Cosa leggere quest’estate, secondo noi

Quest’anno l’estate, per un motivo o per un altro, la stavamo aspettando più che quelle passate. Ed eccoci qui, finalmente. Quindi come da tradizione, qui a L’indiscreto, mettiamo in ordine un po’ di titoli che, a nostro parere, chi ci legge potrebbe apprezzare sotto l’ombrellone.


In COPERTINA un’opera di Mike Ousley

Siamo in uno di quei momenti dell’anno in cui noi della redazione de L’Indiscreto vi consigliamo un po’ di letture per i prossimi giorni, quelli delle vacanze, quelli in cui si passa il tempo al mare, al lago, o magari in montagna con vista sugli abeti.

Come sempre la lista è eterogenea, pensata apposta per chi ci segue e, quasi automaticamente, tiene presente i gusti e le inclinazioni tematiche di lettrici e lettori de L’indiscreto. Quindi, insomma, c’è tanta saggistica e libri ibridi.

 

Stefania Berutti

G. Wells, La Sirena, La vita felice

Pubblicato a puntate nel 1901, il romanzo di H.G. Wells gioca a carte scoperte fin dall’inizio e così la protagonista è tutt’altro che misteriosa, è decisamente una sirena o, come riporta letteralmente il titolo originale, una “Signora del Mare”. La famiglia Bunting si imbatte nell’affascinante creatura durante un bagno presso Sandgate, nel Kent, cittadina frequentata dalla buona società edoardiana, di cui i Bunting sono esponenti quanto mai caratteristici. L’ingresso della sirena nella piccola comunità di mare è trattato da Wells con ironia raffinata, che gioca sulla necessità di riportare qualunque elemento stravagante a una rassicurante normalità: così la donna viene dotata di una sedia a rotelle che nasconde la coda e con lei le conversazioni all’ora del tè acquistano un gusto surreale che non sarebbe dispiaciuto al cappellaio di Carroll. Ma se il mondo femminile riesce a scendere a patti con Doris Thalassia Waters, il nome estremamente evocativo scelto per l’altrimenti anonima creatura, ben altro effetto è quello che la sirena ha sui protagonisti maschili del racconto. Con loro Wells gioca in modo crudele e riprende il folklore della sirena nel mondo nord europeo: a partire dalla leggenda di Li Ban, infatti, la sirena anglosassone è in cerca di un’anima immortale e solo per questo motivo si spinge a mescolarsi agli esseri umani. Doris lo ha annunciato alla signora Bunting, ma sarà vero? Ecco che, all’improvviso, la sirena ci appare in tutto il suo terribile splendore: ora è una creatura immortale, una figura divina che giunge tra gli uomini per far conoscere loro cosa significa vivere liberi. 

Quel sentimento contrastante tra la passione che brucia dentro e le regole castranti della società inglese di inizi Novecento, che in Forster sarà una giovane Lucy che suona veemente Beethoven, qui è espresso in modo più sottile, attraverso le parole di una donna dallo sguardo ammaliante e che sa, esattamente, cosa dire per frantumare dalle fondamenta il mondo di un uomo.

Patrick Leigh Fermor, Rumelia. Viaggi nella Grecia del Nord., Adelphi 

L’indimenticabile autore di “Mani”, un resoconto dell’esperienza di viaggio in Peloponneso, riparte alla volta della Grecia centrale e settentrionale. Leggendo le descrizioni di Fermor è facile comprendere la grande amicizia che suscitò in Bruce Chatwin, le cui ceneri furono sparse attorno a una chiesetta maniota non distante da villa Fermor. Patrick Fermor si considera un semplice viaggiatore e rifiuta l’etichetta di etnografo, ma i suoi racconti di viaggio, scritti negli anni ’50 e ’60 del Novecento, sono lettere d’amore per una terra e un popolo che egli vede scomparire e dei quali diventa testimone e cantore degli usi e dei costumi, delle credenze religiose e delle tradizioni locali. Le descrizioni meticolose si leggono come un album fotografico, sfogliato per riconoscere in ogni ruga e in ogni pupilla luminosa gli sguardi di Laerte e di Ulisse, in ogni rito matrimoniale le nozze di Peleo e di Teti e in ogni allevatore di cavalli l’orgoglio di Megas Alexandros. La Grecia di Rumelia è diversa da quella del Mani o di Creta, questa volta Fermor si misura con la vita dei valacchi, dei vlachi, dei sarakatsani: le popolazioni nomadi che si muovono, per l’appunto, nella “Rumelia” e che raccolgono nei loro mantelli neri la polvere millenaria della terra di Esiodo. 

Friedrich Dürrenmatt, Il Minotauro, Adelphi 

La figura del mitico figlio di Pasifae e del toro inviato da Poseidone per punire Minosse affascina Friedrich Dürrenmatt per anni; dedicherà infatti molti disegni e studi (riprodotti nell’edizione Adelphi) alla ricerca della forma migliore con cui immaginare la creatura. Quando scrive “Il Minotauro”, dunque, ha bene in mente la tradizione del mito classico, eppure riesce a leggerla in modo rivoluzionario: la creatura acquista vita, nella penna di Dürrenmatt, e gioia di vivere. Torna a essere principalmente un essere umano, Asterios, il mostro dal nome “Stellare”. Il labirinto, poi, diventa un gioco di specchi, nel quale Asterios danza, la massima espressione della libertà greca. Fino a quando, tra gli specchi, non scorge un altro se stesso.

 

Andrea Cafarella

«Con tutto quello che sta succedendo al nostro pianeta dobbiamo ricordare nuovamente come vivere a partire dal mondo spirituale» scrive Manari Ushigua nell’intenso dialogo che apre la preziosa edizione italiana di Come pensano le foreste (nottetempo, 2021) dell’antropologo Eduardo Kohn. Un testo sontuoso che ha smosso gli animi degli intellettuali di tutto il mondo – trasformando persino i sogni di Donna Haraway – e che finalmente arriva al lettore italiano arricchito dalla prefazione di Emanuele Coccia e dalla conversazione, che ho già menzionato, con Manari Ushigua. Come pensano le foreste è un tentativo, esplicito e diretto come nessun altro prima, di «risolvere» la «questione del pensiero dei viventi». E non solo: Kohn propone un modo diverso di attraversare il mondo, approcciando l’«ecologia dei sé» che la foresta rappresenta, tramite una «scienza psichedelica», un’antropologia oltre l’umano che potrebbe – e forse dovrebbe – ergersi a strumento d’eccellenza, per abbracciare l’invito di Ushigua e foraggiare il processo di decolonizzazione del pensiero e ricostituzione della nostra cosmologia, e quindi del nostro vivere.

Avverto chi legge che non si tratta di un libro semplice, quindi desidero consigliare anche due libri che sfiorano le medesime conclusioni ma tracciando percorsi differenti, ontologicamente meno diretti, forse più obliqui e laterali, ma sicuramente altrettanto suggestivi: da una parte Il fungo alla fine del mondo (Keller, 2021) di Anna Lowenhaupt Tsing, dove il fungo matsutake diviene una guida per riscoprire come funziona il pianeta e come possiamo sopravvivere tra le sue macerie, trovare la vita nelle rovine del nostro mondo; dall’altra, Attraverso spazi aperti (Black Coffee, 2021) di Barry Lopez, una raccolta di saggi nei quali riscoprire l’incanto del selvatico e la potenza incommensurabile del paesaggio, attraverso le parole di uno dei più grandi scrittori naturalisti americani di sempre. 

Infine, desidero menzionare un libro per i più coraggiosi: Ecologia oscura (Luiss University Press, 2021) di Timothy Morton. 

Così, senza parole.

 

Francesco D’Isa

Visto che a Solenoide di Mircea Cărtărescu ci pensa di sicuro Vanni Santoni, posso tranquillamente passare a consigliare Advaita Vedanta. Una ricostruzione filosofica, di Elliot Deutsch, edito da Tlon e tradotto dal nostro Adriano Ercolani. È un denso e breve riassunto di una delle filosofie più profonde di sempre, che ha informato molta filosofia Occidentale ma che ci ostiniamo a studiare poco – e direi che nella frase precedente ci sono motivi a sufficienza per leggerlo quanto prima. Un altro libro che consiglio a tale proposito è Storia del pensiero cinese di Anne Cheng, un compendio ben fatto e molto chiaro di tutta quella storia e filosofia che per l’appunto non abbiamo studiato. Consiglio poi un libro che non so ancora se mi è davvero piaciuto, Cyclonopedia di Reza Negarstani, tradotto da Virginio Sala ed edito da Luiss University Press, una casa editrice universitaria decisamente da lodare per l’ottimo lavoro editoriale degli ultimi tempi. A parte notare che è il libro più delirante che mi sia capitato per le mani da anni, lo descriverei così: pensa a un romanzo in cui si parla di un libro inesistente, chessò, tipo il Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred inventato da H.P.Lovecraft. Ecco, Cyclonopedia è come un saggio filosofico inesistente citato in un romanzo, ma scritto davvero. Non saprei spiegarlo meglio. Da direttore della rivista infine ne approfitto per un consueto abuso di potere e consiglio un quarto libro, uno dei saggi filosofici contemporanei più interessanti che mi sia capitato di leggere ultimamente, Magia e Tecnica (Tlon) di Federico Campagna, che ho avuto il piacere di intervistare qua.

 

Alessia Dulbecco

Più che consigli, quest’anno vorrei proporre a chi segue l’Indiscreto un piccolo itinerario bibliografico: tre saggi eterogenei ognuno dei quali affronta il concetto di corpo da una prospettiva diversa. Cominciamo?

Emer O’ Toole, Girls will be girls, Le Plurali Editrice

A metà tra un saggio e un memoir autobiografico, O’Toole impiega il concetto di performance per indagare le differenze di genere, in particolare la costruzione di femminilità e maschilità. La socializzazione di genere è un processo complesso poiché, mentre ingabbia l’agentività dei singoli, permette alla struttura sociale di riprodursi mantenendo intatte le sue stesse regole interne. Per recuperare la propria agentività e per affinare lo spirito critico, l’autrice suggerisce di provare a giocare e reinterpretare le regole di genere. Gran parte del volume racconta, con ironia, la sua esperienza e le difficoltà che chi prova a uscire dalla gabbia di genere inevitabilmente affronta.

Jude Ellison Sady Doyle, Il mostruoso femminile, Tlon

Il patriarcato ha paura del corpo delle donne, in particolare di tutti quegli aspetti biologici che sfuggono al suo controllo. Per sostenere la sua tesi J. E. Sady Doyle compie un percorso affasciante individuando quelle dimensioni mostruose che sottendono i tradizionali ruoli femminili di “figlia”, “moglie” “madre”. Richiamando leggende irlandesi e antichi miti indiani, citando libri, film e serie tv, l’autore invita tutte le donne a riconnettersi alla propria mostruosità per combattere il patriarcato.

Sadie Plant, Zero, uno, Luiss University Press

Zero, uno è un testo del 1997 e che, incredibilmente, non era mai stato tradotto in Italia. Nonostante sia stato scritto più di vent’anni fa, quando l’ho letto ho provato qualcosa di analogo a ciò che descrive Mark Fisher quando sente parlare Plant la prima volta: «le sinapsi del mio cervello si riconfiguravano mentre mi inebriavo dell’estasi tipica di quando i tuoi preconcetti esplodono».

Nel volume la filosofa indaga il potenziale che le nuove tecnologie offrono al genere femminile mettendo in parallelo l’invenzione della tessitura con le reti informatiche. Dal primo telaio alla macchina analitica di Lovelace, dalle reti tecnologiche al primo cyborg, Plant svela le relazioni tra corpi femminili e macchine digitali in un testo che ha scritto la storia del cyborgfemminismo.

 

Adriano Ercolani

Come ogni estate, mi ritrovo a stilare una breve lista di consigli letterari (anzi, più di una) e, come ogni volta, i criteri variano: evito i libri di cui già ho parlato in recensioni o video, scarto quelli “del momento” di cui parlano tutti, accantono quelli “troppo pesanti” per una lettura estiva.

Ecco, dunque, tre uscite, molto particolari, profondamente diverse, ma che credo meritino l’attenzione dei lettori de “L’Indiscreto”:

Ivan Talarico, Dizionario degli Amori Impossibili, Neo Edizioni

Ivan Talarico non è soltanto uno dei cantautori più brillanti della nostra generazione, maestro del calembour e della decostruzione delle convenzioni compositive della musica popolare: è anche un poeta lunare e un narratore sapiente.

Accanto a Carlo Sperduti, negli anni precedenti, è stato tra i più intelligenti eredi italiani di Raymond Queneau, portando l’arte del racconto breve surreale a livelli di squisita maestria.

Non a caso, l’incipit del nuovo romanzo di Sperduti, Deriva (Pièdimosca Edizioni) sembra quasi essere un invito a leggere il nuovo libro di racconti di Talarico: “Finché ci sarà una lingua, bisognerà sforzarsi di raccontare ogni storia possibile, comprese quelle impossibili”. Esattamente ciò che fa Talarico nel suo Dizionario degli Amori Impossibili, molto di più di un amabile esercizio rodariano per adulti: racconti paradossali quanto illuminanti che hanno per protagonisti coppie dai nomi meravigliosamente improbabili (e dai comportamenti imprevedibili).

Talarico è un antico collaboratore di Antonio Rezza e Flavia Mastrella: lo squartamento del linguaggio che i due geniali autori teatrali operano con un sacro senso del blasfemo, in questo libro diventa una chirurgica e salvifica dissezione delle parti decomposte dei sentimenti di ognuno. Consigliatissimo.

Brian Catling, Vorrh, Safarà Editore

Quando un libro lo consigliano Alan Moore, Terry Gilliam e Tom Waits appare obbligatorio leggerlo.

Come scrive il Bardo di Northampton nella lunga e appassionata prefazione: “questa opera epica e febbrile” rifugge dalle “convenzioni del genere” nel “feroce approccio al linguaggio di Catling e nel contesto allucinatorio e sorprendente della sua opera”, arrivando a definirla “la prima pietra miliare del fantasy di questo millennio, oltre che uno tra i migliori esempi mai scritti del suo genere”.

Un racconto incendiario, delirante, estenuante, sciamanico. Perfetto per i nostri tempi surreali, tra accelerazionismo ipertecnologico e ridestarsi di forze ferine a lungo addormentate. Da leggere.

Irène Némirovsky, Re di un’ora, Edizioni Ares

Una raccolta di testi inediti di Irène Némirovsky è sempre una bella notizia per gli amanti della lettura. In particolare, in questo volume appare lo straordinario capitolo ritrovato di Suite francese, il romanzo sicuramente più famoso della scrittrice morta ad Auschwitz.

Se poi a curare l’edizione è un’intelligenza fine e una penne elegante come quella di Cinzia Bigliosi, il risultato non può deludere.

Come scrive proprio Bigliosi nel saggio introduttivo L’officina teorica di Irène Némirovsky: “Nei primi anni Duemila, in un contesto culturale in cui da tempo si lavorava alacremente alla costruzione di una coscienza etica e morale della Memoria, il crudele destino toccato in sorte a Irène ne segnò la riscoperta: tutto fu raccontato in una sorta di epica romanzesca che distrasse dal valore reale dell’opera per concentrare l’attenzione soprattutto sugli ultimi fatti drammatici che segnarono la fine della sua vita”.

Anche grazie a questo volume, ora possiamo riscoprire (nelle lettere, nei racconti inediti, nelle critiche teatrali) l’importanza di Irène Nemirovsky non come icona letteraria ma come matura e potente scrittrice.

 

Ilaria Gaspari

Storia di una scomparsa, di Flavia Piccinni e Carmine Gazzani, Fandango: un bambino di sei anni, Mauro Romano, mandato a casa a cambiarsi le scarpe dalla zia che lo aspetta a pochi metri, scompare alla controra, in un giorno d’estate del 1977, in un paesino del Salento. Sembra volatilizzato nel nulla. I genitori piombati nell’incubo cominciano a cercarlo: una ricerca che dura da 44 anni, che sfida segreti e omertà, esibizionismi e silenzi, l’ermetismo del paese e quello dei Testimoni di Geova, la possibilità di un’agnizione sorprendente (è il bambino scomparso, il milionario arabo che i genitori dopo molti anni credono di riconoscere in una fotografia?). Attraverso una ricerca imponente di materiale inedito, Piccinni e Gazzani ricostruiscono con acribia una storia che tiene con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. Soprattutto, riescono a rendere la solitudine, la tenacia e la determinazione di chi si ritrova sull’orlo del mistero, con l’imperativo di continuare a cercare. 

Sembrava bellezza, di Teresa Ciabatti, Mondadori: un romanzo onirico e perturbante, pervaso di humour nero, sulla spietatezza del tempo, del mutamento, dell’apparire. Sulla persistenza dell’adolescenza come metamorfosi dolorosa che si trascina nell’età adulta, fin nella mezza età. Sulla superficie del corpo e i suoi tradimenti più profondi. 

Pensieri diversi, di Ludwig Wittgenstein, Adelphi, trad. it. Di Michele Ranchetti: come pensa il mondo un filosofo? È bello, anche se non propriamente rilassante, scoprirlo scorrendo il quaderno di appunti di un genio, fra tormenti e urgenze, all’inseguimento della chiarezza più trasparente (forse impossibile?, eppure ghermita per la coda, in equilibrismi di similitudini, di domande che interrogano senza tregua). Una corsa autobiografica rapsodica, raffinata, che attraversa tutti i campi della riflessione di Wittgenstein, dall’arte alla musica al linguaggio alla religione. 

 

Claudio Kulesko

Così si perde la guerra del tempo, Amal El-Mohtar, Max Gladstone, Mondadori

Un giorno, in un qualche particolare punto nella matassa cosmica delle “ciocche”, Rossa vede i suoi piani stravolti da un agente nemico. Dell’avversario, non resta che una bizzarra traccia: una missiva. Si tratta forse di una trappola? Rossa non lo sa ma corre il rischio, rispondendo a sua volta con una lettera. Ha così inizio il rapporto epistolare ‒ in un primo momento di pura rivalità, poi sempre più intenso e significativo ‒ tra Rossa e Blu, due crono-agenti (o, meglio, due pedine, come suggerito dal nome) al servizio di due opposte “fazioni-realtà” situate alla fine del tempo, in guerra per il dominio del continuum spaziotemporale. 

Un’opera speculativa innervata da una prospettiva queer e postumana, che riecheggia all’interno della trama, dei personaggi e persino della struttura metafisica del mondo assemblato dai/dalle due autori/autrici. Proseguendo nella lettura, difatti, il lettore non può fare a meno di domandarsi se Rossa e Blu non siano qualcosa di più che due individualità soggettivate di sesso femminile: mutaforma ingegnerizzati, magari; complessi di acciaio, informazione e materia organica; ibridi animale-vegetali; o emissari extra-dimensionali.

In conclusione, due parole sugli/sulle autori/autrici. Gladston è un noto autore di opere di genere (dall’urban fantasy al supernatural thriller). El-Mothar è una pluripremiata “poetessa fantasy”, nonché autrice di racconti fantastici e fantascientifici (ed editor della peculiare rivista online “Goblin Fruit”). L’ibridazione di stili, sensibilità e metodologie così differenti ‒ all’interno di una prosa-poetica semplice ma raffinata ‒ dà vita a qualcosa di realmente commovente, godibile, complesso e persino profondo: la storia di un legame tra entità non umane, capace di far collassare il tempo, nato e coltivato tra omicidi, stermini di massa, catastrofi globali e guerre interplanetarie.

Tempo variabile, Jenny Offill, Enne Enne Editore

Per far fronte ai problemi economici della sua famiglia, la bibliotecaria Lizzie accetta di aiutare l’amica Sylvia ‒ nota accademica, esperta di cambiamento climatico ‒ nella gestione di un podcast, “Cascasse il mondo”. Il compito di Lizzie è solo apparentemente semplice: rispondere alle email che prepper, complottisti, fanatici dell’apocalisse e semplici curiosi, inoltrano alla casella postale del programma. 

In Italia, Tempo variabile (Weather, in lingua originale) è stato presentato e promosso evidenziandone, se non addirittura accentuandone, gli aspetti psicologici, sociali ed esistenziali ‒ operazione supportata e ampliata da buona parte della critica letteraria (“un ritratto dell’America contemporanea”, “un’indagine psicologica che fruga nella testa del lettore come un frullino sul lettino del neurologo…”, etc. etc.). 

Una strategia, se non del tutto inaspettata, quantomeno inquietante. L’ennesimo sintomo di quella che Ghosh ha denominato “grande cecità”, probabilmente. 

Il libro, a conti fatti, si presenta, innanzitutto, come un romanzo di frammenti dedicati al riscaldamento globale, alla catastrofe ambientale, alla mutazione aberrante degli ecosistemi e all’estinzione di massa. (Al punto che viene da chiedersi se, nelle prime pagine, il riferimento ai frammenti Democritei, rimasugli di un’opera composta da più di settanta libri, non sia un’allusione alla natura del libro stesso: una serie di frammenti provenienti da un’opera più vasta, forse un romanzo, andata perduta in seguito a una catastrofe). 

A dimostrazione di ciò, è sufficiente citare un passaggio di notevole rilievo, in grado di riassumere lo spirito di rassegnazione infinita che domina il libro: 

Penso a quando Sylvia ha intervistato quel famoso futurologo. Gli ha chiesto cosa sarebbe successo e lui ha ripetuto la sua previsione più nota: Gli anziani, nelle grandi città, avranno paura del cielo.

Una scheggia oracolare, perturbante, che rende giustizia alla reale natura del libro. 

Tempo variabile è forse una delle opere più rappresentative della letteratura e della speculazione contemporanea: un patchwork capace di afferrare saldamente, in un sol colpo, l’intreccio tra vita ed esistenza, tra individui e collettività, tra umani e non umani, tra enti e atmosfere, nell’epoca della“giga-morte”.

Marco Mattei

Per questioni che riguardano sia il lavoro che lo studio, ogni anno mi passano sotto mano tantissimi saggi – scientifici, filosofici, eccetera – ma leggo una quantità irrisoria di romanzi, forse due o tre al massimo. Per questo, ogni estate, mi impegno a leggere solo fiction, per staccare completamente e per tentare di recuperare un po’ dell’immensa narrativa che mi sono perso. Questa premessa per dire: non troverete saggistica tra questi consigli, ma solo quella narrativa che ho cercato di leggere in questo primo mese di calura.

Inizierei dunque da un libro la cui lettura augurerei a tutti: si tratta di Brothers, di Yu Hua. L’ho iniziato a leggere perché la narrativa cinese è sempre stata il Grande Altro per me – non conosco lo stile, i temi, i riferimenti – e quest’opera monumentale è il punto giusto, per noi occidentali, su cui poggiare il primo piede per scavalcare la Grande Muraglia. Una sorta di versione cinese di Furore di Steinbeck, Brothers è grottesco, drammatico, comico, epico, imbarazzante e weird contemporaneamente. Racconta la storia di vita di due fratelli – Li Testapelata e Song Gang, entrambi personaggi iconici – nati pochi anni prima della rivoluzione culturale e morti qualche anno dopo l’avvento del XXI secolo, e di come uno riesca a fare fortuna e l’altro a cadere in miseria. Yu Hua riesce ad alternare in poche righe momenti dove si piange disperatamente – letteralmente – a momenti dove si ride a crepapelle, raccontando così tutte le contraddizioni, le grandi imprese e gli errori di uno dei paesi più interessanti dal punto di vista politico al giorno d’oggi. E (niente spoiler) il libro si apre con un miliardario che sta per andare nello spazio: che Jeff Bezos abbia preso ispirazione?

Purtroppo il mio amore per Brothers si è preso quasi tutte lo spazio a mia disposizione per questo contributo, dunque perdonatemi ma dovrò essere laconico per i prossimi testi. In un momento in cui tutti parlano di Yoga di Carrère, libro che a me non è piaciuto per niente, vi consiglio invece di recuperare uno dei suoi capolavori: L’avversario, un caso di cronaca nera che diventa punto di inizio per una indagine metafisica – cosmologica – e soprattutto psicanalitica. Un uomo mente per tutta la vita, una psicomachia omicida, e nessuno lo racconta meglio di Carrère. 

Per concludere, ahimé non sono riuscito a mantenere la mia promessa, Figure di Riccardo Falcinelli. Un saggio – ma a mia discolpa, si legge come un romanzo – all’interno della storia dell’arte. dalle pitture rupestri a Instagram, alla ricerca della risposta ad una domanda fondamentale: come funzionano le immagini?

 

Francesca Matteoni

Attendevo la traduzione di Quando le donne suonavano i tamburi di Layne Redmond, avvenuta finalmente grazie all’editrice Venexia. Grazie a quest’opera, ricca di riferimenti iconografici, ripercorriamo una storia del ritmo seguendo le sacerdotesse-suonatrici del tamburo a cornice e i miti delle dee euroasiatiche. Il libro esplora il sacro femminino che scandiva i rituali di nascita, vita e morte, e il suo occultamento nel medioevo, a causa di religioni monoteistiche e maschili, in cui il tamburo divenne strumento di guerra. Eppure oggi molte donne reclamano il loro ruolo arcano, suonando il tamburo in cerchi e in solitudine, in una nuova e antica riconnessione al mondo.

Un topo, un asino, ignoti poeti e soprattutto il diavolo, quel Bafometto che sa di più, come recita la filastrocca, sono le figure dell’illusione del libro d’esordio di Gregorio H. Meier, Io e Bafometto, composto di prosimetri mirabilmente intessuti, che hanno la voce degli antichi e di una certa toscanità, dove la lingua si fa frottola e gioco, il senno è perso ben oltre la luna. Tra inni, evocazioni, incanti onomatopeici, l’opera conduce attraverso personaggi che si credono quello che non sono e quasi toccano quello che credono, per poi svanire in un miraggio. I tentativi di riscatto sociale come le grandi aspirazioni vengono ribaltati in un universo fantastico e spiazzante dove tutto è magia. O inganno.

Cosa c’è al di là del mare? Una terra libera dalla paura. Un’Isola Chenoncé dove si cresce attraverso le storie. Là vanno le bambine dello Sciame, protagoniste di Apriti, mare! di Laura Pariani, che immagina un nuovo medioevo dopo una catastrofe mondiale, definita l’incidente, a cui sono sopravvissuti solo gli adolescenti. Anche la lingua è stata ricreata mescolando dialetto, resti, parole dal potere visivo. Dimenticate le fiabe e riscrivetele leggendo queste pagine. Ricordate che è tutto vero. Il terrore, l’abuso, l’ottusità. E coloro che sognando volano, in un atto coraggioso di ribellione.

Alessandro Mazzi

Filippo Ferrantini, Non siamo che alberi. Storia della storia del bosco, effequ.

Da quando ci siamo consolidati come civiltà urbana, gli abitanti delle città hanno perduto progressivamente la relazione con gli alberi, al punto che oggi quasi nessuno sa riconoscerli. Ferrantini invece non vuole solo riconoscerli, li fa parlare e li anima mentre si inarborea nella Macchia Lucchese, che può essere pineta o selva o un altro luogo verdeggiante mutaforma, li riaccoglie nelle relazioni umane da cui sono stati progressivamente scacciati. Noi siamo alberi e gli alberi sono umani. Il silenzio apparente degli alberi è travalicato da una sincera frequentazione, e allora ecco che anche gli alberi si riaffidano agli umani. Il pino è un po’ scorbutico e ruvido, il salice invece è un po’ affettato, anche se continua a donare la sua medicina. L’ontano ha viaggiato fino al mediterraneo e ha gli occhi di un vecchio artigiano serioso, che si fa largo tra gli sgambetti dei pioppi, il vociare delle farnie e gli spintoni dei lecci. L’olmo invece è il compagno dei contadini, che vanno a riposarsi sotto le sue chiome, il più bello degli alberi perché grazioso come il dio del sonno che invoglia il riposo. Spesso dimentichiamo che gli alberi sono vivi, perché nella loro apparente immobilità ci sembrano quasi rocce eterne, ma in realtà anche loro hanno molte storie da raccontare. Al volume si corredano le fotografie di Elisa Bresciani, ritratti che sfiorano il vivere quieto e semplice dei boschi, la nudità dell’unione che accenna a ninfe e fauni.     

Giuseppe Barbera, Il giardino del Mediterraneo. Storie e paesaggi da Omero all’Antropocene, il Saggiatore.

I paesaggi sono modalità dell’essere. La sfera del Mediterraneo è l’interramento geografico dei luoghi che hanno formato alcune tra le grandi mitologie del mondo. Barbera pone l’attenzione sulla natura mitica e poetica del paesaggio mediterraneo fin dalle origini della letteratura omerica, dove si canta del leggendario giardino di Alcinoo situato a Scheria, nell’isola dei Feaci. Un orto utopico situato tra terre immaginali, dove crescono tutto l’anno peri, meli e granati, fichi dolci e ulivi, grappoli e ortaggi di ogni sorta ammirati per il tempo di uno sguardo da Odisseo. Il mediterraneo è un giardino dell’Eden periurbano, non sorprende che il suo bioma possa aver ispirato i racconti biblici tanto quanto le oasi egizie, le isole greche e italiche, le coste nord africane. Nella ricchezza rigogliosa che unisce il deserto a coste temperate è possibile trovare un paesaggio sempre nuovo che accoglie favorevolmente specie autoctone di altri continenti, come il nespolo arrivato in Sicilia dal Giappone solo nell’Ottocento. Il paesaggio non è un luogo fisico, ma manifestazione di una possibilità d’esistenza tra le correnti vitali. Il cambiamento climatico sta già mostrando i suoi effetti diretti tra ondate di caldo incendiario e inondazioni, ma oltre alla tragedia ecologica c’è il trauma dell’appiattimento del paesaggio a un’unica landa rovinosa. Libri come questo, meravigliosamente illustrati, potrebbero già essere una testimonianza, più che una storia.

Jacques Brosse, Mitologia degli alberi, BUR.

Un classico per convertire la visione ecologica e completarla al grado celeste dello spirito fotosintetico. Nessuna relazione con gli alberi può ignorarne il potere fondativo nel consolidare la presenza della terra e le loro molteplici vite sul piano del sacro. I miti arborei di Brosse sono il sentiero obbligato per attraversare la selva, il racconto di una storia mitologica che mette radici tra più realtà, a cominciare dall’Asse del mondo, il frassino Yggdrasill per i nordici o l’albero Kiskanu per i mesopotamici, fino all’albero della Bodhi sotto cui il Buddha attinse il risveglio. In molte tradizioni, invece di Prometeo è l’albero a essere chiamato Padre del Fuoco, perché colpito dal fulmine o strofinandone i legni secchi, genera fiamme vive. Gli alberi sono molto più che boschi e foreste, trascendono la loro essenza silvana e diventano divinità elementali attorno cui orientare l’esistenza, oppure coi loro frutti nutrono dèi e spiriti al pari dei mortali. La loro verticalità mette in comunione le dimensioni superne con quelle ctonie, mentre la loro longevità li rende oracoli ispirati, è il caso delle quercie druidiche. Verghe, bastoni e scettri di potere vengono donati dal dio arboreo solo a patto che l’albero risponda all’iniziazione dello sciamano. La fecondità delle piante esemplificata nella rinascita del seme e della radice della palma da datteri portò i sumeri a identificare la palma con la fenice e con il fallo. Prima del dio, prima del verbo, viene l’albero.     

 

Gabriele Merlini

La bella stagione impone qualche riflessione: sull’anno lavorativo che si è appena concluso e come affrontare il futuro, specie in momenti particolarmente duri. Ecco perché spesso può aiutare una bussola emotiva e I dieci comandamenti. I precetti delle rockstar per migliorarti la vita (Tsunami, 2018) la rappresenta bene stante la mole di preziosi precetti che include. Del resto nelle decisioni lavorative e relazionali chi ci indirizza meglio di individui riflessivi quali Iggy Pop, John Lydon dei Pistols, Alice Cooper, Henry Rollins, Lars Ulrich dei Metallica? E uno è andato. 

Due. A causa di motivi familiari sui quali è saggio sorvolare, ho avuto a che fare con la Fiera Internazionale del libro di Francoforte per circa tre decadi; storie di viaggi in macchina, padri indaffarati, attese e gente misteriosa. Avranno certo citato il libro in questione almeno la metà degli altri invitati alla presente rassegna, però è d’obbligo unirsi al coro e sottolineare quanto abbia trovato convincente Cose da fare a Francoforte quando sei morto (Adelphi 2021) di Matteo Codignola. Sia mai serva sottolineare un’ennesima volta questo bel filone di non-fiction, reportagistica ibrida, narrativa contaminata (o altre definizioni più o meno calzanti) in giro per gli scaffali del paese. 

Infine il congedo con un classico estivo. Minima idea se l’abbiano ristampato negli ultimi cinquant’anni ma sono tornato recentemente su questo Einaudi ingiallito del 1963: L’elefante, opera dello scrittore e vignettista polacco Sławomir Mrożek. Racconti satirici, grotteschi, intimi. Attacchi frontali al regime e invenzioni di un tizio curioso. In fasi piuttosto lunghe di giudizi netti sull’Europa Centrale per come sta evolvendosi, pagine istruttive e liberatorie. A trovarlo in giro, una decorosa terapia contro l’afa dei lidi troppo predisposti alle facili contrapposizioni e l’eccessiva serietà. 

 

Alessio Montagner

Mente, linguaggio e realtà, Hilary Putnam

Che cos’è la matematica, Richard Courant e Herbert Robbins

Compendio di Teologia, Tommaso d’Aquino

La natura può essere compresa solo tramite la mente, e la mente può essere compresa solo tramite il linguaggio. Mente, linguaggio e realtà di Putnam è per me IL libro di filosofia, scritto dal più grande pensatore del dopoguerra. È principalmente un testo di linguistica, o meglio di filosofia del linguaggio, quindi parla di significato, riferimento, Chomsky, grammatica, ma va a toccare anche una serie di altri temi tipici putnamiani: da neopragmatista, propone una serie di potenti argomentazioni contro la teoria corrispondentista della verità (quindi contro il realismo metafisico), mentre in teoria della mente sposa il funzionalismo.

Putnam è stato anche matematico (ha sviluppato l’algoritmo Davis-Putnam ed è un co-risolutore del decimo problema di Hilbert). Come la mente può essere compresa solo tramite il linguaggio, così il linguaggio non può essere compreso senza una sua analisi matematica. Il libro di Courant e Robbins è la Bibbia dei matematici della domenica. Non è un manuale universitario (che pur avrei voluto consigliare), ma resta un testo rigoroso, con formule, diagrammi, esercizi. Per come la intendo io, tutta la filosofia è fondata sulla linguistica e sulla matematica, se uno fa filosofia senza sapere come si risolve un integrale sta perdendo tempo.

La matematica forma la mente mostrando come provare ciò che non è empirico e come discutere razionalmente anche di assiomi non fondati su altro. Questo avvicina la matematica alla teologia. Il Compendio di Tommaso è l’estrema e incompleta sintesi della Summa (a sua volta un sunto, come dice il nome, pur di di 5000 pagine). La teologia è stata per 1500 anni la regina delle scienze, non un elemento qualsiasi della cultura ma il più importante; per questo, è inutile tentare di comprendere la cultura occidentale se non si sa cosa sia l’amartiologia, cosa voglia dire essere viatore e comprensore, chi siano Rahner, Garrigou-Lagrange, Lonergan, Sertillanges, Gilson, Maréchal, Maritain. Questo compendio è un primo passo.

 

Roberto Paura

Arianna Arisi Rota, Il cappello dell’imperatore (Donzelli, 2021)

Il bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte non ricorre tutti i giorni e l’editoria internazionale non si è fatta sfuggire l’occasione. Anche in Italia sono uscite numerose opere molto valide, tra cui in particolare Il naufrago e il dominatore. Vita politica di Napoleone Bonaparte di Antonino De Francesco, una delle migliori biografie degli ultimi anni, e L’ultima stanza di Napoleone di Luigi Mascilli Migliorini, affascinante ricostruzione dell’esilio di Sant’Elena. Ma il più curioso e originale è quello di Arianna Arisi Rota, che ricostruisce la memoria e il mito di Napoleone attraverso due secoli di culto dei suoi oggetti: tabacchiere, foulard, miniature, cimeli, tra cui le straordinarie storie delle maschere mortuarie dell’imperatore, tutte dichiaratamente autentiche e sostanzialmente false. Tra aste milionarie, collezionisti d’eccezione e feticisti, un viaggio imperdibile nei memorabilia napoleonici.

Leon Festinger, Henry W. Riecken, Stanley Schachter, Quando la profezia non si avvera (il Mulino, 2012)

È di nuovo il momento giusto per recuperare questa pietra miliare dell’osservazione partecipante, della psicologia sociale e degli studi sui culti: lo studio condotto “sul campo” nel 1954 dall’équipe di Leon Festinger sul gruppo di appassionati di ufologia raccolti intorni alla presunta contattista Marian Keech (pseudonimo di Dorothy Martin), che ha profetizzato tramite l’alieno Sananda – moderna incarnazione di Gesù – l’imminente distruzione della città e l’arrivo di un’astronave che porterà in salvo i fedeli. In che modo il gruppo eterogeneo di Marian Keech, composto di casalinghe, studenti di scuola, universitari, patiti di ufologia e personaggi bislacchi di una cittadina di provincia, è arrivato a credere a una storia così implausibile? E cosa succede quando le continue profezie non si avverano? Ogni riferimento a fatti recenti è puramente casuale.

Nicola Montenz, Parsifal e l’Incantatore (Archinto, 2010)

Una delle pagine più affascinanti del romanticismo europeo, il rapporto tra il grande compositore Richard Wagner e il re di Baviera Ludwig II, è stata sontuosamente ricostruita dal filologo e musicologo Nicola Montenz in questo libro. Il giovane re, ammaliato dai miti romantici trasporti in musica nel Lohengrin, in Tristano e Isotta e nella monumentale Tetralogia, trova in Wagner l’artista di corte a cui affidare il progetto di incanalare le forze del regno di Baviera verso un nuovo immaginario fatto di eroi e grandi sentimenti con cui contrastare l’ascesa della borghesia, a cui interessa solo il denaro, e il militarismo dello zio, il Kaiser Guglielmo di Prussia. Quando Wagner si rivelerà, umanamente, non all’altezza dei suoi sogni, Ludwig continuerà il suo progetto con la costruzione dei grandi castelli fiabeschi, in una disperata ricerca del sublime che finirà con la sua tragica morte. 

 

Edoardo Rialti

Un’opera nuova, due sempre rilevanti, che definire scritte domani risulta persino dolorosamente ovvio. Un sortilegio, due moniti, e un omaggio.

Daniel Dennett, Rompere l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale, Raffaello Cortina

Elie Wiesel ricordava una storiella sapienziale secondo cui Dio avrebbe creato gli uomini perché amerebbe le storie. Questo denso e importante saggio di un filosofo darwiniano di logica e linguaggio mostra quanto sia sicuramente vero il contrario. Applicando le scienze evolutive alla religione- atteggiamento d’inchiesta e studio che tutt’ora incontra enormi tabù consci e inconsci (si legga The Republican War on Science di Chris Mooney, che ripercorre resistenze molto più vicine di quanto anche la sinistra amerebbe pensare) Dennett mostra quanto nei nostri memi culturali e spirituali risalga ai divieti sciamanici che occultano trucchi cui perfino gli esecutori stessi arrivano a credere, e molto più addietro ancora alle “superstizioni” rituali cui si sottopongono animali come i piccioni per ottenere del cibo. Un’immensa rete di risposte innate all’ambiente che ci circonda, alle nostre paure grandi e piccole, che confluisce in quel “credere nella credenza” per cui anche atei e agnostici si dimostrano deferenti quando si tratta di istituzioni o atteggiamenti religiosi. Uno strumento prezioso per decifrare alfabeti che continuano a comporre il nostro linguaggio personale e comunitario, i benefici che cercano di ottenere e le storture e rassicuranti menzogne che sono disposti a imporre alla realtà e alle sue inquietudini. 

Francesca Matteoni, Ciò che il mondo separa, Marcos y Marcos. Questa splendida e dolorosa raccolta di poesie fa accadere quanto afferma la strega di uno dei suoi componimenti. Traccia confini, elenca presenze ed esperienze per negazione – Nei boschi non si incontra nessuno – fa compiere ai legami e ricordi il giro completo, fino a sfociare nella dimenticanza. L’elenco dei presunti temi, degli echi di Yeats o Dickinson o Dillard, è riduttivo, inutile. Come sempre, quando si tratta di poesia, ripetere semplicemente i versi stessi, a voce alta, a voce bassa, suscita qualcosa che supera quanto sappiamo cavarne o esplicitare. La montagna ingrandisce il silenzio dei soffitti/ fin dove chiude l’anima… noi portiamo la magrezza di un altro nelle vesti/ il coincidere di salute e oblio… hai sete eppure non bere. Li si legge e i polmoni si allargano, sono uno strano feroce conforto proprio perché ci espongono a un nido di unghie di ferro che ci grava sulla voce in tutto ciò che conta, e permettono di aggrapparsi ad esso con dita insanguinate.

Naomi Klein, Shock Economy, l’ascesa del capitalismo dei disastri, Bur

Basta il titolo. Un percorso che gela il sangue su come paura e disordine siano i catalizzatori di ogni nuovo balzo in avanti nella privatizzazione degli spazi e delle risorse pubbliche e nella parallela riduzione dei diritti civili. Dal Cile di Pinochet alla Russia spolpata dagli oligarchi di Eltsin all’America dei tornadi, disastri spesso accellerati se non addirittura scatenati da sfruttamenti sconsiderati diventano a loro volta la manna che consente di spianare definitivamente quanto opponeva resistenza ai sogni di economisti come Milton Friedman e la sua scuola di Chicago. Non occorre ribadire come tutto questo bussi alla nostra porta, anzi l’abbia già sfondata con gli arieti: dal mito incontestabile delle “Grandi Opere” come il Tav al Piano Shock -ma guarda un po’ le coincidenze talvolta nei nomi- proposto da Matteo Renzi, al mantra de “la pandemia come opportunità” e al rattrappirsi della libertà d’incontro e associativa di questi ultimi anni. La violenza inflitta agli spazi e alle strutture è sempre la nebbia in cui si può infliggere maggiore violenza alle persone, mentre la memoria, sia individuale che collettiva, si rivela sempre il più grande ammortizzatore per lo shock.

Ho scritto questi consigli mentre apprendevo della morte di Roberto Calasso, anima di Adelphi. Sono stato sul punto di metterle da parte e proporre di leggere uno qualunque dei suoi libri, da K. a Le Nozze di Cadmo e Armonia, persino un volume qualunque delle sue collane, per omaggiare un’impresa culturale che ha costituito sempre una riserva di profondità, ricchezza prodigiosa e rigore per il nostro paese e non solo. Aveva ragione Vanni Santoni a proporlo per il Nobel alla Letteratura. 

Beato chi scenda sottoterra/ e tali arcani ha veduto: la fine egli sa della vita, sa l’inizio largito da Giove.

Vanni Santoni

Consiglio – si sarà capito – Solenoide di Mircea Cărtărescu (il Saggiatore, traduzione di Bruno Mazzoni), che è, con un distacco molto grande su tutto il resto, il romanzo più importante uscito quest’anno. Qua si può leggere un’intervista all’autore fatta proprio per questa rivista. 

Consiglio Cronorifugio di Georgi Gospodinov (Voland, traduzione di Giuseppe dell’Agata) che, pur non sbalorditivo quanto il precedente Fisica della malinconia, è comunque un romanzo soprendente e scintillante. 

Avrei voluto consigliare, tra i saggi, Piante degli dei, testo fondamentale di etnologia, botanica e psichedelia finora mai tradotto in Italia, scritto dallo scopritore dell’LSD Albert Hofmann assieme al botanico Christian Rätsch e al padre dell’etnobotanica Richard Evans Schultes, ma l’edizione italiana è purtroppo viziata da una prefazione irricevibile sia dal punto di vista storico che da quello scientifico (fatto ancor più grave vista la vasta disponibilità, oggi, di materiali aggiornati anche nella nostra lingua, e ancor più avvilente visti i passi avanti fatti da scienza e divulgazione nello sfatare vecchi pregiudizi, su tutti la collocazione degli psichedelici nel generico calderone delle “droghe”) e consiglio pertanto a chi fosse interessato al tema di recuperare quella americana, Plants of the Gods: Their Sacred, Healing and Hallucinogenic Powers, Revised and Expanded Second Edition (edizioni Healing Arts Pr.). Dato però che – visto il momento storico – mi spiacerebbe mandare i lettori in vacanza senza un libro a tema, consiglio LSD: L’innovativa ricerca psichedelica nei reami dell’inconscio di Stanislav Grof, edito da Shake (qui, per fortuna, con la grande cura e il grande rispetto per il tema che sono tipici del grande editor Raf Valvola), che raccoglie le sbobinature di molte delle oltre quattromila sessioni di psicoterapia con acido lisergico effettutate dal pioniere ceko delle scienze della mente.

Sofia Torre

Contro l’impegno, Rizzoli, Walter Siti

Ieri sera, mentre scrollavo la mia bacheca di Facebook cercando di non dare di matto per l’afa e la noia dell’estate bolognese, mi sono imbattuta nell’ennesimo rant su Contro l’impegno, il discusso, criticato, celebrato, incensato e poi insultatissimo ultimo libro di Walter Siti. Sui social, al bar, nelle discussioni fra amici, si parla da mesi quasi più di Siti che del Covid: Contro l’impegno colpisce per l’atteggiamento che molte/i nella mia bolla definiscono fin troppo comodo (“parliamo di un maschio bianco cis che non rischia niente!”) e che io, per qualche motivo, trovo provocatorio e sincero. Il pamphlet, in teoria un’alzata di scudi contro la letteratura come strumento di promozione morale, è la storia di un punto di vista che comincia a invecchiare: l’arte deve ferire, essere scorretta, dolorosa, farci riscoprire vecchie ferite che pensavamo di aver assimilato e dimenticato. Scrivere non deve essere utile, scrive Siti, deve smuovere gli animi, provocando non tanto le coscienze, ma il senso del bello. 

Qual è il compito dell’arte? Secondo Siti, rimuovere l’illusione di un mondo pulito e senza spigoli, dove il conflitto viene spacciato sempre per tragedia e non c’è più davvero spazio per pensare e sprigionare forza creativa. La forza di questo breve saggio – io l’ho terminato in una domenica pomeriggio – non sta nella sua impeccabilità; come sottolineano in molti/e, nessuno vuole censurare Gli Aristogatti o Via Col Vento, ma nella sincera preoccupazione di perdere di vista il punto, smettendo di vedere l’opera per concentrarci sull’autore. Soprattutto, leggere Siti è utile a non perdere i contatti col mondo fuori dai social: se Michela Murgia e Roberto Saviano sono bersagli facili nella bolla intellettuale, rimangono pesi massimi del potere comunicativo e culturale in Italia, Paese in cui si legge pochissimo. Abbandonare le contraddizioni, le ambiguità strutturali e i dubbi a favore di un facile sentimentalismo, scrive Siti, non è solo nocivo, è soprattutto imperdonabilmente noioso.

 

 

 

 

2 comments on “Cosa leggere quest’estate, secondo noi

  1. Grazie per la generosità nell’offrire spunti e gli stimoli

  2. Ottimi consigli!

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