Contro le mutande



L’evoluzione delle mutande attraverso le epoche ci parla anche del nostro rapporto con la libertà esistenziale.


In copertina, Un particolare del “Giudizio Universale” di Michelangelo con i ‘braghettoni’ dipinti da Daniele da Volterra

di Riccardo Manzotti

Le mutande non sono un indumento, ma l’incarnazione di una scelta esistenziale. Non sono solo un innocuo complemento al vestiario, ma la bandiera di uno stato esistenziale, da cui mi tiro fuori. Come lo stilista Tom Ford, non ho imbarazzo a dichiarare di non voler piegarmi a usare questo indumento e non seguirò il consiglio che gli dava la madre “se proprio non le indossi almeno non lo dire”. Perché porsi questo problema, vi chiederete? In sintesi perché le mutande sono il simbolo della chiusura mentale che serra e infagotta molte comunità; sono il cavallo di Troia con cui l’ipocrisia e l’asservimento della ragione entrano nella vita di tutti giorni. A partire dai celebri mutandoni che, nel 1564, furono commissionati da Papa Pio IV a Daniele da Volterra per coprire i corpi nudi del Giudizio Universale di Michelangelo, le mutande non hanno mai avuto un ruolo positivo: hanno dovuto coprire, celare, far dimenticare, correggere, proteggere gli altri dalla semplice realtà, sono state uno dei mezzi per abituare le persone a un atteggiamento servile, ci hanno ricordato (ingiustamente) che siamo intrinsecamente esecrabili. 

Ovviamente la doppia negazione afferma, ci insegnano i logici, e così, molte donne morigerate, alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento, erano molto diffidenti verso questa innovazione. Altrettanto coerentemente i cistercensi ne proibivano l’uso. Quando Caterina de Medici, che non è passata alla storia per essere illibata, provò a introdurre la mutanda, si vide subito contestata da moralisti e predicatori perché questi avevano capito che questa doppia copertura metteva in risalto e avrebbe stuzzicato più che smorzato i desideri, realizzando così, e vedremo che è una costante, il contrario di quello che fa. 

Ma andiamo per piccoli passi.

Primo, la mutanda (userò il singolare da qui innanzi) è un capo di abbigliamento paradossale. La sua presenza dovrebbe coprire le parti intime, ma facendolo quasi sempre all’interno di un abito che svolge già questo ruolo. In questo senso è inutile, perché è come aprire un ombrello sotto una tettoia; come indossare una cintura di sicurezza in una macchina parcheggiata, indossare un preservativo per masturbarsi. Tutte azioni bizzarre e forse perverse. La mutanda dovrebbe coprire rimanendo coperta. Vedete il paradosso? Vedete come la sua esistenza sia fin da subito un’offesa alla ragione?

Secondo, è evidente che la funzione delle mutande è più simbolica che pratica e infatti gli esseri umani non ne hanno mai sentito l’esigenza se non da qualche generazione. Romani, greci, aztechi, vichinghi, popoli orientali e popoli europei fino, più o meno, alla rivoluzione industriale non hanno mai richiesto un capo tanto assurdo, come gli highlander scozzesi dimostrano ancora felicemente. Nel passato sono esistiti, lo riconosco, capi con un ruolo pratico specifico, come la subligatula dei gladiatori, il Kacha cinese, il fundoshi giapponese, o le 145 mutande di Tutankhamen, il codpiece elisabettiano, ma erano altra cosa: soluzioni pratiche a problemi specifici. Provate a combattere nell’anfiteatro o a indossare un’armatura medievale … Oggi però non abbiamo scuse del genere!

Terzo, la scusa (ipocrita) dell’igiene. Scusa patetica perché le parti intime, in generale, sono più sane se esposte all’aria che non se vengono tenute all’interno di un’atmosfera chiusa, calduccia e umidiccia. Per non parlare del fatto che, con la scusa delle mutande, molti si accontentano di una igiene discutibile e giustificano una certa pigrizia. Nel 1626, il sofisticato architetto francese notava che la gente poteva evitare la noia di lavarsi grazie all’uso “di mutande, che tengono il corpo pulito assai meglio della doccia e dei bagni degli antichi”. Mi permetto di dubitarne. D’altronde, se l’igiene fosse perfetta (come ormai dovrebbe), la mutanda sarebbe chiaramente inutile. 

Quarto, la finta difesa. Da cosa dovrebbe difenderci la mutanda? In spiaggia, non abbiamo i vestiti, com’è che improvvisamente, basta uno strato di tessuto? Nella vita quotidiana abbiamo i vestiti che pongono già una sufficiente divisione tra il corpo e il mondo esterno. A riprova dell’inutilità di questo capo (forse persino un danno per il genere maschile, data la necessità dei testicoli di mantenere una temperatura leggermente più bassa del resto del corpo), vi è la raccomandazione di molti corpi militari,dai soldati americani in Vietnam ai marinai di molte flotte, di non indossare mutande.

Quinto, la mutanda ha un ruolo inutile e perciò dannoso per la ragione. Diventa visibile quando ormai si può anche vedere tutto ed è invisibile quando potrebbe servire perché in un contesto pubblico le persone indossano comunque abiti. Tom Ford scandalizzava sua madre, non per qualcosa che si manifesta, ma per qualcosa che si sa. La presenza della mutanda deve essere nota, ma non percepita. È un capo, per dirla con il filosofo Immanuel Kant, noumenico. Deve esistere senza apparire.

Insomma, mettendo tutto insieme la mutanda costringe a pensare in modo irrazionale e a trovare, in questa irrazionalità, una logica; tipico segno di tutte quelle misure sociali che non si applicano perché abbiano una loro ragione, ma perché, applicandole, le persone si abituano a non pensare in modo autonomo. Non si indossa perché serve, ma si indossa per dimostrare di appartenere a un gruppo sociale e di pensare come tutti gli altri. È una dichiarazione di fede nel senso comune di un gruppo.

La mutanda è un piccolo sacrificio che la ragione individuale fa alla ragione del gruppo (anzi alle ragioni, nel senso dei fini). La mutanda è borghese e bigotta e si basa sul principio secondo cui la realtà deve essere corretta e migliorata in nome dei costumi sociali. 

Concetto completamente diverso è quello degli underwear o della lingerie, il cui ruolo non è coprire, ma evidenziare, sottolineare. Se la mutanda fosse un bianchetto, la lingerie sarebbe un evidenziatore. Come certi frutti che sono in realtà fiori, lo slip del costume – pur essendo identico nella forma a una mutanda – è, in realtà, un vestito, proprio perché nasce per essere pubblico ed esterno. Come nel famoso costume di Superman, la sua non è una mutanda, ma un vestito esterno.

Un particolare del “Giudizio Universale” di Michelangelo con i ‘braghettoni’ dipinti da Daniele da Volterra

Molti, ovviamente, per giustificare la presenza irrazionale delle mutande confabulano, inventando spiegazioni prive di logica per difendere il proprio comportamento. Molti si sentono nudi senza le mutande sotto i vestiti. Da cui il famoso titolo «Sotto il vestito niente», come se, non avendo niente sotto il vestito, uno fosse più nudo. Contro il fatto elementare che quello che conta è lo strato esterno e quindi non è che, come la cipolla, aumentando gli strati, uno sia più o meno nudo. La mutanda, neutralizzando l’esistenza del corpo nudo, realizza psicologicamente la fantasia del cavaliere invisibile di Italo Calvino, pura armatura al cui interno non vi era nulla. La mutanda è il trionfo delle convenzioni sulla realtà, un trionfo pronto a crollare come un castello di carte non appena le circostanze lo permettano. Come per magia, nello spazio sociale opportuno, tutti possono stare senza mutande senza creare alcuno scandalo: al mare o in piscina. In quel caso, ovviamente, nessuno indossa le mutande e nessuno dice «sotto il costume … niente». La mutanda richiede il vestito e non il contrario.

La mutanda non è tra noi e gli altri, ma tra il corpo e la persona. È un artificio per non essere nudi neppure di fronte a se stessi. A maggior ragione perché, per il conformismo sociale, un corpo nudo infrange la finzione sociale che ci vorrebbe ruoli e non cose. La mutanda ci copre da noi stessi, nega l’esistere materiale, incarna senza vergogna un atteggiamento schizofrenico. Non a caso Lord Byron ne aborriva l’uso (che tra l’altro gli era reso esteticamente odioso dal segno che gli lasciava sulla calzamaglia).

Non è un caso che le mutande siano una invenzione relativamente recente. Compaiono tardi nella storia dell’umanità. Fino alla venuta dei cristiani, gli abiti non erano cuciti (toghe, pepli e clamidi) e davano facile accesso (e aria) a ogni parte del corpo. Come racconta Bill Bryson, un primo impulso all’uso di mutandoni coincise con l’impero di Costantino quando, alla corte di Bisanzio, per sopire i sospetti che il vescovo Atanasio nutriva per i vestiti non cuciti dei romani, si favorì la moda delle braghe dei barbari del nord (anche se a Costantinopoli faceva un caldo insopportabile) da indossare sotto le toghe. I tubolari erano cuciti e ostacolavano l’accesso alle parti intime anche se, inevitabilmente, favorivano pulci e miasmi. In seguito, i tubolari vennero poi portati in Europa dai Veneziani, il cui patrono era San Pantaleo, e presero il nome di … pantaloni. Ma fu solo dopo la rivoluzione industriale che, per ridurre l’usura degli abiti esterni e regolare la coabitazione di molti lavoratori in spazi ridotti si cominciò a incoraggiare l’uso di mutande e simili. Ma questi sono accidenti storici che non hanno più alcuna forza oggi.

L’idea che si debba indossare qualcosa sotto gli abiti è curiosa. È la negazione di avere un corpo nudo. In fondo, il vero scopo della mutanda è negare di avere comunque una fisicità non inserita nelle regole sociali, di cui i vestiti sono il baluardo. La mutanda nega che esistiamo prima come materia e solo dopo come costruzione sociale. È come se dovessimo emendare quella cosa – che è il corpo – attraverso la quale il nostro esistere si attua. Ma noi, pur non essendo corpo, siamo perché esistiamo nella materia e solo successivamente adottiamo un ruolo sociale. Se il corpo è l’esistere, il vestito è la convenzione sociale. La mutanda vuole negare la base materiale della società, estrema hybris del gruppo sulla persona.

Insomma, la mutanda crea un’intercapedine, uno spazio vuoto tra ciò che è dentro e ciò che è fuori. Laddove il vestito ci mette a contatto con il mondo, la mutanda ci separa due volte,  divide il vestito dal corpo e il corpo da noi. Simbolicamente la mutanda copre un pensiero servile, implica una presunta vergogna dell’esistenza e alimenta la paura del contatto e della libera manifestazione dell’esistere. La mutanda è una riga blu, una doppia correzione sulla pagina del corpo che, non potendo mostrarsi neppure sotto i vestiti, deve essere nascosto. Indossare le mutande è una tacita accettazione di questa correzione e quindi un riconoscimento dell’errore. Ma non deve essere così! Anzi, l’esistenza ha un valore positivo e, come il pensiero, non deve avere vergogna di sé, deve esistere e basta, nella sua nudità attuale. Si comincia mettendo le mutande e si finisce con il nascondere i pensieri scomodi e impopolari nascondendo la nostra parte più intima e originale. Il pensiero, come il corpo, è quello che è. Non è né nudo, né coperto. Né dentro né fuori. La vita deve essere senza paura o vergogna. La realtà va mostrata, non nascosta. La nostra esistenza, come il corpo, deve essere autonoma e orgogliosa di sé: senza guide, senza correzioni, senza errori e … senza mutande.


Riccardo Manzotti (1969), filosofo e ingegnere, Fulbright Scholar al mit di Boston, è ora professore di Filosofia Teoretica presso l’università iulm di Milano e lavora sul rapporto tra media, mente, intelligenza artificiale e percezione. Tra i suoi saggi ricordiamo L’esperienza. Perché i neuroni non spiegano tutto (Codice, 2008; con Vincenzo Tagliasco), Consciousness and Object (John Benjamins, 2018).

4 comments on “Contro le mutande

  1. Roberto

    Concordo al 100% con il contenuto dell’articolo. Le mutande, se si cura al meglio l’igiene personale, non servono. Io non le indosso da trent’anni e mai ho avuto problemi. Nemmeno con i jeans, basta non portarli troppo attillati. L’intimo è una costrizione inutile oltre che potenzialmente dannosa, uno strato di vestiti è più che sufficiente per coprirsi adeguatamente.

    • Emanuele

      Non ho capito però perché sarebbe una costrizione la storia del doppio strato di vestiario dalla cintola in giù, mentre sopra tolleriamo fino a 5 strati (canotta, camicia, panciotto, giacca e soprabito), senza battere ciglio… In teoria dovrebbe bastare un ministrato anche lì, al più con un giubbotto per i giorni più freddi. No?

  2. Walter

    Interessante, forse carente il profilo igienico sanitario dell’accessorio: sospensione, protettivo, continente, ecc….

  3. vularat

    Vorrei proprio vederla senza mutande indossare un paio di jeans attillati. Comodo!

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