Cosa pensa Thomas Mann delle elezioni europee

Una lettera di Thomas Mann sulla crisi politica a lui contemporanea sembra scritta oggi, e ci parla dei pericoli che stiamo correndo.


In copertina: Giulio Romano, Sala dei Giganti, Mantova palazzo te

di Edoardo Rialti

Io metterò dei ragazzi come loro capi,
dei monelli li domineranno.
Il popolo userà violenza:
l’uno contro l’altro,
individuo contro individuo;
il giovane tratterà con arroganza l’anziano,
lo spregevole il nobile.

Isaia, 3

Il dottor Zimbalist era un omino con gli occhiali di corno, con la calvizie ovale che gli andava, tra capelli rossicci, dalla fronte all’occipite, e con un paio di baffetti lasciati soltanto sotto le narici; quei baffetti erano di moda allora nei ceti superiori e più tardi dovevano diventare l’attributo d’una maschera famosa nella storia del mondo.

T. Mann, Doktor Faustus

“Strano. Strano.” Sono queste le parole che il patriarca Johan Buddenbrok, dopo una vita di gloriosi successi nel commercio, sicura attestazione capitalistica della sua etica protestante spruzzata di bonario illuminismo, continua a ripetere al proprio capezzale, dopo l’improvvisa morte della moglie, per poi girarsi in silenzio verso la parete e spirare. “Strano.” Siamo nel 1901,  nel cuore trionfale della Belle Epoque e al significativo albeggiare del nuovo secolo, quando Thomas Mann, al pari di un medico esperto, sa accostare lo stetoscopio al torace massiccio della compiaciuta borghesia europea, che ormai ha pienamente ereditato il mondo dall’aristocrazia, e captare un leggerissimo ma preoccupate soffietto. Una capacità di auscultazione che spesso sa precorrere i tempi, anticipando nell’arte quello che poi si manifesterà pienamente nella storia effettiva. Si pensi a La Montagna Incantata e al contrasto tra il solare mondo positivista di Settembrini, tutto razionalità e progresso, e le tenebre lunari del gesuita Naphta, che invece elogia valori eterni e non negoziabili che precedono e superano le libertà individuali, la religione dogmatica, il sangue, la monarchia assoluta, e che critica da reazionario il nuovo mondo di burocrati e affaristi. Si pensi al suicidio dello stesso Naphta, che aspira così a trasformare in simbolo perenne i convincimenti della sua esistenza, primo d’una lunga fila di suicidi “a destra” che precorrono i gesti di Mishima e Dominique Venner a Notre Dame. Anche Robert Musil, negli stessi anni, ironeggiava sulle “idee isteriche che ammorbavano mezza  Europa”, ritraendole nel grottesco Hans de L’uomo senza qualità, sintesi ed epitome (già nel nome assolutamente comune, corrispettivo del nostro Mario) di quel miscuglio di revanscismo pseudo-cavalleresco e razzismo tanto diffuso tra la gioventù borghese d’inizio novecento:

Il divieto di frequentare casa Fischel, che i prudenti genitori di Gerda avevano posto a Hans Sepp, non era assoluto, ma contemplava l’eccezione di qualche giorno al mese. In compenso lo studente, che non era nessuno e nemmeno aveva prospettive di diventare qualcuno, aveva dovuto dar loro la sua parola d’onore che non avrebbe indotto Gerda a nulla di sconveniente e avrebbe sospeso la propaganda per l’Azione mistica tedesca. Speravano così di sottrargli il fascino del proibito. E Hans Sepp, nella sua castità (giacché solo la sensualità tende al possesso, ma è giudaico-capitalistica), aveva dato tranquillamente la parola d’onore richiesta, che secondo lui non implicava però la rinuncia a venire in casa più spesso del dovuto, ai discorsi infiammati, alle strette di mano appassionate e perfino ai baci – tutte manifestazioni che rientrano nella vita naturale delle anime amiche –, ma significava solo interrompere la propaganda per una libera unione, non sancita né dalla Chiesa né dallo Stato, che fino allora aveva difeso teoricamente.

Anche la sentenza di “convalescenza a vita” sentenziata dai medici al Settembrini di Mann sulle alture della clinica assume il tono d’una discreta, ironica diagnosi collettiva, come se quell’intero mondo di colti benintenzionati, di allora come oggi, non possa più scendere nelle valli della storia comune.

Si afferma spesso che l’arte è profetica, che la sua forza sta anche nel leggere così profondamente il presente da visualizzarne ed esprimerne lo sviluppo nel futuro. Forse l’immagine più potente va cercata proprio nella Bibbia, nella celebre scena in cui Elia si dispone in attesa della parola del Signore, e questa non si trova nella bufera scosciante ma va colta in una “brezza leggera”, che molti altri ignorerebbero.

Il 2 dicembre del 1936 il governo del III Reich revoca la cittadinanza tedesca a tutta la famiglia Mann, mentre i giornali definiscono Thomas e figli, tutti esplicitamente antinazisti, “parassiti del popolo”. Negli anni d’esilio che seguirono, in Europa dapprima e poi soprattutto negli Stati Uniti, Thomas Mann, con i suoi articoli e interventi radiofonici, diventerà una sorta di simbolica voce alternativa della Germania, appellandosi ai suoi ex-concittadini perché anch’essi abbiano la forza di ribellarsi al regime. Sono anni di inviti accorati e analisi dolenti, spesso di grande intensità, come la celebre Lettera di Bonn, nella quale Mann risponde alla revoca della laurea honoris causa, e che costituì una sorta di manifesto morale ed intellettuale per molti dissidenti.

Tuttavia, rispetto alla natura e alla finalità di esplicito contrasto dell’ideologia nazista, nei suoi orizzonti e nei suoi metodi, in questo particolare momento storico ritengo che sia particolarmente importante tornare a ripercorrere alcune riflessioni e pagine precedenti dello stesso Mann, quando ancora una volta egli seppe accostare l’orecchio al corpo della società contemporanea e cogliere, prima e meglio di molti, cosa si annidava e diffondeva nel suo organismo.

Oggi si dibatte molto sul possibile ritorno del fascismo in molti Stati occidentali. Taluni, anche quando giudicano negativamente gli obbiettivi e i linguaggi delle nuove destre, storcono il naso e parlano di allarmismo appiattente, di anacronismi esagerati e semplicistici. L’obiezione fondamentale è che la storia non sposta così facilmente le lancette indietro, e che i percorsi umani non sono cerchi. Tuttavia, è francamente difficile leggere riflessioni come quelle di Mann negli anni convulsi che vanno dal primo conflitto mondiale all’ascesa definitiva dei sistemi totalitari in Italia, Spagna e Germania, e pensare che la storia non sarà forse un cerchio, ma può essere certamente una spirale, nella quale dinamiche già verificatesi si approfondiscono anche in momenti successivi, in contesto che magari espandono le condizioni che le avevano alimentate in precedenza. Anche oggi, infatti, la xenofobia, il machismo patriarcale e l’insofferenza per le procedure democratiche possono agire su un campo già sgombrato da un qualunquismo apparentemente “non ideologico e anti-partitico” che muove guerra alle strutture di intermediazione e alla preservazione e diffusione della cultura,  e che si appella al popolo e ai più facili istinti populisti col megafono dei social network per titillare il senso comune e indirizzarlo.

Per questo, alla fine di quello che vuole essere un saggio classico per impostazione e sviluppo,  ho deciso  di tentare un piccolo esperimento, quello cioè di ripubblicare uno dei testi principalmente presi in esame accostandolo ad alcuni interventi reali di taluni politici contemporanei. E per ribadire come quello da cui Thomas Mann ci stava già mettendo in guardia un secolo fa non costituisce semplicemente uno schieramento ma un vasto clima concettuale,  si noterà che un determinato uso di immagini e parole chiave è spesso infelicemente condiviso in modo trasversale.

Ma prima di arrivare a una pagina analitica dalla chiarezza francamente inquietante, occorre riprende le fila di un percorso che viene da lontano, ossia il complesso rapporto di Mann stesso con la società democratica. A differenza del fratello scrittore Heinrich, Thomas infatti si era dapprima dichiarato per la monarchia e il Reich, identificando nelle tradizioni istituzionali la salvaguardia di tutta quella serie di valori artistici e spirituali che egli considerava irrinunciabili per la Germania. Sono gli anni del primo conflitto mondiale e delle celebri Considerazioni di un Impolitico. Tuttavia, dopo la conclusione della guerra e sotto il peso del trattato di Versailles, Mann invece decide di sostenere la nuova e gracile esperienza della Repubblica di Weimar. Ciò si esplicita in un discorso del ’22 davanti a una folla rumoreggiante e avversa di studenti universitari. È in quest’occasione che Mann prende nettamente le distanze da ogni nostalgia di rivalsa militaristica e dichiara che “la guerra è menzogna, anche i suoi risultati sono menzogne; per quanto onore il singolo individuo vi voglia apportare, oggi la guerra in se stessa è priva di qualsiasi onore, e perciò all’occhio che non s’inganna si presenta quasi assolutamente come trionfo di tutti gli elementi popolari più brutali, volgari e ostili alla civiltà e al pensiero, come una cruenta orgia di egoismo, di corruzione e di malvagità”.

Particolarmente interessante è soprattutto la prospettiva dalla quale Mann sente di dover parteggiare per la repubblica e la democrazia. Accusato di aver rinnegato gli ideali aristocratici delle Considerazioni, egli piuttosto sostiene di aver finalmente compreso che solo il progressismo e l’estensione dei diritti e delle corresponsabilità sociali può favorire un sano conservatorismo, la capacità cioè di difendere il meglio della proprie tradizioni storiche e culturale: “Piuttosto vi risponderò che in realtà io sono un conservatore, che la mia missione naturale in questo mondo non è certo di natura rivoluzionaria, bensì conservatrice.” L’essenza della sua posizione negli anni passati mirava infatti a favorire “un’autoconcentrazione dell’elemento solido, una misura contro il dissolvimento delle fibre tipiche, e in tal modo cercava di «conservare». Era conservatore: non al servizio del passato e della reazione, ma del futuro; la sua preoccupazione era di conservare quel perno, quel nucleo, a cui il Nuovo potesse aderire formandosi attorno ad esso in belle forme.” Questa è una responsabilità primaria del nuovo stato democratico, che coinvolge tutti i cittadini nella vita dello Stato, e tutti gli Stati in quello che Mann già vagheggia come un organismo di cooperazione internazionale come quello  per cui stiamo per recarci al voto proprio in questi giorni: “Potrebbe trattarsi dell’Unione Tedesca… o della futura Unione europea. Giacché si può prevedere e predire che trattative amichevoli come quelle che furono testé condotte fra la Baviera e il Reich si svolgeranno un giorno fra i singoli Stati nazionali e una autorità suprema d’Europa.” Tali aspirazioni resteranno tragicamente deluse nel corso degli anni immediatamente successivi e della progressiva ascesa del nazionalsocialismo. Già nel 1930 egli additava “il ballo di San Vito del fanatismo” , “la sfrenata volgarità e la dittatura della violenza” dei regimi di destra, in Germania e in Europa e il gioco di prestigio con cui “il nazionalismo vuole unire il fanatico col degno” richiamandosi apparentemente a una serie di valori spirituali che invece perverte e riduce a servizio degli autentici nodi irrazionali che lo fomentano: “Un idioma di probità mistica e stravagante scipitaggine cerca di persuadere i tedeschi del 1930 con vocaboli come razziale, etnico, federale, eroico e aggiunge al movimento un ingrediente di sentimentale barbarie culturale, che è più pericoloso, che allontana dalla realtà, che confonde e rammollisce i cervelli ancor più dello straniamento rispetto al reale e del romanticismo politico che ci hanno condotti alla guerra.”

Pochi anni dopo, quando ormai il nazismo si è definitivamente imposto e l’esilio sta per abbattersi sullo scrittore e la sua famiglia, in un intervento del 1935 Mann constata che “è semplice dovere di lealtà premettere che l’autore di queste righe si trova all’inizio del settimo decennio della sua vita. Il malcontento tipico della vecchiaia per i tempi presenti può essere un fenomeno legittimo nel senso che sessanta e più anni svalutano in certo modo le opinioni di un uomo sul «nuovo», sulle condizioni del mondo in cui il destino l’ha portato a vivere. Tuttavia non incontrerò molte obiezioni se sostengo che non è proprio necessario avere sessant’anni per giudicare orrende le attuali condizioni dell’Europa.” La gioventù tedesca, e non solo essa, si è in gran parte consegnata a un’esperienza di delega rassicurante, l’obbedienza di massa (“la vita collettiva è una sfera comoda in confronto con l’individuale, comoda fino alla dissolutezza; quello che la generazione collettivistica si augura, si concede e approva, sono le vacanze continuate dal proprio Io”).  L’uscita da sé, l’ek-stasis, è finalmente apparecchiata per tutti, sebbene “l’esperienza dionisiaca annunciata da queste parole si ritrova, degradata, nell’ebbrezza collettivistica, nel piacere puramente egoistico, privo in fondo di ogni contenuto reale, che prova il giovane a marciare in massa al canto di inni, poveri miscugli di canzone popolare decaduta e di articolo di fondo.” Si assiste al paradossale e tragicamente ironico spettacolo d’una società che idolatra i benefici della tecnica e al tempo stesso erode giorno dopo giorno gli spazi di democrazia e cultura che hanno favorito in parte decisiva un simile sviluppo: “un esempio del loro modo di comportarsi verso le condizioni a cui debbono la vita è che esse calpestano, o per meglio dire sfruttano la democrazia liberale per distruggerla. È possibilissimo che con tutto il loro amore puerile e primitivo per la tecnica provochino la decadenza anche di questa, perché non sospettano che essa non è che il prodotto utilitario di uno studio libero e disinteressato per amore della conoscenza e perché disprezzano l’idealismo e tutto ciò che ha a che fare con esso, quindi la libertà e la verità.” Tuttavia tale rozzezza diffusa, tale insofferenza e dileggio della complessità delle sfumature, delle mediazioni sociali e culturali, dei gradini e dei passaggi necessari per promuovere decisioni condivise, non è il mero riproporsi d’un regresso sociale quale può essersi già verificato in passato. Essa comprende il pericoloso abbellimento d’una infarinatura culturale: “E fossero solo primitive queste masse moderne, fossero solo masse di barbari gagliardi e giocondi, sarebbe ancora possibile mettersi d’accordo con loro, si potrebbe riporre in loro qualche speranza. Ma oltre a ciò esse hanno due qualità, che le rendono semplicemente terribili: sono sentimentali e sono filosofiche in un modo catastrofico. Lo spirito delle masse, con la sua modernità stantia, parla il gergo del romanticismo; parla di «popolo», di «terra e sangue», di cose tutte antiche e sante, e inveisce contro lo «spirito dell’asfalto», lo spirito della strada, con cui si identifica. Il risultato è un bugiardo guazzabuglio di anima e di fandonie natante in una volgare sentimentalità per abbindolare la massa: un tronfio miscuglio che caratterizza e determina il nostro mondo.” È questa la nuova veste di quella che Mann definisce efficacemente come “antispiritualità spirituale, del germe di reazione che sta in tale rivoluzione, delle oscure possibilità di abuso da parte di una realtà, per cui quella rivoluzione diventa in un batter d’occhio un passaporto per l’antispiritualità purosangue e per ogni sconvenienza umana, per ogni barbaro disprezzo della verità, della libertà, della giustizia, del decoro umano.” La legittimazione della persecuzione del dissenso, del diverso per orientamento sessuale, colore della pelle, religione, affiliazione politica abbisogna d’un clima di superficialità culturale che, in nome d’una presunta complessità, d’una verità alternativa miri semplicemente ad alimentare la nostra fame perenne di narrazioni semplicistiche su cui gettare il mondo come su un letto di Procuste. Ed è proprio una simile commistione di spazzatura pseudo-scientifica e scorie mitologiche (come le definirebbe Eliade) ad aver infettato la vita culturale e politica della Germania: “fiorivano scienze occulte d’ogni sorta, mezze scienze e ciarlatanerie, oscuro spirito settario e insulse religioni da strapazzo, crassa ciurmeria e fede da carbonari, tutto questo era molto in voga e determinava lo stile del tempo: e tutto questo da molte persone colte non era sentito come un volgare ciarpame moderno, come un impoverimento culturale, bensì veniva mistificato come rinascita di profonde forze vitali e dell’intimo, rispettabile valore dell’anima popolare. Fu così preparato il terreno anche alla più assurda e vergognosa superstizione collettiva: ma non la superstizione ottusa e senza pensieri di epoche precedenti, bensì una superstizione modernamente democratica, che presuppone per ciascuno il diritto di pensare, una superstizione con «concezione filosofica».” Le ingiustizie effettivamente fatte patire a una popolazione ridotta in miseria (e qui Mann punta il dito sulle responsabilità tragiche dei governi liberali) e incoraggiata poi a dar sfogo alla propria “pancia” possono finalmente scatenarsi su dei capri espiatori: “Che cosa avviene quando masse di ceto medio e inferiore al medio, immiserite, spossessate, sconvolte dal bisogno e cariche di rancori, cominciano a pensare e a far della mistica, abbiamo potuto sperimentarlo. Al piccolo borghese si era detto che la ragione era abolita, che era lecito insultare l’intelletto, che a questi fantasmi aventi qualche rapporto col socialismo, con l’internazionalismo e anche con lo spirito ebraico era da attribuirsi la colpa della sua miseria, e a buon diritto egli orientò il suo pensiero contro la ragione, imparò a pronunciare la parola linguisticamente difficile, ma molto gradita all’istinto: «irrazionalismo». La popolarizzazione dell’irrazionale, fenomeno del secondo e terzo decennio del nostro secolo, è forse lo spettacolo più deplorevole e più ridicolo che possa offrire la storia. Il piccolo borghese, imbarbaritosi nel pensiero, inventò di propria iniziativa la parola «bestia intellettuale», espressione sciocca, ma autorizzata in certo modo dalla sfera superiore dello spirito antispirituale, e piena d’effetto nella sua oltraggiosità inferiore: formula micidiale, che colpiva innanzi tutto ogni volontà di ragione politica e sociale, la volontà della pace, il sentimento europeo, ma al di là di questo colpiva propriamente ogni disciplina spirituale e ogni moralità.”

Tutto questo è già impressionante per precisione e sconcertante per i continui raffronti che presenta rispetto alla situazione attuale. Non c’è davvero alcuna differenza tra le riviste degli anni ’30 che annunziavano l’esistenza di una civiltà superiore nelle viscere della Terra e i blog degli odierni terrapiattisti, tra l’antisemitismo di allora e i siti di tradizionalisti cattolici che oggi attaccano Soros e i “cripto giudei” camuffati nei posti di comando della finanza internazionale, tra chi come Goebbles sosteneva di mettere la mano alla fondina al solo nominare la parola “cultura” e la trasversale irrisione verso “gufi e professoroni”, l’insofferenza verso gli esperti, contrapposti al buon senso della volontà popolare. Occorre forse ricordare che la macchina mediatica di Salvini si chiama orgogliosamente “la Bestia”, con un’eco tanto inconsapevole quanto esplicito dell’immaginario irrazionale, questo caleidoscopio confuso e di pelo, saliva, istinto e forza, già additato da Mann? Tuttavia, come ho già accennato, la forza dello sguardo del romanziere tedesco spicca ancora di più se lo si ripercorre negli anni immediatamente precedenti, quando il regime non furoreggiava ancora apertamente con leggi liberticide e persecuzioni e roghi di libri, ma in cui il clima generale era già intossicato da veleni concettuali di cui le azioni del nazismo non saranno che lo sviluppo coerente. Perché si è potuto arrivare a tanto? E come? È a queste analisi che occorre prestare particolare attenzione, giacché sono ancora più sovrapponibili all’impostazione e all’orizzonte del nostro attuale clima culturale e sociale.

Nel 1926, durante una conferenza dedicata a Freud e alla psicoanalisi, Mann tesse un elogio del medico viennese e della sua nuova scienza, proprio perché essa non si limita ad appurare l’esistenza d’una fondamentale dimensione irrazionale sottesa alle nostre attività consce, ma mira appunto a scandagliarla e illuminarla per poterla coinvolgere e integrare in una prospettiva razionale. Quello cui  siamo assistendo nel clima sociale comune è invece il libero sfogo, l’acquiescenza compiaciuta e perfino la valorizzazione dei moti istintivi, che vengono spacciati come unica verità sana, franca e schietta, la voce del popolo e al contempo di Dio, cui la politica deve fare da cassa di risonanza. In tutto questo, che in realtà costituisce un moto reazionario nell’accezione più basilare del termine, ossia una re-azione degli impulsi che si fa ipotesi ideologica, Mann ha modo di notare un ulteriore elemento di difformità rispetto alle restaurazioni del passato, una nuova rivendicazione che arriverà fino ai giorni nostri e al culto degli atteggiamenti giovanilistici in politica: “Un tempo ciò che era vecchio voleva essere vecchio e infuriava apertamente contro il nuovo. Ma oggigiorno ci tiene invece a farsi passare per nuovo, s’imbelletta dei colori della vita, e la luce del nostro mondo attuale, una luce albeggiante ed incerta, rende possibile, fino a un certo punto, l’inganno.” Questo per quanto riguarda i politici che amano presentarsi come “giovani”. D’altra parte, è vero anche il contrario, ossia che possono essere proprio le nuove generazioni a brandire concetti e atteggiamenti che invece parevano appannaggio polveroso di mondi al tramonto: “Non è più inconsueto il deprimente spettacolo di corpi giovani che ospitano idee senili, che le portano in giro con rapido passo ardito, intonando canzoni giovanili, il braccio levato nel saluto romano, sperperando in esse il bello slancio della loro anima.”

È questo in fondo il gioco di prestigio operato dalle nuove ideologie reazionarie già a  inizio ‘900 e che prosegue anche oggi con diverse facce e sfumature, recitare parole magiche come rivoluzione, cambiamento, popolo, pancia del paese, di facile e immediata sottoscrizione,  qualunquisticamente generiche, al fine di incanalare rabbia e consenso: “In realtà non esiste oggi conservatorismo così falso e pseudevoto, non esiste odio per il futuro, paura del futuro, ipocrisia e stupida fedeltà al passato, non esiste codineria così brutale, non esiste desiderio di fermare i tempi, di restaurare ciò che è morto, di tornare indietro sulla via della consapevolezza e della conoscenza progressive, non esiste, dico, nulla di tutto questo, che non si senta incoraggiato dalle irrazionali simpatie della nuova scienza, che non cerchi di mettersi in contatto con esse, che non si richiami ad esse, che non tenti deliberatamente di farsi credere della loro stessa farina e che, soprattutto, non miri a politicizzarle, a tradurle sul piano della controrivoluzione sociale, in modo che la più cruda reazione possa presentarsi in una luce rivoluzionaria.”

Ed ecco seguire un affondo pagina sulle cause intellettuali che hanno portato a tutto questo:

“È una cosa molto semplice. Se lo spirito non è che un nemico impotente della vita, se la natura, l’impulso, la potenza, l’istinto sono l’afa e l’omega del cosmo, e se questa scoperta è la più giovanile delle novità, allora veramente tutto ciò che è vecchio e passato è quanto di più nuovo e giovanile si possa immaginare, tutto ciò che prerazionale e irrazionale è la verità e la salvezza [“la Madonna ci porterà alla vittoria”, Salvini]; e chi parla di idee, per esempio di libertà, di giustizia, è uno che non capisce i segni dei tempi e che fa parte dell’umanità ‘superata’ [“Ma si parla ancora di destra e sinistra?” Di Battista; “I professoroni bloccano le riforme”, Boschi] Allora ogni tentativo di far trionfare la ragione sull’istinto – e ciò sul cattivo istinto – è un delitto contro la vita; poiché non esistono istinti cattivi, se l’istinto stesso gode di una sua tellurica santità [“io Greta Tunberg la metterei sotto con la macchina”, Maglie]. Allora è segno di squallido e antiquato intellettualismo voler adeguare la realtà al grado di conoscenza che lo spirito ha già raggiunto, adoperarsi per appianare il morboso contrasto che oggi, più pericoloso che mai, sussiste tra le due sfere [il “radical chic” di Salvini alla Murgia e agli intellettuali che si schierano per gli sbarchi] La buona volontà sociale, il prender parte, insieme col nostro tempo, alla ricerca di nuove e più sane forme economiche, diventa allora una forma di rancido materialismo marxistico, l’appoggio dato alle istanze umanitarie, il sentire anche noi l’anelito del mondo intero verso l’unità spirituale, la sintesi politica, la comunità tra i popoli non è che superficiale internazionalismo, sofisticheria pacifistica [“basta col buonismo” Giorgia Meloni] e contro tutto questo vecchio ciarpame ideologico si erge, nella sua rivoluzionaria freschezza giovanile, il principio dinamico, la natura liberata dalla tirannia dello spirito [“che fareste alla Boldrini in macchina?”, Grillo], l’anima popolare, l’odio [“castrazione chimica per i pedofili e stupratori”, Salvini], la guerra”.

È con scarso conforto che solamente l’ultimo termine del sinistro elenco finale, la guerra, resti tuttora sguarnito, quantomeno in Europa.

Uno dei dilemmi più dolorosi della storia è come alle risposte violente e semplicistiche non si possa mai rispondere con altrettanta semplicità, se si eccettua l’urgenza di taluni interventi immediati. Occorre infatti il doppio dell’energia per nuotare controcorrente, per non lisciare i propri uditori per verso del pelo, per sottoporre anzitutto i propri pensieri e il proprio linguaggio al vaglio d’un esame che può esigere sacrifici e insegni e messe in discussione, specialmente laddove la propria condizione economica e sociale non sia immediatamente minacciata dalle misure del populismo reazionario. Ed è anche molto facile che un articolo come questo si possa concludere con qualche dichiarazione di buone intenzioni, tanto generica quanto vaga e inefficace.

A  una simile infezione del pensiero personale e collettivo lo stesso Mann ha proposto e caldeggiato diversi antidoti e risposte precise, a medio e a lungo termine, a partire dall’auspicata collaborazione tra la difesa della cultura e le “esigenze sociali dell’ora”, le aspirazioni a maggiori diritti per tutti in  una società più equa contro cui invece si era scatenata “tutta la cancrenosa renitenza dell’Europa borghese”. Al tempo stesso la strenua e mera salvaguardia dell’arte della complessità, delle gerarchie di valori condivisi contro l’appiattimento istintivo non costituiva per lui un richiamo e un orizzonte parimenti vaghi, ma aveva appunto la pervasitività d’un interrogazione costante e non scontata, simile alla severa constatazione pasoliniana per cui “la vita consiste nell’uso imperterrito della ragione.” Imperterrito, senza pause o autoindulgenze. L’amore per la precisione, la capacità di ascoltare, “quella forma di laica di preghiera che si chiama attenzione” come la definiva Walter Benjam e che è sottesa a ogni vera attività intellettuale, si rivela dunque non un lusso grazioso ma l’aria salubre che impedisce di ammalarsi. Giustamente, in seguito all’elezione di Trump, che molto mondo progressista ha commentato con ululati di sconcerto, qualche anno fa il collettivo di scrittori Wu Ming ha ricordato che la risposta ai problemi del mondo è sempre pensare globalmente e agire localmente. Verrebbe da aggiungere che anche l’arte di pensare, di stabilire nessi, di rifiutare le banalizzazioni persino quando si concentra, con amore e dedizione,  su un dettaglio assolutamente “locale”, che si tratti di un sonetto di Petrarca o una formula matematica, abbia sempre e comunque in nuce una valenza universale che, se effettivamente assecondata, sa esporci a una vastità che ci supera e affina, un vaccino decisivo contro quei ghetti mentali, che tendono sempre  tradursi in ghetti effettivi nei quali stipare qualcun altro. Anche George Steiner, interrogandosi molti anni dopo su come sia stato possibile a una generazione di tedeschi “colti” a sottoscrivere in larga parte e follie e le violenze dell’ideologia nazista, arriverà comunque a ribadire un’ultima fiducia nel fatto che l’umanesimo “non è mai neutrale” e che può assecondare il totalitarismo solo se in malafede, e tappandosi occhi e orecchie alle sue stesse verità. Mann si sarebbe detto d’accordo: “Cultura! Le risa beffarde di tutta una generazione rispondono a questa parola. Sono dirette, si capisce, contro il termine prediletto della borghesia liberale, come se sul serio la cultura non fosse proprio nient’altro che questo: liberalismo e borghesia. Come se essa non significasse il contrario della volgarità e della povertà umana, il contrario anche della pigrizia, di una miserabile rilassatezza, che rimane miserabile rilassatezza per quanto prenda atteggiamenti risoluti: insomma come se la cultura, in quanto forma, volontà di libertà e di verità, vita coscienziosamente vissuta, sforzo infinito, non fosse la disciplina morale stessa!”


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di J.R.R. Martin, C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.

1 comment on “Cosa pensa Thomas Mann delle elezioni europee

  1. Giovanni Dall' Olio

    Ottimo saggio, da condividere dall’ inizio alla fine.

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