Cosa ci insegna la crisi climatica del 1300?



Eventi estremi, carestie, pandemie, crisi sociali: la crisi climatica del Basso Medioevo potrebbe insegnarci qualcosa sui tempi a venire.


In copertina Castellani Enrico, Superficie bianca (2005), Acrilico su tela

Questo articolo è un estratto di “Demoni, venti e draghi”, di Amedeo Feniello, per gentile concessione di Laterza.


di Amedeo Feniello

Alla fine del Duecento, l’optimum climatico medievale chiude la sua corsa. Era durato più di tre secoli ma, ora, adesso, si fa cattivo. I fenomeni di shock climatico si accumulano e l’eccezionalità si trasforma ben presto in consuetudine, che fa virare il termometro verso il basso. I segni che l’optimum fosse giunto al termine si moltiplicano. Le cause? Tante. Variabili. I fattori si mescolano in una trama di cui è difficile seguire tutti i capi. Però, a differenza di oggi, la forza dell’azione dell’uomo su queste variabili fu irrilevante. Le oscillazioni naturali discontinue e capricciose. I vulcani tornano a ruggire, con un’eruzione tra le più violente dell’intero scorso millennio, quella del 1257 del vulcano Samalas, nell’isola di Lombok in Indonesia; ma altre ve ne furono nel 1269, ’76, ’86: fenomeni che impattano violentemente sull’ambiente e innescano effetti imprevisti sia di riscaldamento nelle acque del Pacifico centromeridionale e orientale, con enormi inondazioni in Perù, sia di rilascio negli strati più alti dell’atmosfera di una pellicola sottilissima di solfati di aerosol che scherma i raggi solari, impedendo loro di entrare nell’atmosfera. 

Poi c’è il Sole. Una stella capricciosa e poco costante. Il ciclo delle macchie solari è solo una delle sue tante bizzarrie. Proprio alla fine del Duecento il sole si ammala un po’. È il cosiddetto Wolf Solar Minimum, cioè l’energia emessa dalla pila solare rallenta: uno dei tre minima che marcano il periodo che va dal Trecento al Seicento. E succede qualcosa di inarrestabile: «lentamente ma ineluttabilmente le temperature globali e dell’emisfero settentrionale hanno iniziato a tendere nuovamente verso il basso e, così facendo, i modelli di circolazione globale cominciano ad allontanarsi dai livelli raggiunti nel 1240 e 1250». 

Non bastano però questi aspetti per spiegare il mutamento. Entrano in gioco due movimenti fondamentali nella circolazione climatica del nostro Pianeta. Sono El Niño e La Niña. Strani nomi. Essi nascono da una pura e semplice osservazione, registrata la prima volta dai pescatori peruviani, i quali notarono che i pesci d’acqua calda tendevano a soppiantare quelli d’acqua fredda al largo della costa del Perù intorno a Natale, da cui il soprannome El Niño, il Cristo bambino. Naturalmente, per indicare il fenomeno parallelo, si usò il corrispettivo femminile: La Niña. Cosa sono? Giganteschi fenomeni di teleconnessione atmosferica in cui l’azione degli oceani si coniuga con quella dell’atmosfera. In genere, El Niño provoca un forte riscaldamento delle acque dell’oceano Pacifico centro-meridionale e orientale nei mesi di dicembre e gennaio, in media ogni cinque anni. Con conseguenze glocali, mi si passi il termine, se si pensa che, se nelle aree direttamente interessate provoca inondazioni, in quelle più lontane la sua azione produce vaste perturbazioni, tra cui l’aumento della siccità. La Niña no. Ha l’effetto inverso. Raffredda invece di riscaldare, sempre nelle stesse acque. Entrambi, El Niño e La Niña, innescano una strana danza, fatta di accoppiamenti, riequilibri reciproci, scambi. Con risultati che si riflettono sulla pressione atmosferica del Pacifico: quando c’è El Niño essa è alta; quando La Niña, bassa. Cosa succede alla fine del Duecento? Che una volta che l’emisfero Nord inizia a raffreddarsi comincia ad avere delle ricadute sui cicli del Niño e della Niña con conseguenze letali sul clima del Pianeta e sull’azione dei monsoni, perché l’oceano Indiano e quello Atlantico erano – e sono – legati da connessioni basilari e di lunga distanza. Con mille conseguenze che coinvolgono, ancor di più, natura e uomo in una stessa catena di pericoli, difficoltà, adattamenti, riconversioni. Uno scenario climatico che muta in rapidi decenni. Una delle testimonianze più affidabili? La larghezza media degli anelli degli alberi di tutta la fascia del Pianeta, dall’Asia all’Europa, che si riduce drammaticamente, un segno sicuro che le condizioni ambientali stanno cambiando e in peggio. Un fenomeno evidente dappertutto: in Siberia, in Mongolia, in Tibet, in Cambogia, in Europa. 

Si innesca un processo a catena, che ha i suoi effetti più evidenti nella faccia orientale del Pianeta. Nell’oceano Indiano il monsone non è più così generoso, diminuisce la sua forza, si trasforma in un nemico. E colpisce in profondità le efflorescenze sociali e politiche estremo-orientali. Le carestie si succedono alle carestie. Le precipitazioni crollano nel mar Arabico. Gran parte di ciò che era stato uno dei polmoni produttivi e di scambio del Pianeta collassa. La produzione di riso rovina. Gli scambi, non più regolati dal ritmo stabile dei monsoni, frenano. Gli spostamenti di popolazione da una parte all’altra del continente, da zone fredde ad altre più temperate, si infittiscono. Le violente siccità erodono in un secolo (1250 ca.-1350 ca.) le civiltà khmer, il regno Pagan di Birmania, il Vietnam, i regni indiani. In Cina le stagioni diventano sempre più fredde e tra il 1260 e il 1330 si contano ventotto gelate, tanto frequenti da aggravare la coltivazione del gelso, che praticamente fu costretta a migrare due gradi e mezzo latitudinali verso sud; mentre tempeste di vento giungevano con frequenza mai registrata dalle steppe mongole. Senza contare gli anni successivi, quando, a partire dagli anni Sessanta del Trecento, si ebbero quattro vistosi cali della temperatura. Ma è la situazione dei monsoni che rese la situazione ancora più difficile: una volta cambiato il loro ritmo, cosa avvenne? Che la fascia delle piogge si spostò verso sud, causando siccità nella Cina settentrionale e inondazioni in quella meridionale, con una lunga serie di cicloni tropicali che si spostarono verso ovest, aumentando la loro minaccia che divenne costante. In Giappone e Corea si registrano punte di gran freddo tra 1271 e 1280, tra 1311 e 1320, tra 1351 e 1360 e tra 1371 e 1380. In India, è il 1287 l’anno in cui si registra la prima forte mancanza d’acqua: fatto inusitato da secoli, visto che un analogo precedente è di quasi quattrocento anni prima, dell’890. Cui però seguirono violente e improvvise inondazioni. In Mongolia, tra 1291 e 1307, le precipitazioni da aprile a giugno diminuirono drasticamente e a luglio fece davvero tanto freddo. Nell’Africa subsahariana, come anche sulle coste del mar Rosso, siccità e desertificazione agiscono progressivamente, con una azione che si ripercuote negativamente sulle produzioni, sulla demografia, sulla vita stessa dei centri urbani che perdono vigore e sostenibilità. 

Nella fascia europea del Pianeta il clima cambia. E in maniera netta. L’oscillazione nord-atlantica, che è il tornante climatico che influenza Mediterraneo e Nord Europa, modifica il suo assetto, con una giravolta a 360 gradi, da una condizione positiva e calda a una negativa e fredda. Vediamo gli effetti: una serie di eventi ad ampio raggio comincia intorno al 1290 e prosegue con sempre maggior vigore dal 1310 in poi, addentrandosi nel secolo fino agli anni Ottanta; e coinvolge l’oceano Atlantico la cui temperatura man mano si raffredda, abbassandosi di un grado e mezzo, due gradi. Ciò avviene non in maniera lineare ma con un movimento alternato, in cui ai raffreddamenti si susseguono periodi di riscaldamento di durata e magnitudo crescenti. La Groenlandia si ghiaccia e viene abbandonata. Il freddo polare fa aumentare gli iceberg, che si espandono nel ventennio 1310-1330. I ghiacciai alpini avanzano verso valle tra il 1303 e il 1328. Le inondazioni aumentano, come quella della notte di Santa Lucia. Con distruzioni enormi. Sentiamo Lamb: «il risultato delle inondazioni del 1240 e del 1362 fu che sessanta parrocchie che rappresentavano più della metà del reddito agricolo della diocesi danese di Slesvig (Schleswig) erano state ‘inghiottite dal mare salato’ […] Isole e altre insenature furono formate da perdite di terra sulle coste tedesche e danesi del mare del Nord. Altre isole furono distrutte dai mari in tempesta. L’isola di Helgoland (50 km al largo nell’ansa tedesca), che si credeva misurasse più di 60 km di diametro nell’anno 800, si era ridotta ad appena 25 km nel 1300 circa. In Inghilterra i grandi porti di Ravenspur o Ravensburgh (a est di Hull) e Dunwich (sulla costa del Suffolk nell’East Anglia) furono persi in fasi successive nelle tempeste marine di questi secoli». Il clima diviene secco ma freddo, con precipitazioni più rade ma violente, come le prolungate piogge estive e le tempeste che fiaccano il Nord Europa distruggendo, tra 1315 e 1316, i raccolti di cereali. Con un’anomalia climatica raggiunta nel decennio ’40-’50, anni che marcano «la fine di quasi cento anni di raffreddamento, il cui effetto deprimente sulle condizioni di crescita in tutto il mondo temperato e in entrambi gli emisferi settentrionali e meridionali viene confermato dal grande calo di crescita registrato dagli alberi tra il 1343 e il 1355, con un minimo di crescita nel triennio 1348-1350. La ricostruzione delle temperature per l’emisfero settentrionale, la Cina occidentale, l’Europa orientale, centrale e settentrionale e la Groenlandia confermano l’aumento del freddo di questi anni». 

Fenomeni incostanti. Variabili. Tumultuosi. Con eventi estremi e giornate spaventose. Episodi che feriscono più d’altri per l’inaspettata violenza, l’inedito vigore. Le cronache ne sono piene. Ne riportiamo solo alcuni, tra i più crudi. Già ho accennato all’episodio fiorentino del 1° novembre 1333 quando per quattro giorni e quattro notti la pioggia ininterrotta flagella Firenze («crescendo la piova isformatamente e oltre al modo usato, che pareano aperte le cataratte del cielo») e, con essa, il Casentino, la piana d’Arezzo, la parte superiore del Valdarno, la Romagna, il Lazio, l’Umbria. Un disastro che solo in città uccide più di trecento persone, tra donne e uomini «piccioli e grandi», adulti e bambini. Mentre il deficit causato dalla catastrofe ambientale è enorme per le casse cittadine, ammontante a più di 150 mila fiorini39. Nel biennio 1342-1343 per Giovanni di Winterthur la sequenza di sciagure è terribile, dalla Lombardia, alla Svizzera, alla Germania, con lo straripamento di laghi e fiumi: nel primo anno «il fiume Danubio si alzò molto a causa della neve intorno alla festa della Purificazione della Beata Vergine Maria [2 febbraio] […] Inoltre, nell’estate si verificò una così grande inondazione come conseguenza della pioggia e dell’innalzamento delle acque […] Circa alla festa di San Martino [11 novembre], le eccessive piogge causarono una grande alluvione che ha colpito la città di Padova e altre parti della Lombardia». In quello successivo, «all’inizio di settembre, intorno alla festa di San Bartolomeo, il lago di Costanza e i fiumi circostanti esondarono a causa delle continue e smodate piogge. […] Inoltre, nell’estate di quest’anno, il fiume Reuss inondò l’intera città di Lucerna a causa di un improvviso innalzamento dell’acqua avvenuto a causa delle eccessive piogge. […] Anche il piccolo fiume non navigabile chiamato Töss vicino a Winterthur ha sommerso i suoi dintorni». Diciannove anni dopo, il 15 gennaio 1362, nel giorno di San Mauro, tutta l’Inghilterra sud-orientale viene colpita da una violenta tempesta. È l’area di Londra a subire i maggiori danni e, con essa, le altre zone maggiormente popolate del Paese: il Norfolk, il Suffolk, l’Essex, il Kent. Con uno shock profondo, al punto che «gli abitanti della terra degli Angli erano così atterriti dalla paura e dallo spavento che nessuno sapeva dove ci si potesse nascondere: infatti, molte case, mulini, campanili erano state abbattute a causa del vento oppure rimaste gravemente lesionate». 

Se andiamo all’altro capo del mondo, in Cina, il maltempo non dà tregua e i danni sono colossali, per numeri e dimensioni. Nel triennio 1295-1297 alcuni tifoni colpiscono il delta dello Yangtze, in coincidenza con tempeste di neve che spazzano la steppa mongola. I morti, sia nell’un caso che nell’altro, si contano a migliaia. Ma questo è ancora niente. Perché, nel nuovo secolo, il loro numero quasi raddoppia. Come rileva Tana Li, se nel Duecento si contano trentatré tifoni, tra il 1300 e il 1399 ne avvennero sessanta. Colpiscono in maniera quasi inesorabile sempre la stessa zona, quella sudorientale del delta dello Yangtze, nelle province di Jiangzhe, Jiangxi e Huguang, dove abitavano i quattro quinti della popolazione cinese e dove si produceva la metà delle scorte di grano dell’Impero, area cruciale per la produzione di tè, cotone, seta, sale, porcellane e altri lavorati. Alcuni di essi furono violentissimi, dei super-tifoni, e, per ognuno, si contarono decine di migliaia di morti. L’anomalia climatica faceva saltare ogni schema: alla siccità seguivano tifoni e viceversa. Una delle peggiori situazioni si registra nel luglio 1301, quando la siccità primaverile che aveva colpito la zona dello Zhenjiang viene seguita da un forte tifone estivo. Fu un disastro. La tempesta infierì su un territorio già devastato dall’aridità e le terre coltivabili disposte per cinquanta chilometri lungo la costa delle province di Huai, Zhe e Fujian furono sepolte dalle acque. Le dimensioni del tifone apparvero eccezionali, con onde che superarono i trenta metri e l’acqua arrivò fino a Nanjing, che si trova a 280 chilometri dalla costa. Mentre, contemporaneamente, lo Yangtze straripò e il livello del fiume superò «i quattro-cinque zhang (da dodici a quindici metri)». Le conseguenze furono devastanti: 17 mila persone morirono subito per gli effetti diretti del tifone e altre 100 mila a causa della carestia che ne derivò, effetto diretto della devastazione e del disfacimento dei raccolti. Da quel momento si passò di inondazione in inondazione, tanto che «si ripeterono su base quasi annuale. Quelle degli anni 1319-1332 furono particolarmente intense e i discendenti di Kubilai si trovarono a governare un regno in gran parte allagato […] Quando una diga costiera saltò nel 1328, la corte ordinò a un gruppo di monaci tibetani di fondere duecentosedici statue del Buddha, di collocarle lungo la costa e di pregare per un intervento divino, ma senza successo: nel mese successivo un’ondata sommerse la costa e, con essa, le statue». 

Lo scenario cinese ha tinte apocalittiche. Canali distrutti e impaludati. Dighe abbattute. Porti sommersi. Fiumi in piena a inondare città e campagne. Il cuore demografico, produttivo e granario del Paese, il delta dello Yangtze, uno dei principali polmoni economici del mondo, in ginocchio. Fino al disastro conclusivo, forse il più grave di tutti per il sistema cinese: l’esondazione del Fiume Giallo. Dopo due decenni di continue inondazioni, tra 1320 e 1339, che avevano fortemente aggravato la tenuta degli argini, nel giugno 1344, dopo venti giorni di forti piogge, il livello dell’acqua superò i 6,7 metri e travolse l’importantissima diga di Baimao, nella provincia di Shandong. Più di diciotto distretti della Cina centrale furono ricoperti d’acqua. Il corso del fiume cambiò completamente direzione, tagliando fuori la principale arteria navigabile del Paese, il Gran Canale, antica struttura artificiale che metteva in connessione le aree più produttive del Sud con quelle settentrionali, che era stata ristrutturata dagli Yuan per la prima volta nel 1271. L’acqua distrusse i campi, le attività economiche, i centri abitati, con migliaia e migliaia di morti. In particolar modo colpì al cuore l’economia cinese perché l’acqua raggiunse i campi di sale nelle province di Shandong e Hebei, risorsa fondamentale per il governo Yuan, da cui ricavava sei decimi del totale delle entrate statali. 

Verso l’India e il Sud-Est asiatico, le testimonianze sono molto più diradate, non così accurate come in Cina e in Europa. Dicono gli storici, come se vi fosse un’abitudine a convivere con un ambiente ecologicamente molto più fragile e squilibrato. Non so quanto questa prospettiva sia vera. Però, su eventi estremi dal potere devastante, i racconti non mancano. Due dei quali registrati in Kashmir. Il primo è del 1360 che racconta, in termini poetici, una tremenda inondazione: 

Ciò che il sole è per il fiore kamuda, o un eroe per i suoi nemici, così fu l’inondazione per la città e per gli alberi. La città era sott’acqua, ma la potente inondazione aumentò ancora e raggiunse le colline che versarono lacrime in forma di cascate. Non c’era un albero, non un segno di confine, non un ponte, non una casa, che si trovasse sulla strada dell’inondazione, che non distrusse […]. 

Il secondo, del 1476 (e già menzionato all’inizio di questo libro), mostra una situazione ancor più drammatica, con l’esondazione di diversi fiumi e l’incontrollabile furore degli elementi: 

le nuvole che sollevavano la acque minacciavano di distruggere tutto ciò che sarebbe cresciuto […] Il Vitasta, il Ledari, il Sindhu, il Kshipitaka e altri fiumi sembravano gareggiare l’uno con l’altro, e annegavano i villaggi sulle loro rive nella loro furia […] Le acque divennero allora ingovernabili e causarono distruzioni, spazzarono via le bestie, le vacche e gli esseri viventi come pure le case, il grano e altre cose, e divennero terribili come una schiera di barbari, di mlecchas […] il Vitasta, lontano dal suo signore l’Oceano, era esondato dal suo corso e scorreva in direzione opposta. I punti di riferimento furono sommersi, le strade distrutte e la terra fu piena d’acqua e inquinata di fango. 

Testimonianze che riportano, tra i tanti aspetti, la sparizione di un intero tessuto sociale. Scompaiono non solo le case, i campi coltivati, gli animali e gli uomini ma perfino le tracce a distinguere confini e proprietà; come pure si trasforma la stessa dimensione dello spazio, deteriorato e avvilito dal cambiamento repentino e irruento del corso dei fiumi. Tutto si modifica in una distesa irriconoscibile d’acqua e fango, come dopo uno tsunami. Si trattò di episodi? Non credo. Basta pensare alle piane alluvionali dell’Indo e del Gange – tra le più grandi del mondo – e a tutta la rete di fiumi connessi, soggette ad una condizione di perpetua fragilità, a terremoti e a piene provenienti dall’Himalaya o dalle catene sub-himalayane, come lo Shivalik, ad interruzioni violente dei deflussi, dovute a detriti, piogge violente, ostacoli imprevisti. Con disastri dal notevole impatto ecologico, come nel Punjab all’inizio del XIV secolo quando l’inondazione dell’Indo modificò bruscamente l’intero paesaggio. L’imprevedibile modifica del corso dei fiumi aveva devastanti effetti a cascata, con l’abbandono di città e villaggi, di terre coltivate, di risorse produttive. Con delta che si trasformavano in putridi acquitrini stagnanti per la quantità di scorie, soffocati dalla vegetazione, con coste che tendevano ad erodersi e a impaludarsi: ambiente di elezione per la malaria. Ed è quello che accade nel delta del Gange, dove il numero di città sepolte dalle paludi è, a detta di molti, enorme; oppure nel Sind, dove «le città, i porti e i paesi cadono nello spazio di tempo che l’Indo impiegava per spostare il suo letto di poche miglia», come avviene nel caso della città di Multan inondata dai fiumi Ravi e Chenab. Ma questa è la sorte di altri ambienti sociali asiatici. È il destino di Angkor Vat, del regno di Shrivijaya a Sumatra, delle capitali buddiste del Nord dello Sri Lanka Anuradhapura e Polonnaruwa, la cui vita era associata alla equilibrata gestione delle acque e che si trovarono a far fronte alla deforestazione causata dalla spinta demografica, ai cambiamenti climatici, alla diffusione della malaria nelle paludi fluviali o nei bacini stagnanti. 

In conclusione, la minaccia climatica interessò tutta l’umanità. Il mondo divenne, da un punto di vista meteorologico, turbolento, instabile, imprevedibile. E sicuramente più freddo. Con cambiamenti rapidi. Devastanti e improvvisi. Stagioni umide e piovose si alternarono ad altre secche, aride, calde. Con oscillazioni catastrofiche, ricche di uragani, tifoni, tempeste, in un Pianeta attraversato da intense correnti fredde, pressioni atmosferiche variabili, correnti oceaniche non più regolari. Fluttuazioni drammatiche nella circolazione atmosferica globale con dei picchi tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta: uno dei momenti di maggiore instabilità planetaria nel periodo compreso tra il Trecento e il Cinquecento. Con altre modifiche, come ad esempio la ripresa dell’azione solare dagli esordi degli anni Quaranta in poi con la fine del Wolf Solar Minimum. Come definire questo ciclo climatico trecentesco? L’inizio della Piccola era glaciale, che durò fino al Settecento? Una sua anticipazione, una specie di premessa, di anomalia e di fortissima vulnerabilità ambientale? Preferisco pensarla così. Un’anticamera della Piccola era glaciale. Ma non per questo meno drammatica e sconvolgente. 

Castellani Enrico, Superficie bianca (2005), Acrilico su tela

Catastrofi umanitarie 

Accadde qualcosa nelle nostre tre foreste adattative, in questi grandi agglomerati umani della Cina, del Sud-Est asiatico, dell’Europa? Sì: una colossale catastrofe umanitaria. Certo, essa non fu determinata solo dallo stress ambientale: sarebbe una spiegazione troppo semplice, diretta; mentre sappiamo bene che la catena di eventi collegati fu molteplice e, a tratti, discordante. Ad esempio, l’avvenuta crescita della popolazione costrinse ad intensificare l’attività agricola e a estenderla dai terreni migliori a quelli meno fertili, con una progressiva perdita delle capacità produttive. L’utilizzo di pratiche agricole insostenibili indebolì la tenuta dei suoli, rendendoli spesso sterili. La rigidità del mercato delle risorse agricole creò una disparità fra le diverse aree da approvvigionare, favorendo quelle comprese all’interno di circuiti di scambio mentre le altre furono penalizzate – e penalizzate duramente –. Sono solo alcuni fattori da prendere in considerazione perché «la carestia è, per sua natura, un fenomeno sociale che coinvolge l’incapacità di larghi gruppi di popolazione di stabilire un controllo sulle risorse nella società nella quale vivono», come notano Jean Drèze e Amartya Sen. Che osservano, tuttavia, che «le forze che influenzano la carestia in ogni sua manifestazione possono ben includere anche fenomeni di natura fisica (come quelli climatici) che si aggiungono ai processi sociali». 

Ecco un punto importante: gli eventi climatici partecipano a scardinare equilibri sociali ed economici. Pensiamo al freddo. L’abbassamento delle temperature medie fu una catastrofe per l’agricoltura. Peggio ancora delle precipitazioni eccessive o delle siccità estreme. Basti pensare che una differenza di due gradi in meno rispetto ai livelli medi corrisponde a sei settimane di ciclo vegetativo: «sei preziose settimane dalle quali dipende la maturazione dei cereali, della vite, dei foraggi destinati al bestiame nei mesi invernali e della frutta». Invece di scaldare le piante, il sole freddo dava luce a campagne madide di pioggia, dove il grano marciva ancora in spiga. 

Lo scenario? Un ciclo di piogge incessanti alternato a lunghi periodi di siccità: questo il panorama meteorologico. Con una portata planetaria, capace di cozzare con violenza contro sistemi ecologici, produttivi, sociali e demografici spesso fragili e non all’altezza delle emergenze. L’effetto più macroscopico fu proprio la carestia. Non si trattò soltanto di fame, di assenza di cibo. Fu qualcosa di più profondo, che compromise strutture sociali, economiche e politiche. Dovunque si guardi, rompe e frantuma contesti. Mette in moto popolazioni. Crea colonne di disperati e di vagabondi o il sovraffollamento nei luoghi dove si sogna che si nasconda l’abbondanza. Alimenta malattie su organismi già debilitati. Nutre egoismi. Scompensa e colpisce le famiglie. Chi resiste meglio? I bambini o gli adolescenti? Chi è più vulnerabile? Le donne adulte o gli uomini adulti? Poi, che conseguenze ha la fame sulla crescita di un singolo individuo? Sulle sue aspettative di vita? Sulle capacità cognitive? Su quelle produttive? Le carestie del Trecento, insomma, come tutte le altre della storia, ebbero effetti profondi. Che scardinarono soprattutto il tessuto economico. In un mondo dominato dall’agricoltura, e condizionato dalle sue rese sia per la sussistenza sia per l’approvvigionamento, l’incessante susseguirsi di crisi alimentari fu, come si può immaginare, un immane disastro. 

Il quadro più omogeneo è quello cinese, dove la correlazione tra mutamento ambientale e crisi umanitaria presenta assonanze evidenti. Alla fine del Duecento il primo problema furono i rifugiati dalle steppe mongole. Il freddo, le tempeste di neve, la rigidità delle condizioni climatiche li spingeva verso le zone più calde, meridionali. Il loro bestiame moriva. Soprattutto moriva la loro principale risorsa: i cavalli, su cui si reggevano i tre quarti dell’economia dei popoli delle steppe. Allora una massa d’uomini spinse verso sud. Obiettivo? Entrare nelle zone più favorevoli dell’Impero e spingersi verso la capitale, Dadu, da noi conosciuta come Beijing. Secondo la cronaca Yuan del 1308 i numeri sono da capogiro: 868 mila famiglie. Diciamo più di tre milioni e mezzo di persone. L’ondata non si arresta. Anzi aumenta. Tra il 1314 e il 1320, per sfuggire ad una tremenda tempesta di neve, quando «pecore, cavalli, cammelli e tutti gli altri animali morirono e le persone si dispersero e vendettero i loro figli come schiavi», una nuova massa di persone si dirige verso la Cina, aggravando la già instabile situazione. Una decina di anni dopo, nel ’24, di fronte alla catastrofe umanitaria e ai costi insostenibili per lo Stato per sopperire ai bisogni di un numero così alto di rifugiati, il Gran Khan pronipote di Kubilai, Yesün Temür, ne ebbe abbastanza. Ordinò così che i mongoli che migravano verso sud senza permesso fossero messi a morte, mentre chiunque li nascondesse dovesse essere sottoposto a fustigazione. Ma cosa si poteva fare, dal momento che la gente aveva sempre più fame? Una fame i cui echi arrivavano fino a corte, se è vero che nel 1326, l’imperatore emise un editto che proibiva specificamente alle «mogli dei diversi principi mongoli di venire nella capitale dai loro distretti per lamentarsi della fame». Poi i problemi climatici non si arrestarono: ad esempio ad aprile del ’40 un’altra terribile tempesta di neve colpì la steppa settentrionale abbattendo armenti, cavalli e bestiame. Seguita solo quattro mesi dopo da un’altra sciagura, anche peggiore, quando «tutte le pecore e i cavalli morirono». Poi accadde il peggio. Che la catastrofe umanitaria del Nord incrociasse quella delle distruzioni ambientali del Sud, con un numero di vittime ancora più elevato considerato che, come abbiamo visto, le zone più colpite furono quelle del delta dello Yangtze e del corso del Fiume Giallo, assai popolate. La sequenza è incessante: una carestia segue l’altra, una circa ogni due anni. Le cronache sono spietate. 1300: a ottobre, la siccità colpisce con una violenta carestia. 1301: questa volta la colpa della fame è un tifone. 1302: da giugno in poi un diluvio della durata di cinquanta giorni sferza tutte le regioni centrali con danni enormi in quattordici prefetture, in particolare tutta la fascia di risicoltura del delta dello Yangtze. 1307: un nuovo tifone devasta l’area di Hangzhou. 1308: in gennaio, 460 mila famiglie, circa due milioni di persone della provincia dello Jiangzhe, vengono colpite dalla carestia e un numero elevatissimo muore di fame anche a causa di un’epidemia che scoppia tra la popolazione già sofferente; lo scenario era così terribile che «i corpi morti giacevano l’uno sull’altro, i padri vendevano i loro figli e i mariti vendevano le loro mogli, il suono del loro pianto era così forte che la terra ne tremava». La serie non si interrompe. Durante il regno dell’imperatore Külüg Khan (1307-1311) «grandi carestie accompagnate da orribili epidemie colpirono la zona di Yue, sul delta, e quasi la metà degli abitanti morì». Poi dal ’20 in poi la situazione se poteva peggiorare peggiorò, con carestie che sembrano non interrompersi: se ne contano dal ’20 al ’24, dal ’25 al ’30, addirittura senza soste dal ’33 al ’42 e dal ’46 al ’54 per riprendere tra il ’57 e il ’59. Per poi ripresentarsi con meno frequenza nel ’69, nel ’73, ’86 e ’91 con una nuova, drammatica, fiammata nel nuovo secolo, tra 1403 e 1406. 

Il vasto ambito centro-asiatico presenta un percorso meno dettagliato ma altrettanto catastrofico. Sono i venti il grande fattore di scompenso. È infatti la crisi nell’equilibrio dei monsoni l’elemento di maggiore impatto sulle carestie. Piogge abbastanza abbondanti durante i tre mesi monsonici di luglio, agosto e settembre e altre in dicembre e gennaio sono considerate, anche oggi, la normalità per un buon raccolto. È una dipendenza meteorologica che non si può negare, «elemento centrale e più importante di un’unificazione inconscia e non intenzionale fra società che avevano tra loro poche altre cose in comune»: ne abbiamo già parlato. Ma quando il clima si altera e il monsone interrompe la sua marcia regolare e si alternano periodi di lunghe siccità a piogge distruttrici, cosa accade? Che si perde il raccolto, diminuisce la disponibilità di cibo, il prezzo del riso e del grano cresce, l’accaparramento indiscriminato crea violenze, scontri, fratture sociali. Senza contare altri motivi, come la drastica riduzione delle aree coltivate, la perdita di lavoro, il vagabondaggio senza meta alla ricerca di cibo e acqua, la vulnerabilità, la migrazione in cerca di terre migliori e di salvezza. Oppure le guerre di conquista, dai signori della guerra ai grandi sultani, per accaparrarsi le terre migliori. In poche parole, un’economia va in frantumi e, con essa, un’intera società. Per l’India, le cronache del sultanato di Delhi forniscono il racconto di una desolante successione di episodi, che marcarono i regni di Ala-al-Din Khaliji (1296-1316), Muhammad bin Tughluq (1325-1351) e Firuz Shh Tughluq (1351-1388). Forti carestie nelle zone di Delhi e dintorni si registrano tra gli anni Dieci e Venti. Ibn Baṭṭūṭa parla invece di una siccità cominciata nel 1338 che durò sette anni (corrispondenti in pratica alla maggior parte del periodo del soggiorno del viaggiatore in India). Flagello che devastò le regioni dell’Hind e del Sind, non dovuta solo a cause naturali ma anche, come vedremo, alla catastrofica politica di Muhammad bin Tughluq. Una carestia infuria nel Khandesh e nel Gondwana intorno al 1370. Altre avvengono nel decennio successivo a Thatta e nel Gujarat. La serie non si interrompe nel Trecento e prosegue nel secolo successivo. È ancora la regione di Delhi e di Doab a essere investita nel 1411. Un’altra grave siccità con conseguente carestia (qaht-i-mahlak) si verifica nel 1424 nelle città dell’area dell’Indostan. Nel 1460 viene toccata la zona del Damajipant. Una «terribile siccità e carestia» si verifica in alcune parti dell’India settentrionale con la migrazione di massa di un gran numero di persone verso il Kashmir, «durante gli ultimi giorni del regno del sultano locale Zayn al-’Abidin», che muore nell’aprile 1470. Nel biennio 1472-1474 un’altra investe ancora il Deccan, il Telangana e il Maharashtra, con lo spopolamento di queste aree e il virtuale esaurimento del Deccan. Infine, nel 1482 è il turno ancora del Gujarat, mentre nel ’98 ad essere stravolta è la zona di Bihar. Forse però la peggiore siccità fu quella detta di Durga Devi che colpì il Deccan: durò circa dodici anni, dal 1396 al 1408, e provocò grandi spostamenti di popolazione, al punto che «la principale comunità contadina di Baglan, i Konkanas, provenienti dalla regione di Konkan, conserva la tradizione di essere venuta in questa zona proprio in quegli anni fuggendo dagli effetti della carestia. Proprio questo fu uno dei maggiori problemi dell’India medievale. Lo spostamento di masse incontrollabili di persone alla ricerca di cibo e acqua. Senza sapere dove andare e cosa trovare. Spinte anche alle estreme conseguenze, alla vendita dei propri figli per sopravvivere. A tal proposito, agli inizi del Cinquecento l’esploratore Duarte Barbosa scrive così del Coromandel: 

Questa è la più fornita di tutte le terre in questa parte dell’India, salvando solo Cambay, eppure in alcuni anni succede che non cada la pioggia, e che ci sia una tale penuria che molti muoiano di fame, e per questo motivo vendono i loro figli, quattro o cinque fanciulli ciascuno. In questi periodi i mercanti di Malabar portano via navi cariche di schiavi. 

Nelle gravi carestie non erano solo i poveri a morire ma anche gente più ricca o di caste più elevate, come i brahmani. E le varie forme di soccorso da parte dei governanti e dei nobili – come la distribuzione di cibo o il condono delle tasse – si rivelarono essere rimedi inadeguati e incapaci di sradicare la carestia: la principale piaga ambientale dell’India medievale. Fatto sta che il numero di morti causati da questa incessante serie di catastrofi è incalcolabile. Prendo come punto di riferimento, ma è totalmente arbitrario, la crisi monsonica del 1876-1878 che provocò tra i sei e gli otto milioni di morti. Ecco: bisogna immaginare complessivamente, per molte regioni indiane tra Tre e Quattrocento, a qualcosa di tale portata o forse peggiore, con un impatto demografico e sociale violento e depressivo, se sono affidabili le cifre riportate da Biraben che parla di un calo delle loro popolazioni da poco più di un centinaio di milioni a inizio Trecento a 75 milioni circa a metà Quattrocento. 

Il disastro ambientale asiatico trova un equivalente in quanto, nello stesso periodo, accade in Europa. Gli anni sembrano collimare, drammaticamente. I primi anni del secolo sono quelli peggiori. Di svolta. Dopo decenni e decenni di crescita, già nella seconda metà del Duecento le difficoltà si fanno sentire. Ma nel secolo successivo le cose precipitano, con un decennio terribile, tra anni Dieci e Venti. Con il biennio ’15-’16 che fu tra i peggiori climaticamente per l’Europa. Per arrivare alla grande carestia del ’17, la più violenta di tutte, che trova il suo corrispettivo nella zona orientale del Pianeta. In Inghilterra, ad esempio, il 1315 marca l’inizio di un ventennio in cui «i raccolti falliscono a ripetizione e le variazioni di anno in anno nelle rese di grano, orzo e avena mostrano una notevole sincronia nel fallire insieme». Fino al 1321, i raccolti di grano, orzo e avena furono davvero scarsi, con riduzioni nette mai sperimentate a memoria d’uomo, con tagli nella produzione del venticinque per cento nel ’15, nel ’16, nel ’21 e nel ’28. Nel ’16, addirittura, le piogge incessanti bruciarono le rese di avena, orzo e grano, che furono rispettivamente del venticinque per cento, del quaranta per cento e del sessanta per cento al di sotto della media. Era dalla crisi alimentare del 1256-1257 che non si vedeva niente di simile e che si assistesse ad un fallimento di così vasta scala. Con una mortalità che raggiunse il dieci, quindici per cento della popolazione. Nelle Fiandre il panorama è simile. Nella città di Ypres, per prendere un caso, i dati descrivono una situazione talmente drammatica che in sette mesi muoiono 2600 persone, il dieci per cento della popolazione. In Spagna le carestie si susseguono come onde: nel 1310-1314 e nel 1324-1328, fino a quella del 1333, quando le fonti dicono che «vi fu carestia di ogni alimento e noi chiamammo quest’anno il mal any primer», ossia il primo cattivo anno per eccellenza. E così avvenne altrove, con una «fame senza frontiere»: in Portogallo, in Germania, in Francia, in Ungheria, nei paesi del Nord Europa, fino alle carestie altrettanto terribili del periodo 1345-1347, spinte dai forti nubifragi dell’autunno 1345. 

I picchi però non sono uguali ovunque. Se il ’17 è terribile per il Nord del continente, per la parte meridionale, come in Italia, va peggio tra il ’28 e il ’30. Già: l’Italia. Un vero e proprio osservato speciale, in quanto tra le aree demograficamente e socialmente più sviluppate d’Europa. Osserviamo con un po’ più di dettaglio. Nella centralissima Lombardia, la crisi alimentare sembra arrivare prima che altrove. Si registra nel 1276-1277 e nel 1286, per poi ritornare nel 1311-1312, con un picco nel rialzo dei prezzi nel 1329-1330. Nel 1311 la città di Parma si anima. Ma non si tratta di una folla gioiosa e festante. No: è un turbine di mendicanti affamati, che urla per strada la propria disperazione, che cerca cibo e che muore tra gli stenti di una vita miserabile. Con una serie di ricadute gravissime su tutte le attività artigianali e industriali, al punto che anche gli operai erano costretti a mangiare solo pane de melica: 

de poveri mendici era in Parma infinito numero de quali e pianti et ululij se udivan per le piaze, per borghi et chiese, et infiniti per fame ne perivano così in la cità come nel episcopato, e così in Parma come in altre cità e gli arte e mesterj furono con perdita per ch’nula si facea de utile, e molti arteseli solo pane de melica mangiavano. 

Una descrizione orribile, cui segue l’altra dell’anno successivo. Che riporta un clima ancor più grave. Di una condizione umana raggelante, che spinge gli uomini a vendere l’unica cosa rimasta: i coppi dei tetti, da cui ricavare quel po’ di danaro per comprare un pugno di granaglie per sopravvivere. E chi non ce la fa più, ha una sola strada. Scappare via. Cercare fortuna altrove: 

Per la qual carestia molti homini de Parma scopersero le case, venderon i coppi, venderon le massaricie de casa e le proprie case per poca biava o pochi denari, e molti per fame morirono, altri si partorno da Parma; et eran molti mendici per le strade e chiesie e piaze gridando. 

Sequenze che incrinano un’intera società. Dal momento che la carestia, quando non uccide, sfianca e indebolisce. Le conseguenze indirette sono enormi. Effetti secondari che creano un universo di «morti che camminano», facile preda di malattie, specialmente nei grandi centri urbani. La gente soffre. Tanto che si parli di contadini che di cittadini, di salariati o di piccoli produttori. Le campagne intorno alle città si sforzano di soddisfare le esigenze urbane. Ma, in città, più che le provviste arrivano famiglie in fuga, gente disperata, vagabondi che sperano di trovarvi carità, aiuti, benefattori pronti a offrire assistenza. E il mercato dei cereali diventa ogni giorno più difficile da gestire e impazzisce, con le sue strozzature, le sue oscillazioni dei prezzi, le sue speculazioni. Il panico. Pensiamo ad esempio a quello che succede a Firenze. Qui era evidente che molto nella mancanza di cibo e nella scarsità di produzione dipendesse dal cattivo tempo. In Toscana, gli inverni diventano freddi, lunghi e duri. I fiumi ghiacciano, nel 1303 e nel 1327. Per intere settimane nevica. Le piogge sono dense e prolungate. Specialmente quelle primaverili e autunnali: ecco le responsabili dei maggiori danni, che distruggono ogni cosa. Giovanni Villani lo ripete, tante volte: «Soperchie piove […] corrupono la sementa»; «non si seminò molto che si guastasse»; «non finì di piovere […] onde […] si perde la sementa delle biade minute». Senza contare le tempeste, brutali e improvvise, che nel 1333 e nel 1345 devastano i campi seminati, trascinano via i granai con tutto il loro carico, distruggono i mulini. A esse seguono le inondazioni: l’Arno straripa nel dicembre 1282, nell’aprile 1284, di nuovo nel dicembre 1288, nel novembre 1333 e nello stesso mese del 1345. L’Elsa nel gennaio 1309 e nel settembre-novembre 1318. E nel 1333 l’inondazione «consumò ogni sementa fatta, abbattendo e divellendo gli alberi». Una condizione che rende il lavoro dei campi difficile, con «diluvi d’acqua che guastarono molto grano e biada». Con grandinate violente e raffiche di vento micidiali, che «nelle spighe lasciò poco altro che l’aride reste» e con i frutti che cadono dagli alberi non ancora maturi. Di contro le estati sono canicolari. Caldissime. Secche, con forti venti di scirocco. Tutto questo, cosa comporta? In primo luogo, l’irregolarità nella produzione. Che va avanti a singhiozzo, limitata dagli agenti atmosferici, e ne riduce la portata. E la contrazione tocca in profondità l’economia di un’intera regione, che basava la sua forza sul motore agricolo. Con questa sequenza distruttiva sul lavoro dei campi. Ecco un elenco: dicembre 1303: «grande carestia e grande fame», che si intensifica a luglio-agosto. 1305: ancora «grande carestia». Da dicembre 1310 a maggio 1311: «carestia molto grande». Tra dicembre 1317 e gennaio 1318: «grande mancanza di grano», alleviata da acquisti compiuti dal Comune. 1322-1323: «carestia» che raggiunge l’apice in aprile-maggio e «tanta fame» a Lucca, Pisa e Pistoia. Tra 1328 e 1330: «grande mancanza di grano e di ogni alimento», tanto in città quanto in campagna, con sommosse popolari e necessaria importazione di grano da parte statale. Novembre 1339-marzo 1340: «mancanza di ogni cibo», che si intensifica all’inizio di primavera. Gennaio 1341: «carestia di alimenti». 1344: «terribile carestia, al punto che tanta gente muore, in città e in campagna». Inverno 1347: «fame» in gennaio che si trasforma in «tremenda carestia» nel mese successivo. Inverno 1351-1352: «mancanza generale di pane». Gennaio-giugno 1353: «grande carestia» in città e in campagna. 

Né va meglio sulle sponde mediterranee. Nelle aree più vitali del regno di Napoli, come la Puglia, uno dei principali serbatoi granari d’Europa, la cronaca di mancanza d’acqua, di raccolti andati perduti, di terre abbandonate perché desertificate è assidua, al punto che, nel maggio 1315, «al tempo della semina non piovve in tutta la Puglia», fenomeno accompagnato da un violento e inconsueto riscaldamento dei raggi solari. Lunghi e imprevisti periodi di siccità, cui corrispondono eventi atmosferici rapidi e disastrosi, tra cui va registrato quanto avvenne durante l’estate 1345 a causa di una furiosa tempesta che devastò in meno di un’ora la Terra di Lavoro. La spinta climatica accompagnata da una crescita demografica sproporzionata rispetto a risorse via via sempre più limitate significò così una serie incessante di carestie. Dal 1301 il catalogo è impressionante sebbene sia dal ’29 che si registra la prima crisi alimentare dai caratteri davvero devastanti. Il raccolto è minimo, la speculazione sfrenata e il re Roberto d’Angiò decide l’interdizione assoluta dell’esportazione di frumento dal regno. Da questo anno, gli intervalli tra una carestia e l’altra si riducono: 1333, 1338, 1343, 1347 e così via. Dall’entroterra, una massa di persone si riversa sulla capitale, Napoli. Fino al collasso avvenuto nei primi anni del regno di Giovanna I, nel 1347, quando «per l’universo mondo fu massima fame e mancanza di ogni bene necessario per l’esistenza degli uomini». Il ciclo però non si arresta e il culmine si raggiunge nell’agosto 1374, quando, sotto la spinta della fame e delle morti causate dalla peste, nella capitale scoppia la rivolta e si assiste al consueto sacco dei forni cittadini. Situazioni analoghe sono testimoniate in Egitto, in Siria, nel Maghreb o nell’Impero bizantino in dissoluzione, dove, ancora una volta, l’insicurezza politica (basta pensare alla guerra civile scoppiata tra gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo) si combinò col brutto tempo. Le condizioni avverse aumentarono la loro pressione circa dal 1310 in poi quando le temperature calarono progressivamente, con un accanimento che si riscontra nel ’21 e nel ’22; cui si alternarono, come altrove, forti periodi di siccità: così nel ’15 e nel fatidico ’17, con una ricaduta drastica sulla produzione e sui tassi demografici. Questo, molto sommariamente, lo scenario. Che si trasforma in gravissima emergenza ecologica quando comincia il tempo della pandemia. 


Amedeo Feniello è storico del medioevo. È stato, di recente, Directeur d’études invité presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e ha insegnato Storia del Mediterraneo nel Medioevopresso la Northwestern University, con sede a Evanston, Chicago.

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