Cosa rende normale la normalità?



Perché l’espressione “dichiaratamente gay” è così usata mentre l’equivalente “apertamente etero” non lo è? Quali sono gli assunti che stanno alle spalle di locuzioni come “donna in carriera” o “infermiere maschio”?


In copertina: Giuseppe Veneziano, MC Mao (2011), asta pananti di aprile

Questo testo è tratto da  “Dato per scontato” di Eviatar Zerubavel . Ringraziamo Meltemi per la gentile concessione,


di Eviatar Zerubavel

Il significato dell’inavvertito […] è un significato sottinteso, è ciò a cui pensi quando non stai pensando a niente in particolare.

Deborah Tannen, Marked Women,

Unmarked Men, 1993

Quando diceva in giro che stava studiando i gay che abitavano in provincia, a Wayne Brekhus veniva chiesto spesso se fosse gay, quasi mai se venisse dalla provincia; una tacita espressione di come la salienza culturale sia convenzionalmente annessa a certi aspetti dell’identità personale piuttosto che ad altri. Difatti, la convenzione vuole che l’essere gay sia visto come molto più rilevante del risiedere in provincia per stabilire “cosa” si è – ma perché? E poi: per quale motivo l’espressione dichiaratamente gay è di gran lunga più usata della sua controparte lessicale, pure formalmente equivalente, dichiaratamente etero?

Per rispondere a queste domande è necessario esaminare da vicino i concetti di marcato e non-marcato, fra i quali corre una differenza che essenzialmente è quella fra l’avvertito e l’inavvertito, lo straordinario e l’ordinario. Se i primi termini indicano quel che salta all’occhio, i secondi si riferiscono a quel che manca di caratteristiche distintive ed è considerato anonimo. Tali distinzioni ricapitolano le differenze, apparentemente fondamentali, tra posti “sacri” (un santuario), vestiti “da cerimonia” (uno smoking), cibi “da festa” (una torta di compleanno) e le loro controparti culturali ordinarie. Lo esemplifica ulteriormente la distinzione fra ciò che reputiamo monotono e ciò che invece avvertiamo come notizia: la differenza di fondo è fra il generico e lo speciale.

In netto contrasto con l’avvertito, che viene accentuato in modi espliciti, l’inavvertito resta inarticolato. Sul modello delle scelte predefinite, installate di default tra le impostazioni di un computer: quel che presupponiamo in automatico, in pratica, è quanto diamo per scontato.

La dicotomia marcato/non-marcato risale a una lettera che nel 1930 Nikolai Trubetzkoy inviò al collega linguista Roman Jakobson, in cui metteva in evidenza un contrasto di fondo esistente nelle coppie fonemiche, un elemento delle quali possiede sempre una certa proprietà di cui l’altro è sprovvisto. Dopo aver definito “marcato” l’elemento che possiede la proprietà e “non-marcato” quello che viene definito, indirettamente, dall’assenza della stessa, Jakobson sviluppò subito l’osservazione di Trubetzkoy, facendo notare che “ogni singolo elemento di ogni sistema linguistico” è in effetti “costruito sulla presenza di un attributo (marcatezza), in opposizione alla sua assenza (non-marcatezza)”.

Jakobson si rese conto che la contrapposizione marcato/non-marcato trascendeva l’ambito della linguistica e notò, di fatto, la sua importanza culturale più generale, ma ci volle un altro mezzo secolo prima che tutto questo venisse incorporato in una cornice semiotica più estesa – un passaggio intellettuale cruciale, compiuto dalla sua allieva e collaboratrice Linda Waugh. A conclusione del suo articolo “Marcato e non-marcato: una scelta fra elementi diseguali nella struttura semiotica” (1982), un paragrafo apposito era dedicato agli “esempi tratti da altri sistemi semiotici”, che comprendevano coppie oppositive tipo essere bianchi/essere neri e omosessualità/eterosessualità; quella che Waugh aveva avanzato era una vera e propria teoria semiotica dell’avvertito e dell’inavvertito.

L’atto di rimarcare separa lo speciale dall’ordinario sia fisicamente (un segnale di senso unico che distingue una certa strada dalle altre, “normali”, a doppio senso), sia ritualmente (un brindisi che celebra un’occasione “speciale”), sia istituzionalmente (un premio conferito per un comportamento “esemplare”, per un risultato “eccellente”). È in chiave linguistica, però, che il meccanismo viene epitomizzato nel modo più spettacolare. In fin dei conti, nonostante si dica spesso sdegnosamente “è soltanto una questione di parole”, il linguaggio riflette senz’altro il modo in cui interpretiamo le cose, e le parole a cui ricorriamo rivelano spesso i nostri automatismi cognitivi. L’espressione “ciclo mestruale”, ad esempio, indica chiaramente che il rilievo culturale assegnato alla fase mestruale del ciclo ormonale femminile è di gran lunga maggiore di quello annesso alla fase ovulatoria, ben più importante dal punto di vista riproduttivo ma semioticamente inavvertita. Allo stesso modo, si pensi alla locuzione “spazzatura bianca” [white trash], a tutt’oggi “usata senza particolari remore e sostenuta socialmente da una naturalezza quasi inconscia”. Sebbene in origine fosse riferita a quei bianchi poveri che non si conformavano al modello ordinario piccolo-borghese a cui la loro etnia avrebbe dovuto destinarli (e che, quindi, non potevano essere considerati “del tutto bianchi”), tale locuzione, in realtà, finisce per etichettare non solo la spazzatura bianca, ma soprattutto i bianchi spazzatura! In qualità di aggettivo, è la parola “bianca” che dovrebbe modificare il significato standard del sostantivo “spazzatura”, anziché il contrario: il senso dell’espressione, allora, non sta tanto nell’indicare che ci sono dei bianchi messi male, “da spazzatura”, quanto nel rimarcare l’esistenza di persone-spazzatura che hanno la caratteristica di essere bianche. Fossero state di colore (l’assunto, fondamentalmente razzista, è questo), l’espressione spazzatura nera sarebbe stata considerata ridondante.

Giuseppe Veneziano, MC Mao (2011)

Questo spiega il ruolo importante dell’etichettamento (la forma più incisiva di evidenziazione) nel generare e poi nel mantenere il contrasto culturale fondamentale fra quanto avvertiamo esplicitamente e quanto resta inavvertito e dato per scontato. Negli Stati Uniti esiste un canale via cavo chiamato Intrattenimento Televisivo di Colore, nonché una federazione dell’Associazione Nazionale Pallacanestro Femminile: l’assenza stessa di un Intrattenimento Televisivo Bianco e di un’Associazione Nazionale Pallacanestro Maschile sottolinea che in America l’essere nero e l’essere donna sono caratteristiche rimarchevoli, a differenza dell’essere bianco e dell’essere uomo. Analogamente, la presenza in Israele di inviati e corrispondenti di “Affari Arabi” stride con la mancanza di omologhi giornalisti di “Affari Ebrei”, implicando che lì la prassi è considerare ordinario l’essere ebreo, non l’essere arabo. Sulla stessa falsariga, si parla spesso di “infermieri maschi” e quasi mai di “infermiere donne”, come se “il fatto stesso di parlare d’infermieri lo presupponga già”.

Il grado in cui qualcosa è convenzionalmente considerato ordinario è inversamente proporzionale alla disponibilità di termini ed etichette per indicarlo. In questo senso, l’ovvietà e la scontatezza dell’inavvertito sono evidenziate dalla sua superfluità semantica, segnalata dalla scarsità d’espressioni utilizzabili per riferirsi a tutto ciò che rientra nei presupposti di default; giudicati letteralmente in-significanti, non si reputa necessario menzionarli.

In quest’ottica, può rivelarsi proficuo comparare, all’interno di una determinata comunità di parlanti, il lessico culturalmente disponibile per denotare i fenomeni avvertiti con quello relativo ai fenomeni inavvertiti. La relazione fra i due è spiccatamente asimmetrica: abbiamo infatti molti termini per riferirci ai fenomeni avvertiti, molti di meno per parlare di quelli inavvertiti. Così, vista la segretezza che da sempre s’accompagna in America all’omosessualità, ci si può aspettare che il termine “dichiaratamente gay” sia più impiegato dell’omologo “dichiaratamente etero”, oppure che l’espressione “mamma lavoratrice” rifletta lo status particolare di una madre che lavora, in opposizione con la situazione nient’affatto particolare di un padre che faccia lo stesso. Che un padre lavori lo si assume in automatico e lo si dà per scontato, è una convenzione che non richiede un’etichetta speciale: specificare, e parlare di “papà lavoratore”, sembra qualcosa di pletorico. Per lo stesso motivo “si parla di donne in carriera, non di uomini in carriera. Se gli uomini sono in carriera per definizione, va rimarcato quando sono le donne a esserlo. […] Un uomo può essere un padre di famiglia, mentre sarebbe strano chiamare una donna madre di famiglia – il fatto che lo siano è giudicato naturale”. A ben vedere, dando semanticamente corpo ai casi particolari (l’infermiere maschio, il gay dichiarato, la mamma che lavora) caratterizziamo anche, tacitamente, le loro controparti ordinarie e inavvertite, e questo grazie alla stessa assenza di aggettivi qualificativi (apparentemente superflui: femminile riferito all’infermiera, dichiarato all’etero, lavoratore al padre) per denotarle. L’asimmetria è evidente: può essere dimostrata empiricamente rilevando l’utilizzo effettivo di certe parole e locuzioni, calcolando la frequenza con cui ricorrono; le disparità statisticamente più pronunciate, secondo questo ragionamento, indicano l’asimmetria semiotica fra avvertito e inavvertito. Cercando su Google l’espressione “dichiaratamente gay” si ottengono 3.740.000 risultati, mentre una ricerca per il formalmente equivalente “dichiaratamente etero” ne restituisce solo 32.800. Il primo caso è avvertito, tradizionalmente, come speciale e rimarchevole, mentre il secondo è inavvertito e trascurato, trattato come un’ovvietà. Una ricerca analoga per il termine “mamma lavoratrice” fornisce 8.520.000 riscontri, mentre “papà lavoratore” solamente 117.000. Similmente, “studenti di seconda generazione” dà 282.000 risultati, “studenti di terza generazione” 6.880. E, ancora, si hanno molti più risultati cercando “disturbi del comportamento” (3.290.000) e “frutti di mare” (174.000.000) che non digitando “comportamento normale” (37.600) e “frutti di terra” (25.900).

I conteggi di frequenza nell’utilizzo di espressioni e modi di dire illustrano concretamente la portata dell’asimmetria che sussiste fra l’attenzione culturalmente riservata all’avvertito e quella (non)prestata all’inavvertito: incarnano dei modelli di attenzione collettiva. Infatti, laddove l’avvertito è per definizione notevole e notato, ben visibile cioè da un punto di vista sociale, l’inavvertito si trova al contrario sullo sfondo della realtà fenomenica, uno sfondo che in genere sfugge all’attenzione. In modo decisamente peculiare, a caratterizzare l’inavvertito è una sorta di invisibilità culturale.

Che qualcosa sia rimarchevole o insignificante, discusso o indiscusso, non è affatto una questione di opinioni personali, ma non è neanche un fattore intrinseco o necessario. Straordinarietà e ordinarietà non sono altro che costruzioni sociali, il prodotto di specifiche norme semiotiche, tradizioni e abitudini condivise dai membri di specifici “collettivi di pensiero”. Non è un caso che gli automatismi cognitivi e gli aspetti dati per scontati varino fra culture e sub-culture diverse, come pure fra le diverse situazioni sociali all’interno di una singola società.

Porre l’accento su certe cose, assumendo che esse non possano esser viste come lapalissiane, equivale ad anormalizzarle, normalizzando al contempo l’inavvertito. Per esempio, l’atto di evidenziare ed enfatizzare (e rendere quindi a-normali) l’essere donna, nero, omosessuale o disabile è inseparabile dalla convenzione semiotica di considerare normale il fatto di essere uomo, bianco, etero e senza handicap. Come si vedrà più avanti, il concetto di normalità assolve una funzione di primissimo piano nell’istituire e nel preservare il dominio sociale, dominio che concerne infatti, in larga parte, il potere di influire su ciò che gli altri daranno per assodato, finendo per avere dei presupposti di default senza neanche rendersi conto di averli. Tale dominio e tale potere si manifestano nella definizione di certi standard di normalità e anormalità, i secondi essendo il frutto di un processo politico-culturale che “rende diverso” tutto ciò che devia dalla norma. In realtà, è precisamente il fatto che queste norme (e le idee, le pratiche e le identità che esse normalizzano) vengano generalmente viste come auto-evidenti a conferir loro una certa supremazia culturale.

In effetti, tanto più un gruppo è dominante, tanto più inavvertita resterà la sua identità. È così che identità socialmente dominanti come quelle degli uomini, dei bianchi, degli etero e dei non-disabili sono di solito reputate naturali, facendo sì che le persone con tali caratteristiche siano spesso culturalmente invisibili. Una sociologia dell’avvertito e dell’inavvertito vera e propria dovrebbe svelare i meccanismi con cui le strutture di potere sono socialmente prodotte e riprodotte, nonché, allo stesso tempo, indicare i modi in cui queste stesse strutture sono, a volte, sfidate e sovvertite.

A proposito: come si fa a “vagliare il banale, il quotidiano, l’ovvio, il comune, l’ordinario […] il rumore di sottofondo, l’abituale?”. Avventurarsi a studiare il dato-per-scontato implica misurarsi con un problema epistemico di non poco rilievo. Nietzsche ha detto che “le cose a cui siamo abituati sono le più difficili da vedere” in veste di oggetti d’indagine. Le porzioni inavvertite della realtà sociale sono popolate da “elementi elusivi e sfuggenti, che non offrono […] nessun appiglio esterno, nessuna impalcatura” su cui fare affidamento. Ai due antropologi Daniel Miller e Sophie Woodward ci vollero sei mesi immersi nello studio della pratica d’indossare i blue jeans prima di capire che la caratteristica più rilevante di questo tipo di pantaloni è, per l’appunto, la sua ordinarietà:

non ci rendevamo conto che i jeans potessero essere descritti nella loro normalità, e l’idea che questo fatto potesse essere la chiave di volta delle nostre ricerche non ci è sovvenuta […] prima del sesto mese di lavoro sul campo. All’inizio, il termine “ordinario” ci sembrava così banale, più una specie di sfondo dato-per-scontato che il potenziale concetto cardine di una ricerca portata a termine con successo. Per lo stesso motivo, capire la profondità e l’importanza dell’ordinarietà ha richiesto ancora più tempo.

Il risultato è che il dato-per-scontato non viene quasi mai esaminato come argomento di studio in quanto tale, configurandosi piuttosto come zona d’ombra epistemologica. Per esempio, è solo di recente che l’eterosessualità ha cominciato a divenire oggetto di alcuni studi, essendo stata in passato un qualcosa di scontato, che sfugge all’analisi; lo stesso dicasi per l’essere maschio, bianco o senza handicap fisici.

Inoltre, poiché un aspetto ulteriore che connota l’inavvertito è l’assenza di quelle proprietà particolari che contraddistinguono invece l’avvertito, voler indagare l’inavvertito implica spesso dover indagare (e osservare) l’assenza, una difficoltà epistemica che lo rende metodologicamente elusivo. È più facile veder fare qualcosa, che non vedere qualcuno omettere di fare qualcosa (i bambini trascurati sono spesso inconsapevoli di quanto non stanno ricevendo), tant’è che le descrizioni dei propri problemi offerte dalle persone disabili sono molto vivide, mentre l’esperienza di una persona normodotata resta nella maggior parte dei casi inarticolata. Investigare il fenomeno dell’inavvertito, quindi, richiede la capacità di scorgere quel che è “vistoso nella sua assenza”: vedere e percepire quanto di solito è invisibile e impercettibile. E considerato che l’inavvertito è spesso davvero inarticolato, analizzarlo richiede d’essere particolarmente sensibili a quelle che i linguisti chiamano lacune lessicali. Come s’è detto, allorché s’incontrano espressioni tipo “donna in carriera” e “gay dichiarato” bisognerebbe far caso alla mancanza delle controparti terminologiche lessicalmente equivalenti.

L’esame dell’inavvertito, in sostanza, impone un’auto-riflessività eccezionale diretta a ciò che abitualmente e pre-riflessivamente si dà per scontato. Stante la formidabile difficoltà di quest’ostacolo metodologico, non sorprende la penuria di studi che materialmente indaghino cosa sia il dato-per-scontato. Eppure, studi del genere promettono “una comprensione innovativa e sorprendente di un intero mondo in precedenza invisibile, ovvio, ‘normale’”. L’idea stessa di normalità potrebbe risultarne “permanentemente sconvolta”.

0 comments on “Cosa rende normale la normalità?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.