosofa nomade e multiculturale,allergica a etichette e confini e quella che Braidotti chiama la “convergenza postumana”, un ibrido di nuove tecnologie, IA, femminismo, ecologismi, prospettive di genere, approccipostcoloniali, media e cultural studies . E’ stata riunita proprio in questi giorni in un unico cofanetto la trilogia “Il postumano” per DeriveApprodi, una lettura non facile, ma da cui si esce profondamente cambiati, almeno così è stato per me. “Ciò che caratterizza la condizione postumana -scrive Rosi Braidotti- è la convergenza paradossale della Quarta rivoluzione industriale e la Sesta estinzione su di “noi” – abitanti umani e non-umani di questo pianeta. Sì siamo tutti nella stessa tempesta, se non nella stessa barca: navighiamo tra algoritmi diabolici e in acque marinetanto profonde quanto acidificate. La quarta rivoluzione industriale comporta la convergenza di tecnologie avanzate, quali robotica, intelligenza artificiale , nanotecnologia, biotecnologia e Internet delle cose. Ciò significa che i confini digitali, fisici e biologici stanno sfumando. La Sesta estinzione si riferisce all’estinzione delle specie nell’attuale era geologica ed è risultato dell’attività umana. Affrontare questi fenomeni intrinsecamente contraddittori ci trova posizionate fra due forme parallele e speculari di accelerazioni: le accelerazioni sistemiche del capitalismo avanzato e la grande accelerazione del cambiamento climatico. Come sviluppare una visione di insieme di queste forze centrifughe e stabilire un equilibrio tra di loro, fa parte dei compiti che la storia ci ha assegnato”.
Alessandro Aresu, analista strategico, consulente per istituzionipubbliche e collaboratore di testate quali Le Grand Continent eLimes, pratica quella che Haruki Murakami chiama arte di correree come Haruki Murakami intreccia vite, mondi e visioni, con la differenza che le sue prospettive hanno la concretezza della geopolitica, la “Geopolitica dell’intelligenza artificiale”, testo corposo quanto dettagliato, recentemente uscito per Feltrinelli.
Un’ Intelligenza artificiale intesa come pervasività ed estensione del paradigma digitale nel mondo del tardo capitalismo politico: uno scenario competitivo -al limite dell’esplosivo- di contesa economica e tecnologica, in cui la commistione fra aziende e stati,potere economico e ricerca scientifica, bio-tecno-politica, sono ingaggiate in un’incessante e sempre più veloce accelerazione per accaparrarsi risorse materiali e naturali indispensabili al sostentamento di un’autentica filiera basata sui data-center e i supercomputer, alimentati dai semiconduttori, i microchip evoluti per la cui realizzazione sono indispensabili terre rare quali silicio, cobalto, litio, palladio e il cui funzionamento necessita di enormi quantità di acqua ed energia. Una sorta di iper-oggetto industrialemolto ben radicato nel presente. Una storia in cui si incrociano le biografie di politici, filosofi, scienziati, imprenditori. Ecco la narrazione popolarsi di personalità come Geoffry Hinton, Fei Fei Li, Morris Chang, Demis Hassabis, Peter Thiel, Elon Musk, (ma non aspettatevi un giudizio etico sul loro operato)e su tutti JensenHuang, fondatore di NVIDIA, l’immigrato taiwanese che incarnaparadigmaticamente l’ostinazione geniale che ha trasformato giochi e videogiochi, intuizioni e dedizione in un motore di cambiamento globale. Ma Aresu ha una formazione filosofica ed èappassionato allievo di Massimo Cacciari, la cui metafisica concreta è sempre presente tra le righe di “Geopolitica dell’intelligenza artificiale”, assieme ai riferimenti a Leibnitz, Gödel, Heisemberg, ai teatri della memoria,a Musil, referenti che permettono di leggere quest’avventura anche sub specie filosofica. Con questo libro sarà più facile orientarsi nel presente.
Fra noir, new weird e climate fiction, senza essere ingabbiato in nessuna di queste categorie, si muove “Colibrì Salamandra” di Jeff Vandermeer, Einaudi, scrittore la cui aderenza ad un immaginario contemporaneo, ha relegato nella nicchia del “genere”.
Un romanzo febbricitante in cui tutto è leggermente alterato. L’ambientazione è spostata appena in avanti verso l’apocalisse della crisi climatica, la biologia si muove fra organismi plausibili ed estinzioni di altri, ora ancora “solo” a rischio, l’unità di tempo si sovrappone fra un passato segreto per gran parte della storia e un presente che precipita inesorabilmente, il mondo è conteso fraoligarchie di predatori ambientali, capitalismi del controllo,eco terroristi e sullo sfondo la tassidermia che si fa emblema della malattia del mondo. Ogni cosa è connotata simbolicamente: due animali apparentemente così lontani e due protagoniste, lacorpulenta e pragmatica Jane e l’ irraggiungibile e ineffabile Silvina, una reale l’altra sua ( forse ) proiezione fantasmagorica, entrambe armate di uguale concretezza. Una quasi distopia in cui districarsi diventa un piacevole atto di resistenza.
Francesca Matteoni
I corpi, le ibridazioni, i mondi. Sono le parole emergenti dalle letture per questo inverno che sancisce un anno amaro e ci conduce nella ripresa del ciclo stagionale con molte più paure che desideri. Quando si teme, tuttavia, la cosa migliore è continuare a guardare, ad affiliarsi ad altri esseri, a chi, soprattutto, si trova nell’occhio del ciclone.
Il primo consiglio è il libro Dal fiume al mare, del poeta palestinese Samer Abu Hawwash, tradotto per emuse. Avevo letto Hawwash nel numero primaverile di Arabpop, dedicato alla Palestina: in quest’opera la voce di chi osserva il genocidio si fonde inevitabilmente a quelle perdute eppure resistenti dei corpi di Gaza. Come scrivere ancora? Mi chiedo leggendo. Forse per testimoniare il paradosso della sopravvivenza, in un mondo dove i massacrati sono più vivi dei viventi.
E d’altra parte il vivente stesso necessita di ridefinirsi e rimescolarsi. Lo suggerisce l’esperimento di Franny Choi, Soft Science (Timeo), in cui la parola si offre alla bocca di un essere socialmente indefinibile. Umana, cyborg, coscienza altra, intelligenza che sgorga dall’oceano in filamenti, cavi, radici. Ogni sezione è scandita da una poesia che rielabora il test di Turing per determinare l’intelligenza della macchina. O le macchinazioni dell’organico. Il limite fra autonomia e automatismo si fa labile mentre sentimento e programmazione si sovrappongono in codici intimi e stranianti.
L’ultimo consiglio è l’avverarsi di un’attesa. L’editore Cliquot ha infatti appena pubblicato la traduzione di un piccolo capolavoro inglese: Lud nella Nebbia di HopeMirrlees, uscito nell’originale quasi un secolo fa. Questo libro è un portale fra i mondi, un testo senza eroi, pieno dell’ambiguità delle fate. Nella sua danza fiabesca isensi dell’abitare si estendono e ricordano come ogni chiusura produrrà una straordinaria rivolta: il suono curioso, indomabile e segreto di tutte le creature oltre le nebbie.
Alessandro Mazzi
Il Diavolo. Storia iconografica del male
Laura Pasquini, Carocci 2024.
L’eone cristiano si dissipa, ma le sue immagini e presenze continuano ad abitare la civiltà occidentale. Pasquini non solo ripercorre l’origine della figura del diavolo e la sua iconografia,ma anche le trasformazioni e continuità storiche tra l’epoca pre-cristiana e quella moderna. Al pari del dio giudaico-cristiano, anche il diavolo si trasforma nel tempo. Nei testi ebraici pre-esilici, la parola satan «oppositore; avversario» è un sempliceappellativo che indica qualunque figura che si oppone a qualcuno. L’influenza zoroastriana durante l’esilio babilonese rende il discorso biblico più universale e satan inizia a riferirsi a un angelo della corte divina di Yahweh/El. Nei secoli successivi i cristiani attingeranno alle fonti bibliche e apocrife per plasmare i tratti del «principe di questo mondo». L’iconografia del diavolo sorge nella tarda antichità dalla demonizzazione degli dèi pre-cristiani, riprendendo gli animali biblici del leone, serpente e maiale come simboli universali del male e del peccato, mentre la scolastica vi vedrà il non-essere, finché poi nell’Alto Medioevo inizia ad assumere forme ibride più antropomorfe, incarnando il tentatore nelle vite dei santi per celebrare il matrimonio con la donna, vista come lussuriosa. Invade le chiese romaniche e gotiche, le miniature e il folklore, divenendo colui che disordina il mondo e il capro espiatorio che incorpora i nemici del potere.Nel Medioevo, il diavolo-serpente si ibrida con l’immagine di Eva demonizzando il mondo femminile, oppure come riflesso mostruoso della trinità, mentre i romantici lo esalteranno come eroe decaduto che si ribella al dio. L’apparato iconografico di Pasquini rende evidente una cosa: il diavolo diventa l’estasiselvatica che il Cristo e il dio unico non potevano essere, esaltati nella loro eterna luce. Oggi il diavolo può essere chiunque non condivida la nostra visione del mondo, ma almeno può splendere in tutta la sua bellezza, libero dai vincoli cristiani.
Angeli. Illuminazioni, racconti e immagini sui messaggeri
Hakim Bey (Peter Lamborn Wilson), Shake 2017.
Ogni cultura e tempo ha degli esseri intermediari, messaggeri celesti che l’occidente cristiano chiama angeli. Spiriti animali,geni, daimon o divinità alate che mettono in comunione l’umano e il divino, percorrono le regioni cosmiche, assumono forme ibride o luminose di esseri dalla folgorante bellezza, aprono la via ai palazzi di luce dove dimorano gli dèi. Le ali degli angeli risplendono di colori aurorali nelle iconografie islamiche e bizantine, le loro melodie riprendono le muse che ispirano i miti ai cantori. Hakim Bey si muove tra le storie, i miti e le iconografie degli angeli con l’occhio del mistico che li ha incontrati e amati, spaziando dai racconti sciamanici dei popoli indigeni alle potenze angeliche della cabala e dei maestri sufi. La mente colorata di Hakim intesse perle di saggezza tra il testo e le immagini, volando dallo zoroastrismo e i tantra tibetani alla grecità e cristianità, dai libri dei profeti ai miti vedici. Se gli angeli sono manifestazioni delle potenze planetarie delle cosmologie gnostiche, sono altresì il corpo di luce androginodell’unione perfetta tra gli amanti e l’Amore sofianico. Nelle fattezze di maestri, amati e sposi mistici, rivelano la parola divina, insegnano sapienze e ispirano la poesia. Gli angeli diventano personificazione delle intelligenze che mantengono in armonia il cosmo, ma possono altresì incarnare la devastazione e la collera divine. Figure sciamaniche per eccellenza, attraversano lo spazio e il tempo assumendo aspetti diversi in base alla cultura e alla capacità dell’epoca di poterli comprendere, oppure si muovono non visti, rivelandosi solo in rare epifanie.Protagonisti nei racconti di formazione e storie iniziatiche, sono coloro che guidano il nostro operato e ci accompagnano nell’arco di tutte le nostre vite.
Yahweh and the Gods and Goddesses of Canaan
John Day, Bloomsbury 2002
Prima che Yahweh diventi il dio unico giudaico-cristiano e la Bibbia prenda forma, prima che nascano i concetti di angelo e diavolo così come li conoscerà l’occidente cristianizzato,Yahweh è un dio del deserto che vive assieme agli altri dèi del Levante. Il libro di Day è uno degli studi classici nel campostorico-religioso e nonostante l’età resta un ottimo punto di partenza per chiunque volesse esplorare la relazione di Yahweh con le altre divinità. In Italia non si traducono studi specificisull’antichità di Yahweh per via della cultura cattolica e di destrache continua a voler filtrare l’approccio al divino, o per la scarsa sensibilità della sinistra culturale. Negli ultimi anni però, sia a causa del genocidio palestinese che dello spirito dei tempi, sempre più studiosi internazionali hanno dedicato intere monografie alle origini di Yahweh, mentre sono esplosi podcast e content creator con milioni di visualizzazioni che ne cercano le origini. È fondamentale per i filosofi e i lettori inoltrarsi nelle Età del Bronzo e del Ferro che hanno plasmato tutti i canoni religiosi che sorgeranno secoli dopo. Consiglio questo libro rispetto ad altri perché Day dedica ogni capitolo a una divinità o a un gruppo di divinità particolari con cui Yahweh interagisce, rendendone più facile la lettura e mettendole in relazione con le divinità egizie e mesopotamiche. Yahweh è un dio che assorbe i tratti del dio progenitore El e del suo rivale della tempesta Baal,ha diverse forme locali e culti in varie città e santuari del tempo, è sposo delle grandi dèe regine e guerriere Asherah, Anat e Astarte, intrattiene rapporti con le divinità celesti da cui prenderà corpo Lucifero e comincia a dominare l’oltretomba degli dèi Mot dalle grandi fauci e Resheph della pestilenza. La Bibbia è la fine di una lunga storia che ancora stiamo scrivendo, e di cui negli anni a venire scriveremo finalmente la parola fine.
Gabriele Merlini
Negli anni 60 del 20esimo, scriveva quel tale, sono arrivati i metacritici poststrutturalisti e hanno capovolto gli assunti dell’estetica letteraria. Parimenti, nel primo ventennio del 21esimo secolo sono arrivati i bassisti di Seattle e si sono dimostrati in grado di sfornare decorose opere di valoreletterario zeppe di formazione e redenzione. Nello specifico It’sso easy e altre bugie – originariamente It’s so easy and otherlies. Come riporta con comprensibile orgoglio la copertina di entrambe le versioni: un New York Times Bestseller – cioè la storia della vita di Duff McKagan tra Guns N’ Roses, USA degli 80s, ipercapitalismo, strada e rabbie giovani. Pubblicatoda Il Castello in questo 2024, Bildungsroman non solo per i fanatici del settore glam + sleaze + nonfiction alcolica ma anche per chi desideri un po’ tornare a epoche e tematiche(reaganismo, lotte sociali, tossicità, edonismo) che paiono lontane anni luce e invece ancora hanno intriganti attinenze con il presente, fosse unicamente per l’esigenza di restare agitati e vigili. Poi c’è Mark Oliver Everett, il cantante degli EELS con il suo Cose che i miei nipoti devono sapere, in Italia per Blackie Edizioni (2024). Memoriale intimo e delicato, comico e cupissimo di una esistenza toccata sia dal mega successo che da inimmaginabili sfortune. Per Pete Townshend– così come più banalmente per chi compila questo vademecum – uno tra i migliori libri scritti da un artista, formula che qui indica una signore barbuto che canta e suonamolto bene. Infine, stante specifici motivi sui quali è saggio sorvolare, smontando una libreria finisco su i due volumi Americana a cura di Elio Vittorini (Bompiani, 1968.) Raccolta di scritti di gente quale Melville, Twain, Ring Lardner, Fante e Faulkner tradotte da gente quale Moravia, Pavese, Piovene, Montale. Magari non facilissimo da reperire tuttavia di inaggirabile valore testimoniale e, mai trascurabile, in alcuni casi sentimentale e genetico.
Caterina Orsenigo
Le vacanze hanno mille difetti ma sono pure i momenti codificati in cui ci concediamo una sospensione dalla fretta e dal quotidiano. Funzionano proprio perché codificati. Se non c’è nessuno (fuori, nel mondo) possiamo non esserci neanche noi. Sono sospensioni abbastanza lunghe da poter non essere multitasking o esserlo meno ed entrare verticalmente in un libro o in un pensiero. Per questo consiglierò per questa sospensione natalizia tre libri che mi hanno fatto bene nella sospensione estiva.
Il primo è il più grande, profondo, totalizzante. È L’Età del Fuoco di John Vaillant, uno dei due grandi romanzi climatici di questo 2024 (l’altro è Diluvio di Stephen Markley, ma ce l’ho qui sul comodino, mi accompagnerà al termine dell’anno assieme al Viaggio al termine della notte di Céline). L’Età del fuoco, pubblicato da Iperborea, è la storia dell’incendio boschivo che il 3 maggio 2016 irruppe nella cittadina di Fort McMurry, in Canada, obbligando i cittadini increduli a evacuare lasciandosi alle spalle intere vite fatte di esplosivo: automobili, tessuti sintetici, plastica, barbecue, caldaie a gas. Fort McMurry è nata per essere la maggior produttrice di idrocarburi del Nord America. Sull’estrazione del bitume si fondava l’intera città e un incendio strettamente connesso agli effetti della concentrazione di CO2 in atmosfera l’ha distrutta. Ascesa e declino di Fort McMurry. Ascesa e declino del Petrocene. Petrocene è come Vaillant definisce la nostra società che si è fondata sugli idrocarburi e ora è arsa dagli idrocarburi stessi. È un saggio ma si legge come un grande romanzo, un classico, maestoso, elegante, profondo. C’è un incendio, la Bestia affamata, e ci siamo noi, il suo nutrimento e la sua causa. Il piccolo e il grande che si rispecchiano, io, tu, Fort McMurry e l’intero Petrocene.
Gli altri due libri che consiglierò sono Atti di sottomissione di Megan Nolan (NNE) e Gli uomini mi spiegano le cose di Rebecca Solnit (Ponte alle Grazie). Uno un romanzo, l’altro una raccolta di saggi. Sguardi, consapevolezze e ironie diversi ma in comune una profonda capacità di rendere visibili certi gesti, meccanismi, pattern e stati d’animo a cui siamo così avvezzi da non riuscire a riconoscerli. Li consiglio soprattutto alle persone, uomini o donne, che si sentono più immuni, da una parte o dall’altra. Durante le vacanze si possono cercare l’umiltà e l’onestà per decodificare i propri visibili gesti, meccanismi, pattern, stati d’animo senza liquidarli con un semplice “sono fatto così”. Possiamo fare meglio e farci meglio. (Così abbiamo anche i propositi per il nuovo anno, pure ambiziosi).
Roberto Paura
I miei consigli natalizi di quest’anno sono tutti testi usciti nel 2024 e che hanno come peculiarità quella di leggere il passato con una chiave futuristica.
Che significa? Per capirlo mi avvalgo di Ricordare il futuro, un libro di John D. Zizioulas (Edizioni Dehoniane), teologo e vescovo ortodosso scomparso lo scorso anno, di cui questa è l’ultima opera. È un testo che tratta di “escatologia”, quella branca della teologia cristiana che si occupa del mondo che verrà, ossia del futuro ultraterreno: un tema certamente non di moda oggi, ma che rappresenta un ottimo strumento di interpretazione del mutare della mentalità collettive, poiché esiste uno stretto nesso tra de-escatologizzazione (la fine dell’interesse, nel cristianesimo, per il futuro ultraterreno) e de-futurizzazione (la scomparsa dell’immaginario del futuro). Zizioulas afferma come la vera innovazione del cristianesimo – ripresa in ambito da laico nel Novecento da Adorno e Ernst Bloch – sta nella superiorità del futuro rispetto al passato: è il futuro che viene a dare valore agli eventi del passato. È il futuro, in altre parole, a dare sostanza al passato: “Dio crea solo entità complete e perfette. La creazione è perfezionata solo negli eschata – è per questo che il suo stato escatologico, secondo i padri e contrariamente alla posizione di Origene, è più elevato e migliore di quello originale. Infatti (…) è solo guardando allo stato escatologico della creazione che possiamo arrivare alla conoscenza del suo principio, della sua raison d’être. Solo attraverso un movimento che va dalla fine al principio, dal futuro al passato, noi possiamo «interpretare» (cioè comprendere) il mistero del motivo dell’esistenza in quanto tale della creazione, del perché in primo luogo è venuta a essere, e perché – e ciò è importante – esiste nel tempo e ha una storia”. In questo senso anche il Natale può essere interpretato non nella prospettiva del ricordo di un passato storico o mitico (la nascita di Gesù), ma in quello futuristico dell’attesa del compimento della sua promessa di salvezza.
Fantascienza. Storia delle storie del futuro di Angela Bernardoni e Andrea Viscusi (Armillaria) è un denso libretto che ci racconta di un altro modo di raccontare il futuro, quello della fantascienza. Di introduzioni alla storia della fantascienza non ce ne sono ormai più sul mercato italiano (dopo un boom editoriale negli anni ’70-’80), e Bernardoni e Viscusi sono le persone più adatte a colmare questo vuoto, in quanto voci giovani ma ormai affermate del panorama della fantascienza nazionale. Le diverse fasi della science-fiction, dall’Età dell’Oro di Asimov, Heinlein, Clarke, alla New Wave degli anni Sessanta, dal cyberpunk alle nuove distopie, vengono affrontate con il giusto senso critico, per esempio evidenziando il peso della misoginia che ha lungo ha reso la fantascienza un genere prevalentemente maschile. La scelta di definire la fantascienza come “la narrativa del what-if” toglie molte castagne dal fuoco, avvicinandola alla moderna formula della speculative fiction. In questo modo è possibile abbandonare il focus sulla scienza, e spostarlo sul futuro e sullo “strano”, sul weird, inteso come il “possibile adiacente” rispetto al nostro mondo. Una chiave che Bernardoni e Viscusi usano per proporre, alla fine del libro, anche una lista molto utile di testi must have della fantascienza moderna.
La visione techno. Umanità, neo-macchine, futuro di Andrea Benedetti (Agenzia X) è un denso e informatissimo saggio sulla rivoluzione della musica elettronica del tardo Novecento, letta però con una chiave interpretativa spiccatamente futuristica. Benedetti, tra i protagonisti della scena techno italiana e critico musicale, scopre infatti che due dei pionieri della techno, Juan Atkins e Richard Davis, gravitanti intorno all’area di Detroit – città simbolo delle rivolte razziali e della crisi del modello industriale occidentale – avevano letto i testi di Alvin Toffler, il sociologo autore dei best-seller Lo choc del futuro e La terza ondata. In questi testi trovano la giusta cornice teorica per proporre la rivoluzione musicale che vedrà house e techno spopolare in tutto il mondo occidentale, la musica “dell’800° ciclo”, come Toffler definisce l’epoca in cui viviamo, dividendo la storia umana in ottocento cicli. È l’affermazione definitiva della tecnica che si appropria della musica e, attraverso quelle che Benedetti definisce “neo-macchine” (gli strumenti elettronici), è in grado di produrre nuovi generi musicali per un’epoca in cui, come preconizzava Toffler, la tecnica sarebbe entrata a far parte delle nostre vite. “Le neo-macchine sono gli utensili dei proto-umani: ci aiutano a immaginare qualcosa oltre il presente e ce lo fanno vivere pienamente. Diventano strumenti di ricerca interiore che si fa politica nel suo aspirare alla piena realizzazione di sé in una società ostile”. È la musica adatta all’epoca dei prosumer, altro neologismo toffleriano, in cui consumatori e produttori diventano un’unica cosa, grazie al potere liberatorio ed emancipativo dell’elettronica.
Edoardo Rialti
Les Murray, Un Arcobaleno perfettamente normale (Adelphi, traduzione di Gaetano Prampolini). Nella tradizione di Esiodo, Murray è un poetaorgogliosamente beota, il cui sguardo è stato plasmato in opposizione a quello centralistico delle Atene di ieri e di oggi, il vernacolo del bushaustraliano, “pronuncia scientificamente sbagliata per fedeltà ai morti”. Leggerlo -come per ogni poeta compiuto- è, parafrasandolo, lavorare sempre al di là della propria intelligenza, riposando in una ironica saggezza che comprende intuizioni gnomiche- “non possiamo guardare il nostro cuore in faccia, né dargli le spalle”- tenerezze ruvide come il suo mondo di gommoni bruciati, calzoni corti in veranda, mucche al pascolo o al macello e per questo ancora più dolci e sorprendenti, rinnovate come tutto ciò che già si sperimenta e si riscopre nel linguaggio, dalla doccia come una toga gettata sulla spalla al letto come scudo che ci porta in battaglia e riporta indietro, prendere la scossa e incarnare così la musica, farsi dondolare dopo un’ustione, l’elogio dei ciccioni che inventano i motori immobili in teologia, il mondo e il nostro procedere in esso per come si offre progressivamente a noi, giorno dopo giorno, giù dalla una cima calando in macchina nell’assimilazione dello sfondo, addormentarsi con le ginocchia piegate “nella postura tombale di un guerriero”.
Henry James, Il Giro di Vite (Einaudi, traduzione di Fausta Cialente).James detestava che gli si raccontassero le storie per intero, preferiva conoscerne solo gli incipit, il disporsi di una situazione, e poi proseguire per conto suo, così come diligeva le ambiguità, i personaggi colti ed espressi nel mezzo di una azione che potrebbe avere molteplici spiegazioni. Edmund Wilson proprio a questa sua celeberrima novella di (reali-immaginati) fantasmi e della lotta contro di essi di una governante per salvare l’anima di due bambini che forse sono solo stati esposti prima alla violenza di altri adulti e adesso alle sue repressioni frustrate, dedico un saggio-cardine del ‘900, intitolato proprio The ambiguities of Henry James. A Natale- il quasi omonimo Montague James e soprattutto il “Cristoforo Colombo” del Natale medesimo, ossia Charles Dickens- tenevano fede alla tradizione di un racconto di spettri per il focolare della notte della Vigilia (a Dickens non dobbiamo solo Il Carol di Scrooge ma altre gemme come Il patto col fantasma che per certi versi pare precedere il Faustus di Mann). Un buon modo per onorarla è rileggere questa gemma dell’orrore psicologico che per Stephen King non può rientrare nel mazzo dei tarocchi popolare del soprannaturale al pari di Dracula o Frankesteinsolo perché era scritta troppo bene. The Innocents di Clayton con Debora Kerr e la sceneggiatura di Capote resta non solo uno dei migliori adattamenti cinematografici di un’opera letteraria ma anche un verticeparimenti riuscito del terrore ambivalente, un pendolo che oscilla continuamente tra il soprannaturale e la nevrosi con sfumature addirittura pedofile, uno dei migliori film di fantasmi e collasso psichico al pari di Morte a Veneza o Shining.
Vampyr. Storia naturale della resurrezione. Francesco Paolo de Ceglia, Einaudi. Sulla scia di saggi-monumenti come quelli di Ariés sulla morte, in questo affresco vasto e ironico- la cui stessa andatura espositiva coi suoi avanti e indietro, le diramazioni e i nessi spesso imprevedibili a priori, frutto tutto di una documentazione la cui vastità costituisce un piacere in sé- sull’esplosione della paranoia che percorse l’Europa del secolo decimottavo, sui fiumi carsici di credenze e riti che confluirono in esso e che poi si tradussero nella stagione letteraria mai conclusa che parte da Goethe, Polidori, Le Fanu e Stoker e arriva fino a King , Rice, e il remake di Nosferatu per la regia di Eggers questo Natale, il vampirismo è uno spazio mentale e immaginativo nel quale non abbiamo mai smesso davvero di muoverci, che comprende e assomma i nodi della sessualità, la gestione del lutto privato, le mutazioni dei rituali collettivi, e delle epidemie infettive. Uno splendido percorso sulle radici antropologiche e sociali su uno dei tarocchi dei nostri nodi più oscuri, al quale, con annacquamenti e addomesticamenti e improvvisi guizzi di forza rinnovata, non possiamo fare a meno di tornare, ancora e ancora, per osservarci in quello specchio scuro. Essere morsi e mordere coincidono, farsi succhiare via la vita rovescia e ribadisce il desiderio di immetterla o liberarla in un getto. Non abbiamo smesso di invitare chi dovrebbe essere morto e invece ci chiede di aprire la finestra, senza più remore per la paura del contagio, la repulsione per il confondersi di ciò che dovrebbe restare separato per igiene o religione, desiderandolo invece tutto quanto assieme. Farsi aprire, lacerare.
Vanni Santoni
Consiglio un recupero davvero indispensabile, Il contadino del Maryland di John Barth (minimum fax, traduzione di Luciano Bianciardi, prefazione di Giordano Meacci), romanzo chiave del postmodernismo americano nonché capolavoro dell’autore; consiglio il bellissimo libro illustrato di Erika Dyck, Psychedelics: a visual history, che in Italia è stato inspiegabilmente intitolato Psichedelia: viaggio nel sogno della mente illuminata (Atlante, traduzione di Elisa Mazzoli e Ilaria Valdiserra), ma resta bellissimo per la ricchezza di materiale iconografico inedito e le acute riflessioni dell’autrice; consiglio infine Theodoros, ultimo romanzo di Mircea Cărtărescu (il Saggiatore, traduzione di Bruno Mazzoni), che non arriverà al sublime di Abbacinante o Solenoide, ma dà comunque le paste al 99% di ciò che è uscito quest’anno.
Alessandro Viola
Ci sono libri che ti danno qualche idea nuova. Altri una citazione da buttare lì durante un aperitivo. Vi propondo tre titoli – tre classici – che fanno entrabe le cose.
Allegro ma non troppo di Carlo M. Cipolla. Ammetto: l’ho scelto anche per il titolo che fa tanto aria natalizia. La parte chiamata Leggi fondamentali della stupidità umana è un autentico gioiello. E a fine lettura si resta in poltrona a pensare quante volte si è stati cretini. La terza legge della stupidità, con annesso grafico, è una di quelle cose che vale la pena stampare e tenere affianco alla scrivania.
Andy Warhol era un coatto di Tommaso Labranca. Saggio un po’ vecchiotto, con riferimenti non sempre chiarissimi per chi ha meno di quarant’anni (Walter Carbone, chi è costui?); però le idee restano lì, così come la sua disamina del trash, e tutto ciò che è immondizia artistico-televisiva. È la lettura da sfoderare quando la zia arriva e inizia a parlare di Temptation Island. O se vuoi discutere del Grande fratello a livelli accademici.
Il diario degli errori. Perché Ennio Flaiano è uno di quelli che non riesce proprio a scrivere qualcosa di brutto. Semplicemente non ne è capace. Di lui consiglio tutto. Troverete ironia, intelligenza, e una miniera di calembour. Non ci credete? Ecco un esempio:
«Alberto Moravia, Renato Guttuso, Carlo Levi: tre casi di narxcisismo»
Tragicamente facile da riciclare.
Oppure quest’altra su Roma. È un paragrafetto un po’ cupo e uno dei miei preferiti. Eccolo qua:
«Diventerò avaro, sospettoso, indeciso, cattivo e sempre più annoiato. Odierò i giovani, il chiasso, la luce. Ma Roma, soprattutto, questa città che non mi riguarda assolutamente, che non riuscirò mai a capire, perché non mi piace. Non è una città, un bivacco sulle rovine, aspettando tempi migliori, che non vengono mai.»
Che ne dite?



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