I consigli della redazione – e di amici e amiche della stessa – su cosa leggere ora che per via di Natale e capodanno abbiamo tutti un po’ di tempo da passare davanti al camino. Letture indiscrete per recuperare grandi classici, proporre regali di qualità o semplicemente lasciarsi andare a esplorare ottime storie.
In copertina e lungo il testo: Carla Accardi, AZZURROROSSOARANCIO, 1964 – Courtesy Pananti
Siamo a fine anno e non tutti, a dire la verità, andranno effettivamente in ferie. Tra chi si prenderà qualche giorno di vacanza poi ci sarà chi avrà bisogni e impegni frenetici (tra famiglia, feste e viaggi) tanto quanto lo sono quelli lavorativi. Ma in questo periodo ci sono anche moltissimi di noi che tre o quattro giorni di riposo li avranno. E quindi ecco una lista abbondante, come di consueto, in cui L’Indiscreto vi consiglia cose da leggere in poltrona, da comprare o magari da regalare.
Francesco Ammannati
Il Natale è il momento dei buoni propositi: rallentare i ritmi, incontrare persone care e provare a capire meglio il mondo che ci circonda. Per riuscirci non servono pesanti polpettoni, ma letture snelle, fresche e sostanziose. Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze, recentemente curato da Giacomo Gabbuti (Laterza 2025), parte da una domanda: quanto è equo il nostro Paese? Gli autori dei saggi, in gran parte giovani economisti, storici economici e scienziati sociali, analizzano dati su redditi, patrimoni, salari e livelli di istruzione mostrando quanto nascita, famiglia e territorio finiscano per pesare in modo determinante sulle opportunità di vita di ciascuno. In quest’ottica, le disuguaglianze non appaiono più fatalità, ma il risultato di decisioni politiche e condizioni sociali che si sedimentano nel tempo. Un libro prezioso per chi è stanco delle chiacchiere da talk show e desidera disporre di argomenti solidi per affrontare le discussioni natalizie coi parenti. E magari per chiedersi come siamo arrivati a questo punto. Dalle questioni urgenti del presente a orizzonti più lontani: per capire dove nascano certe asimmetrie conviene guardare indietro. Nel segno di Marco Polo. Venezia, l’Asia, la seta di Luca Molà (Laterza 2025) ci porta in una Serenissima proiettata verso l’Oriente, quando la seta era il filo (letteralmente) che connetteva mondi distanti. Un libro che ricorda come i legami economici e culturali abbiano radici profonde, e che le rotte commerciali di ieri raccontano qualcosa anche della globalizzazione di oggi. Molà sa rendere affascinanti questioni complesse senza cedere all’esotismo facile: qui si parla di mercanti, tessuti, scambi, ma anche di come le idee e la conoscenza viaggiassero insieme alle merci. In un tentativo di sintesi, segnalo infine Il tramonto del passato. La crisi della storia nella società contemporanea di Giovanni Belardelli (Rubbettino 2025) che affronta una questione cruciale: perché la storia sembra interessare sempre meno? Non è nostalgia per i bei tempi andati, ma un’analisi lucida di ciò che rischiamo abbandonando il senso della prospettiva storica. Belardelli indaga la crisi della memoria in una società prigioniera del presente, in cui la frammentazione informativa rende difficile costruire un senso collettivo del passato, poiché la perdita di questo bagaglio comune ci rende più esposti, meno capaci di orientarci. È un tema che, in fondo, tiene insieme tutti e tre i volumi: per comprendere disuguaglianze, connessioni globali e presente c’è bisogno di uno sguardo lungo.
Dejanira Bada
Mi chiedo se quelli che ogni anno mettono le luci di Natale fuori dalla finestra siano rimasti gli unici ad avere speranza e fiducia, o se sia solo un automatismo, un gesto che semplicemente va fatto.
Nonostante tutto.
Voglio consigliare tre libri proprio a tutti coloro che hanno bisogno di trovare un motivo per andare avanti e ricominciare a credere in qualcosa.
Tre libri del passato, che però, ancora oggi, sono in grado di far tornare a vedere la luce anche alle anime più spente.
“Esercizi spirituali e filosofia antica” di Pierre Hadot. Un libro che ha accompagnato questo mio anno difficile e che mi ha ricordato nuovamente che siamo venuti al mondo per filosofare, meditare, contemplare, amare e imparare a vivere e a morire bene. Perché meno penseremo alla morte e peggio staremo, non il contrario.
“Il Pellegrino Cherubico” di Angelus Silesius, considerato da molti il versificatore di Meister Eckhart. Quest’ultimo sosteneva che “Dio è morto perché io muoia al mondo e a tutte le cose”. Silesius fu meno estremo, e infatti non lo raggiunse nessuna richiesta di scomunica. Cristo nasce e muore per rammentarci che l’unica via è la via dell’amore, anche se dobbiamo prepararci a un distacco (forse temporaneo) dalle cose. Il senso della vita? “La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce, a sé stessa non bada, che tu la guardi, non chiede”.
E poi, “La consolazione di Filosofia” di Severino Boezio. Un libro che mi ha illuminato e commosso fino alle lacrime per la bellezza della prosa, dei versi e per la sua profondità. Perché solo la filosofia sa consolare quando tutto sembra diventare privo di senso: “So qual è la causa più grave del tuo male: tu non sai più chi sei”. Le ossa di Severino Boezio sono ben visibili e si trovano nella Basilica San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, nella cripta. Di sopra, subito dietro all’altare, c’è la maestosa tomba di Sant’Agostino. Ogni tanto vado a trovarli, a salutarli, a ringraziarli. Dopo aver letto questo libro, lo farete anche voi.
Giulia Bocchio
Quest’anno i miei consigli di lettura sono dedicati principalmente a chi scrive. Meglio ancora, a chi scrive e non sta scrivendo, perché bloccato-fissato-incastrato in quel preciso punto in cui sembra non si possa più andare avanti se non scardinando ciò che si è formulato nelle pagine precedenti. Quindi il punto peggiore di una stesura, il più frustrante, l’esatto momento in cui la storia si sfilaccia, ma anche quello fondamentale per riassestare vita morte e miracoli del manoscritto. Spesso conviene fare la cosa più semplice, fare una pausa e leggere.
Il primo titolo a venirmi in mente in quest’ottica è Polpa di Flor Canosa, romanzo uscito in Argentina nel 2019 e pubblicato qui da noi qualche settimana fa nella traduzione di Giovanni Barone per Neo Edizioni. Distopia erotico-disturbante ambientata in un futuro non così lontano, in cui internet non è più il caro vecchio web che conosciamo, ma è diventato un sistema ben più distorto e complesso da maneggiare, è diventato la Rack. L’aspetto più interessante di questo romanzo sono le tre voci che raccontano la propria personale degenerazione dei corpi altrui e della società. È infatti vietato provare dolore e, proprio come in Crimes of the future di Cronenberg, procurarselo è la forma di (auto)erotismo più estrema e appagante. Ma il vero triumvirato di questo romanzo non sono i personaggi Irma-Lunes-Enero ma l’essenza di ciò che rappresentano e trasfigurano ovvero Dolore-Piacere-Potere. La resa estetica di questi tre punti di vista è un’ottima lezione di scrittura, che intreccia sadismo, complottismo e un estremo bisogno di reinventare la potenza di un semplice tocco umano.
Poi c’è il saggio Questa mia carne. Scrivere di sé come atto radicale (nottempo) di Melissa Febos, autrice e insegnante di scrittura che qui si rivolge agli studenti e alle studentesse che vede sedersi puntualmente di fronte a lei nei suoi corsi, all’interno dei quali non ci sono strategie, trucchi o metodi particolari per imparare a scrivere un buon testo, solo le storie di vita, che sono un’incredibile fucina di momenti utili per far scoppiare una rivoluzione. Non ci obbliga nessuno a farlo, ma ne abbiamo tutto il diritto. Lasciarci attraversare dalle nostre stesse parole scritte può essere un punto di partenza secondo Febos, ma il nucleo centrale è profondo e bisogna entrare dentro la parola, senza averne paura. Le parole hanno un’essenza proteiforme, possono esprimere potenzialmente tutto, nel bene o nel male, ma non dobbiamo subirle, non devono schiacciarci. Le esperienze personali hanno un enorme potenziale narrativo, se ben articolate. Scrivere di se stessi, su se stessi, per se stessi e, in filigrana, per una minoranza o una comunità intera, può diventare un vero e proprio atto politico, un impegno civile. Le storie, le peggiori, quelle più imbarazzanti, difficili, degradanti e apparentemente senza via d’uscita possono fare da cassa di risonanza per chi non va ha voce o ha timore a esprimerla.
Il terzo è un titolo di nostalgica consolazione: Opera senza nome (Adelphi) di Roberto Calasso.
«Ci sono mille buone ragioni per non fare quello che sto facendo. E una sola per farlo: dire con la massima precisione certe cose su alcuni libri che ho scritto». L’intento strutturale di questo libro non è che un intento spirituale, perché raccontare storie coincide con il costruire un’esperienza letteraria che si spera unica, ma Calasso sapeva bene che ogni libro concepito come autosufficiente, non è mai completamente leggibile singolarmente: è sempre parte di un sistema più ampio, derivativo, fatto di influenze e suggestioni. Ogni buona idea che sembra nuova, ha un suo passato. E va bene così.
Elena Cirioni
Pensare ai libri di questo 2025 significa inevitabilmente ripercorrere l’anno che sta finendo. Mesi segnati da crisi sociali e da una guerra che non è più un’eccezione, ma uno sfondo costante. Da Gaza all’Ucraina le atrocità diventano parte della nostra quotidianità e incrinano la società occidentale. Pensando a questa nostra cornice di avvenimenti ho scelto tre libri che pur non parlando direttamente di guerra, aiutano a comprendere le radici profonde.
Empusium di Olga Tokarczuk tradotto da Silvano De Fanti ed edito da BompianiCon il suo ultimo romanzo, Tokarczuk scava nei rimossi della civiltà occidentale, svela la vulnerabilità delle filosofie politiche e sociali. Ambientato in un sanatorio maschile nel primo decennio del Novecento, Empusium è il racconto dell’Europa razionale, civile e ossessionata dal controllo. I maschi di questa storia discutono, teorizzano le regole sociali e soprattutto spiegano le donne. Ma qualcosa di irrisolto si presenta, scardina la patina razionale e svela verità nascoste.
Tattoo di Earl Thompson tradotto da Tommaso Pincio e edito da Feltrinelli. Earl Thompson racconta lo sviluppo sociale ed emotivo degli Stati Uniti sul finire della Seconda guerra mondiale. Jack, il protagonista del romanzo, con la sua energia distruttiva riesce a emergere dal mondo degli esclusi, imbottito da retoriche patriottiche. La sua è una storia storta, violenta, cruda, senza nessuna consolazione o redenzione. Spiega le radici violente dell’attualità americana, la normalizzazione della violenza, l’abitudine ad abusare dei più deboli.
Infine, un saggio che mi accompagnerà anche nel nuovo anno: Il linguaggio della dea di Marija Gimbutas curato da Selene Ballerini ed edito da Venexia. Archeologa e linguista lituana, Marija Gimbutas tramite i suoi studi interdisciplinari, chiamati mitoarcheologia ha rivoluzionato gli studi sulla nascita della cultura europea. Nel paleolitico e nel neolitico la Gimbutas ha individuato una civiltà con una cultura millenaria pacifica, egualitaria e strettamente connessa al femminile. Il linguaggio della dea racconta di questa preistoria alternativa e ci ricorda come i sistemi culturali mostrino le loro crepe, facendo riemergere simboli e immaginari che erano stati cancellati.
Francesco D’Isa
Contro il cocciuto eccezionalismo umano, propongo tre libri sulle macchine. Il primo è Robopoiesi, di André Ourednik. Un percorso intellettuale che si snoda attraverso un’iniziale diffidenza verso l’automazione del pensiero, evolvendo in una consapevolezza storica che accoglie fenomeni già radicati come la dissoluzione dell’autorialità individuale. L’autore suggerisce che quando le intuizioni si trasformano in parole e le osservazioni si organizzano in una teoria poco importa se la formula appartenga a noi o ad altri, l’importante è ampliare la conoscenza collettiva. L’eventuale ausilio di un chatbot nel chiarire le idee dunque non muta la sostanza dell’esperienza: le idee appartengono alla collettività e il concetto di genialità isolata ne distorce la genesi.
Il secondo è Nati Cyborg, di Claudio Paolucci. Il saggio interpreta l’intelligenza artificiale generativa come una svolta evolutiva capace di svelare la natura autentica dell’essere umano. L’autore contesta le visioni che riducono l’agire macchinico a una forma di “intelligenza zero” priva di significato; egli propone invece un paradigma in cui il pensiero coincide con l’azione efficace e la capacità di manipolare strategicamente i segni. Attraverso l’analisi del neurosviluppo e di figure mitiche come Odisseo, il testo dimostra che la soggettività non è un dato biologico innato, bensì un effetto semiotico che scaturisce dall’astuzia, dalla finzione e dalla capacità di mentire. In questa prospettiva, sia l’uomo sia la macchina operano un processo di creazione di senso che consiste nel potare la complessità dell’enciclopedia culturale per rendere l’azione più economica.
Infine What Is Intelligence?, di Blaise Agüera y Arcas; una radicale de-antropocentrizzazione dell’intelletto dove l’intelligenza viene riletta come la capacità degli organismi di modellare e prevedere il proprio futuro: un’emergenza funzionale all’interno di processi evolutivi, predittivi e di auto-mantenimento. L’autore supera il primato umano dell’abilità cognitiva astratta e descrive una computazione incarnata e situata che attraversa l’intera biosfera, offrendo una prospettiva che ridefinisce i confini tra biologia e tecnologia. A volte un po’ troppo anche per me, ma almeno si allontana dall’ostinata difesa dell’orticello del pensiero umano.
Morale: Secondo le più accreditate definizioni umane di intelligenza, un’ape è meno intelligente di noi; in compenso, è molto più brava di noi ad estrarre il miele dal nettare. Chiamatela pure stupida, se vi fa sentire speciali, ma è a lei che mi rivolgerò se voglio del miele.
Alessia Dulbecco
Chiudo un anno che mi ha insegnato l’importanza di stare scomoda, portando le cause sociali e identitarie a scontrarsi su un terreno più politico e di lotta. Mentre scelgo i libri da consigliare, pertanto, non posso che situarmi da questa prospettiva.
Il primo è Dipende dalla classe (Il Margine), un saggio che vorrei regalare a tutte le persone che, a vario titolo, si occupano di educazione. Partendo (anche) dalla propria esperienza personale, Michele Arena invita a fare i conti col proprio classismo interiorizzato, a rileggere il concetto di povertà che non è una colpa o una vergogna soggettiva, ma la risultante di forze che generano dentro la vita di chi la sperimenta una sorta di “cavo che tira”, che cercherà sempre di riportarli al punto di partenza, di escluderli, di relegarli ai margini. L’unico modo per spezzarlo è assumersi una responsabilità collettiva: cambiare il modo in cui insegniamo affinché sia meno influenzato dal concetto di “merito” e più da quello di “giustizia”.
Il secondo è Contro la tecnofobia (Raffaello Cortina), un libro necessario in un anno in cui la discussione sulla tecnologia si è spesso ridotta a un riflesso pavloviano di paura. Vittorio Gallese, Stefano Moriggi e P. Cesare Rivoltella usano rigore e ironia per mostrare come molte posizioni ostili al digitale derivino da pregiudizi, disinformazione e un diffuso media panic. Il saggio restituisce complessità al tema e invita a sostituire ai luoghi comuni un pensiero più consapevole, capace di distinguere tra rischi reali (che esistono, ma non solo quelli su cui si concentra l’opinione pubblica) e allarmismi moralistici.
Chiudo con un gioiello: La nuova madre di Lucy Clifford, un breve saggio che racchiude tre fiabe gotiche, tradotte da D. Marcatajo e pubblicate da Storie Effimere. Sono racconti che parlano a bambini e bambine senza addolcire l’infanzia, mostrando il lato più perturbante e feroce che spesso le appartiene. Questi testi sono anche il pretesto per segnalare il lavoro prezioso della casa editrice: recuperare autrici dimenticate dal canone, restituire loro voce e spazio, ricordarci che la letteratura è più ampia delle sue narrazioni ufficiali. Un invito a scavare, a cercare negli spazi marginali, a stare scomode/i.
Adriano Ercolani
- Manuela Maddamma, Lascia che guardi (Fazi editore)
L’unico difetto di questo libro è che praticamente è fuori catalogo.
Cercatelo, l’esordio narrativo di Manuela Maddamma, di cui già su queste colonne ho elogiato la prosa, inevitabilmente affascinante, dell’ultimo romanzo L’Affascino (Fandango).
Questa prima prova è necessariamente più acerba e “selvaggia”, ma proprio per questo ha un quid ammaliante: la mescolanza vertiginosa di mistero esoterico, carica erotica, le cupe ed eleganti atmosfere parigine, ricerca filologica, aura mefitica di figure dal carisma luciferino come Evola e Crowley rende questo romanzo una lettura seducente per occulta malìa e traboccante voluttà intellettuale.
- Gatsby. Lezioni fuori rotta su un classico americano (Jimenez)
Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald è uno di quei libri che si possono capire veramente solo dopo i trent’anni: quell’infinita desolazione che indusse Carmelo Bene a parlare di scrittore “superbo e insuperato”, non può avvincere un adolescente come i bivi etici radicali di Dostoevskij o le tragiche passioni di Goethe.
Nicola Manuppelli, esperto conoscitore della letteratura anglofona, erige un colto edificio critico in omaggio al capolavoro dello scrittore di St.Paul, Minnesota (luogo dell’incontro fatale in Big River Johnny Cash): è un piacere essere condotti dalla mano dell’autore lungo la selva di riferimenti che ritmano la riflessione, da Oscar Wilde a Petronio.
Degno omaggio a un libro letteralmente epocale.
- Bellissima Dea. Storia di Clara Calamai (Vallecchi)
Maurizio Zuccaro, regista, tra le altre cose, del film Un uomo perbene sulla vicenda kafkiana del Caso Tortora, dedica un bellissimo ritratto biografico alla grande diva Clara Calamai, primo scandalo del cinema italiano, “invenzione” di Visconti, eternata per le successive generazioni nella madre di Profondo Rosso, versione inquietante e grottesca della Norma Desmond di Viale del Tramonto.
Lettura consigliatissima per gli amanti del grande cinema italiano.
Christian Frigerio
Natale, tempo di rilassamento per chi se lo può permettere. Per chi invece volesse mantenere alta la guardia, qualche consiglio che unisce piacere della lettura e profondità d’analisi.
Microfascismo di Jack Z. Bratich (Castelvecchi 2025, trad. Francesco Fabrocile) è un apprendistato della percezione che insegna a individuare il fascismo già nelle sue dimensioni emergenti, specie quelle patriarcali e misogine, che hanno modo di “risuonare” e di costituire un’autentica “cultura” grazie alle piattaforme digitali. La nascita di un fenomeno politico organizzato è esito di un processo che inizia da interazioni apparentemente innocue; l’indagine di Bratich si compie nella proposta di un “micro-antifascismo” che agisce già a livello “molecolare”, sugli affetti espressi digitalmente, per evitare che si attualizzino in pratica politica.
Per Bratich il fascismo resta una categoria dell’alterità. I fascisti possono solo essere gli altri. Serve invece estendere la sorveglianza a tutte le pratiche delle quali anche “noi” partecipiamo. È quello che fa Emilia Marra in Corpi dispensabili (Orthotes 2025), inquietante dimostrazione di come il controllo dell’immigrazione non abbia solo lo scopo di limitare gli ingressi, ma funga anche da terreno di sperimentazione per le tecnologie che ci troveremo a usare nei prossimi anni. Marra ricostruisce la genealogia dei corpi storicamente sfruttati a fini sperimentali, che converge nei corpi degli immigrati, reimpiegati come cavie nello stesso momento in cui viene loro rifiutato l’accesso.
Montare la guardia nei confronti delle nostre istituzioni. E infine rivolgerla all’interno. È quello che fa Peppino Ortoleva in Sulla viltà (Einaudi 2021), esplorazione del più comune dei vizi attraverso le sue figure più note – San Pietro, Falstaff, Don Abbondio, l’Uomo del Sottosuolo – ma soprattutto innuendo che la viltà sperimentata in noi possa scatenare il più rivoluzionario dei sentimenti, la vergogna che ci fa capire che a volte, anziché diventare ciò che siamo, serve combattere ciò che siamo per divenire qualcosa che sia, se non più nobile, almeno meno vile. Dal disprezzo verso gli altri passare alla vergogna nei confronti di ciò che noi stessi possiamo diventare, per avere una valvola di sicurezza in più in situazioni nelle quali rischiamo di cedere alle nostre parti peggiori.
Tommaso Lisa
I miei consigli di letture entomologiche natalizie si aprono col quarto volume dei “Ricordi di un entomologo” di Jean-Henri Fabre, editi da Adelphi e usciti il mese scorso; assieme ai tre precedenti il tomo completa una serie imprescindibile di narrazioni intorno alla vita degli insetti. Seppur datate nel metodo, dubbiose nei confronti dell’evoluzionismo, nella descrizione dell’esperienza e dell’osservazione (della prassi entomologica) restano pagine letterarie di stile incomparabile. Per chi volesse, oltre alla lettura del testo, deliziarsi con magnifiche tavole a colori consiglio come libro strenna “Insects and color between art and natural history” a cura di V.E. Mandrij e Giulia Simonini (Brill, 2024) che può essere accoppiato a “Insectile Inspiration: Insects in Art and Illustration” (Victionary, 2024) interamente illustrato e disponibile anche al bookshop di Gucci. Se volete invece seguire le mie orme nei prossimi giorni sarò impegnato nella lettura di un grande classico del 1986: Richard Dawkins, “L’orologiaio cieco” (titolo originale The Blind Watchmaker: Why the Evidence of Evolution Reveals a Universe Without Design) nell’edizione Mondadori del 2017. L’obiettivo è approfondire il concetto di “selezione cumulativa” per le ricerche sui Fasmidi per il prossimo libro per Exòrma, in uscita a primavera.
Matteo Lupetti
Siccome mi occupo principalmente di videogiochi, approfitto di questo spazio per consigliarvi tre libri per iniziare (o continuare) a pensare filosoficamente ai videogiochi.
La filosofia di Super Mario Bros. di Matteo Bittanti (Mimesis, 2025) è appena uscito e prende il primo Super Mario Bros. (Nintendo, 1985) come caso esemplare della rilevanza culturale del videogioco come medium, e più nello specifico come caso esemplare di come i videogiochi abbiano promosso già attraverso le loro meccaniche (il modo in cui propongono di essere giocati) quarant’anni di ideologia neoliberista. Non sono totalmente d’accordo con tutte le posizioni di Bittanti, soprattutto quando definisce il recinto di cosa sia “arte”, però ne viene fuori un’analisi molto ampia del videogioco da un punto di vista materialista, e può essere un buon punto d’inizio per ulteriori esplorazioni.
My favourite game. Fotografia e videogioco di Simone Santilli (Postmedia Books, 2023) è il mio libro italiano preferito sul videogioco. Santilli racconta come il videogioco partecipi allo stesso regime scopico della fotografia e ripercorre una storia del valore ideologico sia del dispositivo fotografico sia del dispositivo videoludico. Cioè di come prima la fotografia e poi il videogioco abbiano formato la nostra idea di ciò che è vero e di ciò che è falso. Un’idea oggi totalmente in crisi, tra l’altro, con la diffusione della sintografia. Il discorso di Santilli andrebbe espanso in una discussione su come i videogiochi abbiano più in generale permesso di rendere giocabili e di giocare i modi in cui per secoli, a partire almeno già dalla pittura a olio, abbiamo rappresentato visivamente e quindi guardato il mondo.
Il videogioco del mondo. Istruzioni per l’uso di Stefano Gualeni (Timeo, 2024) porta per più o meno la prima volta in italiano e in un formato divulgativo anni di ricerca di questo filosofo e game designer. Anche nel caso di Gualeni non condivido tutte le posizioni dell’autore, ma il libro non arriva ad approfondire i punti della sua filosofia che considero più controversi. Parla invece della possibilità di usare giochi e videogiochi per fare filosofia, come esperimenti mentali o saggi filosofici interattivi, e così facendo mette esplicitamente in dubbio il primato del linguaggio, e soprattutto della scrittura, sia nella filosofia occidentale sia nell’accademia. Se leggete fiction, nel 2025 Gualeni ha pubblicato in inglese anche l’ibrido fiction speculativa/non fiction What We Owe the Dead: An Experimental Detective Novel Set in a Dystopian Society (Set Margins’).

Francesca Matteoni
Le infanzie dovrebbero essere una delle preoccupazioni principali della specie umana in tempi di collasso. Infanzia come luogo fisico e mentale, come riacquisizione di sguardo, di incontro fra il passato e le possibilità in un’epoca di forzato adattamento. Il primo consiglio dunque è il saggio Futuro ancestrale di Ailton Krenak, leader indigeno, attivista per i diritti della terra e dei popoli amazzonici. Krenak suggerisce una rieducazione basata sul riconoscimento degli esseri che già esistono e confluiscono nella vita condivisa: foreste, soggettività animali e umane. I bambini sono un buon inizio, specialmente se considerati quali persone portatrici di storie e identità, già partecipi del mondo, che potremmo ascoltare invece di indottrinare per la produzione di adulti efficienti.
Una forte eco nordica è l’opera di Tove Jansson, artista e scrittrice finlandese di lingua svedese, inventrice delle storie dei troll Mumin, ancora poco note in Italia, ma famose nell’Europa centrale e settentrionale. I Mumin, minuscoli troll vagamente simili a ippopotami bianchi, si affacciarono alla mente di Jansson alla fine della seconda guerra mondiale: la loro Valle era un’oasi di immaginazione e accoglienza, un rifugio da preservare in tempi bui. Si può cominciare dal Il piccolo troll e la grande pioggia, fresco di traduzione, per ritrovarsi dentro un’idea di famiglia e relazione che supera questioni di sangue, genere ed etnicità.
Questi libri rispondono al concetto del riabitare caro a Gary Snyder (e così i consigli sono quattro), e tema principale dell’opera-mondo di Ursula K. Le Guin, Sempre la valle, da poco riproposto in traduzione italiana. Un libro di etnografia fantastica che ibrida saggistica, narrazione e poesia per raccontare gli usi e la vita del popolo Kesh, abitatore di una valle fra sogno e geografie concrete, identificabile nella Napa Valley californiana dove Le Guin è cresciuta. Ascoltate anche i canti del popolo Kesh, disponibili online, musica di Todd Burton e parole di Ursula K. Le Guin.
Lavinia Mainardi
Il presente è accelerato e vertiginoso, richiede un’attenzione nuova. Rifiutando la manichea dialettica fra apocalittici e integrati, quest’anno ho fagocitato letture in modo anarchico e disordinato nel tentativo di ricavarne un humus, ife, micorrize e radici, su cui far crescere imprevista vegetazione vagabonda, “conoscenza accidentale”.
“Modi di essere” di James Bridle, scrittore ed artista visivo, iniziatore della New Aesthetic che si propone di smussare la dicotomia fra tecnologia digitale e realtà fisica, è una sorta di manifesto per ridefinire l’intelligenza che diviene planetaria, un fenomeno omogeneo e distribuito, emergente da intra-azioni, dove muffe, foreste, polpi, algoritmi pensano solo differentemente, in un’ontologia radicalmente orizzontale. Bridle dissolve così ogni gerarchia: le tecnologie cessano di essere strumenti di dominio e diventano interlocutori, il genere umano non è mai stato puro ma si è ibridato continuamente. L’intelligenza planetaria è un continuum composto da miceli fungini, creatività animale, scambi microbici, reti satellitari, server, cavi: biosfera che si tramuta in infosfera. Il postumanesimo qui è riconoscimento della pluralità che si fa composizione, un tessuto connettivo che fonde artificiale e naturale. Un invito alla trasformazione, alla metamorfosi generativa, alla reciprocità, all’innovazione che è co-creazione, contaminazione tra umani, non-umani, più-che-umani, anche macchinici, che imparano a coesistere.
In Nadim Samman, tuttavia, la meraviglia cognitiva si rovescia in angoscia claustrofobica, quella della cripta, e ciò che dovrebbe essere trasparente e luminoso diventa opaco e scuro. “Criptopoetica”, mappa questo territorio dove viviamo offrendo dati, attenzione, identità a tecnologie il cui funzionamento ingloba, nasconde e confonde. E’come se il mito di Orfeo ed Euridice, con il suo divieto dalle molteplici implicazioni, diventasse strutturale nell’epoca del Tecnocene. Tre sono i livelli di questa catabasi: i Black Sites in cui siamo catturati e contenuti come nella grotta di platonica memoria, le Black Boxes, dove i sistemi operano con meccanismi esoterici ed escludenti e modalità estrattiviste e neocoloniali ed i Black Holes all’interno dei quali lo spazio-tempo culturale si distorce fino al collasso tra realtà e finzione in un sonno digitale che genera mostri. L’arte allora ci viene in soccorso operando come una sonda che nel penetrare l ‘invisibile, rallenta la velocità del cambiamento, materializza l’impercettibile, si fa ponte fra umano e digitale.
Henry James costruisce dispositivi anamorfici. La sua è una prosa che procede per sedimenti, angolazioni e riverberi, quasi disponesse specchi in una stanza piena d’acqua: nulla resta fermo, ogni superficie riflette e riflettendo tradisce. E in questo che è il suo romanzo più alchemico, “Le ali della colomba”, la metamorfosi agisce per infezione, attraverso presenze invisibili. Venezia è l’agente di trasmutazione, i palazzi sono laboratori in cui si contaminano fantasmi e materia in un’architettura del contagio ante litteram. Milly Theale proviene dalla giovane allora incorrotta America, cui non può più appartenere, portando con sé il peso di una ricchezza sgargiante per lei veleno e un’innocenza che contamina tutto ciò che sfiora: la tubercolosi lavora in lei non come malattia ma come processo. Kate Croy invece è bella, rapace, affilata ed affamata. Merton Densher il medium che si lascia attraversare è uno spazio poroso tra mondi che non dovrebbero comunicare. Kate vede in Milly qualcosa che può essere agito e trasmutato e Merton diventa strumento di questa trasformazione, ma forse sono Venezia e il suo genius loci a decidere: dissoluzione sublimata, apparente strategia, dono o forse maledizione. Qualcosa persiste oltre la morte – non spirito ma frequenza, macchina di risonanze che continua ad operare nei viventi. Kate e Merton si trovano attraversati da forze che non sanno nominare e per sempre separati da ombre più dense della loro presenza.
Gabriele Merlini
Per una serie anche consistente di motivazioni risulta un po’ complesso innalzare Le luci di Ben Lerner (Sellerio, 2025) al titolo di libro più azzeccato tra i libri di Ben Lerner. E però un pregio tra i tanti il volume lo possiede, ed è quello a naso più nobile ossia spingere a mettersi in pari il lettore che nel corso degli anni non avesse provveduto a rapportarsi con l’interezza del corpus benlerneriano. D’altronde in questa snella e meritevole opera è possibile ripescare gran parte dei temi che più stanno a cuore al nostro vale a dire – tagliando un po’ con l’accetta, ma sotto le feste serve perdonare – la potenza detonante del linguaggio in qualsiasi forma sia espresso, la centralità dell’approccio poetico al netto del contesto (si può sparacchiare poesia a qualsiasi ora del giorno e dentro qualsivoglia supermercato, come noto) e le complesse ironie insite in più o meno tutto. Le simmetrie nascoste, vedi mai esistano davvero, tra esseri umani e le relazioni sentimentali tra familiari, amanti o semplici psicotici che si incrociano in qualche clinica nella prima periferia statunitense. Al pari interessante (La Nave di Teseo, 2025) finisce per essere Wings. Una band in fuga a firma Paul McCartney con curatela di Ted Widmer. Sette album in studio – da Wild Life del 1971 a Back to the Egg del 1979 – ma soprattutto una intensa decade nell’esistenza terrena di un tizio che abbastanza ha dato al Novecento, pure in questa sua seconda (e talvolta troppo bypassata) incarnazione artistica. Infine (minimum fax, 2025) Tredici storie e tredici epitaffi di William T. Vollmann. Vortice di vite e di individualità assai natalizie –imbroglioni, prostitute, tossici, sciamani, skinhead e pornografi – a muoversi in un affascinante spazio sospeso tra fantastico e reportage. Narrativa e saggistica. E dopotutto, si domanda WTV, “non sarebbe bello se i finali potessero venire aboliti e sostituiti da traslazioni verso un altrove?” Risposta: sì. E queste pagine sono un consolatorio inizio.
Vanni Santoni
Lo scorso Natale, chiamato dall’Indiscreto a partecipare a questa colonna, consigliai Psichedelia: viaggio nel sogno della mente illuminata di Erika Dyck (Atlante), in cui vedevo una possibile risposta all’ormai classico Come cambiare la tua mente di Michael Pollan (Adelphi), nell’ottica di portare avanti il dibattito sul Rinascimento psichedelico, ma in fin dei conti era un saggio un po’ troppo volto al passato – sia pur con tantissima documentazione iconografica inedita – per ambire a tale titolo; è arrivato da qualche mese un altro candidato, forse più plausibile, che consiglio proprio a tutti, a prescindere dall’interesse per il tema, visto il suo felice afflato narrativo: si tratta di Dieci trip di Andy Mitchell (Einaudi, traduzione di Chiara Veltri), neurochirurgo e dottore in lettere a Oxford, che seguendo la nobile tradizione huxleyana, michauxiana e jüngeriana della sperimentazione anzitutto su di sé, testa dieci diversi psichedelici in dieci setting completamente diversi e ci racconta, con uno humour tutto inglese, cosa è successo. Nel farlo, traccia una mappa non scontata delle opportunità del “dopo-Rinascimento psichedelico”, ma anche dei possibili ostacoli che s’incontreranno, dall’eccesso di medicalizzazione, al rischio di “colonialismo culturale” rispetto a piante che hanno tradizioni d’uso in altre civiltà, fino all’inadeguatezza del paradigma psichiatrico occidentale nel trattare le esperienze mistiche.
Consapevole che consigliare saggistica scientifica – ancorché assai narrativa – per Natale può risultare indigesto a diversi, mi sposto su materiali indiscutibilmente natalizî, come un classicone del fantasy per ragazzi, Le cronache di Narnia di C. S. Lewis (Mondadori), che torna in libreria in una nuova & imperdibile traduzione a cura di Stefano Giorgianni e Edoardo Rialti, con i singoli volumi tradotti dallo stesso Rialti, da Andrea Cassini, Benedetta Gallo, Stefano Giorgianni, Francesca Matteoni e Wu Ming 4.
Restando sul fantasy, in attesa del ritorno sugli scaffali del massimo capolavoro del genere dopo Il signore degli anelli di Tolkien (in competizione al massimo col Gormenghast di Peake), quel Dimenticato re Gudù di Ana María Matute la cui riedizione, più volte auspicata anche su questa rivista, è stata finalmente annunciata dalle edizioni Safarà per l’anno nuovo, ce n’è uno più piccino ma a suo modo non meno prezioso che merita una sicura riscoperta: Lud nella nebbia di Hope Mirrlees (Cliquot, traduzione di Lucrezia Pei). Sia perché da esso Tolkien riprese almeno due idee cruciali, sia perché anche senza tal merito è un proto-fantasy modernista con un afflato fiabesco perfetto per le feste e un’anima letteraria molto raffinata – del resto Mirrless era ammirata dalla somma Virginia Woolf, e non c’è altro da aggiungere… Ah, sì, buon Natale.
Roberto Paura
Massimo Mazzotti Il teorema della purezza. Politica, matematica e rivoluzione nel Regno di Napoli (Luiss University Press)
Ovviamente parlo a titolo personale, perché qui ci sono tutti gli ingredienti che amo di più: storia della scienza, Settecento, Napoli, rivoluzione, ma mescolati in modo da creare un piatto fresco, un modo nuovo di scrivere storia della scienza. Partendo da una disputa dimenticata, quella che contrappose “analitici” e “sintetici” nella ricezione della rivoluzione del calcolo infinitesimale nel Sud Italia, Mazzotti traccia un affresco straordinario che collega la rivoluzione napoletana del 1799 alla scoperta dell’analisi e al suo impiego per “svecchiare” l’insegnamento matematico, ma anche per sviluppare una scienza dell’amministrazione di tipo razionale che fungerà da base per le riforme del decennio francese e poi per le tecnocrazie che verranno; laddove invece i vecchi “sintetici” si richiameranno a una pretesa eredità della matematica napoletana dalla scuola pitagorica e difenderanno fino all’Unità d’Italia la pretesa di conservare un approccio geometrico e non algebrico allo studio della matematica. Mazzotti riporta in luce le parabole di una congerie di personaggi dimenticati, dal presidente della Repubblica napoletana, il matematico Carlo Lauberg, al fondatore della scuola sintetica partenopea, Nicola Fergola. Non solo: alla luce di questa lettura anche la teoria di un’influenza nefasta di Croce e della scuola gentiliana sullo studio delle scienze in Italia può essere riconsiderata, individuando una più profonda matrice storica nel tentativo della filosofia meridionale di elaborare una strada alternativa (ma spesso reazionaria) alla verità matematica. Un libro di straordinaria erudizione, originalità e freschezza che non manca di aggiungere la necessaria componente di critica politica alla storia della scienza.
Arthur Schnitzler Il ritorno di Casanova (Adelphi)
Il mondo nuovo di Ettore Scola (1982) è un film ingiustamente sottovalutato che, oltre a offrire una lettura singolare del celebre episodio della fuga a Varennes di Luigi XVI, presenta il miglior Casanova che sia mai esistito, un decadente ma ancora affascinante Marcello Mastroianni, desideroso solo di scroccare un buon pranzo, il cui calco è l’indimenticabile Casanova di Schnitzler, romanzo scritto nel 1918. In questo 2025 che ha visto rinfocolarsi il mito casanoviano complici i trecento anni dalla nascita, dopo essermi regalato un unico giorno di vacanza per tornare a vedere Venezia, mi sono immedesimato in questo personaggio che per tornare finalmente a rivedere la città della sua giovinezza dopo lunghi anni d’esilio è disposto ai più bassi compromessi. Lungo la strada che lo sta riportando nella capitale della Serenissima, ecco gli si frappone un nuovo oggetto del desiderio, la possibilità di una nuova conquista: Marcolina, giovanissima e intelligente, sdegnosa e insensibile al suo fascino, irraggiungibile come Venezia. Nella tarda maturità Casanova scopre, come tutti gli uomini, che la vita gli riserva solo desideri inappagati: ma per l’uomo che è riuscito a fuggire dai Piombi e a sedurre monache e contesse, c’è ancora tempo per un ultimo gioco di prestigio col quale provare a intrufolarsi nel letto di Marcolina. Solo col sotterfugio, capirà Casanova, sarà possibile ottenere ciò che desidera: ed è questa riflessione amara che accompagna il ritorno a Venezia dell’uomo che è il simbolo del Settecento, il secolo degli avventurieri ma anche – come ricorda Miklos Szentkulthy nel suo A proposito di Casanova appena edito sempre da Adelphi – della razionalità, e Casanova fu sempre entrambe le cose.
Abel Quentin I quattro che predissero la fine del mondo (edizioni e/o)
La storia del rapporto Limits to Growth (“I limiti dello sviluppo” nella prima traduzione italiana, recentemente ricorretto come “I limiti alla crescita”) è di per sé un romanzo. Me ne sono accorto quando ho iniziato a studiare le origini di questo documento-chiave del Novecento, il primo studio sul futuro del mondo a cento anni: pietra miliare di almeno tre discipline diverse, ossia i Futures Studies, la dinamica dei sistemi e l’ambito dello sviluppo sostenibile. A questa storia ho dedicato un capitolo del mio libro Occupare il futuro nel 2022, uscito nel cinquantenario del rapporto, ma da dire c’era ancora molto. Ci ha pensato Abel Quentin a colmare la lacuna scegliendo di scrivere appunto un romanzo “tratto da una storia vera”: quella di Donella e Dennis Meadows, Jorgen Randers e William Behrens III, “i quattro che predissero la fine del mondo”. Quattro giovani a cui il loro mentore, il padre della dinamica dei sistemi Jay Forrester, affidò il compito forse più importante della storia dell’umanità: prevedere l’evoluzione del sistema globale e capire cosa avremmo dovuto aspettarci nei successivi cento anni. La scoperta fu drammatica: intorno al 2030, la popolazione mondiale sarebbe collassata per l’effetto combinato di carestie, esaurimento di risorse non rinnovabili, guerre e inquinamento generalizzato. A commissionare quel rapporto fu un italiano, Aurelio Peccei, attraverso un’organizzazione che aveva istituto a tale scopo, il Club di Roma. In questo romanzo tutti i personaggi hanno altri nomi, ma restano facilmente riconoscibili, in particolare la coppia Meadows, la cui celebrità fece sì che il documento diventasse noto anche come “rapporto Meadows”. Scritto in prima persona, come un’inchiesta intenzionata a scoprire che fine abbiano fatto i quattro giovani autori di quello studio, in particolare il misterioso Gudsson (che ha i tratti del norvegese Randers), il romanzo riporta in auge una fosca previsione ancora drammaticamente attuale.
Edoardo Rialti
S. Lewis, Trilogia Cosmica, Adelphi
Spazio non è Cielo. Torna in volume unico (accompagnata da alcune lettere di J. R. R. Tolkien) una delle imprese di speculazione fantastica e teologica più importanti del ‘900. Lewis è uno scrittore “secondario”, nell’accezione tutt’altro che peggiorativa che comprenderebbe anche Virgilio o Milton. La sua immaginazione si accende sempre in dialettica con qualche altra opera o intuizione, più o meno precedente o prossima. Così Lontano dal Pianeta silenzioso– scritto quasi a ribaltare punto per punto la sci-fi colonialista ed evoluzionista a la Wells, immagina un Gulliver contemporaneo che scopre suo malgrado come gli altri pianeti del sistema solare siano popolati da creature non contaminate dalle miserie cancerogene della corrotta natura umana, e governati dalle Intelligenze Angeliche della cosmologia medievale di Alano di Lilla o Dante; Perelandra presenta la tentazione dell’Eden di Genesi e Paradiso Perduto, stavolta sulle isole galleggianti di Venere; Quell’Orribile Forza, ambientato “di ritorno” sulla Terra, vede una nuova Torre di Babele scientista affrontata da una Camelot contemporanea, composta da professori in pensione, orsi ammaestrati, donne delle pulizie, veggenti riluttanti, e un mago Merlino redivivo. Giganti che parlano come Confucio o Aristotele, Lontre antropomorfe che cantano poesie, schermaglie dialettiche col Demonio che anima cadaveri, persino accenni alla Numenor di Tolkien. Gli archetipi di Platone, i Vangeli, Thomas Malory, animali da pantomima convergono assieme e si sovrappongono in qualcosa di nuovo. La vastità drammaturgica, l’ironia, la rilevanza delle domande che Lewis rivolge al nostro modo di concepire il cosmo restano una delle risorse immaginative più importanti e inascoltate del nostro tempo, dove gli artigli rapaci di un materialismo privo di ogni reverenza e gratitudine si allungano fino alla Luna e oltre, e ci vedono troppo facilmente conniventi.
Charles Dickens, Circolo Pickwick, Einaudi.
Dickens e il Natale si sono “creati” a vicenda, notava Chesterton, uno dei suoi migliori lettori, e Pickwick, sempre nelle sue parole, è l’opera che precede la grande cascata dei romanzi a seguire, come la luce nella Genesi che si accende prima ancora del sole e della luna. Come nel Chisciotte, più ancora che la trama a raggiare e imporsi è il mero desiderio di restare in compagnia dei suoi protagonisti, che comprendono l’indimenticabile Sam Weller che congiunge idealmente Sancho Panza a Samwise Gamgee. In queste settimane dove (per benedizione-maledizione) a farla da padrone è lo storge familiare, l’affetto per quanto in noi e negli altri è grottesco e, proprio per questo, stranamente, tenacemente amabile, leggere Dickens aiuta a ricordare quanto dobbiamo tenerci stretta la ridicola regalità delle persone cui siamo legati. La traduzione di Marco Rossari è un banchetto di invenzioni e duttilità al servizio di questo sguardo pirotecnico che riconsegna il mondo intero nella sua tragicommedia, una vittoria in sé che indugia negli occhi e nella bocca di chi legge.
La mente prigioniera, Czeslaw Milosz, Adelphi
Questa meditazione satirica, nella tradizione di Orazio e Swift, attraverso una serie di tipologie intellettuali sotto il dominio sovietico, dei diversi modi con cui un clima ideologico può piegare il nostro rapporto col mondo in una più o meno esplicita connivenza, resta una delle analisi più efficaci per mettere a fuoco quanto a nostra volta le nostre scelte e posizioni si siano già arrese a un “orizzonte” col quale sembra possibile solo accettare un compromesso più o meno esplicito, ma comunque operante. È fin troppo facile sostituire al regime di allora- anche solo per il lavoro culturale- il ben più vasto dominio del consumismo contemporaneo, con la sua oasi-miraggio sempre fuggente innanzi della “visibilità” o “rilevanza”, il piano inclinato della divulgazione che si fa banalizzazione, l’ossessione- alimentata dai giocattoli che teniamo in mano- di raggiungere tutti il più velocemente possibile, la segreta disperazione che fare arte in sé non sia mai abbastanza, l’impossibilità anche solo a concepire altri spazi e tempi e relazioni e modalità espressive. Tutto questo un tempo si chiamava carcere, e occorre semplicemente rifiutare il piatto che ci viene servito, rovesciare il tavolo, scappare dalla finestra.
Stefano Trucco
C’è una di quelle edizioni Mondadori di pseudo-lusso, grossa, colorata e scomoda ma con tutti i cinque romanzi e anche i racconti di uno dei cicli più affascinanti e misconosciuti nella storia della fantascienza, ‘Il Libro del Nuovo Sole’ di Gene Wolfe, così particolare da essere spesso rubricato come fantasy. La scrittura di Wolfe è tanto vivida quanto misteriosa; succede di tutto e ci sembra di capirlo ma poi scopriamo che non è così. Su una Terra morente di un lontanissimo futuro (la Luna è ricoperta di foreste, per esempio) seguiamo il viaggio messianico dell’Apprendista Torturatore Severian, il futuro Autarca. I titoli dei singoli romanzi basteranno a darvi un’idea: ‘L’Ombra del Torturatore’, ‘L’Artiglio del Conciliatore’, ‘La Spada del Littore’ e ‘La Cittadella dell’Autarca’.
Feltrinelli ripubblica la prima e più agile versione di ‘Fratelli d’Italia’ (1963) di Alberto Arbasino con un lungo saggio di Giovanni Agosti che ne ripercorre genesi e ricezione. Rincuora vedere come, sulla distanza, lo scrittore di Voghera (il mio preferito) resista così inaspettatamente alla prova del tempo. Un lungo, effervescente e picaresco romanzo-conversazione in cui succede poco ma dove la chiacchiera mondana ci riporta ad una Italia in piena espansione non solo economica (è forse l’unico romanzo italiano importante a FAVORE del Boom) che oggi fa venire da piangere per il rimpianto.
Anche ‘Saggisti italiani del Novecento’ (Quodlibet), a cura di Alfonso Berardinelli e Matteo Marchesini, con i suoi 106 autori e più di 1400 pagine, ci riporta alle ricchezze del mondo di ieri. Tutte le antologie sono fatte di scelte e quindi criticabili e questa non fa eccezione, ma se un grosso problema della nostra evanescente letteratura attuale è la disconnessione con la nostra autentica tradizione culturale questo libro, dove c’è proprio TANTO da leggere e di qualità, è assolutamente indispensabile per ogni giovane aspirante scrittore che voglia capire il mondo di oggi e capirlo in italiano.


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