Consigli per editori dall’Italia del ‘500

I problemi e la crisi dell’editoria contemporanea erano in nuce nella sua nascita: la strana storia di Aldo Manuzio, il primo editore del mondo.


In copertina e nel testo: immagini tratte dall’Hypnerotomachia Poliphili 

di Edoardo Rialti

È un vecchio adagio che i Gesuiti possiedano la sottile tendenza a portare qualunque discorso su un campo interpretativo a essi congeniale, tuttavia il direttore di Civiltà Cattolica Antonio Spadaro ha certamente ragione nel sostenere che, in una certa misura, nel nostro rapporto con i testi scritti siamo assistendo alla fine dell’epoca benedettina (addentrandoci in un terreno nuovo, più ignaziano, ma queste sono le scaltrezze additate poco sopra). La ragazza su una panchina di vent’anni fa, intenta a leggere, partecipava ancora della modalità monastica della lettura silenziosa d’un unico testo per volta, su cui tutt’al più intervenire con sottolineature e appunti (le glosse, appunto).

La ragazza alla panchina di oggi può ritagliare una citazione di quello stesso testo e condividerla sui social, e se si tratta di un articolo online magari commentare il testo stesso, reagendo in diretta ai giudizi di centinaia, se non migliaia di altri lettori. La lettura e la scrittura non costituiscono più due attività da svolgersi in solitudine o con un gruppo limitato, ma un unico vastissimo ambiente, una nuova quarta dimensione (come intuì George Steiner) nel quale, riprendendo l’espressione Paolo di Tarso, “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” e magari moriamo. Siamo passati, nelle celebre immagine di Eco, dalla memoria vegetale a quella minerale del microchip, con tutte le possibilità, le vertiginose ricchezze e le inquietudini che si accompagnano a un simile salto quantico.

Muovendo i primi passi in questo nuovo sconfinato paesaggio, che non sappiamo dove potrà condurci e trasformarci,  ricco di risorse e rischi, può essere significativo soffermarsi su un altro passaggio radicale, gli inizi della “Galassia Gutenberg”. Gli albori dell’era della stampa, che a sua volta sarebbe stata espressione e decisivo agente creativo del mondo moderno, delle sue nuove libertà conoscitive ed espressive e nuove possibilità di violenza e manipolazione. Si navigava su un mare altrettanto agitato: le sue acque videro i mattutini entusiasmi dell’ “alba incompiuta del Rinascimento”, come De Lubac definì le aspirazioni di un Pico della Mirandola, gli anni di Poliziano e Ficino,  il sole a mezzogiorno delle attività filologiche di Erasmo e della fondamentale versione in greco del Nuovo Testamento (che eserciterà un ruolo decisivo nel dirimente tema della penitenza) fino a Lutero che anche per mezzo della stampa avrebbe fatto transitare quel mondo nella piena modernità, passando da un tramonto fiammeggiante, grandioso e terribile.

Anni di ideali, incubi e sogni, di roghi e utopie, ed è proprio nell’opera satirica di Tommaso Moro (il cui titolo che darà il nome a tutte le successive comunità ideali) che si sostiene come persino nel regno illuminato delle 54 città gli abitanti leggano solo “nei caratteri minuscoli di Aldo.” Già, persino a Utopia i libri erano stampati alla maniera di Aldo Manuzio. Si prova una profonda emozione nel ripercorrere, grazie alle due belle miscellanee (Olschki) Five centuries later. Aldus Manutius. Culture, tipography and philology, e Aldo Manuzio e la nascita dell’editoria,  così come alle Lettere Prefatorie alle opere greche (Adelphi), la vita e l’attività dello stampatore attivo a Venezia, la cui produzione costituì uno di vertici del nascente mondo editoriale, e trovò in lui, come scrive Mario Infelise “l’inventore  della professione dell’editore moderno, colui cioè che si avvicina ai libri avendo in mente un preciso e coerente programma culturale”.

A Manuzio dobbiamo nientemeno che l’indice, la numerazione a fondo pagina, il corsivo (introdotto con la sua edizione delle epistole di Santa Caterina), la straordinaria innovazione del volume tascabile e quello che si considera ancora oggi il più bel libro stampato al mondo, l’Hypnerotomachia Poliphili. È un mondo di pubblicazioni le cui proporzioni oggi fanno sorridere, nel quale il numero dei lettori era tale da augurarsi di esaurire 1000 copie in alcuni anni, ma che vide Manuzio ed eredi i protagonisti d’un immenso progetto culturale, di cui ancora oggi gli studiosi riconoscono ammirati l’audacia ideale, come ben sintetizza Natale Vacalebre: “Una cosa, innanzitutto, bisogna riconoscere: Aldo aveva coraggio. Il coraggio di rimettere in discussione la propria esistenza umana e professionale, di scommettere su determinate scelte culturali, di mettere da parte – all’occorrenza – i propri ideali intellettuali, senza mai venir meno però a quell’«amore grandissimo verso tutta l’umanità» che sempre contraddistinse la sua intima personalità. Egli non ne fece mai mistero, anzi. Già a partire dalla sua prima fatica editoriale, Aldo volle mettere in rilievo come l’origine di quella impresa così nuova e “inconsueta” per uno studioso, non risiedesse nella ricerca di ricchi guadagni, bensì in una sorta di chiamata, di necessità culturale che comportava la messa a disposizione delle sue energie e conoscenze in favore del genere umano.”

Ed è proprio richiamandosi alle figure di due benefattori della mitologia classica che i contemporanei di Aldo e lo stesso Manuzio leggeranno la sua impresa editoriale. Per il principe degli umanisti, Erasmo, si trattava a tutti gli effetti d’una fatica epica, delle gesta di un semidio alle prese con carichi immani:

“È un’impresa erculea, per Ercole! E degna di un animo regale, restituire al mondo una cosa talmente sacra crollata dalle fondamenta, cercare quello che si nasconde, tirare fuori quello che è messo in disparte, richiamare ciò che è scomparso, ricostituire ciò che è mutilo, correggere ciò che in così tanti modi è stato corrotto, soprattutto per colpa di questi volgari stampatori, per i quali è più importante il guadagno di una sola moneta d’oro piuttosto che l’intera letteratura. […] Chi restituisce la letteratura caduta in rovina – e questa è un’impresa più difficile che produrre la letteratura stessa – innanzitutto si accinge a qualcosa di sacro e immortale, e poi prende l’impegno non di una sola provincia qualsiasi, ma di tutti i popoli, di tutti i secoli. ; anche se la sua biblioteca è chiusa dalle anguste pareti della casa, Aldo ha intenzione di costituire una biblioteca la quale non abbia altro confine che il mondo stesso.”

Mentre le confessioni dell’editore in persona paiono proiettare la propria vocazione sullo sfondo grandioso dell’anelito compassionevole del Prometeo che donò agli uomini il fuoco, le arti, la tecnologia:In effetti, abbiamo deciso di dedicare tutta la vita all’utile dell’umanità. Dio mi è testimone che nulla desidero di più che giovare agli uomini.” Ma entrambi questi richiami altissimi adombrano costi e difficoltà. Ercole aveva notoriamente dovuto scegliere dove proseguire al bivio tra una strada di anonime rose e quello irti di rovi della gloria perenne, e Prometeo avrebbe scontato il suo amore senza confini verso i mortali inchiodato sul Caucaso, col fegato perennemente roso da un’aquila di Zeus.

Anche Manuzio si trova ad avanzare tra preoccupazioni, fatiche e rovelli:

“… non puoi infatti immaginare quanto io sia aaccendato. Non ho davvero il tempo non solo per correggere con lo scrupolo che vorrei i libri stampati e pubblicati per nostra cura lavorando faticosamente giorno e notte, ma neppure per leggerli velocemente: se tu vedessi tutto questo, avresti compassione – dato il tuo buon cuore – per il tuo Aldo, giacché spesso non ha il tempo né per mangiare, né per liberare il ventre. Certe volte sono talmente pressato – con entrambe le mani occupate e i tipografi davanti a me che aspettano quel che preparo e per giunta mi incalzano con fare importuno e villano – che non riesco nemmeno a soffiarmi il naso. Che durissima attività!”

Non mancano le stilettate ironiche su chi plaude a tanta nobiltà d’intenti senza però sostenerla nella pratica: “Il nostro è un progetto bellissimo e utilissimo: tutti lo dicono e lo ripetono all’unisono con parole di elogio. Sarà certamente così: io, però, ho trovato il modo di procurarmi un tormento proprio mentre desidero esservi di giovamento e fornirvi dei buoni libri.”

Una consapevolezza che, in una divertita sottolineatura di Nigel Wilsonsu un refuso, si fa persino lapsus, forse: “Un bell’esempio si incontra nell’edizione di Pindaro: alla fine dell’Olimpica , verso 115 – nel quale Pindaro prega Zeus affinché conceda alle città della Grecia l’onore e il godimento dei beni elargiti dalla fortuna – vi sono copie in cui la parola che designa l’onore – aido – è divenuta aldo. Un errore freudiano?”

L’attività di Aldo incontrò vari ostacoli, comprese le obiezioni elitarie di chi preferiva i manoscritti (Guido da Montefeltro si vantava di non accogliere nessuno dei nuovi volumi nella sua ricca biblioteca). Le lettere private e le dediche pubbliche dei libri di Manuzio alternano veri e propri appelli perché i lettori sostengano la nascente editoria e i suoi sforzi di qualità e precisione,  accuse di avidità nei confronti dei concorrenti, dediti (a suo parere) solo ai facili guadagni, lamenti sullo stato di decadenza e superficialità in cui la stampa era già (“gia!” se c’è un rischio intellettuale da cui la conoscenza può vaccinare, è il timore di essere l’unica generazione davvero convinta di fronteggiare l’apocalisse) precipitata sul finire della sua vita. Vi si può appelli come il seguente, rivolto agli studenti che magari si prestavano collettivamente un’unica copia:

“Nobili giovani che studiate le belle lettere, voi avete quello che vi ho promesso all’inizio del volume. Ne consegue che ci dovete la massima gratitudine: ed io, peraltro, riterrò che l’avrete dimostrata pienamente, se comprerete senza esitare il frutto delle nostre fatiche. E se, come spero, lo farete, ne avrete un duplice vantaggio, poiché ora apprenderete i fondamenti delle lettere greche e per il futuro renderete me più solerte a pubblicare altre opere molto più importanti e meritevoli di questa. Statemi bene.”

Manuzio non esercita una censura preventiva, semmai sostiene di offrire sempre dei salutari bilanciamenti a ciò che può essere giudicato immorale o eterodosso. È il caso di due opere antiche, come la Vita di Apollonio e il  De rerum natura di Lucrezio. Nel primo caso la perturbante biografia del taumaturgo che mostrava fin troppe, sconvolgenti somiglianze con la vita e i gesti di Cristo (processo compreso) “andava circolando come un veleno senza antidoto (non era infatti disponibile l’opuscolo di Eusebio, che poteva attutirla, confutarla e dimostrarne la falsità), mi è sembrato opportuno pubblicare tramite la nostra Casa, oltre all’opera di Filostrato, anche quello stesso opuscolo di Eusebio diretto contro di essa, sia in greco sia nella tua dotta ed elegante traduzione latina, affinché chi poteva aver assorbito un po’ di veleno dall’opera di Filostrato avesse a disposizione il trattato di Eusebio a cui fare ricorso, come la donnola morsa dal serpente fa ricorso alla ruta.”

La pubblicazione del contro veleno lo porta persino a correggere alcune ingenuità in cui era incappato il santo patrono dei traduttori, il Gerolamo autore della Vulgata, invocando a sua discolpa le più frequenti cause di abbaglio per chi svolge un lavoro culturale: “Nessuna meraviglia che Gerolamo sia potuto incorrere in un errore del genere: era un essere umano, e sempre occupatissimo a tradurre e scrivere opere teologiche. La stessa cosa leggiamo esser capitata ad altri, e in particolare a Marco Tullio: lo attestano sia Gellio nelle Notti Attiche sia Poliziano nei Miscellanea, e Cicerone stesso nelle Epistole ad Attico ammette di avere commesso un errore di memoria.”

Pure il riscoperto Lucrezio (sul cui ritrovamento a opera di Poggio Bracciolini – una vittoria della bibliofilia, destinata a cambiare il corso collettivo del pensiero occidentale, Stephen Greenblatt ha scritto il bel Il manoscritto) viene pubblicato e diffuso con un doveroso caveat: “Eccoti dunque Lucrezio, poeta e filosofo grandissimo a giudizio degli stessi antichi, ma pieno di falsità. Infatti dissente profondamente, circa la natura di Dio e la creazione del mondo, da Platone e dagli altri accademici, già che egli era seguace della setta epicurea. Per questo motivo sostengono alcuni che non debba neppure essere eletto da cristiani che pregano, onorano, adorano il vero Dio. Ma poiché la verità, quanto più viene indagata, tanto più risalta chiara e degna di rispetto […] pare a me che Lucrezio e pensatori del tutto simili a lui debbano essere bensì letti, ma come autori falsi e menzogneri quali in eetto essi sono.”

L’Italia a ferro e fuoco delle guerre intestine e delle invasioni straniere lo fa inveire contro la pavidità e l’acquiescenza diffuse (“siamo uomini; e magari fossimo uomini sia di nome che di fatto, non uomini soltanto di nome, e di fatto un gregge di pecore”) e la brutalità che ricade sempre anche sul mondo della cultura. Niente di nuovo sotto il sole, i nuovi saccheggi ci accomunano all’ “infinita e dolorosa distruzione di buoni libri avvenuta mille anni or sono e tuttora in corso senza posa. Infatti – per tacere delle tante migliaia di libri conservati nella famosa biblioteca di Tolemeo Filadelfo, di gran lunga la più ricca tra tutte le biblioteche mai esistite, sciaguratamente bruciati nel tempo in cui Gaio Cesare sovvertiva le leggi umane e divine nel tentativo di sottomettere al suo volere il mondo intero, e per tacere della scomparsa dei libri in tutta la Grecia, e della stessa Grecia, avvenuta meno di sessant’anni fa –, non è forse vero che in Italia, ai tempi nostri, abbiamo visto andar disperse in pochi anni grandi biblioteche ricche di buoni libri non vediamo biblioteche che vengono chiuse per chissà quale disgrazia e lasciate in balìa di tarme e blatte.” In questo panorama di violenza e stupidità, ai suoi occhi la stampa assume ancor più nettamente il carattere evidente d’un dono soprannaturale: “Dio, comunque, è venuto in aiuto di tutti gli studiosi nel migliore dei modi tramite l’invenzione della stampa e le nostre fatiche, perché facciamo uscire dalla nostra Accademia ogni mese mille e più libri di qualche buon autore.”

Uno strumento a servizio della pace universale capace di comprendere innovazione e raffinatezza. Nell’attuale contesto, che vede così facilmente scadere gli scambi e le comunicazioni a mera reattività pronta a accendersi in liti ottuse e fatwe feroci, è il caso di rammentare anche un dettagliato elogio, a firma del cardinal Borromeo, dell’erede Paolo Manuzio e delle sue revisioni attente e pensose: “Egli prima concepiva quello che voleva dire nell’animo, poi doppo haverlo mutato e rimutato nel pensiero più volte, e questo diceva egli che era la prima correttione et emendatione, et che nel suo animo esso scriveva e riscriveva più volte la istessa cosa. Il che non fanno coloro che impatienti subito danno di mano alla
prima et imbrattano le carte. Formato poi che havea questa sua prima correttione mentale, per così chiamarla, scriveva quello che già havea in buona parte formato nell’animo e deliberato; poi di nuovo tornava a ruminare ciò che scritto havea, aggiungendo, levando e mutando. Così si scrive poco, ma eccellentem[en]te.”

Poco, ma eccellente. Pare quasi un secondo motto a fare da pendant al celeberrimo Festina Lente delle edizioni Aldine, sovrastato dall’incudine e il delfino che a loro volta lo incarnano. Veloce e lentamente. Un paradosso che non si può scomporre in una ricetta razionale, eppure addita un orizzonte di cui c’è sempre bisogno, laddove ci si voglia coinvolgere seriamente nel lavoro culturale, e che oggi assume una particolare rilevanza, nel proliferare di risorse straordinarie, possibilità di scambio e approfondimento, messa in circolo di informazioni e strumenti, ma anche tanta improvvisata e pericolosa faciloneria, come nel caso degli editori a pagamento

“Le parole che impieghiamo per rendergli onore le dobbiamo a lui” affermò George Steiner in occasione d’un centenario shakespeariano di qualche anno fa. Nel caso di Aldo Manuzio si può ben dire che i caratteri stessi che usiamo per rendergli omaggio, quelli battuti nello scrivere questo articolo e che voi state scorrendo adesso, sono suoi.


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di J.R.R. Martin, C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.

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