Cosa ci insegna l’erotismo ottomano sul pluralismo sessuale


Indagando nella storia della cultura ottomana, si scopre come la fluidità sessuale sia di gran lunga precedente ai generi e le categorie che oggi diamo per scontati.


In copertina: Turchia, probabilmente Istanbul, XVIII secolo. Scena erotica, attribuita ad Abdullah Bukhari. 1743 CE. Foto courtesy Sothebys

Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon

di İrvin Cemil Schick

La storia potrebbe essere il miglior antidoto all’incredibile e pericolosa naturalizzazione dell’identità cisessuale e dell’eterosessualità. Considerare che per la maggior parte della storia umana le persone non concepivano la sessualità in termini fissi, infatti, aiutala possibilità di vedere un futuro più libero e pluralista.

Nell’antica Grecia, le relazioni semi-istituzionalizzate tra erastês ed erômenos (cioè, uomini adulti e ragazzi giovani) offrono un chiaro esempio di costumi sessuali diversi da quelli contemporanei. Quando gli studiosi dicono che l’“omosessualità” è una costruzione moderna, non intendono il fatto che in passato non ci fossero relazioni romantiche o erotiche omosessuali. Dicono invece che le relazioni omosessuali in epoca pre-moderna erano viste come una predilezione o una pratica alternativa, ed è solo nel corso del diciannovesimo secolo che vengono considerate il frutto di natura innata e come un’identità.

Il termine tedesco Homosexualität è stato coniato intorno al 1868 dall’autore austro-ungarico e giornalista Károly Mária Kertbeny (già Karl-Maria Benkert). Ci si portrebbe chiedere dunque come si pensasse a ciò che ora indichiamo come “omosessualità” prima che questa parola esistesse. Come ha suggerito Robert Beachy, dovremmo forse parlare dell’ “invenzione” dell’omosessualità nell’Europa di fine Ottocento. In questo contesto, il titolo del libro dello storico e intellettuale Khaled el-Rouayheb sulle relazioni tra persone dello stesso sesso avant la lettre è significativo – Before Homosexuality in the Arab-Islamic World, 1500-1800 (Prima dell’omosessualità nel mondo arabo-islamico, 1500-180).

Nell’Impero Ottomano, prima dell’avvento dell’eteronormatività influenzata dall’Occidente alla fine del diciannovesimo secolo, i costumi sessuali presentavano un quadro molto diverso. Uno sguardo ravvicinato alla sessualità ottomana è eloquente: ho percorso cinque secoli di opere letterarie ottomane alla ricerca di una terminologia sessuale insieme agli ottomanisti Helga Anetshofer e İpek Hüner-Cora dell’Università di Chicago. I risultati di questa ricerca – al momento abbiamo riscontrato l’esistenza di più di 600 parole – ci insegnano, se non necessariamente come vivevano le persone, perlomeno come si pensava al sesso nel mondo di lingua ottomana, principalmente il territorio che coincide con la moderna Turchia e le immediate vicinanze.

Anche se non c’è dubbio che il vocabolario estratto finora non sia esaustivo, sono emersi alcuni modelli piuttosto evidenti. In particolare, si deduce che si può parlare di tre generi e due sessualità. Al posto di una dicotomia maschio/femmina, le fonti evidenziano chiaramente “uomini”, “donne” e “ragazzi” come tre generi distinti. I ragazzi, infatti, non sono considerati “femminili”, né sono trattati come semplici sostituti delle donne; pur condividendo con loro alcune caratteristiche, come l’assenza di peli facciali, sono considerati chiaramente un genere a sé stante. Inoltre, quando diventano uomini, il genere resta fluido, tanto che, in un certo senso, ogni uomo adulto è un “transgender”, essendo stato un tempo un “ragazzo”.

In secondo luogo, le fonti suggeriscono che ci sono due distinte sessualità. Ma piuttosto che la dicotomia etero/omosessuale, queste sessualità si definiscono nel “penetrare” ed “essere penetrati”. Per un uomo che penetra, il genere di chi è penetrato è considerato di poca importanza, una questione di gusto personale. È significativo che le parole usate per l’orientamento sessuale di un uomo “attivo” siano prive di giudizio di valore: per esempio, matlab (domanda, desiderio), meşreb (temperamento, carattere, disposizione), mezheb (modo, condotta, setta), tarîk (percorso, modo, metodo) e infine tercîh (scelta, preferenza). Essendo oggetti di penetrazione, i ragazzi e le donne non sono considerati nobili come gli uomini. Come partner sessuali, tuttavia, né le donne né i ragazzi sono da preferirsi gli uni rispetto agli altri. In breve, invece di un’identità sessuale definita, la letteratura suggerisce che, nella società ottomana, la scelta del partner sessuale da parte di un uomo sia vista solo come una questione di gusto, così come oggigiorno una persona preferisce il vino alla birra o viceversa.

El-Rouayheb ha dimostrato che la valutazione di molti orientalisti occidentali circa l’importanza e l’accettazione dell’omosessualità in Medio Oriente e Nord Africa è anacronistica, perché presuppone la validità universale e trans-storica di un’unica nozione di omosessualità. Egli ha sostenuto che le fonti arabe pre-moderne e moderne suggeriscono una visione più sfumata delle relazioni tra persone dello stesso sesso, differenziata per ruolo ed età. Come sostiene Frédéric Lagrange, studioso di letteratura araba alla Sorbona di Parigi, nel suo Islamicate Sexualities: “Il lettore occidentale contemporaneo che non ha mai messo in discussione la sua concezione olistica di “omosessualità”, la trova divisa in una moltitudine di ruoli specifici, dal momento che gli autori medievali di solito non vedono una “comunanza di desiderio” tra, ad esempio, i partner attivi e passivi del rapporto omosessuale.”

La terminologia sessuale usata nella letteratura dell’epoca ottomana suggerisce che anche in questo caso si è verificata la stessa cosa: non esiste alcuna “omosessualità” onnicomprensiva che copra sia i partner maschi che femmine, giovani e anziani, attivi e passivi. Nella lingua ottomana, al contrario, abbondano parole altamente specializzate che descrivono degli specifici partecipanti all’atto sessuale che svolgono dei ruoli specifici.

Alla fine dell’ottocento, le relazioni tra uomini e ragazzi cadono in disgrazia. Questo è quel che scrive lo storico e statista Ahmed Cevdet Pasha in un documento molto celebre presentato ad Abdülhamid II, sultano dal 1876 al 1909:

Il numero di amanti delle donne è aumentato, mentre quello dei ragazzi è diminuito. È come se il popolo di Lot fosse stato inghiottito dalla terra. L’amore e l’affinità che erano, a Istanbul, notoriamente e abitualmente diretti verso i giovani, sono ora reindirizzati verso le ragazze, come prescrive lo stato della natura.

Il declino della pederastia è stato, naturalmente, salutare. Tuttavia, il cambiamento ha anche segnato l’avvento nella società ottomana di un’eteronormatività influenzata dall’Occidente e della repressione che questa comporta inevitabilmente.

Oggi l’omofobia è molto forte in Turchia. Il 26 maggio 1996, una settimana prima della seconda conferenza delle Nazioni Unite sugli Insediamenti Umani (Habitat II) tenutasi a Istanbul, una folla di militanti di destra aveva organizzato un pogrom contro i travestiti e le persone transgender che vivevano in Ülker Street, vicino a piazza Taksim, causando morti e feriti nonché lo sfratto coatto dalle proprie residenze. L’anno scorso, le autorità hanno impedito che si svolgesse la sfilata annuale del Gay Pride di Istanbul dopo che una banda di trogloditi aveva minacciato di interromperla.

Si può solo sperare che la tanto decantata venerazione del governo turco per i suoi antenati ottomani un giorno si estenda anche a un approccio più illuminato riguardo alla sessualità.


Irvin Cemil Schick è nato a Istanbul, in Turchia. Ha un dottorato preso al Massachusetts Institute of Technology di Boston e ha insegnato negli Stati Uniti e in Turchia. La sua ricerca si concentra sulla storia delle idee, delle arti e dei generi sessuali in tutti i contesti islamici, con particolare attenzione alla Turchia. È anche autore ed editor di svariati libri e articoli.

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