Contro il pessimismo della psicologia

Le idee di Abraham Maslow tra psicologia umanistica, spiritualità e crisi del senso nell’Occidente contemporaneo.


Questo articolo è la prefazione a «Religioni, valori ed esperienze di picco» di Abraham H. Maslow. Ringraziamo l’autore e traduttore Gianluca Didino e l’editore, PianoB, per la gentile concessione.

IN COPERTINA e lungo il testo opere di renato mambor all’asta da pananti casa d’aste.

di Gianluca Didino

C’è qualcosa di inevitabile e ingeneroso nel fatto che oggi il nome di Abraham Maslow richiami alla mente soprattutto la sua piramide della motivazione, e venga quindi pronunciato tanto spesso nei corsi di formazione aziendale. Inevitabile, perché il suo pensiero contiene sempre il rischio di strizzare l’occhio a quella forma degenerata di crescita personale che è l’ottimizzazione di sé, il tremendo mantra di trasformarsi nella versione migliore di se stessi. Ingeneroso perché nel suo lavoro c’è molto di più e molto altro, forse addirittura un intero ramo della psicologia le cui potenzialità non sono mai state esplorate a fondo proprio perché sembrano fuoriuscire dai confini della scienza “seria”: inglobate nella retorica del successo capitalista da un lato o pericolosamente affini al campo della spiritualità dall’altro. Il breve libro che traduciamo oggi per la prima volta in italiano si rivolge decisamente in questa seconda direzione. 

Nato a Brooklyn nel 1908, figlio di ebrei ucraini sfuggiti alle persecuzioni antisemite dello Zar Nicola II, Maslow crebbe in una famiglia povera che credeva nel potere dell’educazione. Dopo aver studiato legge al City College di New York si trasferì alla University of Wisconsin per dedicarsi alla psicologia con approcci comportamentista. Una volta laureato passò alla Columbia, dove lavorò con l’eugenista Edward Lee Thorndike ma anche con un grande allievo di Freud, Alfred Adler. Fu solo tornando a Brooklyn, nel 1937, che queste influenze opposte e persino contraddittorie trovarono la sintesi di quella che Maslow cominciò a chiamare “psicologia umanistica”. Dal 1951 insegnò in Massachusetts, poi si trasferì in California. Per la fama avrebbe dovuto aspettare gli anni Sessanta, quando la società intorno a lui fu pronta per comprendere il valore del suo approccio olistico. Per un attimo però la celebrità fu grande, al punto da portarlo alla presidenza della American Psychological Association nel 1968. Malato da tempo di cuore, Maslow morì d’infarto nel 1970 mentre faceva jogging a Menlo Park.

Questi scarni cenni biografici ci dicono quasi tutto ciò che abbiamo bisogno di sapere per approcciarci a Religioni, valori ed esperienze di picco: il potere dell’educazione e la possibilità, così americana, di farsi da soli; la tensione stridente eppure stranamente fruttuosa tra le due grandi scuole di pensiero che dominavano la psicologia statunitense nella prima metà del Novecento, il comportamentismo e la psicoanalisi freudiana; l’inquietante, ma impossibile da tacere, connessione con l’eugenetica; la grande esplosione culturale degli anni Sessanta, soprattutto della California post 1967. Teorie come quelle di Maslow non avrebbero potuto trovare un’audience tanto vasta prima o dopo un decennio così aperto all’ottimismo, così pronto a sperimentare e cercare nuove vie d’uscita dalla crisi valoriale in cui era entrato l’Occidente dopo la guerra.

L’altro elemento di contesto necessario è la pubblicazione nel 1962 di quello che rimane forse il libro più importante di Maslow, Verso una psicologia dell’Essere, nel quale la dimensione valoriale trovava per la prima volta una formulazione teorica completa. Le conferenze che compongono Religioni, valori ed esperienze di picco, tenute nei primi anni Sessanta e pubblicate per la prima volta nel 1964, sono una sorta di spin-off di quel libro, un’esplorazione dei suoi aspetti spirituali latenti. Maslow continuò a lavorarci negli ultimi anni della sua vita, nei quali il focus del suo lavoro si era spostato sulla trascendenza dell’individualità. L’ultima prefazione al testo è datata maggio 1970; il suo autore sarebbe morto l’8 giugno. Dopo aver mosso i primi passi nella psicologia applicata e prima di venire assorbito dalle teorie di organizzazione aziendale, il pensiero di Maslow si era trovato alle soglie della religione. 

Il lessico delle pagine che seguono apparirà al lettore che non conosce Verso una psicologia dell’Essere piuttosto esoterico: “valori B”, “cognizione D”, “regno dell’Essere”, “teoria Z”. Persino il concetto di “esperienza di picco”, così centrale in questo lavoro e tra le poche formulazioni di Maslow a essere sopravvissuta fino a oggi – grazie anche alle idee di un suo amico e ammiratore, Colin Wilson – merita una spiegazione per essere compresa accuratamente. Arriveremo a questi concetti, ma vorrei partire da quello che è il vero problema al centro del lavoro di Maslow, un problema con cui i lettori di Wilson avranno forse qualche familiarità: quello del pessimismo.

Perché Maslow sente il bisogno di cercare un’alternativa, di postulare una “terza forza” rispetto al comportamentismo e alla psicoanalisi freudiana? Ricordiamo il contesto: siamo negli Stati Uniti del boom capitalista, della guerra, poi del dopoguerra, del maccartismo. Maslow è ebreo, figlio di immigrati, di simpatie socialiste: ha visto l’orrore dell’olocausto, crede nel progresso, si sta facendo strada in un paese che premia l’intraprendenza individuale nello stesso momento in cui cede alla paranoia del red scare. Nel cuore dell’espansione postbellica si nasconde una zona oscura, una sfiducia nella natura umana generata dall’orrore dei conflitti mondiali. Comportamentismo e psicoanalisi possono trovarsi ai due estremi dello spettro delle teorie psicologiche, uno tutto superficie e l’altra tutta profondità, uno sperimentale l’altra calata nel trauma dell’individuo, eppure condividono qualcosa: entrambe sono teorie portatrici di una visione piuttosto pessimistica della persona.

Il comportamentismo, la cui versione più deteriore permea oggi profondamente la macchina capitalista, pensa all’individuo come a un insieme di bottoni e leve: premo qui e capita questo; a una determinata azione corrisponde una reazione; se esiste un’interiorità, un’autenticità o un’essenza, qualcosa che dia valore all’essere umano in quanto tale, è inaccessibile allo psicologo e comunque di scarso interesse, dato che tutto ciò su cui possiamo agire sono i comportamenti. Per quanto efficace possa risultare generare rinforzi positivi, il comportamentismo rimane una teoria intimamente determinista e riduzionista. Il suo studio dei meccanismi di azione-reazione è sempre passibile di essere usato per manipolare le masse. Ce ne accorgiamo oggi come mai prima: basta pensare a come funzionano i social media.

La psicoanalisi non è altrettanto cinica, o quantomeno scoraggiata sulle possibilità di penetrare il segreto della mente, ma la sua visione dell’essere umano non è molto più luminosa: siamo un coacervo di impulsi incontrollabili, violenti e spesso autodistruttivi tenuti a bada dalla necessaria repressione sociale. Ci “ammaliamo”, per così dire, quando questo delicato processo di integrazione e rimozione perde equilibrio. Il compito dello psicoanalista è quello di estrarre i contenuti rimossi dal pozzo dell’inconscio come un archeologo che esplora una tomba, ma anche di inserirli in un quadro normativo: “curare” significa ristabilire una normalità. Freud era notoriamente ostile nei confronti delle emozioni espansive, soprattutto quelle dionisiache e soprattutto se riguardavano le masse. Le folle in delirio che acclamavano Hitler negli ultimi anni della sua vita sembravano certamente dargli ragione.

Ciò che rimane escluso da queste due visioni così lontane tra loro è la potenzialità della persona. Quando Maslow comprendeva questo aspetto stava mettendo il dito in una piaga che il pensiero occidentale si porta dietro dai tempi di Kant: l’idea per cui il pensiero razionale si definisce in opposizione al fanatismo e la sua missione primaria è disinnescare quella che Platone avrebbe chiamato mania, la follia sacra. Per questo nella dialettica della malattia maniaco-depressiva, che ha giocato un ruolo tanto importante nella formazione della moderna psichiatria nel XIX secolo, il polo depressivo era sempre da preferire rispetto a quello maniacale. Il problema del comportamentismo è quello della gestione di un essere umano considerato essenzialmente inconoscibile; quello della psicoanalisi è la cura dell’inevitabile nevrosi generata dalla civiltà. In entrambi i casi, lo scopo dell’intervento è quello di portare il paziente a un livello base, a quella condizione di sopravvivenza che è la normalità.

Ma questa è evidentemente solo una faccia della medaglia: nessuno si occupava di aiutare la persona a raggiungere il massimo di ciò che poteva offrire a se stessa e al mondo. A nessuno sembrava interessare che non fosse solo non infelice, ma anche felice. O addirittura, parola tremenda ai tempi di Maslow come oggi, estatica. All’indomani delle guerre più violente e distruttive che l’umanità abbia mai conosciuto si può capire da dove venisse il sospetto, ma è anche evidente che posizionare l’asta così in basso e definire la salute come semplice assenza di malattia comporta i suoi rischi. Maslow e la psicologia umanistica rispondevano a questi rischi spostando il focus dell’attenzione, come nelle illusioni ottiche tanto care alla psicologia della Gestalt. Definivano la salute come realizzazione personale, integrazione, piena espressione della propria intrinseca umanità. Si concentravano sull’arricchimento e non solo sulle mancanze. 

Oggi la psicologia umanistica è ancora vitale, soprattutto in ambito anglosassone, ma il suo ottimismo è in parte confluito in quella psicologia positiva – il termine è di un successore di Maslow alla presidenza della American Psychological Association, Martin Seligman – così funzionale alle logiche capitaliste. Questo anche perché l’altro sbocco possibile, quello relativo a ciò che con una locuzione maslowiana possiamo chiamare gli “stati superiori della persona”, rimane tuttora inespresso, perché oggi come ai tempi di Maslow, e come anche ai tempi di Freud, le sue implicazioni fanno fatica a trovare spazio nell’impianto del pensiero occidentale. 

Se l’intento è quello di portare alla luce le potenzialità più profonde della persona, di farla “attualizzare” nello stesso modo in cui un seme si “attualizza” diventando un fiore o un albero, allora è evidente che il compito dello psicologo non può limitarsi alla cura del disagio. O, meglio, il concetto di disagio si espande enormemente passando dal piano individuale e psichico a uno collettivo ed esistenziale. Allo stesso modo lo psicologo non può esimersi dal prendere sotto l’ombrello della sua professione dimensioni molto più ampie, come quella dei valori e della spiritualità trattata in questo libro, che hanno sempre giocato un ruolo importante nella felicità delle persone (e lo giocano tuttora, anche se non ci piace ammetterlo). Questo è un punto delicato, perché nonostante la sua critica alla scienza Maslow si considerava comunque un uomo di scienza e voleva rimanere saldamente nei confini della scienza. Stava camminando su un confine sottile.

L’idea dell’attualizzazione è importante, perché presuppone uno stato di autorealizzazione verso il quale si può e in un certo senso si deve tendere: una piramide da scalare, appunto. Sulla cima di questa piramide, ci dice Maslow, l’incompatibilità tra scienza e spiritualità smette di esistere. Tutti possiamo arrivare in cima alla piramide, e di fatto ci arriviamo, almeno in certi momenti, che ne siamo consapevoli o meno. Questi momenti sono quelli che Maslow chiama “esperienze di picco”, e che con un linguaggio religioso più tradizionale, che usa con una leggerezza forse eccessiva – punto su cui torneremo – potremmo definire “mistiche” o “estatiche”: momenti di integrazione completa della personalità, di armonia con sé stessi e l’universo.

Questo è anche il terreno in cui si radica il lessico esoterico di cui parlavamo sopra. L’esperienza del mondo che facciamo attraverso le esperienze di picco, dice Maslow, è fondamentalmente diversa dall’esperienza che facciamo quando siamo in uno stato di coscienza normale: è una cognizione “a livello dell’Essere”, una cognizione B, da Being in inglese. Vale forse la pena sottolineare gli echi platonici che si nascondono in questa idea di un Essere, con la maiuscola, del quale la nostra vita di tutti i giorni non è che un pallido riflesso. Questo stato di cognizione superiore è guidato da alcuni valori che Maslow chiama “valori B” e che, cosa curiosa, sembrano essere uguali negli esseri umani di tutte le epoche e di tutte le culture. Alla cognizione e ai valori di cui facciamo esperienza a livello dell’Essere corrispondono la cognizione e i valori di tutti i giorni, la cognizione D e i valori D, da Deficiency, “mancanza”. 

Viviamo gran parte delle nostre vite in uno stato di mancanza, di derelizione, in un mondo caduto, ma possiamo e in un certo senso dobbiamo elevarci a un livello in cui siamo più veri, più umani, più integrati: non è difficile comprendere come la religione dovesse prima o poi trovare un posto in un pensiero di questo tipo. Dunque la domanda diventa la seguente: come trovare uno spazio nuovo alla religione e alla dimensione valoriale ad essa connessa, una dimensione che sembra essere impossibile senza un fondamento metafisico trascendente di qualche tipo, e dunque in senso lato religioso, quale che sia la connotazione che si vuole dare al termine “religione”? Come parlare di religione in un modo che abbia senso oggi, dopo la morte di Dio e il disincanto del mondo che ne deriva?

A questo punto la questione ha cambiato livello: non si tratta più di offrire un’alternativa a una visione pessimista, cinica o rinunciataria della persona a livello della psiche individuale, ma di rispondere al problema filosofico in cui l’Occidente si dibatte da secoli, quello del nichilismo, e di farlo radicando la risposta nella psiche umana. Come gli esistenzialisti, a cui deve molto, Maslow aveva chiaro già negli anni Quaranta che vivere in questo deserto del senso che è l’Occidente post-illuminista è impossibile. O meglio, è possibile, lo facciamo tutti, ma a prezzo di una vita vuota, insignificante, priva di direzione, in cui veniamo trascinati da una seduzione all’altra, alla ricerca di un piacere elusivo, sfuggendo dal pensiero di una morte inevitabile finché tutto si conclude nel nulla da cui siamo venuti. Non la migliore pubblicità per il materialismo capitalista.

A differenza degli esistenzialisti, però, Maslow non si accontentava di focalizzare lo sguardo sul problema – parlando di sé stesso, Wilson fornisce a questo riguardo l’interessante formulazione di un “esistenzialismo positivo” – e da psicologo aveva bisogno di dare sostanza empirica allo sfuggente concetto sartriano di “autenticità”. Sapeva che al problema della morte di Dio si può dare solo una risposta religiosa, e allo stesso tempo sapeva, da progressista qual era, che tornare indietro era non solo impossibile, ma nemmeno auspicabile. Dove radicare dunque questa nuova idea di religione? La risposta che si dà Maslow è la seguente: nulla ci impedisce di radicarla nella natura umana. E a dimostrarlo sono proprio quegli stati di integrazione superiore che esperiamo durante i nostri momenti di picco.

Nelle esperienze di picco, dice Maslow, in questi istanti di piena realizzazione e gioia estrema, ci avviciniamo al divino. Non solo e forse non tanto – questo è un punto importante – nel senso che ci apriamo al mistero di qualcosa di più grande di noi, che ci trascende metafisicamente, ma soprattutto perché scopriamo che quel mistero, quella cosa più grande di noi, è già dentro di noi. Diventiamo noi stessi dèi, in un senso molto pratico: entriamo in paradiso. Il paradiso è nella nostra testa, e c’è sempre stato. La coscienza si allarga, la mente si apre per includere tutte le cose che finora ci siamo sforzati di tenere fuori: la paura, il dolore, la malattia, la morte. Lo sguardo diventa soffice, inclusivo. Smettiamo di giudicare perché smettiamo di credere nell’illusione di un io intorno a cui ruota tutto, al nostro ossessivo storytelling. 

Un tempo questo genere di esperienze erano filtrate dalla lente della religione organizzata, così come anche le esperienze che Maslow chiama “di nadir”, gli abissi della disperazione e della follia: pensavamo che a indurle in noi fosse un’entità soprannaturale, o diverse entità, angeli e demoni. Ora che abbiamo smesso di credere in queste dimensioni non-umane, però, non c’è ragione per cui dovremmo sbarazzarci dell’esperienza del sacro insieme alle religioni che tradizionalmente l’hanno veicolata. Oggi possiamo comprendere che l’esperienza del divino è naturalistica, vale a dire che il divino non è altro da noi, è inscritto nelle nostre cellule, nelle nostre connessioni neurali. Per questo le esperienze di picco giustificano da sole la vita, dice Maslow, e il solo fatto che esistano è sufficiente a farci preferire la vita alla morte, a impedirci il suicidio: ecco la risposta al problema del nichilismo. L’estasi non ha bisogno di un Dio soprannaturale, né tantomeno di una chiesa che faccia da custode esclusiva della rivelazione. L’esperienza del divino è la potenzialità dell’essere umano che si esprime al suo massimo: non si può essere più umanisti di così.

Dicevamo che le teorie di Maslow hanno avuto un momento di grande successo negli anni Sessanta, quando le società occidentali erano impegnate in una ridefinizione dei valori e i temi della spiritualità erano tornati di moda. Nei decenni successivi però la vittoria del neoliberismo su qualsiasi istanza di trasformazione sociale avrebbe derubricato sia il problema dei valori che quello della religione a poco più di una fantasia hippy. Il pensiero di Maslow sarebbe stato così distillato, passando attraverso la fornace della performatività capitalista, in modo da permettere la sopravvivenza solo di quelle parti che si adattavano al nuovo Zeitgeist: la piramide della motivazione come strumento di organizzazione aziendale, appunto; l’attualizzazione come giustificazione del successo materiale in maniera non molto dissimile dalle modalità con cui il calvinismo giustificava la ricchezza nel XVI secolo; eccetera.

Della parte più “esoterica” del pensiero maslowiano è sopravvissuto il concetto di esperienza di picco, soprattutto in ambito controculturale (in Wilson, negli ambienti legati alle sostanze psicoattive) e in settori come quello della sex therapy (ad esempio in un classico come The Erotic Mind di Jack Morin). I due ambiti si sono scissi al punto da sembrare quasi antitetici, e le domande comuni da cui entrambi scaturivano sono state progressivamente dimenticate. 

Oggi però quelle domande sono tornate centrali. Le tante crisi dei nostri anni (finanziaria, climatica, tecnologica, geopolitica) ci stanno portando a comprendere come il paradigma scientista che ha dominato gli ultimi secoli non sia sufficiente a mantenere la promessa di una vita felice: manca sempre qualcosa. Allo stesso tempo solo un pazzo, un provocatore o un genuino reazionario, ma ne esistono pochi, potrebbe sperare di tornare davvero in un mondo di oscurantismo e superstizione, sacrificando le libertà e i progressi della scienza in cambio dell’orizzonte di senso offerto dalle religioni tradizionali. Abbiamo capito che il mondo ha bisogno di essere reincantato ma anche che non vogliamo perdere i privilegi del disincanto. È un problema essenziale, a cui veniamo posti di fronte continuamente e a cui in una forma o nell’altra si dedica molto del pensiero contemporaneo.

È diventato urgente trovare un rapporto nuovo tra scienze e quella dimensione spirituale, e di conseguenza valoriale, che le scienze si sono prodigate a negare per secoli. Già nelle prime pagine del libro Maslow mostra come l’oceano in cui stiamo affogando potrebbe in fin dei conti essere una pozzanghera: perché ci vuole una visione piuttosto degenerata sia della scienza che della religione per pensare che le due non possano convivere. E ci vuole una visione piuttosto degenerata dell’essere umano, e della vita in generale, per pensare che i fatti e la vita dello spirito siano mondi separati e non dimensioni fluidamente interconnesse dell’esistenza. Questo tipo di interconnessione è ciò che stiamo provando a immaginare. Le risposte che diamo al problema, però, non sono mai del tutto soddisfacenti. 

Per esempio, ci siamo accorti che ad alti livelli la scienza e la poesia sono la stessa cosa, la scienza ha cominciato a tornare nell’ambito della cultura, i libri di grandi teorici e divulgatori vendono milioni di copie: pensiamo a Fritjof Capra, Carlo Rovelli, Douglas Hofstadter e molti altri. È un primo passo, ma non ancora sufficiente: la dimensione metafisica viene accettata solo quando la fatticità delle cose si dissolve nella nebbia azzurrina di concetti troppo complessi perché la mente li possa comprendere davvero; è un’aura della non-comprensibilità, potremmo forse dire. 

Oppure, un altro esempio. La critical theory è da tempo a suo agio nel far reagire scienze naturali e cultura umanistica, soprattutto da quando il termine “antropocene” è diventato di moda, producendo schiere infinite di scrittori e scrittrici, filosofi e filosofe che si occupano di muffe e funghi, ghiacciai e licheni; ma il suo impatto sulla vita delle masse, e soprattutto sulle decisioni politiche, è stato finora limitato. Insomma, in tutto ciò che si trova sotto l’empireo delle scienze astratte e al di fuori del recinto protetto delle avanguardie accademiche quella che Maslow chiama “dicotomizzazione” tra scienza e cultura umanistica rimane intatta e inscalfibile: i fatti sono fatti, la poesia è poesia. Provate a parlarne con un medico, invece che con un fisico teorico, e vedrete il risultato. Un aspetto importante del discorso di Maslow che forse dovremmo recuperare è anche questo: che è pensato per applicarsi alla vita quotidiana, non al mondo delle élite intellettuali.

Un ambito in cui questo dibattito ha fatto passi avanti più interessanti, e che è evidentemente rilevante per i temi trattati in questo libro, è quello della ricerca sulle sostanze psichedeliche. In pochi punti di Religioni, valori ed esperienze di picco Maslow menziona direttamente “la terapia psicolitica di Stanislav Grof” o specifiche sostanze come la psilocibina o lsd, e talvolta usa “psichedelico” nel senso etimologico di “qualcosa che espande la mente”; eppure è evidente come il discorso sulle esperienze di picco non possa prescindere dall’acido lisergico che irrorava le menti nei luoghi e nei tempi in cui queste conferenze venivano scritte. E questo anche se Maslow stesso non fece mai un’esperienza di picco chimicamente assistita, visto che non poteva assumere sostanze psicoattive per via dei suoi problemi di cuore.

Il dibattito sugli psichedelici che è cresciuto e si è diffuso negli ultimi vent’anni ha fatto un passo in più rispetto alla cultura “alta”, dicevo, perché ha dimostrato nella pratica che scienza e spiritualità non sono dimensioni mutuamente esclusive, ma anzi sono intrinsecamente legate, almeno a certi livelli, dato che uno specifico tipo di attivazione neurale è necessario perché si produca un’esperienza di picco, e questo indipendentemente dal fatto che l’esperienza sia provocata o meno da una sostanza psicoattiva; ma anche perché, e forse è ancora più essenziale, ha dimostrato che il problema del nichilismo è sempre una questione di sguardo, di dove si focalizza l’attenzione, di Gestalt: basta esperire qualcosa di diverso dalla fredda fatticità in cui è andata ad arenarsi la nostra cultura, e basta esperirlo una sola volta nella vita, per rendersi conto che quello del nichilismo è solo un problema intellettuale, vale a dire un falso problema. 

Questo discorso è presente in Maslow e ancora oggi mi sembra un argomento valido contro qualsiasi forma di disperazione filosofica. È un discorso importante, che è sbagliato liquidare come marginale o limitato a quel che rimane della controcultura, perché offre una via alla spiritualità laica, materialista e praticamente realizzabile, vale a dire perfettamente funzionante nelle strutture della modernità occidentale; offre insomma una possibilità reale al tipo di reincantamento di cui abbiamo bisogno, e non è poco. Se questa possibilità sia anche sufficiente a rispondere veramente al problema della religione, però, è un altro discorso.

Sono sempre stato attratto e respinto in egual misura dalla filosofia perenne di Aldous Huxley, l’idea che tutte le religioni, in tutte le epoche, in tutte le culture, siano accomunate da certi temi e valori, e che questo dica qualcosa di essenziale sulla natura della coscienza umana. Da un lato soddisfa il mio gusto per le associazioni, la parte della mia mente che ama vedere pattern ripetersi e replicarsi; da un altro lato, da persona cresciuta leggendo Jung, mi sembra in fondo una banalità: il cervello e il corpo umano sono gli stessi da sempre, e sempre lo saranno finché non ci evolveremo in qualcosa di diverso dall’umano, dunque i modelli su cui costruire le infinite e bizantine fioriture delle nostre culture sono per forza di cose limitati; da un terzo lato ancora mi ricorda l’hegeliana notte in cui tutte le vacche sono nere: ciò che si perde nell’analisi è più di quel che si guadagna. Più di tutto, mi sembra che una teoria del genere abbia un’idea in fin dei conti sbagliata di come funzioni una religione, e per “funzionare” intendo esattamente questo, quali siano le cose che fanno sì che una religione produca benefici nella persona che la pratica.

Un discorso parallelo se non proprio identico si può fare per Maslow. Quando scrive che «tutto ciò che c’è di diverso [tra le esperienze mistiche delle diverse religioni] dovrebbe essere trattato come un localismo dovuto alle differenze di tempo e spazio, e pertanto considerato periferico, sacrificabile e inessenziale» mi pare che stia proponendo un’idea della religione fin troppo generalizzata, troppo epurata, troppo ecumenica per essere definita veramente “religione”. Una spiritualità, forse, ma non una religione.

Religio è ciò che lega le persone, ma è anche un “rileggere”, un “ripercorrere”: è prima di tutto un’azione collettiva e ritualizzata. Il rituale può puntare a una dimensione del sacro che ci accomuna tutti, oggi come un tempo, religiosi e atei, purché come dice Maslow siamo “persone serie”, vale a dire seriamente interessate a crescere spiritualmente. E tuttavia ci sono differenze che non possono essere liquidate così facilmente tra rituali e tradizioni diverse: le religioni sono sempre e anche pratiche corporee, esteriori, influenzate dagli spazi e in cui gli oggetti devozionali giocano un ruolo fondamentale. L’estasi di un sufi non è totalmente sovrapponibile al satori di un monaco Zen, e i punti di differenza sono almeno tanti quanti quelli di contatto. Il sacro sarà pure la meta, ma la strada che prendiamo per arrivarci è importante, forse addirittura più importante del punto da raggiungere. Questo mi lascia dubbioso sull’opportunità di appiattire la varietà del misticismo storico su un’unica macrocategoria come quella dell’esperienza di picco.

Va detto che Maslow stempera questa posizione: nell’introduzione al libro immagina una persona “autenticamente religiosa” per cui non c’è differenza tra atto e sostanza, mette in guardia contro gli eccessi della dimensione esperienziale e bilancia l’importanza delle esperienze di picco con quelle che chiama “esperienze di plateau”, ma tutti questi discorsi scompaiono gradualmente dalla sua analisi, che diventa sempre di più una disamina delle esperienze di picco e di ciò che possono apportare a livello valoriale una volta che la coscienza è tornata nei ranghi della percezione quotidiana. Maslow apre la porta verso una vera integrazione delle opposizioni nella sua critica alla dicotomizzazione, ma nel tentativo di risolvere la grande dicotomia tra scienza e religione, cioè di trovare un fondamento naturalistico per l’esperienza religiosa, finisce per creare nuove dicotomie: quella tra le persone apicali e non-apicali, ad esempio, tra persone “serie” e “non serie” e via di seguito. Religioni, valori ed esperienze di picco non è un’opera organica e per certi versi è un work-in-progress. Molti degli aspetti più interessanti sollevati dalle conferenze che lo compongono aspettano ancora di essere esplorati.

Questa visione naturalistica della spiritualità rischia anche di confinare l’esperienza religiosa tutta nella nostra mente, di ridurla a un gioco di specchi in cui guardare negli occhi di Dio è la stessa cosa che guardare nei nostri stessi occhi. Non c’è davvero apertura al mistero, né vera trascendenza, perché tutto è razionalmente spiegabile, anche quello che non sappiamo ancora spiegarci. Potremmo fare la stessa critica al tipo di spiritualità promessa dagli psichedelici: l’esperienza del sacro rimane appunto un’esperienza, tutta contenuta nella dimensione umana, spirituale ma non davvero religiosa. Se il contatto con il sacro viene privato di una dimensione trascendente, di qualcosa che non è noi, se non possiamo mai sottometterci veramente, aprirci veramente, renderci veramente porosi all’ingresso di una sostanza che non ci appartiene, viene da chiedersi quanto veramente condivisa e trasformativa sia l’esperienza religiosa. Forse mettere l’lsd negli acquedotti cambierebbe la società, come pensava Timothy Leary, ma che ciò sarebbe sufficiente a fornire l’orizzonte di senso condiviso di cui il mondo oggi ha disperatamente bisogno, è quantomeno discutibile. 

La religione, ha scritto Timothy Morton, è un veleno che ingeriamo e non ci uccide ma ci trasforma, e nella sua idea ci sono chiari echi psichedelici. Ma perché un veleno sia davvero tale, perché il pharmakon sia effettivamente una sostanza tossica capace di curarci, deve anche essere davvero aliena. Dobbiamo metterci davvero in gioco, rischiare davvero l’annientamento, l’annichilimento della nostra sostanza nella sostanza di Dio, come avrebbero detto i mistici cristiani medievali, altrimenti il rischio di rendere l’esperienza religiosa l’ennesima commodity, l’ennesimo desiderio romantico-capitalista, è sempre dietro l’angolo. Possiamo anche esperire una conversione religiosa che di fondo ci lascia inalterati, vale a dire avvitati su noi stessi e sui nostri egoismi, e questa è forse la prospettiva più tremenda di tutte.

Ma se a Maslow possono essere mosse critiche simili a quelle che si muovono al mondo della psichedelia, bisogna anche riconoscerne gli stessi pregi, e nello specifico uno: quello di stabilire un minimo comune denominatore della dimensione spirituale. Qualsiasi altra cosa sia la religione, essa è sempre anche una dimensione del sacro. E questa dimensione del sacro non ha mai bisogno di una dimensione metafisica per giustificarsi: si giustifica da sola, come mostrano davvero le esperienze di picco. Il “minimo” della locuzione non deve portarci a pensare che si tratti di un raggiungimento di second’ordine: di fatto, radicare l’esperienza religiosa in una dimensione naturalistica significa aprire una porta d’ingresso completamente democratica alla religione, una porta dalla quale possono passare tutti, religiosi e atei. Una porta che permette per così dire di entrare se non proprio nella religione almeno nell’anticamera della religione, e questo senza bisogno di trasgredire il diktat kantiano del rifiuto del fanatismo. Se entrassimo tutti da quella porta vivremmo già in un mondo migliore, più vicino all’Essere, meno decaduto. 

In fondo ciò che rimane di più importante in Maslow è quella spinta che abbiamo visto all’inizio: una spinta a crescere, fiorire, realizzarsi. A vivere la vita più profonda, integrata, gioiosa, autenticamente umana che siamo in grado di vivere. Non nell’incubo performativo della versione migliore di noi stessi, ma nell’idea totalmente umana della versione più autentica di noi stessi. Se spostiamo il focus dalla fantasia scientista della felicità come ottimizzazione a una concezione della felicità come attualizzazione delle nostre potenzialità intrinseche ci rendiamo subito conto di come la separazione tra scienza e religione, pensiero critico e valori, sia fittizia, un inferno che ci siamo costruiti da soli: siamo materia e anche spirito, pensiero razionale e anche bisogno di credere. Ciò che più di tutto insegnano le conferenze di Religioni, valori ed esperienze di picco è proprio la necessità di questa coesistenza tra opposizioni apparenti, il bisogno di sostituire l’o/o su cui si fonda il nostro pensiero sulla realtà dell’e/e che ci diventa chiara ogni volta che viviamo un’esperienza di integrazione profonda. 

Dobbiamo saper vivere il mondo dell’Essere e il mondo decaduto nello stesso momento, perché non sono due cose diverse ma una sola. Perché noi stessi siamo una cosa sola, e in questo risiede la nostra potenzialità. Se la religione “minima” di Maslow ci permette di fare questo, e non ci sono ragioni per cui non dovrebbe permettercelo, ci ha già sollevati dalla miseria e condotti verso una forma di salvezza. 


gianluca didino è nato nel 1985 in Piemonte. I suoi articoli sono stati pubblicati su IL, Studio, Nuovi Argomenti. Ha curato la rubrica VALIS sul Mucchio Selvaggio e attualmente collabora con minima&moralia e Doppiozero.

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