Cosa e chi è giusto desiderare? Una conversazione con Lillian Fishman



Dalle app di incontri dedicate a sessualità non standard a testi come Il diritto al sesso di Amia Srinivasan, ultimamente si discute molto di desiderio e consenso. È anche il tema del romanzo di Lillian Fishman, Servirsi: Gaia Giorgi ne discute con l’autrice


In copertina e nel testo: medusa, di Franz Von Stuck


di Gaia Giorgi

Tutti i corpi si somigliano, ogni corpo è erotico a modo suo: così potremmo apostrofare il contenuto  segreto dei nostri telefoni, nel caso ce ne fosse bisogno. La decisione di scattarsi delle foto di nudo di Eve, la protagonista del romanzo di Lillian Fishman, Servirsi, edito per Edizioni E/O (trad. di Silvia Montis), appare sin da subito la più lineare delle scelte: il suo corpo, socialmente definito come attraente, viene ritratto in centinaia di fotografie avide verso qualcosa “Altro” – “come se stesse tentando di sfuggire”, scrive, “dall’inquadratura, per poter raggiungere il suo scopo primario in quanto corpo: fare sesso”. 

Lillian Fishman appare sullo schermo del mio computer un caldo giorno di fine giugno, un giorno in cui avremmo dovuto vederci di persona in una torrida Roma, ma il Covid – 19 ha avuto la meglio e dobbiamo limitarci a vedere le nostre facce. 

La protagonista del suo romanzo vive a New York, lavora come barista — un lavoro che la soddisfa, checché ne dica il padre imprenditore del Massachusetts —, ha una relazione stabile con una donna, Romi, che incarna gli alti valori che tutti dovremmo desiderare in un partner, se fossimo in un romanzo ottocentesco: è nobile, incline al sacrificio, immune alla bellezza. Lavora come pediatra, nel tempo libero fa volontariato. 

Da adolescente, Eve ha eticamente deciso, in un’ottica alla Catherine MacKinnon, di avere relazioni sessuali e non unicamente con donne.

Le foto di nudo di Eve vengono caricate su un portale e una ragazza timida e remissiva, Olivia, la contatta. Le propone un incontro, ma in realtà Olivia sta facendo le veci di Nathan, un uomo, suo amante nonché suo capo. Eve decide di iniziare a frequentarli, infrangendo così gli alti ideali menzionati, sentendo di aver tradito la comunità di cui fa parte.

Fishman problematizza la laicità della protagonista, la quale non segue dettami religiosi ma è parte di una sottocultura che ha dei modi prescrittivi di comportamento, «allo stesso tempo attraente e difficile. Le persone vogliono sapere come comportarsi socialmente e inserirsi in un gruppo che condivide i suoi valori. Ma è faticoso e può essere demoralizzante». La relazione che Eve intraprende con Nathan e Olivia la vede dapprima assumere un’istanza giudicante: come può una donna queer intraprendere una relazione con un uomo dedito a piaceri frivoli, alla sottomissione e a rapporti di potere squilibrati?

Restituisce l’idea di una performatività contemporanea, in cui ciò che dovremmo desiderare è qualcosa di Buono e Giusto e aspirare semplicemente ad esso: Eve analizza incessantemente questo aspetto, giudicando e allo stesso tempo invidiando Olivia, la quale «in quanto persona queer, non si pone queste domande, ma allo stesso tempo non c’è alcun obbligo nei suoi confronti di fargliele.». La teorica femminista Sara Ahmed ha osservato che a volte «la ripetizione di un sentimento positivo diventa opprimente». (Citazione da Katherine Angel, Il sesso che verrà, Blackie Edizioni, 2022); mi sono domandata se sia vero per quanto riguarda ciò che percepisce la protagonista, ovvero l’essere inglobata in un ambiente che necessita e richiede apertura e sincerità — e mai, come in nessun altro ambito, c’è mancanza di sincerità come nel desiderio. Non conosco nessuno che viva il sesso senza sovrastrutture, tutti abbiamo un modello mentale di come dovrebbe essere, e, tentando di riempire quei margini, non pensiamo davvero a cosa vogliamo.

Credo che i commenti e i giudizi di Eve su Nathan e Olivia dal principio della loro relazione siano un tentativo di mettere in ordine qualcosa: dunque, cosa e chi è giusto desiderare? Eve si apre, infine, alla vulnerabilità — il pozzo ritratto nella copertina, l’oscuro e l’ignoto. Lillian analizza il mio quesito: «Credo che Eve abbia un senso molto forte della privacy e della sua importanza. Non per ingannare o mentire, ma credo che, come persona, sia molto attratta dall’avere la privacy che hanno Nathan e Olivia. Ovviamente non dico che le persone gay non possano e non abbiano questa privacy. È solo che lei è parte di una sottocultura in cui c’è qualcosa di un po’ sospettoso in merito. Credo che questo sia dovuto al fatto che storicamente le persone queer hanno dovuto mantenere il segreto sulle loro relazioni. Dati i traumi legati al continuo nascondersi, nella vita queer contemporanea c’è un’enfasi sull’apertura e sull’onestà radicale. Eve, non avendo vissuto in quelle epoche difficili, è naturalmente attratta da quel tipo di privacy». 

La donna che restituisce Fishman si distacca dalla narrazione contemporanea che la vuole padrona del proprio desiderio, legata a linguaggi traghettati da empowerment e confidence culture. Potremmo chiederci se sia lecito o meno aspettarsi a priori da una donna la padronanza e conoscenza del proprio desiderio. Ciò che Fishman affronta sono una serie di quesiti difficili da riconoscere e confessare, ovvero che nonostante l’autoanalisi dell’interiorizzazione del male gaze, ci siano ancora donne che desiderano l’approvazione erotica dagli uomini; che il desiderio sessuale possa essere realmente distruttivo e rigeneratore, in quanto si pone al di là del soggetto. L’ambizione a piacere – essere sessualmente desiderabile e desiderata – è in contraddizione con i dettami che la protagonista ha introiettato durante la sua adolescenza e dopo essersi trasferita a New York, in cui in una comunità che riconosce la queerness come consapevolezza etica bisogna imparare a sapere esattamente cosa e chi amare e cosa temere, per eventualmente prevenirlo. Il sogno ricorrente di Eve è quello di essere scelta, lei, unica e nuda tra altre cento donne, da un uomo con cui nella vita reale non avrebbe mai fatto sesso; ma essere desiderati ha difficilmente a che fare con il sesso. Riguarda il potere e anche la sottomissione ad esso. La protagonista è attirata da un uomo cisgender, bianco, etero, attraente secondo i canoni, carismatico e sicuro di sé. Essere una donna queer che vuole esplorare un desiderio mainstream scaturito da questo tipo di uomo, incarnato da Nathan – un uomo ordinario e straordinario contemporaneamente – rende Eve autocritica e dubbiosa, come se, con questo gesto o abbandonandosi al suo desiderio, deludesse l’intera comunità queer. Una relazione sessuale con un uomo etero: cosa potrebbe esserci più ordinario? Appare guardinga, desiderosa di possedere l’autorità che le manca, disgustata: «Attrae e respinge allo stesso tempo, cosa che credo sia vera per qualsiasi cosa eroticamente interessante», afferma Fishman, «Deve essere pericoloso. Deve essere pericoloso per essere eccitante nel modo giusto».  

Ma Eve non ambisce a un ruolo passivo, o forse, lo ambisce solo dal punto di vista sessuale, quando Nathan assume in maniera vera e propria il controllo del suo orgasmo – ma di certo ambisce a desiderare, essere desiderata e fare sesso con più persone possibili. 

Una scena esplicativa del romanzo si consuma in uno studio di avvocati: Eve è chiamata a testimoniare poiché Nathan è stato accusato di comportamento illecito da una donna che, secondo l’accusa, lui avrebbe promesso di assumere dopo aver consumato un rapporto sessuale. La sua relazione con Olivia viene allo scoperto. L’avvocata della parte avversa appare perplessa nei confronti di Eve e del rapporto che intrattiene con Nathan; le domanda se si considera una femminista – e cosa, conseguentemente, lei consideri siano i valori del femminismo. La morale e il desiderio non vanno di pari passo: «È complicato su molti livelli […] Sai, non credo che ogni comportamento sia antifemminista e, allo stesso tempo, giusto. Nel libro c’è una domanda e un problema: come si vivono i propri valori? Credo che, soprattutto nelle prime pagine del libro, Eve veda le cose in modo molto dicotomico». Ha gli stessi valori e desideri con cui è cresciuta? Cosa dicono di lei le sue scelte? 

È come se i valori in cui ha sempre creduto esplodessero, d’altra parte, per citare nuovamente Katherine Angel, se siamo fortunati nel sesso «le grandi dicotomie scivolano via». 

A questo proposito, credo che il romanzo di Fishman esprima ciò che Amia Srinivasan e Katherine Angel (nei rispettivi saggi Il diritto al sesso, Rizzoli, 2022 e Il sesso che verrà, Blackie Edizioni, 2022) teorizzano sul desiderio come dinamico e mutevole. C’è forse un sentimento di vergogna e vulnerabilità legato al fare sesso con un uomo sposato (verso la fine del romanzo si scoprirà che Nathan è, in realtà, sposato con un’altra donna), che intrattiene relazioni sessuali con più donne? Un uomo che le fa regali costosi? Non credo, onestamente, che si tratti di un romanzo sulla morale, piuttosto sulle etichette con cui ci definiamo, che potrebbero limitarci nel desiderare i corpi altrui, sull’idea che spesso non conosciamo il nostro desiderio, che relazioni romantiche e appaganti non trasformano uno dei due amanti in un automa privo di curiosità, anche sessuale, verso altri esseri umani.

«Conosco entrambi e in particolare mi è piaciuto Il diritto al sesso. Ha influenzato molto il romanzo, stavo lavorando al libro quando l’ho letto. Ed è stato come se l’intero romanzo esprimesse il problema del Right to sex»: il right to sex a cui fa riferimento Fishman è esposto nel saggio che dà il titolo alla raccolta della filosofa Amia Srinivasan. Ponendo come riferimento storico e culturale il massacro di Isla Vista compiuto da Elliot Rodger e la rivendicazione di un “diritto al sesso” da parte degli incel, l’autrice britannica sostiene che, ovviamente, non vi sia alcun diritto al sesso – nessuno ha il diritto di essere desiderato sessualmente – ma, allo stesso tempo, la politica e la società plasmano cosa e chi desiderare. Ha un che di minaccioso interrogarci sulla natura del desiderio, riflettere se provenga effettivamente da noi stessi oppure sia spaventosamente artificiale. Ognuno di noi avrà sentito qualcuno pronunciare la frase “Mi piace perché mi piacciono i tipi così”, “Voglio solo quello che voglio”, utilizzati come assiomi. Questo accade poiché, come teorizza Srinivasan, vi è una inquietante convergenza tra liberalismo e sex positivity: entrambi sono accomunati da una ritrosia nell’indagare l’origine dei nostri desideri. Dunque, un approccio sex positive rafforza l’idea di un modello privatizzato del desiderio sessuale: i desideri saranno accettati finché vi sarà il consenso tra i partner. Qualsiasi critica sarà vista come reazionaria, proprio perché la sessualità è legata a una visione strettamente individualistica.

 La dichiarazione che Eve fa ad un certo punto del romanzo, in cui afferma di aver scelto le donne, (“Over the previous decade I had talked myself all the way from an attraction to women into a political commitment to lesbianism”) è un’adesione ad una solidarietà politica rispetto ad un’idea di orientamento sessuale innato.

Le scelte politiche sono ben diverse dall’identità che assume il nostro desiderio multiforme. Vi è una sorta di ribaltamento di quanto teorizzato dalle femministe degli anni ‘70 a proposito del desiderio: nato a Washington nel 1971, il collettivo lesbico radicale The Furies scrisse che il lesbismo non era una preferenza sessuale ma una precisa scelta politica che ogni donna avrebbe dovuto sostenere per porre fine alla supremazia maschile. Eve stessa, durante la sua maturazione, decide attivamente di far germogliare il suo desiderio unicamente verso altre donne, ma scoprirà che le nostre preferenze sessuali possono cambiare e che il desiderio può condurci in un altro luogo rispetto quello che avevamo prefissato politicamente. Contrariamente, Eve appare attratta da Nathan proprio per il suo muoversi sicuro all’interno del mondo; poiché, all’interno di categorie socialmente oppressive e intransigenti, lui è in cima, e può permettersi di guardare tutti gli altri dall’alto grazie alla sua posizione. 

«E pensi che siamo plasmati dai nostri desideri oppure che possiamo plasmarli?»

«Penso che ci debbano essere entrambe le cose, ma è molto, molto complicato. Non so nemmeno quanto credo che esista un desiderio che non sia instillato dall’esterno. So che ci sono persone che continuano a dirmi che deve esserci una sessualità innata […] ma penso che il modo in cui si esprime sia completamente mediato, il modo in cui lo capisci e come decidi di usarlo. È completamente mediato dalla società, credo. Sì, è così».

Mentre scrivo questo articolo leggo di un’app creata nel 2014, chiamata Feedle. Essa ripromette, sostanzialmente, di creare legami basati sul desiderio sessuale e libero persone non attratte dalla monogamia, dal vanilla sex e dalla mera eterosessualità. I creatori dell’app la vedono come una piattaforma in cui far conoscere tra loro persone;  tramite il famoso swipe a destra o sinistra, si possono scegliere e scartare futuri partner sessuali. Uno sguardo disincantato direbbe che la prima piattaforma su cui ci siamo trovati tutti quanti – Facebook – è nata proprio con le stesse caratteristiche strutturali, ovverosia la scelta di una donna rispetto ad un’altra. 

Non noto differenze tra le app di dating più tradizionali e Feedle, dal momento in cui entrambe vogliono che l’utente rientri in parametri specifici, ma quest’ultima viene sponsorizzata come creata per persone emotivamente mature (come se essere favorevole al BDSM e al sesso di gruppo ti rendesse meno stronzo)

Sarebbe tuttavia ingenuo credere che un’app posseduta da un’azienda che, per definizione, vuole vendere a un ventaglio più ampio di persone possibili un prodotto, sia sinceramente interessata ad una sorta di liberazione sessuale. Uno dei creatori dell’app, Dimo Trifonov, ha scritto di pensare ad essa come un’app per un nuovo tipo di umano: un umano appartenente al nuovo mondo, un mondo dove regna la creatività, il rispetto e l’esplorazione. Come possiamo esplorare, mi chiedo, quando davanti ai nostri occhi abbiamo solamente un’app finalizzata al sesso occasionale: viene semplicemente venduta attraverso del marketing ben studiato a delle minoranze sessuali.  

La sensazione che ho riguardo Feedle è la stessa avuta guardando un porno femminista durante una serata, anni fa: bel setting, mortalmente noioso.

A chi serve davvero un’applicazione simile, se non a sé stessi? Colui designato a farci evolvere è il conflitto: nel romanzo di Fishman, Eve è in conflitto poiché tende ambiguamente verso una norma, un sistema a cui aderire (“La maggior parte degli uomini non esisteva per me, se non in forma nebulosa, come conoscenti o intralci”; “Era fondamentale, soprattutto, imparare a conoscere sé stessi per capire cosa fare del proprio corpo e della propria vita: chi amare, come amare”), proprio come, a mio avviso, gli stessi utenti dell’app. Non c’è rischio e dissidio: mi iscrivo e autorappresento (su Feedle, l’utente può cambiare sessualità infinite volte; il genere solo tre), rimanendo insopportabilmente ancorato alla mia immagine, alla mia identità, che è quello che col sesso si dovrebbe distruggere. La protagonista che Fishman delinea incarna la visione, credo, di un sesso privo di conflittualità, dicotomico: nelle prime pagine del romanzo, perlomeno. Solo dopo aver scoperto di provare attrazione per un uomo – e scoprire di desiderare, dunque, qualcosa di cui non si era mai resa conto, trova una frizione. “Il mio stesso interesse mi affascinava e repelleva”, scrive, proprio poiché il desiderio non esiste nel vuoto. Un commento su internet diceva che trovare interessante la lettura di questo libro la faceva sentire un po’ una cattiva femminista: ben venga, se un romanzo riesce, rispetto alla narrazione, a insinuare dubbi nel lettore. Il romanzo di Fishman può apparire l’incubo di un incel e una femminista allo stesso tempo proprio perché l’aura di minaccia che dovrebbe permeare la figura di Nathan non sussite – è un corpo voluto. I rapporti sessuali sono consensuali all’interno del romanzo, ma c’è qualcosa che turba: non c’è imbarazzo. Eve e Nathan sono entrambi molto sicuri di se stessi e del loro aspetto fisico; d’altra parte, Nathan viene desiderato proprio perché ricalca la figura dell’uomo che non deve chiedere mai. Nella gerarchia di status, un uomo con queste caratteristiche è da sempre in cima. L’attrazione che emerge, e che potrebbe sembrare contraddittoria, crea un fertile terreno in cui si propagano le questioni sul desiderio che potrebbe prenderci in contropiede, ma, contemporaneamente, crea un’ambivalenza sul piano politico, rispetto a chi viene desiderato e chi no. 

Come scrisse Susan Sontag nel suo diario, appena sedicenne, dopo aver conosciuto Harriet Sohmers, non dobbiamo negare a noi stessi la possibilità di lasciarci completamente andare. 


Gaia Giorgi vive a Bologna dove sta terminando gli studi in Semiotica. A breve inizierà un progetto di ricerca per la sua tesi magistrale con il Politecnico di Amsterdam incentrato su intelligenza artificiale e identità digitali.

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